“Il prete non è prete per sé”. Basta con le polemiche!

Questa dev’essere, certamente, l’epoca dei sacerdoti! Ormai da diversi anni, infatti, come in un crescendo tutt’altro che armonioso, si continua a (s)parlare di coloro che “in virtù dell’unzione dello Spirito Santo, sono segnati da uno speciale carattere che li configura a Cristo sacerdote, in modo da poter agire in nome di Cristo, capo della Chiesa” (Presbyterorum Ordinis, 2). Gli argomenti volti a danneggiare la figura del sacerdote sono diventati, nel giro di poco tempo, variegati, squallidi e ignominiosi: pedofilia, collusione con la mafia, intrallazzi economici, favoreggiamenti politici, attaccamento alle cose materiali, non rispetto della castità… e chi più ne ha più ne metta! Tutti ben appostati, insomma, – talvolta come mercenari assoldati da un certo tipo di stampa o di potere politico-economico – per colpire alle spalle il nemico numero uno della fede cristiana. E’ da questa radice, infatti, quella più intimamente legata al sacerdozio di Cristo, che proviene il benessere spirituale della Chiesa. “Se comprendessimo bene – diceva il Santo Curato d’Ars – che cos’è un prete sulla terra, moriremmo: non di spavento, ma di amore… Lasciate una parrocchia, per vent’anni, senza prete, vi si adoreranno le bestie… Il prete non è prete per sé, lo è per voi”.

Usare poi la figura di don Pino Puglisi (come accaduto recentemente) sfruttandone indebitamente l’immagine, per declassare gli altri sacerdoti, definendoli – rispetto a Puglisi – pavidi e indifferenti nei confronti della criminalità mafiosa, è una manovra vile e non corrispondente con la realtà che, tra le altre cose, è molto più luminosa di quanto si pensi. Se guardiamo, poi, alla vita dei Santi ci rendiamo conto che in nessuno di essi era assente la figura di un sacerdote che, come guida spirituale, lo aiutasse a comprendere la volontà di Dio.
La sensibilità oggi molto carente nei confronti del sacerdozio va valutata a 360°. Non possiamo, infatti, fare distinzioni tra i sacerdoti maggiormente esposti e meno esposti alle pressioni della criminalità organizzata, vantando le gesta degli uni e guardando con meschinità gli altri, mentre intanto il demonio se la ride di gran gusto.

Smettiamola di considerare il sacerdote come l’impiegato del Vaticano che svolge lavori di ufficio, “egli – diceva Benedetto XVI, a conclusione dell’Anno Sacerdotale 2009-10 – invece fa qualcosa che nessun essere umano può fare da sé: pronuncia in nome di Cristo la parola dell’assoluzione dai nostri peccati e cambia così, a partire da Dio, la situazione della nostra vita. Pronuncia sulle offerte del pane e del vino le parole di ringraziamento di Cristo che sono parole di transustanziazione – parole che rendono presente Lui stesso, il Risorto, il suo Corpo e suo Sangue, e trasformano così gli elementi del mondo: parole che spalancano il mondo a Dio e lo congiungono a Lui. Il sacerdozio è quindi non semplicemente «ufficio», ma sacramento: Dio si serve di un povero uomo al fine di essere, attraverso lui, presente per gli uomini e di agire in loro favore. Questa audacia di Dio, che ad esseri umani affida se stesso; che, pur conoscendo le nostre debolezze, ritiene degli uomini capaci di agire e di essere presenti in vece sua – questa audacia di Dio è la cosa veramente grande che si nasconde nella parola «sacerdozio»”.

Sono tanti i sacerdoti che nella loro quotidianità, testimoniano Cristo con gioia e saggezza: nella cura pastorale della loro Parrocchia, tra i poveri, gli immigrati, le famiglie, i giovani, nella Carità, nei Sacramenti ecc. Tutto questo dentro un rapporto di vicinanza pastorale, di amicizia o di semplice ascolto. Ma soprattutto c’è un Magistero nella Chiesa (encicliche, lettere apostoliche e documenti vari) che parla della dignità e dell’importanza dei sacerdoti e che vale la pena riprendere in mano per conoscere davvero la loro identità ecclesiale e la bellezza contenuta nel loro ministero.

Papa Francesco, durante la visita pastorale a Cassano all’Jonio, diceva ai sacerdoti: “Vorrei prima di tutto condividere con voi la gioia di essere preti. La sorpresa sempre nuova di essere stato chiamato, anzi, di essere chiamato dal Signore Gesù. Chiamato a seguirlo, a stare con Lui, per andare agli altri portando Lui, la sua parola, il suo perdono… Non c’è niente di più bello per un uomo di questo, non è vero? Quando noi preti stiamo davanti al tabernacolo, e ci fermiamo un momento lì, in silenzio, allora sentiamo lo sguardo di Gesù nuovamente su di noi, e questo sguardo ci rinnova, ci rianima…”.

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