L’AC nella strada del Concilio Vaticano II

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Per ricordare i 50 anni del Concilio Vaticano II si è svolto a Roma il convegno ‘Il Concilio in azione. La recezione dell’Azione cattolica nelle chiese d’Italia’, che ha portato a compimento un progetto complessivo iniziato nel 2010 dall’Isacem – Istituto per la storia dell’Azione cattolica e del movimento cattolico in Italia Paolo VI.

Le tappe che hanno scandito il progetto hanno reso tangibilmente presente l’articolazione, che si è snodata per restituire un quadro ricco, ancorché non esaustivo, sul contributo offerto dall’Azione cattolica alla preparazione, celebrazione e recezione del Concilio.

In una prima fase si è lavorato al completamento del riordino e della predisposizione degli strumenti per la consultazione di una serie di fondi archivistici, indispensabili per supportare la ricerca degli studiosi coinvolti.

Successivamente, nel 2012, in apertura delle celebrazioni della ricorrenza dell’apertura del Vaticano II, è stato promosso, insieme alla rivista ‘Dialoghi’ e all’Istituto Vittorio Bachelet, il seminario metodologico ‘Il Concilio davanti a noi’, per affinare il quadro interpretativo dentro al quale collocare gli approfondimenti necessari.

Su questo solco, è stato avviato il censimento sistematico dei discorsi di papa Roncalli sull’associazione, confluito in ‘Il cammino è quello giusto. Giovanni XXIII all’Azione cattolica’, al quale ha fatto seguito, in una linea di continuità, la raccolta degli interventi di papa Montini, condensati in ‘Sempre più degna della sua storia bellissima. Paolo VI all’Azione cattolica’.

Per comprendere meglio come l’Azione Cattolica ha attuato il Concilio Vaticano II abbiamo rivolto alcune domande al dott. Paolo Trionfini, direttore dell’Isacem-Istituto per la storia dell’Azione cattolica e del movimento cattolico in Italia Paolo VI: quale è stata la recezione del Concilio Vaticano II nell’Azione Cattolica?

“L’Azione cattolica italiana, si può dire, visse il Concilio secondo i ritmi della Chiesa: attraverso la preghiera, accogliendo le intenzioni di Giovanni XXIII nella fase preparatoria; nell’approfondimento dei temi in discussione nel corso delle sessioni; nel tenere viva l’attenzione durante le intersessioni; nel rilancio dei documenti, via via che venivano approvati dai padri conciliari e assunti da Paolo VI.

Va registrata, insomma, una simbiosi che costituì il tratto qualificante anche della recezione conciliare. Colpisce, riprendendo in mano la stampa associativa, recuperando le iniziative messe in cantiere in quel periodo, rivisitando le comunicazioni inviate al tessuto diffuso delle realtà periferiche, l’interesse mostrato verso il Concilio Vaticano II.

Certo anche l’Azione cattolica non si sottrasse al senso di sorpresa generalizzata che colse soprattutto la Chiesa italiana al momento dell’annuncio del Vaticano II di Giovanni XXIII. Ma, attingendo al patrimonio vivo di una tradizione radicata, seppe sintonizzarsi ben presto sulla lunghezza d’onda, per restare all’interno della metafora, della trasmissione del Concilio.

Questa tensione seppe esprimerla attraverso la condivisione sempre più larga delle istanze conciliari presso tutto il ‘popolo di Dio’, come avrebbe affermato ‘Lumen gentium’. Non c’è lo spazio per approfondire questa osservazione evocativa, ma basti il richiamo emblematico allo spazio dedicato al Concilio Vaticano II sui periodici destinati alle sezioni minori, per coinvolgere anche i più piccoli nel processo di recezione conciliare”.

Cosa ha significato per l’Azione Cattolica optare per la scelta religiosa?
“In questo processo, si intravede la prima peculiarità che proietta l’Azione cattolica nel post-concilio: la tensione a tradurre le risultanze del Concilio Vaticano II, per riprendere la parole di Vittorio Bachelet, come ‘educazione del popolo’.

L’associazione, per dirla in una battuta, si assunse l’impegno di diffondere capillarmente il lascito del Concilio Vaticano II, relativizzando la distinzione tra centro e periferia che aveva dominato l’ecclesiologia fino ad allora.

Come il recente convegno ha messo in evidenza, il Concilio Vaticano II fu tradotto nelle chiese locali secondo modalità peculiari e arricchenti, che rispecchiavano le tradizioni specifiche di ogni realtà, perfino al di là del ruolo conosciuto dai singoli vescovi, pur all’interno di un riferimento condiviso.

Si attuò, insomma, una recezione multiforme delle risultanze del Vaticano II, che, tuttavia, non arrivò ad annullare il ‘sentire comune’. La seconda peculiarità si ricava, riprendendo ancora una volta una sottolineatura di Vittorio Bachelet, dalla tensione a tradurre il Concilio Vaticano II nella sua integralità, contro la tentazione di enfatizzare alcune acquisizioni che s’insinuò in altre componenti della comunità cristiana, perfino con interpretazioni riduttive o strumentali”.

In quale modo oggi l’Azione Cattolica è testimone dei frutti del Concilio Vaticano II?
“La scelta religiosa è stata il modo proprio dell’Azione cattolica di accogliere la provocazione del Concilio. In questa prospettiva, non si può non ricordare come la maturazione verso questo approdo cominci addirittura prima dell’inizio dei lavori conciliari, mentre la macchina preparatoria del Vaticano II era a pieno regime.

Il 5 gennaio 1962, infatti, ricevendo i partecipanti alle rispettive iniziative promosse, papa Giovanni XXIII tenne un discorso al Movimento laureati e all’Unione uomini di Azione cattolica, nel quale, alla luce della Costituzione apostolica ‘Humanae salutis’ con la quale aveva indetto il Vaticano II, richiamò i presenti ‘ancora e sempre’, come del resto aveva avuto modo di esprimersi in altre occasioni, su ‘quella preminenza dei valori soprannaturali, che non Ci stanchiamo di inculcare al clero ed al laicato cattolico’.

Si tratta, appunto, del nucleo originario della scelta religiosa, che poi fu condiviso nel faticoso, perché maturato attraverso un confronto largo con tutta l’associazione anche nelle istanze di base, processo di rinnovamento, che culminò nel nuovo Statuto del 1969.

Bachelet chiarì limpidamente la scelta compiuta dall’Azione cattolica: ‘in passato ha fatto molte varie e nobili cose; ma ora ha ritenuto che fosse suo compito proprio puntare sui valori essenziali dell’annuncio evangelico e della vita cristiana, concorrendo col proprio apporto agli aspetti più sostanziali e profondi della costruzione e della missione della Chiesa’.

A distanza di 50 anni quale valore ha il decreto ‘Apostolicam Actuositatem’ per l’Azione Cattolica?
“Va precisato, innanzitutto, che ‘Apostolicam actuositatem’ deve essere letta nel quadro complessivo dei testi conciliari, all’interno del quale si può cogliere la forte sollecitazione contenuta in questo decreto del Concilio Vaticano II, che anche oggi provoca l’Azione cattolica a una vigorosa, anche se rispettosa, affermazione non solo della partecipazione, ma della corresponsabilità dei laici nella vita della Chiesa, rompendo, come è avvenuto con il Concilio Vaticano II, con una stratificata e consolidata mentalità, contrassegnata da parte del clero da atteggiamenti esclusivisti e da parte dei laici da remore e pavidità”.

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