La grandiosa amarezza di Sironi

La bella e significativa mostra “Mario Sironi 1885-1961” sarà visitabile al Complesso del Vittoriano fino all’8 febbraio 2015. Sironi, probabilmente il pittore italiano storicamente più importante del ‘900, lascia in chi guarda le sue opere un senso di ammirazione, ma anche di amarezza che noi interpretiamo come il lascito del “secolo breve”.

Oscurato e imbarazzante a causa della sua stretta vicinanza a Benito Mussolini e per i suoi legami con Margherita Sarfatti e il “ritorno all’ordine classico” del gruppo di “Novecento”, Sironi è stato rivalutato da critici e storici dell’arte e apprezzato per la sua genialità e versatilità pittorica. Nel catalogo l’ottima curatrice della mostra Elena Pontiggia ha scritto: «Sironi è stato mussoliniano ma, per parafrasare Vittorini, non ha mai suonato il piffero della rivoluzione fascista perché la sua arte, intrisa di dramma, era più funzionale alla verità che alla propaganda». Un assunto che va calibrato poiché l’equazione tra Fascismo e “propaganda”, suggerisce l’immagine del Fascismo come di una ideologia fatua e inconcludente e svalorizza il duro compito culturale e politico che è stato necessario all’Italia per sgretolare quel regime. Del Fascismo – una tragica forma di mitologia politica dell’intero popolo italiano – Sironi ha costruito la proiezione grafica più convincente e meno propagandistica (e qui adoperiamo anche noi questa espressione), più di Sartorio. Poiché è proprio lì dove Sironi dipinge meglio che è più vicino al Fascismo e non il contrario.

Attraverso le sue opere di disegno, di pittura, di mosaico, di affresco, di grafica pubblicitaria ed editoriale – molte provenienti dall’“Archivio Sironi” di Romana Sironi – la mostra ricostruisce efficacemente la complessa attività di Sironi, ripercorrendo tutte le stagioni della sua attività, dagli esordi simbolisti fino al periodo divisionista, dal periodo futurista a quello metafisico, dal gruppo del Novecento Italiano, ai lavori di grafica per il PNF, fino alle opere del secondo dopoguerra commissionate per le campagne pubblicitarie della 500 e della 600 Fiat. Sironi ha intuito che i linguaggi della pittura – quali che siano – trovano la loro maggiore efficacia quando sono utilizzati per sublimare e simbolizzare contenuti esterni alla pittura.

Il fulcro ideativo della straripante tecnica pittorica e grafica di Sironi è nella rivisitazione novecentesca – nutrita, però, di molteplici suggestioni avanguardistiche – della tradizione classicistica e romanistica. L’elemento monumentale ed epico presente nella scultura romana antica è stato trasferito da Sironi in raffigurazioni di severità e di potenza, di grandezza e di vitalità attraverso le quale si materializzava il messaggio politico ed ideologico ottimistico e volitivo del Fascismo. Fu quindi l’artefice principale di quell’equivoco storico e culturale rappresentato dal parallelismo fra Mussolini ed Augusto e fra il lavoratore novecentesco e il “Miles romanus” in cui si compendiarono le tragiche illusioni di più generazioni di italiani. I dipinti: “Il lavoratore” (1936) e “L’Impero” (1936), mostrano come la grandiosità della Città Eterna abbia influenzato profondamente la concezione dell’arte di Sironi.

L’arte di Sironi è stata copiata e saccheggiata da molti pittori italiani nel secondo ‘900, sotto questo aspetto la mostra al Vittoriani è davvero istruttiva poiché esibisce gli archetipi e gli abbozzi di tante esperienze pittoriche rielaborate da altri. Interessanti sono i paesaggi urbani e le cime di montagna in cui la lezione cubista si contamina con una sensibilità tutta italiana per il paesaggio naturale e cittadino. Stupefacenti sono gli scorci di periferia industriale nei quali la geometria condensa l’alienazione e il sacrificio di sé.

Mario Sironi ha battuto, però, anche altre vie, diverse dal monumentalismo solenne e dal dinamismo astratto e geometrico di matrice futurista così funzionali a Fascismo. C’è un Sironi intimista, un Sironi metafisico, un Sironi addirittura informale e surrealista, fino all’ironico quadretto del 1961 intitolato “Il mio funerale” nel quale una scabra ironia conclude con sorridente malinconia una vita spesa ad esaltare – al di là delle sue stesse umane convinzioni – la forza e la grandezza umane. In questo scarto fra lo slancio epico dell’anima e l’immagine allo specchio, compunta, ritratta, sgomenta c’è tutta la dialettica interiore di Mario Sironi e l’ambivalenza del suo mito.

Nella foto: Mario Sironi, “L’allieva”, 1924.

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