Il Papa e ‘La strada’ felliniana da seguire

Nella scorsa settimana papa Francesco ha ricevuto in udienza i partecipanti al Giubileo dello Spettacolo Viaggiante, definendoli ‘artigiani del bello’: “Lo spettacolo viaggiante e popolare è la forma più antica di intrattenimento; è alla portata di tutti e rivolto a tutti, piccoli e grandi, in particolare alle famiglie; diffonde la cultura dell’incontro e la socialità nel divertimento.

I vostri spazi di lavoro possono diventare luoghi di aggregazione e di fraternità. Perciò vi incoraggio ad essere sempre accoglienti verso i piccoli e i bisognosi; ad offrire parole e gesti di consolazione a chi è chiuso in sé stesso, ricordando le parole di san Paolo: ‘Chi fa opere di misericordia, le compia con gioia’ (Rm 12,8)”.

Ed alla conclusione del suo discorso ha ricordato la figura di Gelsomina del film ‘La strada’ di Federico Fellini: “E voi non potere immaginare il bene che fate: un bene che si semina. Quando suonavano quella bella musica del film ‘La strada’, io ho pensato a quella ragazza che, con la sua umiltà, il suo lavoro itinerante del bello, è riuscita ad ammorbidire il cuore duro di un uomo che aveva dimenticato come si piange. E lei non lo ha saputo, ma ha seminato! Voi seminate questo seme: semi che fanno tanto bene a tanta gente che voi, forse, mai conoscerete… Ma siate sicuri: voi fate queste cose. E grazie di questo, grazie!”

Non è la prima volta che papa Francesco cita questo film ad iniziare da un’intervista a ‘La Civiltà Cattolica’ ad inizio del suo pontificato: “La Strada di Fellini è il film che forse ho amato di più. Mi identifico con quel film nel quale c’è un implicito riferimento a san Francesco. Credo poi di aver visto tutti i film con Anna Magnani e Aldo Fabrizi, quando avevo tra i 10 e i 12 anni. Devo la mia cultura cinematografica soprattutto ai miei genitori che ci portavano spesso al cinema”.

Ma Fellini ed il mondo dello spettacolo, in genere, non sempre sono stati apprezzati dal mondo ecclesiale come veicolo di inculturazione della fede. Nonostante qualche incomprensione tra il regista riminese ed alcuni prelati il film ha avuto una buona accoglienza dalla critica cattolica, tantochè poco dopo l’uscita del film, Dominique Aubier su ‘Cahiers du Cinéma’, la più prestigiosa rivista cinematografica francese, scrisse:

“La Strada è un film che tratta del sacro, di quel bisogno primitivo e specifico all’uomo che ci spinge ad andare oltre, all’attività metafisica, sia sotto forma religiosa che sotto quella artistica. Sembra che Federico Fellini sappia perfettamente che questo istinto è all’origine sia delle religioni che dell’arte”.

E nel maggio 1957 recensendo il film su ‘La rivista del cinematografo’ il critico Giacinto Ciaccio così poteva scrivere: “Ne ‘La strada’ il genere di poesia è diverso e multiforme. Qui, nel personaggio di Gelsomina, la poesia sembra scaturire da un cantico del Vangelo, per quella mortificazione di creatura abbandonata quasi dagli uomini e dal destino che diviene il poema della solitudine fiorito dagli stracci, dal grottesco, dalla bestialità. Un altro personaggio, il ‘matto’, è dotato di una poesia funzionale che qualche critico, svisandola, ha definito letteraria.

Qualcosa di vero c’è, nella sostanza della definizione, ma gli elementi che formano il personaggio (il sassolino dell’apologia, il mestiere di funambolo, la sua vena stramba, e soprattutto la sua morte nell’innocenza di quel prato disteso sotto il cielo) sono materia di poesia, sensazione di poesia che va diritta al cuore”.

Nonostantre ciò i rapporti artistici tra Fellini e le autorità ecclesiali non sono sempre ‘idilliaci’:un caso particolare ha riguardato il film ‘La dolce vita’, che fu proiettato al Centro San Fedele a Milano, gestito dai Gesuiti, suscitando dure prese di posizione della curia vaticana, come ha raccontato padre Angelo Arpa, il padre della Compagnia di Gesù che era amico di Fellini sin dagli anni ’50:

“Feci proiettare La dolce vita prima al Centro San Fedele di Milano e poi all’Istituto Arecco di Genova. A Milano le reazioni fra i presenti furono favorevoli, ma l’eco in Vaticano fu quanto mai negativa. Il direttore del Centro San Fedele, padre Nazareno Taddei, venne destituito, mentre io fui severamente ammonito nelle alte sfere. Alla proiezione presso l’Istituto Arecco di Genova c’era anche il cardinale Siri, che era presidente della Conferenza Episcopale Italiana, una vera potenza in Vaticano.

Dopo la proiezione, Siri mi chiese: ‘Cosa ne pensa?’. ‘Dal punto di vista del linguaggio, è un film nuovo e originale’, gli risposi. ‘E dal punto di vista morale?’, mi chiese. ‘E’ un film che può far riflettere’, gli risposi. ‘Lo farò vedere ai miei seminaristi’, mi disse. Successivamente scrisse una bellissima lettera a Fellini. Ma neppure l’opinione del cardinale Siri valse a nulla presso il Vaticano”.

Ebbi l’occasione di sentire, a metà degli anni ’90, al Festival del Cinema di Venezia sul senso religioso nelle opere filmiche di Federico Fellini, padre Nazareno Taddei, che nel 1960 pubblicò sulla rivista ‘Letture’ uno studio sul film ‘La dolce vita’, facendo tanto scalpore, ma tracciava un nuovo sentiero per una visione cattolica dell’opera d’arte:

“In questo senso ‘La dolce vita’ resta ancora un film sostanzialmente cristiano, nonostante le sue incertezze o almeno, nella più severa delle interpretazioni, un film precristiano, in quanto, dopo aver testimoniato il crollo dei miti nell’èra che muore, prospetta le basi naturali sulle quali si profila e può radicarsi l’esigenza cristiana…

Concludendo: questo nuovo film di Fellini non solo ha aperto una nuova strada cinematografica, ma ha fatto col cinema un’opera imponente di pensiero e di pensiero perlomeno naturaliter cristiano. Un’opera tra le più vive sulla crisi del mondo contemporaneo e sulle prospettive future dell’umanità”.

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