I tempi della lode

Alla domanda sulla definizione del tempo, sant’Agostino risponde così: “Se nessuno me lo domanda, io lo so; se voglio spiegarlo a chi me lo domanda, non lo so” (Confessioni XI, 14). Sappiamo bene che l’esperienza umana del vivere all’interno del tempo oscilla tra la sicurezza dell’essere stato di un evento e l’incertezza del futuro sfuggente al controllo umano. Sant’Agostino coglie il problema ontologico del tempo nell’essere dell’adesso e scopre la dimensione dell’interiorità come coscienza del tempo nella distensio animi della memoria, dell’attenzione e dell’attesa.

In ambito biblico-teologico, il tempo si inscrive nel divenire della historia salutis che è aperta verso il futuro in cui Dio è eterno perché è Signore del tempo. L’apocalittica è il tempo dell’assenza di Dio salvatore e tempo del rischio della fede che, armonizzando temporalità ed escatologia, dona significato alla storia il cui senso si rivelerà nel futuro. Al centro del tempo c’è la felicità intessuta di dolore. Il rapporto originario dell’uomo biblico con il tempo è contrassegnato dalla gioia del vivere, pur facendo esperienza della sofferenza, perché il Dio è amante della vita: Tu, infatti, ami tutte le cose che esistono e non provi disgusto per nessuna delle cose che hai creato; se avessi odiato qualcosa, non l’avresti neppure formata…Signore amante della vita (Sap 11, 24.26). Dio spinge l’uomo a fruire della gioia dei beni creati e a saperli gustare. La constatazione che la creazione, uscita dalle mani di Dio come bella e buona, è attraversata dal male a causa del peccato, non esime l’uomo alla ricerca della felicità. La croce non è fine a se stessa perché da essa esplode la risurrezione come evento centrale dell’esperienza cristiana.

Il rapporto dell’uomo con lo spazio e il tempo è un’esperienza di trasformazione e di contemplazione, d’impegno e d’attesa. Il tempo diventa spazio in cui la vita riceve il suo senso come espressione di un dono che attende di essere ricambiato con gioia.

Il tempo non è solo spazio di utilità sociali mediante l’esercizio di attività che appartengono all’universo mercantile, il tempo è anche alveo della festa come rigenerazione umana. Banalizzare e volgarizzare è tipico gesto dell’uomo senza qualità umane e senza memoria culturale. L’uomo che lavora per la trasformazione della propria coscienza e si apre al mistero e alla trascendenza, è la creatura che ha capito cosa è il dono di Dio.

La santa Scrittura, rivelazione del Dio trascendente, si apre e si chiude con lo sguardo sul tempo: In principio Dio creò il cielo e la terra (Gen 1,1), Sì, vengo presto! (Ap 22,20). Dio, nella sua essenza, non è visto in modo astratto, come avviene in Platone e in Aristotele, ma nel suo modo di rivelarsi attraverso i suoi interventi nella storia del mondo e dell’uomo. Non esiste, come nelle concezioni pagane, un tempo primordiale in cui si svolge una storia divina, perché l’atto creativo segna l’inizio assoluto del nostro tempo, ma già Dio preesisteva. L’uomo vive nel tempo, Dio nell’eternità senza tempo. E’ dunque necessario eliminare una duplice tentazione: sia la divinizzazione del tempo, pensiamo al dio Cronos del panteon greco, sia la negazione di ogni significato dinanzi a Dio, come fa l’Islam. Dio, eterno e infinito, regola e governa allo stesso modo sia i cicli della natura, che chiamiamo “tempo cosmico”, sia il fluire degli avvenimenti, che chiamiamo “tempo storico”, e li proietta verso lo stesso fine.

Il tempo cosmico è di natura ciclica, il tempo storico differisce qualitativamente dal tempo cosmico che lo assume trasfigurandolo a immagine dell’uomo e in rapporto con gli eventi della vita umana. Dio orienta il tempo verso una fine misteriosa in cui raggiungerà il suo termine e la sua pienezza.

Con l’avvento di Gesù è arrivata la fine verso cui erano orientati tutti i tempi preparatori. Con lui è giunta la pienezza dei tempi (Gal 4,4; Ef 1,10). Egli, infatti, lo proclama sin dagli inizi della sua predicazione: I tempi sono compiuti e il regno di Dio è vicino (Mt 1,15). All’interno di questo disegno divino si è verificato l’unico evento che definisce tutto in termini di “prima” e di “dopo”. San Paolo, lo afferma con chiarezza quando, nella lettera agli Efesini, si rivolge a tutto il mondo pagano: Ricordatevi che un tempo, voi, pagani nella carne…eravate senza Cristo, esclusi dalla cittadinanza d’Israele, estranei ai patti della promessa, senza speranza e senza Dio nel mondo (2, 11-12).  Scrivendo ai Colossesi, l’Apostolo così afferma: Un tempo anche voi eravate stranieri e nemici…ora egli li ha riconciliati nel corpo della sua carne mediante la morte, per presentavi santi, immacolati e irreprensibili dinanzi a lui (1, 21-22). Gesù, partecipando alla nostra esperienza di tempo, non è soltanto al centro della sua durata terrena, ma lo domina tutto intero portandolo al suo pieno compimento. Nelle parabole, infatti, aveva già lasciato intravedere il lungo peregrinare del tempo verso una pienezza futura quando, dopo l’Ascensione in cielo, ritornerà nella gloriosa della parusia per consumare la realizzazione delle promesse profetiche (At 1,11).

Già nell’Antico Testamento, gli interventi di Dio cominciarono a fare del tempo cronologico, un tempo di salvezza, anzi, una storia di salvezza. Dopo l’Incarnazione di Gesù, infatti, l’evento unico della salvezza si è innestato nel tempo storico. Il Verbo incarnato ha unificato e ricapitolato in Lui che è Alfa e Omega, Principio e Fine (Ap 1, 8) verso cui tende quanto vi è in cielo e in terra. La Chiesa-Sacramento ha lo scopo di fare del tempo che scorre una historia salutis congiungendo ogni “goccia di tempo” a Cristo e la sua azione salvifica. Nella divina Liturgia, infatti, è Cristo che opera nel tempo e nello spazio, e dove c’è Cristo c’è salvezza.

Nel Verbo il Padre crea il tempo e lo dona al mondo mediante il Verbo. Nell’inno delle domeniche di quaresima, nell’ufficio delle Letture, è denominato con l’apposizione omnium rex atque factor temporum. Il tempo è così ordinato a realizzare e a rivelare la ricchezza del Pensiero-Parola di Dio creatore e fattore del succedersi dei ritmi tempo e lui stesso fattosi tempo. Il Pantocrator architetta e realizza l’incarnazione del Verbo eterno nel tempo per rivelare l’Amore che è il costitutivo di Dio.

Dio crea il tempo e lo dona al mondo mediante il suo Verbo; lo dona come l’alveo che deve accogliere Colui che del tempo è la pienezza: Cristo Gesù. Con l’Incarnazione del Logos ha inizio la più grande avventura teantropica: l’Eterno Infinito s’incarna nel tempo finito della storia umana. Il tempo cosmico e il tempo storico diventano tempo liturgico, mediante il quale Dio “atemporale” ed eterno opera nel tempo con le stesse azioni salvifiche che Cristo ha compiuto nel tempo. In Cristo non c’è più distanza temporale ma presenza intima con Lui protesa verso il futuro. Nella liturgia non c’è più nostalgia del passato ma nostalgia del futuro. Nel “già” e “non ancora”, pregustiamo, per Lui, con Lui e in Lui, l’eternità nel tempo. Per la divina Liturgia, il tempo è l’attuazione dell’unica legge: per il governo della pienezza dei tempi: ricondurre al Cristo, unico capo, tutte le cose, quelle nei cieli e quelle sulla terra (Ef  1,10).   

                                                   Christus heri et hodie,

                                                    finis et principium,

                                                   Christus alpha et omega,

                                                   ipsi gloria in saecula.

Parafrasando l’acclamazione della liturgia della Veglia pasquale, questo è stato il grido di lode  dell’apertura e della chiusura della Porta Santa che ha posto fine al secondo millennio cristiano e ha introdotto la Chiesa nel lungo e faticoso cammino del nuovo millennio. È Cristo il fine, lo scopo, il soggetto e la materia della vera arte liturgica: Lui, Dei Verbum fatto carne per noi uomini e per la nostra salvezza. Lui, Lumen Gentium celebrato e cantato dalla Chiesa e nella Chiesa. Lui, Gaudium et Spes della storia e del mondo.

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