Cristo Pastore e Porta

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Il Dio dei farisei appare come un Dio che ha poco a che fare con il cuore dell’uomo. E intendiamo “cuore” in senso biblico, cioè, intimità nella quale l’uomo sperimenta se stesso come essere che ama ricevendo e donando amore.

Quello dei farisei è il Dio della legge, della giustizia, della sanzione. Si tratta però di una giustizia farisaica costruita su propria misura, che serve per legittimare la propria onestà e per colpire i peccatori bisognosi di misericordia. Abituati a comportarsi nel rapporto con Dio secondo una precettistica ben calcolata, i farisei dominano gli altri con lo stesso criterio del loro Dio. Soggiogano alle proprie leggi con gli espedienti della paura e del timore. Incapaci di percepire Dio come amore, nel rapporto con gli altri sono incapaci di donare e di accogliere amore. Parlano in nome di Dio senza conoscerlo, parlano con gli altri uomini senza conoscerli.

Ben sappiamo che morte di Gesù non fu un incidente giudiziario, ma un diabolico urto tra istituzioni la cui logica subdola era l’assassinio dell’uomo. La “lezione” del buon pastore non va letta in chiave di tenerezza arcadica, ma come presenza del Dio dei profeti che apre il cuore ai poveri e raccoglie le lacrime delle vittime di ogni istituzione, sia politica sia religiosa, per introdurli, liberi da ogni paura, nel giardino della misericordia: luogo in cui il credente partecipa pienamente alla vita trinitaria.

Gesù è il buon pastore!    

Nel racconto di Giovanni (10,1-10), con due immagini seducenti, Gesù si propone come “pastore” e “porta”. Non si tratta di una descrizione allegorica ma, attraverso un linguaggio figurato e misterioso, descrivendo l’episodio della vita d’ogni giorno, essa illustra una verità di ordine superiore e costruisce una magnifica teologia cristologica, ecclesiologica ed escatologica. Il pastore non è un semplice elemento parabolico, poiché Gesù stesso è il buon pastore e il guardiano, sue sono le pecore, egli le chiama singolarmente e le pecore lo seguono.  Tutto ciò descrive sia il modo di fare sia la mansione del vero pastore, contrapponendola così a quella del mercenario che è falso pastore, ladro e assassino. Il pastore entra nel recinto dalla porta e col grido convenzionale chiama le pecore per nome e, dopo averle fatte uscire, cammina innanzi a loro, fa sentire di continuo la sua voce affinché non si allontanino e non si disperdano. I giudei increduli non sono capaci di comprendere il parlare figurato di Gesù.

La prima verità è questa: quelli che appartengono a Gesù lo riconoscono e lo seguono come le pecore fanno con il loro pastore. Gesù dice con decisa chiarezza che proprio lui è il Pastore e le sue pecore, secondo il pensiero di Giovanni, sono gli eletti, cioè tutti quelli che sono stati dati dal Padre al Figlio (6,37), quelli che il Padre attira (6,44), quelli ai quali è concesso dal Padre (6,65), quelli che sono dalla parte della verità (18,37) e sono da Dio (8,47). Il mercenario, invece, ladro e assassino, simboleggia colui che manda o può mandare in rovina il gregge. Gesù, Lui solo e nessun altro, è inviato da Dio per portare gli eletti alla salvezza della vita eterna. I rivali di Gesù sono i “falsi messia” che hanno del vero Messia una concezione diametralmente opposta (cf 18,36 ss.).

Gesù è la porta!

Se nei vv. 1-5, Gesù afferma di essere “il pastore”, ora, con una nuova immagine, diventa egli stesso “la porta” per la quale le pecore sono introdotte nel recinto del gregge (v. 7).  Soltanto Gesù dà la possibilità di appartenere alla comunità degli eletti per riceverne i beni che assicurano la salvezza, il pascolo (v. 9) e la vita (v. 10). Gesù vuole insegnarci che i veri pastori sono soltanto coloro che da lui ricevono la propria missione. I ladri e i briganti sono tutti quelli che compiono una missione opposta e contraria a quella di Cristo. Il recinto delle pecore simboleggia la Chiesa, i cui capi ricevono il loro mandato soltanto da Cristo.

Sant’Ignazio d’Antiochia afferma che Gesù Cristo, Sommo Sacerdote, “è lui stesso la porta che conduce al Padre, attraverso la quale entrano Abramo, Isacco, Giacobbe, i Profeti, gli Apostoli e la Chiesa – il tutto per realizzare l’unione con Dio” (Philad. 9,1). Anche nel Pastore di Erma leggiamo che Gesù è la Porta attraverso la quale tutti possono entrare nel Regno di Dio (9,12,3). Nel corso dei secoli, le pecore del gregge si susseguono, ma solo Gesù rimane il loro “pastore” e la vera “porta”. Solo così cristologia ed ecclesiologia si fondono e si armonizzano per creare le comunità dei veri credenti che avevano un cuore solo e un’anima sola (At 4,32).

Gesù afferma: Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore. Il mercenario – che non è pastore e al quale le pecore non appartengono – vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge, e il lupo le rapisce e le disperde; perché è un mercenario e non gli importa delle pecore (vv. 11-13). Il vero buon pastore vive per le pecore, mette in gioco la propria vita per le pecore, è diverso dal mercenario, custode prezzolato che, preoccupato unicamente di mettersi in salvo, pianta tutti in asso e fugge perché non gli importa nulla delle pecore. Gesù, introducendo la parabola con: Io sono il buon pastore, vuol far capire che il vero pastore è solo lui. Il mercenario serve solo a mettere in risalto l’eroismo del vero pastore che offre la vita per il suo gregge. La figura di Gesù Pastore che Giovanni ci presenta non è quella del gran signore ma del “Servo sofferente”.

Tra pastore e gregge corre un mutuo rapporto che è descritto quando Giovanni dice che il pastore chiama le pecore e queste, non soltanto sentono, ma conoscono la sua voce perché tra pastore e gregge c’è reciproca conoscenza. Il fondamento sta nella conoscenza che intercorre tra il Padre e il Figlio. Non si tratta di una conoscenza puramente intellettuale, affettiva o psicologica, ma di una natura che è capace di comprendere l’amore. Amare è conoscere, conoscere è amare in rapporto d’intimità. Il Padre, il Figlio e lo Spirito si conoscono e si identificano col dono reciproco. La Parola di Dio, spogliatasi della sua prerogativa divina, per noi uomini, si fa carne della nostra natura. Per questa kenosis conosce i suoi di una conoscenza che è la stessa del dono di sé. Nessuno gli toglie la vita, è lui che la offre in dono. In questa “conoscenza” si rivela il dono totale della salvezza. La vita eterna consiste nel fatto che i nostri nomi sono incisi sulla roccia della conoscenza che il buon Pastore ha di ciascuno di noi.

Il buon pastore dona la sua vita per le sue pecore. Gesù, infatti, ha offerto la sua vita sul legno della croce. Vista dall’esterno, la crocifissione dà l’idea, giustamente, di una morte violenta, ma in realtà è il dono supremo della vita fatto in piena libertà per compiere l’arcano volere divino per la redenzione del mondo. Proprio perché ha dato la vita per i suoi, il Pastore conosce tutti e tutti chiama per nome e i suoi conoscono la sua voce. Il vero recinto, il vero vincastro, la vera autorità è quella voce che giunge sino alle radici dell’essere. In tal modo nasce il solo gregge e il solo pastore, cioè si raduna la sola Chiesa universale nella quale si aduna il popolo santo destinato alla salvezza di cui il buon Pastore è il solo Signore.

Purtroppo, la comunità umana e quella ecclesiale continuano a essere soggette all’influsso dei “mercenari”: briganti e potenti, ladri e idolatri. L’azione di veri pastori che si modellano su Cristo è sempre insidiata dall’attività perversa dei falsi pastori seminatori di discordie, irrequieti della verità, amanti di rotture, paladini di compromessi e d’imbrogli che, facendo il gioco di satana, dividono i credenti strappandoli dall’ovile ecclesiale. 

Anche se lontani nello spazio e nel tempo, i veri credenti abitano quello stesso ovile dove il Padre, il Figlio e lo Spirito si amano e si conoscono. La porta è una e unica, l’unico Pastore, che ha donato la vita per i suoi, continua a fare ascoltare la propria voce perché tutti gli uomini siano nello stesso ovile sotto lo stesso Pastore. La radice della Chiesa è posta nell’impegno con cui Dio custodisce, con paterno-materno amore, chi ascolta e accoglie col cuore la parola del Pastore che è Parola di rivelazione. Lo Spirito che guida la Chiesa alla comprensione della Parola è lo stesso Spirito che la perfeziona con la verità nella carità.

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