Teresa, Ettore, Dio e gli ultimi

Teresa è una giovane donna inquieta, con grandi aspirazioni, una grande voglia di amare e di essere amata, con grandi energie che non sa come incanalare. Tutta la sua vita è caratterizzata dai tentativi di dare senso e risposta a questa sua sofferenza della mente che non si acquieta mai. Poco più che adolescente dall’Abruzzo in cui è nata e cresciuta va a Roma e studia recitazione. Vuole fare l’attrice e lo diventa. E’ brava, viene ricercata anche da grandi registi, ma non è contenta. Sentimentalmente è ancora più insofferente, dopo un breve matrimonio fallito. A ventisette anni inizia il tunnel del buio,  della depressione. Si chiude in casa per quasi tre anni. Poi, una luce: nel ritrovare Dio Teresa pensa che la sua vita riprenda quota, trovi un’ancora forte a cui aggrapparsi. Ma è ancora fatica, difficoltà, incomprensioni, tentare mille strade e tornare sempre al punto di partenza. Teresa sperimenta quel che capita a molte altre: donne che non vogliono, o non riescono, a trovare una dimensione familiare, vorrebbero vivere una vita dedicata agli altri e magari non hanno una vocazione abbastanza chiara. Passano da un gruppo all’altro, cercano modalità diverse per vivere quotidianamente la propria fede e si sentono frustrate: chi sono veramente?  Laiche, suore, consacrate, o niente di tutto ciò?

A questo punto la domanda sorge spontanea: di che si sta parlando? Di un romanzo? Della vita di una persona che faccia da paradigma di una certa situazione sociale? Stiamo parlando di un libro, ma non è un romanzo, anche se per qualche verso lo si legge così. “Fratel Ettore. I miei giorni con il profeta degli Ultimi” (edizioni San Paolo ), scritto da Teresa Martino, non è appunto un romanzo, ma neppure una biografia in senso stretto e neppure un’autobiografia. Mescola un po’ le carte in tavola, l’autrice, e riesce a condensare in oltre cento pagine il racconto di vite straordinarie che si intrecciano, che si scontrano, che si inventano, che si illuminano anche quando il buio  è tutt’intorno. Teresa, infatti, arrivata ad un punto critico della propria esistenza – quando rifiuta una vita brillante e artistica, si ri-converte e decide di dedicare la propria esistenza a Dio, ma non trova un modus a lei adatto – a questo punto incontra fratel Ettore, ossia il camilliano Ettore Boschini, che ha dedicato tutta la sua vita ai poveri più poveri, che andava a raccogliere nei posti più impensabili, a cominciare dalla stazione centrale di Milano.

Solo attraverso quest’incontro Teresa capisce che cosa deve fare, ossia seguire quel sacerdote considerato da moltissimi “un bifolco rompiscatole”.  E qui si apre un capitolo davvero interessante: perché il racconto del rapporto con il religioso  non è affatto edulcorato, tiene conto delle difficoltà, anche delle spigolosità dei due caratteri. E lascia spazio ad una intensa riflessione anche sulla delicata questione del rapporto delle donne con la gerarchia ecclesiastica o con i vertici delle congregazioni o dei movimenti e delle opere varie. Teresa,  che ormai ha deciso e ha preso i voti, descrive con onestà intellettuale e con profonda umanità i suoi rapporti con il suo grande Amico, che “riceveva la mia generosa dedizione con gratitudine e come qualcosa di tacito. Abbastanza presto ci accorgemmo che in realtà, quel comportamento, era una consuetudine acritica, una comoda scorciatoia che evitava ad entrambi  confronto e crescita. Impiegammo quasi tutti i dieci anni a nostra disposizione per giungere a un effettivo scambio alla pari, e anch ì’io fui costretta a esaminare a fondo il mio modo di rapportarmi con il mondo maschile, cosa che non fu facile”.

E profondamente sincero è anche la descrizione dei rapporti all’interno dell’opera creata da fratel Ettore.  Anche se con le migliori intenzioni, pure chi decide di dedicarsi agli altri o decide di seguire una figura carismatica, come quella del camilliano Boschini,  può cadere nelle tentazioni del potere, della voglia di mettersi in mostra, in logiche settarie e in piccole faide interne, nella corsa a chi è più vicino al <capo> e chi è più fedele dei fedeli, più ortodosso e più attivo, in una inutile gara a chi è più <bravo e infervorato>.  Suor Teresa descrive anche i problemi affrontati quando, alla morte dell’amatissimo <fratello>, si ritrova, per precisa volontà del fondatore, a capo dell’opera da lui creata con immenso sacrifico e totale abbandono alla Provvidenza: tutto in mano a lei, una donna, una suora? Ebbene sì, così ha voluto fratel Ettore e così è avvenuto. Insomma, questo libro è doppiamente, triplamente interessante: la descrizione di una figura eccezionale – quella di fratel Ettore – per il vivido ritratto di un’altra esistenza a quella del religioso così strettamente intrecciata, quella della stessa narratrice di tutte le vicende, così vero e così attuale, per la forza e la positività che da queste pagine si sprigionano, rendendo più familiare e concreto il concetto che davvero chi decide di vivere il Vangelo fino in fondo, nella sequela di Cristo, “avrà il centuplo quaggiù”.

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