Vaticano e Cina, un lungo cammino verso il disgelo

Un rapporto da sempre conflittuale quello che coinvolge la Chiesa Cattolica e il Governo Cinese. Tra chiusure, minacce e culti clandestini, lo statalismo comunista in terra cinese ha sempre considerato il cattolicesimo come un nemico da combattere. È per tale motivo che lo spiraglio che sembra intravedersi, potrebbe essere un ulteriore successo di Papa Francesco, nell’arte a lui congeniale: la diplomazia.

Il motivo della contesa è riconducibile al rapporto tra il potere politico e la Chiesa romana universale. Per tradizione, il Governo di Pechino, pur riconoscendo cinque religioni ufficiali – cattolicesimo, islam, buddhismo, taoismo e protestantesimo – fonda le sue radici sull’ateismo e sul marxismo leninismo.

L’arcivescovo di Hong Kong, John Tong, sostenitore del dialogo afferma che “si deve scegliere il minore dei mali, fra essere Chiesa cattolica non perfetta ma vera, o restare con nulla in mano rinunciando alla libertà essenziale”. Nonostante una diatriba che sembra ‘irrisolvibile’, l’arcivescovo Tong appare ottimista, tanto da esortare tutti a “continuare a pregare per questo dialogo”.

In questo è logico intravedere una marcata mediazione, che forse nel suo predecessore, il cardinale Joseph Zen, era invece assente. Per Zen, la possibilità di accordi con il Governo cinese era una strada impraticabile se non fosse stata garantita la totale libertà di culto per i cattolici. Il pragmatico Tong, invece, sulla scorta dell’opportunità storica di un accordo bilaterale tra Vaticano e Cina, punta forte sulla ‘libertà esistenziale’ di una Chiesa cattolica in terra cinese.

I macigni che pesano sui segnali di disgelo riguardano la percezione che la cultura cinese ha nei confronti dell’universalismo del cattolico. La spinta nazional-patriottica del governo comunista è tipica di un ordinamento amministrativo in cui vige una rigida gerarchia. È per tale motivo che la Chiesa romana non è ben vista.

Il suo diritto canonico prevede che in qualsiasi parte del globo, cardinali, vescovi e religiosi, debbano essere soggetti alla potestà del Pontefice, così come al collegio ecclesiale, smarcandosi dal controllo statale. Altra ‘spada di Damocle’ da prendere in considerazione è l’Associazione patriottica cattolica cinese – Apcc.

Inoltre, a cosa destinare i sette vescovi nominati e ordinati in violazione del diritto canonico? E il riconoscimento dei trenta e più vescovi non ufficiali, così come il destino degli ecclesiastici detenuti o ai domiciliari? Tematiche spinose, che la Santa Sede – specie per Apcc – non ha ancora aggiornato perché ferme alle posizioni di Papa Benedetto XVI.

Era il 2007 quando in una lettera ai cattolici cinesi scriveva: “Apcc è un’istituzione governativa, e come tale è incompatibile con la fede cattolica”. La diplomazia vaticana è chiamata a una poderosa strategia di conciliazione, conscia del fatto che la tutela e il rispetto della propria identità è un indissolubile tratto distintivo.

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