Papa Francesco: sapienza del cuore è comprendere il mistero del dolore

Cosa è la “sapienza del cuore”? Papa Francesco ce lo ricorda nel messaggio per la Giornata del Malato del 2015. Il tema di quest’anno è tratto da un’espressione del Libro di Giobbe: «Io ero gli occhi per il cieco, ero i piedi per lo zoppo». La sapienza del cuore, spiega il Papa è “un atteggiamento infuso dallo Spirito Santo nella mente e nel cuore di chi sa aprirsi alla sofferenza dei fratelli e riconosce in essi l’immagine di Dio” spiega il Papa, “è servire il fratello.” Il Papa si compiace dei tanti cristiani che con “la loro vita radicata in una fede genuina, di essere “occhi per il cieco” e”piedi per lo zoppo”! Persone che stanno vicino ai malati che hanno bisogno di un’assistenza continua, di un aiuto per lavarsi, per vestirsi, per nutrirsi.” Un servizio che diventa faticoso quando è protratto nel tempo “è difficile accudire una persona per mesi o addirittura per anni, anche quando essa non è più in grado di ringraziare. E tuttavia, che grande cammino di santificazione è questo! In quei momenti si può contare in modo particolare sulla vicinanza del Signore, e si è anche di speciale sostegno alla missione della Chiesa.”

C’è poi lo “stare insieme” al malato, un tempo santo:“Quale grande menzogna invece si nasconde dietro certe espressioni che insistono tanto sulla “qualità della vita”, per indurre a credere che le vite gravemente affette da malattia non sarebbero degne di essere vissute!”

E poi Sapienza del cuore è uscire da sé verso il fratello a dispetto della fretta, della frenesia del fare, del produrre, “si dimentica la dimensione della gratuità, del prendersi cura, del farsi carico dell’altro.” Invece il cristiano è generoso anche con il suo tempo perchè esce da se e va in missione. Infine, dice il Papa , “Sapienza del cuore è essere solidali col fratello senza giudicarlo. La carità ha bisogno di tempo. Tempo per curare i malati e tempo per visitarli.”

Partendo dalla storia di Giobbe il Papa spiega: “gli amici di Giobbe nascondevano dentro di sé un giudizio negativo su di lui: pensavano che la sua sventura fosse la punizione di Dio per una sua colpa. Invece la vera carità è condivisione che non giudica, che non pretende di convertire l’altro; è libera da quella falsa umiltà che sotto sotto cerca approvazione e si compiace del bene fatto. L’esperienza di Giobbe trova la sua autentica risposta solo nella Croce di Gesù, atto supremo di solidarietà di Dio con noi, totalmente gratuito, totalmente misericordioso.”

Il Papa conclude ricordando che “l’esperienza del dolore può diventare luogo privilegiato della trasmissione della grazia e fonte per acquisire e rafforzare la sapientia cordis. Si comprende perciò come Giobbe, alla fine della sua esperienza, rivolgendosi a Dio possa affermare: «Io ti conoscevo solo per sentito dire, ma ora i miei occhi ti hanno veduto» (42,5). Anche le persone immerse nel mistero della sofferenza e del dolore, accolto nella fede, possono diventare testimoni viventi di una fede che permette di abitare la stessa sofferenza, benché l’uomo con la propria intelligenza non sia capace di comprenderla fino in fondo.”

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