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Da Torino una lettera di tre sacerdoti per raccontare una periferia ‘visibile’
In una lettera-appello, i parroci don Andrea Bisacchi, don Marco Vitale e don Alessandro Rossi, della Fraternità del Sermig, si rivolgono ai giornali per offrire una prospettiva diversa sui quartieri torinesi di Barriera di Milano e Porta Palazzo.
“Gentile Direttore, siamo don Andrea Bisacchi, don Marco Vitale e don Alessandro Rossi della Fraternità del Sermig, parroci nelle parrocchie Maria Regina della Pace e San Gioacchino, quartieri Barriera di Milano e Porta Palazzo. Le scriviamo perché la violenza dei fatti di cronaca che interessano i nostri quartieri spaventa la gente: la situazione sta peggiorando (molto, troppo velocemente) eppure noi siamo convinti che, anche attraverso il suo giornale, Torino possa trovare il modo di ragionare su questi quartieri non solo in termini di paura, ma di percorsi possibili e molto concreti per una convivenza pacifica. Esistono spiragli di speranza che noi parroci, senza negare le grandi difficoltà, stiamo toccando con mano.
Negli ultimi mesi la morte violenta ha segnato due volte le strade di Barriera e Aurora. Il 2 maggio ha perso la vita Mahmood, 19 anni, a un centinaio di metri dalla parrocchia Maria Regina della Pace. Il 30 luglio a fianco alla parrocchia San Gioacchino è morto Courage di 30 anni, padre di una bambina di 3 anni. Ci siamo accorti subito che queste vicende riguardano vite ‘invisibili’.
Nelle ore successive abbiamo provato ad ascoltare la gente. Qualcuno chiudeva il discorso pensando che se la sono cercata. Qualcun altro pensa che, finché succede ‘tra di loro’, non ci riguarda. Altri ne approfittano per dare sfogo alla propria paura e per accusare le istituzioni di non fare abbastanza. E intanto le vite perdute restano invisibili.
Abbiamo provato a camminare nelle strade: la prima impressione è stata di vuoto. Nei luoghi della morte ci ha colpito il silenzio, negozi e bar chiusi, passanti che abbassavano la voce e passavano oltre con rispetto. Poco più in là continuava a vivere la città di sempre, con le sue contraddizioni.
Nei giorni successivi abbiamo organizzato due veglie di preghiera per ricordare chi ha perso la vita e per cercare di dare una risposta diversa alla paura che tutti sentiamo crescere in noi e attorno a noi. Contro ogni aspettativa sono stati incontri molto partecipati, centinaia di persone molto diverse tra loro: cristiani e musulmani, credenti e non credenti, parrocchiani, comitati di quartiere, associazioni, italiani e stranieri, amici e parenti dei giovani che hanno perso la vita ma anche tanta, tanta gente che non li conosceva. Ci è sembrato un segnale importante: sconosciuti che si incontravano per un dolore che chiede di non rimanere invisibile, chiede un gesto di bene, chiede di vincere l’indifferenza.
Nella preghiera ci siamo fatti guidare dalle Beatitudini e dal Vangelo che esorta a ricambiare il male con il bene. Era presente tutta la comunità cristiana di Barriera e Aurora: i Salesiani, il Cottolengo e le suore di San Gaetano; gli altri sacerdoti dell’Unità pastorale; le persone che ogni giorno fanno della strada la loro chiesa, come fra Luca Minuto, suor Paola Pignatelli e suor Julieta Esperanca; tanti parrocchiani, i ragazzi dell’Oratorio, Ernesto Olivero e la Fraternità del Sermig con tanti giovani.
Ecco, in quei momenti abbiamo visto le vite invisibili diventare ‘visibili’ in piccoli gesti di bene. Abbiamo respirato l’aria di una Chiesa dai confini sfumati, che può aiutare a costruire ponti e ad accogliere tutti, ognuno nella sua diversità. La preghiera è diventata occasione per respirare questa accoglienza e per piangere insieme, condividere la paura e non sentirsi soli. Guardavamo la folla, uomini e donne che camminavano su una strada di luce, fatta di solidarietà e condivisione.
Gentile Direttore, i problemi sono sotto gli occhi di tutti, ma Barriera e Aurora non sono solo problemi. La ringraziamo se potrà dare spazio anche ad una narrazione diversa di questi luoghi, perché vicino al buio noi abbiamo visto tanta luce, ed è proprio questa luce che ogni giorno ci spinge a vivere e ad amare questo territorio”.
(Foto: La Voce e il Tempo)
La Società San Vincenzo De’ Paoli invita a sostenere una classe di 25 ragazzi a Baskinta
Baskinta, un villaggio di montagna a 1.200 metri di altitudine, nel cuore dei monti libanesi, è un luogo che racconta tradizione e resilienza. Ma dietro la bellezza dei paesaggi, la crisi che da anni travolge il Libano si fa sentire con forza: svalutazione della moneta, inflazione galoppante, scarsità di beni essenziali. A tutto questo si è aggiunto il recente conflitto, che ha isolato ulteriormente i villaggi interni, colpendo agricoltura, trasporti e scuole.
In questo scenario, il rischio più grande è che i giovani perdano la possibilità di studiare. Troppo spesso, l’abbandono scolastico è il primo passo verso l’assenza di un futuro. Una risposta concreta: il progetto ‘Sostieni una classe oggi’.
Per dare un segnale di speranza, la Federazione Nazionale Italiana della Società di San Vincenzo De Paoli ODV, attraverso il Settore Solidarietà e Gemellaggi nel Mondo, ha lanciato l’iniziativa “Sostieni una classe oggi”.
Un progetto semplice ma potente: non adottare a distanza un singolo studente, ma un’intera classe di 25 ragazzi e ragazze, tra i 14 e i 18 anni, iscritti alla Scuola tecnica Saint Vincent Besançon di Baskinta. Giovani che, nonostante tutto, sognano ancora di studiare, formarsi e costruire il proprio domani.
Il progetto è realizzato in collaborazione con le Suore della Carità di Santa Giovanna Antida Thouret, presenti in Libano da oltre un secolo e profondamente radicate nella realtà educativa locale.
Cosa garantisce il tuo aiuto
Con un contributo annuale di soli 300 euro, il gruppo di sostenitori SAD potrà assicurare:
- la frequenza scolastica per tutti i 25 studenti;
- libri, quaderni, uniformi e altri materiali didattici;
- pasti quotidiani;
- trasporto;
- il sostegno agli insegnanti e al personale educativo;
- un ambiente scolastico più sicuro e dignitoso.
Perché è importante
Sostenere questo progetto significa molto più che garantire istruzione. È un messaggio forte: “Crediamo in voi. Non siete soli.”
È un seme di futuro che non riguarda solo gli studenti, ma le loro famiglie, la comunità scolastica e l’intero villaggio.
In un Libano che resiste tra mille difficoltà, la scuola resta uno dei pochi spazi in cui si può ancora respirare speranza.
Per saperne di più o attivare il tuo sostegno, clicca qui:
“Sostieni una classe oggi” – Società di San Vincenzo De Paoli
Ad Ancona i ragazzi hanno vissuto una giornata da ‘poveri’
Mettersi nei panni di un senzatetto, un migrante, una donna vittima di violenza, un povero o un ex detenuto: è stato il gioco in cui nel mese di marzo si sono confrontati 16 studenti del liceo ‘Galileo Galilei’ di Ancona con l’obiettivo di sperimentare le difficoltà e il senso di colpa che provano le persone più emarginate, come ha spiegato Stefano Ancona, volontario della Caritas che ha organizzato e gestito il gioco insieme all’associazione ‘Tenda di Abramo’: “Nella scuola c’è stato un gruppo di ragazzi interessati ad approfondire i temi dell’attualità e della solidarietà”.
A ciascuno dei partecipanti è stata consegnata una busta, con la scheda del personaggio, le istruzioni e la missione da compiere, quali ottenere un permesso di protezione internazionale, cercare un posto per dormire o trovare una coperta per allestire un letto di fortuna in macchina. I ragazzi hanno girovagato nella città, passando dal centro di ascolto, dalla mensa, dai dormitori fino alla scuola di italiano. Al termine di questo ‘gioco’ i ragazzi hanno riflettuto su come hanno vissuto la giornata, ha raccontato l’organizzatore: “Nessuno aveva mai pensato a cosa passano gli ultimi ed invece dopo l’esperienza è emersa sfiducia e frustrazione verso questa condizione”.
A distanza di alcuni mesi abbiamo chiesto a Stefano Ancona di raccontarci questo ‘gioco’:
“L’esperienza vissuta dagli studenti del liceo ‘Galileo Galilei’ di Ancona è nata dalla collaborazione tra la scuola, la Caritas diocesana di Ancona-Osimo e l’associazione ‘La Tenda di Abramo’. Questo ‘gioco di ruolo immersivo’ ha avuto origine dalla volontà di sensibilizzare i giovani sul tema della povertà estrema, permettendo loro di immedesimarsi, anche solo per poche ore, nella realtà quotidiana delle persone senza dimora. L’idea ha preso forma grazie al lavoro congiunto di educatori, volontari e operatori sociali che, conoscendo da vicino le difficoltà affrontate da chi vive in strada, hanno creato delle ‘schede personaggio’ con missioni ispirate a esperienze reali”.
Quale era lo scopo prefissato?
L’obiettivo principale era quello di andare oltre la semplice conoscenza teorica del fenomeno della povertà, offrendo un’esperienza diretta che potesse lasciare un segno profondo nei partecipanti. Non si trattava solo di “mettersi nei panni” di chi non ha una casa, ma di sperimentare in prima persona le difficoltà quotidiane: il freddo, i rifiuti ricevuti, la mancanza di un posto sicuro dove dormire e la necessità di muoversi continuamente per poter accedere ai pochi servizi disponibili”,
Quale è la situazione di povertà nella diocesi?
“Nella diocesi di Ancona, la povertà è una realtà che coinvolge sempre più persone. L’aumento del costo della vita, la precarietà lavorativa e la carenza di alloggi accessibili hanno spinto molte famiglie e singoli individui verso la marginalità. Il dormitorio comunale, purtroppo, dispone di soli 20 posti, un numero insufficiente rispetto al bisogno reale. Molte persone, tra cui numerosi stranieri in attesa di documenti, si trovano a vivere ai margini, senza un riparo stabile e senza accesso a servizi essenziali. La mensa diocesana Caritas ospita ogni sera oltre 120 persone.
Nel territorio sono carenti servizi importanti come docce pubbliche e i servizi di lavanderia, elementi indispensabili per chi vive in strada. Inoltre, non esistono servizi di accompagnamento stabili e duraturi che possano offrire un reale supporto per uscire dalla condizione di senza dimora. La frammentarietà degli interventi assistenziali costringe le persone a una continua ricerca di soluzioni temporanee, senza una prospettiva concreta di reinserimento”.
Come vive una persona senza fissa dimora?
“Chi vive in strada deve affrontare una serie di ostacoli costanti: la difficoltà di trovare un luogo sicuro dove riposare, l’accesso limitato ai servizi igienici, la necessità di cercare cibo ogni giorno e il peso dello stigma sociale. La giornata di una persona senza dimora è caratterizzata da un continuo spostamento tra i luoghi in cui può ricevere assistenza, intervallato da lunghe ore di attesa e solitudine. I servizi ‘a bassa soglia’ disponibili sono concentrati in alcune fasce orarie e in determinati punti della città, costringendo le persone a muoversi rapidamente per non perdere l’opportunità di mangiare, ricevere un cambio di vestiti, poter usufruire di una visita medica…
Questo porta ad una gestione della giornata estremamente frammentata: momenti di grande frenesia, in cui bisogna correre per non perdere l’apertura di una mensa o di un centro di ascolto, alternati a lunghi periodi di vuoto in cui non resta altro che aspettare, spesso da soli, senza un posto dove stare”.
Quali sono state le ‘reazioni’ dei partecipanti?
“L’iniziativa ha suscitato una forte risposta emotiva nei partecipanti. Molti studenti, pur conoscendo il tema della povertà, non si erano mai resi conto di quanto fosse difficile vivere senza una casa. Il peso dei ‘no’ ricevuti, la difficoltà di trovare un posto per riposare o semplicemente il freddo provato durante la giornata hanno reso l’esperienza estremamente toccante.
Dopo l’esperienza, i ragazzi si sono ritrovati per un momento di confronto, sorseggiando un tè caldo e condividendo le loro impressioni. Il senso di frustrazione e impotenza provato ha aperto un dibattito su cosa si potrebbe fare concretamente per aiutare chi si trova in difficoltà. Molti hanno espresso il desiderio di impegnarsi attivamente nel volontariato e nelle iniziative della Caritas.
Questa esperienza ha dimostrato che la consapevolezza nasce dal contatto diretto con la realtà. E’ fondamentale che le istituzioni, insieme alle associazioni e ai cittadini, lavorino per garantire servizi più adeguati e percorsi di accompagnamento reali per chi si trova in difficoltà. La speranza è che, attraverso iniziative come questa, si possa costruire una società più attenta e solidale, in cui nessuno venga lasciato indietro”.
(Tratto da Aci Stampa)
Le parrocchie si schierano contro il gioco d’azzardo
Giovedì 20 febbraio alla sede della Caritas Italiana è stato presentato il progetto ‘Vince chi smette’, attraverso il quale si promuovono percorsi di animazione comunitaria con l’obiettivo di sensibilizzare le comunità sul fenomeno dell’azzardo e sui rischi ad esso associati con lo scopo di costruire una coscienza critica collettiva e a promuovere azioni concrete di contrasto e prevenzione, in collaborazione con FICT (Federazione Italiana delle Comunità Terapeutiche), alla presenza di don Marco Pagniello, direttore di Caritas Italiana, il sociologo Maurizio Fiasco, l’economista Luigino Bruni, il presidente FICT Luciano Squillaci e padre Alex Zanotelli, moderati da moderati da Caterina Boca, che ha sottolineato il bacino d’utenza:
“Il progetto è rivolto alle comunità parrocchiali, abbiamo coinvolto la rete delle Caritas diocesane, chiedendo loro di aderire perché a loro volta possano attivare le comunità in un processo di sensibilizzazione e di formazione di una coscienza critica intorno al tema dell’azzardo… La ‘cassetta degli attrezzi’ del progetto è composta da fascicoli, che corrispondono a percorsi di animazione. Sono proposte di attività da svolgersi sui territori, che sono a loro volta suddivise in base alle categorie: per i ragazzi, i giovani adulti (giovani, giovani coppie, famiglie) e gli anziani. Siamo consapevoli che il linguaggio e gli strumenti da utilizzare per attivare le comunità cambiano in base all’età e all’esperienza”.
Infatti il fenomeno dell’azzardo ha assunto negli ultimi anni una dimensione preoccupante e non si registrano proposte e scelte politiche in grado di realizzare adeguate misure di contrasto, prevenzione e sostegno. Se il gioco è un esercizio singolo o collettivo liberamente scelto a cui ci si dedica per passatempo, svago, ricreazione, o con lo scopo di sviluppare l’ingegno o le forze fisiche, nell’ambito dell’azzardo, l’attribuzione della qualifica di gioco è del tutto fuori luogo.
L’azzardo è infatti un’attività in cui ricorre il fine di lucro, nella quale la vincita o la perdita sono elementi aleatori (l’elemento determinante è il caso), e l’abilità, la capacità o l’esperienza altrimenti riscontrati nel gioco, hanno un’importanza trascurabile ed ininfluente.
Dal 2013 è riconosciuto come patologia perché l’azzardo può dar luogo a una condizione patologica di dipendenza, consistente nell’incapacità cronica di resistere all’impulso del gioco, con conseguenze anche gravemente negative sull’individuo stesso, la sua famiglia e le sue attività professionali.
Nonostante la crescente consapevolezza di questa situazione, il fenomeno dell’azzardo continua a espandersi in modo preoccupante. Le slot machine, i gratta e vinci, le scommesse e i concorsi a premi sottraggono annualmente agli italiani circa € 85.000.000.000, rappresentando una spesa per le famiglie che si avvicina a quella per il cibo e supera quella per il riscaldamento domestico e le cure mediche; quindi è un invito a costruire reti civiche e solidali:
“Animare una comunità, per noi, vuol dire anche essere Chiesa in uscita, invitiamo tutti ad uscire dalle proprie comunità, individuando altri organismi che si occupano di azzardo con cui creare delle relazioni. Si può chiamare l’ente locale e invitarlo a degli incontri pubblici, ragionare insieme sulla presenza delle slot machine nel proprio territorio, mappare la propria zona. L’invito è a non rimanere isolati ma uscire e fare rete con i movimenti civici. ‘Vince chi smette’ è un progetto che vuole smuovere e costruire dal basso la coscienza delle persone. Siamo chiamati, in quanto cristiani, a interrogarci e affrontare il grave male che oggi affligge le nostre comunità”
Salutando i partecipanti il direttore della Caritas italiana, don Marco Pagniello, ha illustrato lo scopo del progetto: “La pratica dell’azzardo toglie dignità e giustizia. Vince chi smette è uno dei progetti giubilari perché ci aiuta ad aumentare la consapevolezza nelle nostre comunità rispetto ai rischi connessi alla pratica dell’azzardo, che non è mai un gioco. Liberare le persone dalle varie forme di dipendenza, come la pratica dell’azzardo, significa restituire dignità”.
Mentre il sociologo Maurizio Fiasco, consulente scientifico dell’Osservatorio ‘sul contrasto al gioco d’azzardo e alla dipendenza grave’, ha lanciato un appello contro la dipendenza d’azzardo: “Con l’azzardo ci troviamo di fronte a una costruzione raffinatissima, molto complessa. La dipendenza da azzardo si sviluppa in correlazione ad altri tipi di dipendenze. Un appello: appassionarsi a smontare il giocattolo. Investire, documentarsi, non aver fretta di giungere a delle conclusioni, verificare le conclusioni”.
Invece l’economista Luigino Bruni, docente alla LUMSA di Roma ha sottolineato il problema economico legato al gioco d’azzardo: “C’è un grande equivoco sul tema del ‘gioco’ patologico. Associare l’azzardo al gioco è un’umiliazione per il gioco vero, che è una delle capacità fondamentali dell’essere umano. L’azzardo tutto è fuorché un gioco. E’ una macchina mangia soldi, una struttura di peccato.
Non c’è solo un problema di patologia. L’azzardo è un problema economico, civile e spirituale. Non confiniamo il problema dell’azzardo al patologico, ma consideriamo il tutto. L’azzardo è contrario al bene comune. E l’idea che l’azzardo sia innocuo se consumato in piccole dosi è fuorviante e va combattuta”.
Quindi il presidente della Federazione Italiana delle Comunità Terapeutiche (FICT), Luciano Squillaci, ha affermato che occorre studiare soluzioni complesse: “Quella dell’azzardo è una questione che ha una complessità importante. Le soluzioni semplici sono sbagliate. Il fenomeno va considerato nel suo complesso, non in modo settoriale e frammentato. Serve un approccio sistemico, con il coraggio di percepirsi all’interno del sistema”.
Infine il missionario comboniano, p. Alex Zanotelli, ha invitato a riscoprire la ‘logica’ del Vangelo: “Noi cristiani dobbiamo riconoscere che abbiamo tradito il vangelo, proprio sui soldi. Noi cristiani d’Occidente abbiamo sposato un sistema che è profondamente ingiusto. L’Occidente deve cominciare a convertirsi e tornare alla logica del Vangelo. Rispetto al tema economico, che cosa ne abbiamo fatto di quello che Gesù chiede? Cito due comandamenti proposti dal teologo Enrico Chiavacci. Il primo: cerca di non arricchirti. Il secondo: se tu hai, hai per condividere. Organizziamo dei momenti di comunità in cui chiediamo perdono al Signore per aver tradito le indicazioni del Vangelo. Per essere liberi”.
(Foto: Caritas Italiana)
I vescovi ai ragazzi: pellegrini di speranza anche a scuola
“Cari studenti e cari genitori, è vicino il momento in cui dovranno essere effettuate le iscrizioni al primo anno dei diversi ordini e gradi di scuola, un appuntamento che comprende anche la scelta di avvalersi o meno dell’insegnamento della religione cattolica (Irc). Cogliamo l’occasione per invitarvi ad accogliere questa possibilità, grazie alla quale nel percorso formativo entrano importanti elementi etici e culturali, insieme alle domande di senso che accompagnano la crescita individuale e la vita del mondo. Il tutto, in un clima di rispetto e di libertà, di approfondimento e di dialogo costruttivo”: è un invito a studenti e genitori a partecipare all’insegnamento delle religione cattolica a scuola il messaggio che la presidenza della CEI invia in questi giorni di iscrizioni e scelte scolastiche.
Un ‘percorso formativo’ dedicato alla speranza, che passa anche attraverso la cultura: “Mentre vi scriviamo, muove i primi passi il Giubileo del 2025, che papa Francesco ha voluto dedicare al tema ‘Pellegrini di speranza’. Si tratta di un evento dai forti significati non solo religiosi, ma anche culturali e sociali, a conferma di come il messaggio cristiano parli all’uomo di oggi non meno di quanto abbia inciso in passato nella storia e nella cultura nazionale e mondiale. Il Giubileo, infatti, è tra le altre cose sinonimo di riconciliazione, di pace, di dignità umana, di giustizia, di salvaguardia del creato, beni essenziali di cui sentiamo un urgente bisogno”.
La speranza è il fulcro per educare, a cui occorre trovare ragioni: “Il tema della speranza provoca in modo speciale il mondo dell’educazione e della scuola, luoghi in cui prendono forma le coscienze e gli orientamenti di vita e si pongono le basi delle future responsabilità. Quale speranza dà senso all’esistenza? Dove è possibile riconoscere e trovare ragioni di vita e di speranza?.. Sono domande a cui la scuola non può essere estranea e alle quali dà spazio l’insegnamento della religione cattolica”.
Ed anche i professori sono testimoni di speranza: “Testimoni di speranza sono infatti i docenti di religione, che uniscono alla competenza professionale l’attenzione ai singoli alunni e alle loro domande più profonde. Siamo molto grati a tutti gli insegnanti che, mentre offrono le ragioni della speranza che li muove, accompagnano coloro che stanno crescendo a scoprire la bellezza e il senso della vita, senza cedere alle tentazioni dell’individualismo e della rassegnazione, che soffocano il cuore e spengono i sogni”.
Questo è il cammino per vivere un anno giubilare, grazie anche agli insegnanti di religione cattolica: “Il cammino dei prossimi mesi (anche grazie all’Irc) ci aiuti a ritrovare la fiducia e il coraggio di aprire le famiglie, le scuole e tutte le comunità a nuovi orizzonti di collaborazione e di speranza”.
#Giffoni53: tutti i numeri di un’edizione senza precedenti
A fine luglio si è conclusa la 53^ edizione del ‘Giffoni Film Festival’: in 10 giorni di festival in totale sono state registrate 360.000 presenze fisiche; 6500 sono stati i giurati presenti provenienti dall’Italia e da oltre 35 Paesi stranieri. Fanno il paio con questi numeri quelli relativi alle sale cinematografiche che ospitano le giurie ed i film in concorso. Sono quattro le sale fisse per un totale di circa 1550 posti a cui si aggiungono due tensostrutture da 1600 posti per un totale di 3150 posti a sedere su doppi e tripli turni per consentire a tutti i Giffoner di assistere alle proiezioni in programma.
Circa 70.000 partecipanti hanno preso parte ai concerti di ‘Giffoni Music Concept’ che si sono svolti in Piazza Lumiere. Poi ci sono i numeri relativi all’ospitalità che restituiscono l’immagine di un territorio in fermento, un territorio che, grazie a Giffoni, produce ricchezza, mette in moto economia, determina condizioni per nuova occupazione.
Centinaia sono le abitazioni e le camere di bed & breakfast occupate nei giorni del Festival nell’area di Giffoni Valle Piana e dei Picentini, ma anche di Salerno, della Costa d’Amalfi e della Piana del Sele. A questi si aggiungono i numeri della ristorazione che sono davvero imponenti e che fanno riferimento alle attività aperte tutto l’anno ma anche a quelle temporanee, quelle, cioè, che aprono proprio in concomitanza con il festival.
A questi dati si aggiungono i numeri, relativi alla comunicazione: dal 5 al 31 luglio gli OTS ((Opportunity to see) sono stati 1.368.296.618. Si tratta della frequenza media e del numero di opportunità che un pubblico ha di vedere e capire un annuncio di qualsiasi genere e veicolato attraverso qualunque strumento relativo ad un evento. In questo caso #Giffoni53.
Per quanto riguarda il web, con particolare riferimento ai due portati www.giffonifilmfestival.it e giffoni.it gli utenti online hanno interagito 2.000.000 di volte, restando nelle pagine dei siti per una media di due minuti e 27 secondi. Dopo le home, le pagine più visitate e cliccate sono state quelle del programma. L’età media degli utenti è tra i 18 ed i 45 anni. Oltre all’Italia i Paesi che hanno interagito di più con Giffoni sono Brasile, Regno Unito, Stati Uniti d’America, Germania, Francia, Irlanda, Olanda, Canada, India, Australia, Svezia, Polonia e Russia.
Interessanti, sempre in riferimento al web, anche il picco di esposizione massima, che si è registrato tra il 28 ed il 29 luglio, ultime due giornate di festival, a conferma di un’attenzione crescente a mano a mano che si andava avanti con il programma, con una media pari al +25% rispetto ai giorni precedenti. In termini assoluti quest’anno i dati sono superiori al doppio di quelli raggiunti lo scorso anno, con un numero di visite che è più che raddoppiato rispetto a #Giffoni52.
Inoltre in 10 giorni sono stati pubblicati 451 articoli da parte dei principali quotidiani e dalle principali riviste. Nello stesso periodo di riferimento sono stati 3600 i lanci di agenzia nazionali e le news pubblicate dalle testate online. Significativa anche la copertura garantita dalla stampa internazionale. Oltre 300, invece, i servizi realizzati dalle principali emittenti televisive e dai principali network nazionali. Infine, cliccando Giffoni su Google si ottengono 1.300.000 risultati. Invece se si digita Giffoni Film Festival i risultati sono pari a 6.700.000 voci.
Infine per quanto riguarda i social oggi sono state registrate 13.598.370 ‘impression’ sui social di Giffoni: 9.018.567 da Facebook e 4.579.803 da Instagram. A questi si aggiungono i numeri relativi ai social di Claudio Gubitosi, fondatore di Giffoni, che hanno raggiunto 5.349.760 utenti, che ha commentato:
“Non sono solo freddi numeri, ma dati che restituiscono l’immagine di un’iniziativa che è nel cuore della gente, che le persone amano perché rappresenta un’iniezione di felicità, di condivisione. Sono numeri che vanno oltre i numeri stessi. Sono la narrazione stessa di una storia corale che appartiene all’Italia e al mondo. I bilanci sociali e umani sono altre storie raccontate da tutti quelli che hanno vissuto e partecipato. Storie incredibili, storie vere, segni indelebili soprattutto per quei ragazzi e per quelle ragazze meno fortunati, da chi aiuta questi giovani a ritornare ad appropriarsi della propria vita e della propria identità”.
Nel ringraziamento conclusivo il direttore generale, Jacopo Gubitosi, ha affermato che l’obiettivo è stato raggiunto: “Sono state 10 giornate fantastiche, quest’anno è stato incredibile: abbiamo lanciato tanti sassi in un lago e queste onde di propagazione continueremo a sentirli. Il nostro obiettivo è rimanere vicino alle nuove generazioni e ai nostri giurati. L’anno prossimo cercheremo di averne ancora di più. Questo programma è creato sulle loro impressioni. Musica, sport, arte, cultura: dinamismo è la parola che dedico a questa edizione che è vostra. Ringrazio le famiglie che hanno deciso di gestire il loro tempo qui. Siamo tantissimi a portare avanti questa macchina sempre più strutturata e organizzata. Se siamo arrivati a questo è grazie ai nostri giurati che raccontano il festival in maniera straordinaria”.
Ed ecco i premiati. Nella sezione ELEMENTS +6, il premio è stato assegnato al film A CAT’S LIFE (Vita da gatto, Francia), diretto da Guillaume Maidatchevsky e verrà distribuito in Italia da Plaion Pictures. È il viaggio di Clémence e del suo gattino, Rroû. Partiti da Parigi per trascorrere le vacanze estive nella campagna francese, i due amici immersi nella fauna selvatica, fanno amicizia con Câline, un gattino bianco che si aggira nei boschi.
Nella categoria ELEMENTS +10, il lungometraggio primo classificato è LIONESS (Olanda), regia di Raymond Grimbergen. La protagonista è la calciatrice Rosi, una ragazza di 14 anni con più talento calcistico che fiducia in se stessa. Quando Rosi viene a sapere che deve trasferirsi in Olanda, niente sarà più come prima. Nella nuova scuola Rosi fatica ad ambientarsi, ma grazie alla sua bravura con il pallone, viene accolta nella squadra di calcio. Tuttavia, i suoi successi suscitano l’invidia delle altre giocatrici e mettono a rischio l’amicizia nata da poco con Jitte.
I juror della sezione GENERATOR +13 hanno votato il film THE FANTASTIC THREE diretto dal regista francese Michaël Dichter. In un Francia periferica, e raccontata con occhi che hanno smesso di sognare, tre adolescenti inventivi e volitivi fanno i conti con la dura realtà. Si sentono isolati, abbandonati a loro stessi e, allo stesso tempo, hanno dalla loro parte l’energia della giovinezza e la forza della loro amicizia.
Nella categoria GENERATOR +16 i giurati hanno votato il lungometraggio NORMAL, diretto da Olivier Babinet (Francia/Belgio) che sarà distribuito in Italia da No.Mad Entertainment. La quattordicenne Lucie è un’adolescente che si prende cura del padre William, affetto da sclerosi multipla. Lucie fa del suo meglio a scuola mentre si destreggia tra un lavoro in una paninoteca e tutte le faccende domestiche. Con il padre elabora un piano complesso per far credere ai servizi sociali che vivono una vita perfettamente normale.
Il vincitore della sezione Generator +18 è film italiano IL PIÙ BEL SECOLO DELLA MIA VITA diretto da Alessandro Bardani, distribuito in Italia da Lucky Red. Una storia incentrata su una Legge italiana secondo la quale, il figlio non riconosciuto alla nascita, può conoscere l’identità dei genitori biologici, solo al compimento del centesimo anno di età. Giovanni, un giovane ragazzo adottato, grazie all’aiuto di Gustavo, unico centenario non riconosciuto, partiranno per un viaggio pieno di emozioni ed imprevisti, con l’intento di far cambiare questa norma obsoleta e disumana.
A vincere la categoria GEx Doc, dedicati ai documentari, è stato il film MIGHTY AFRIN: IN THE TIME OF FLOODS (Francia,Grecia) diretto dal regista Angelos Rallis. In un villaggio del Bangladesh vive un’orfana di 12 anni, che per volere della famiglia, dovrà sposarsi. Decisa a cambiare il suo futuro, il giorno dell’ennesima inondazione che coinvolge il suo villaggio, Afrin, decide di scappare per la città di Dhaka.
Il Gryphon Award come miglior cortometraggio, per la sezione Elements +3 è stato assegnato al corto argentino THE MERRY-GO-ROUND diretto da Augusto Schillaci. Un racconto commovente sugli amati giostrai argentini che hanno dedicato la loro vita a offrire divertimento e felicità ai bambini e ai loro quartieri. Una storia di perseveranza e comunità.
La sezione Elements+6 ha premiato il corto THE GHASTLY GHOUL diretto dai registi Kealan O’Rourke e Maurizio Parimbelli. La notte di Halloween, quando un piccolo mostro di Halloween Town rimane bloccato nel mondo umano per aver fatto troppo dolcetto o scherzetto, toccherà ad una bambina affrontare le sue paure e aiutare il mostriciattolo a tornare a casa.
I giurati degli Elements +10 hanno assegnato il premio al corto italiano LOOP per la regia di Luigi Russo.Ciro è il bullo della scuola ma nella sua vita accadrà un evento sconvolgente: si ritroverà a rivivere sempre lo stesso giorno come un girone infernale. Per uscirne sarà costretto a rivalutare le sue azioni che fanno soffrire gli altri, ma anche lui stesso.
Ed infine, nella sezione PARENTAL EXPERIENCE, ha trionfato il corto An Irish Goodbye diretto dai registi Tom Berkeley e Ross White. Ambientato in una fattoria nelle zone rurali dell’Irlanda del Nord, si tratta di una commedia nera che segue il ricongiungimento dei fratelli Turlough e Lorcan dopo la prematura morte della madre.
Per quanto riguarda l’assegnazione dei Premi Speciali, i giurati della sezione Elements+6 hanno assegnato il CLEAR CHANNEL SPECIAL AWARD, al film d’animazione TONY, SHELLY AND THE MAGIC LIGHT di Filip Pošivač (Repubblica Cecca, Slovacchia, Ungheria). Clear Channel ha scelto come premio una bicicletta, simbolo di uno stile di vita green, di condivisione, di vicinanza tra le persone, congiunzione tra valori antichi e moderni, esplicitati perfettamente nel manifesto di questa edizione dedicata agli “Indispensabili”. La motivazione del premio ‘Innovazione e Sostenibilità’ a FILIP POSIVAC, perché il regista di “TONY, SHELLY AND THE MAGIC LIGHT” ha raggiunto vette di tenerezza e di profondità molto rare e delle quali si sente sempre, ogni giorno, il bisogno. Ci siamo sentiti immersi nella storia, e vorremo restarlo per sempre. Congratulazioni a Filip!”.
Nella sezione Elements+6, il Premio CONAI SPECIAL AWARD SEZIONE è stato assegnato a ADVENTURES IN THE LAND OF ASHA diretto da SOPHIE FARKAS BOLLA (Canada). La motivazione: “Ha saputo raccontare, attraverso una storia di amicizia, i valori fondanti del rispetto della natura e della sua tutela, ricordandoci che la terra non appartiene ad un solo uomo, ma sono gli uomini che appartengono alla terra”.
Ed infine, sempre nella sezione ELEMENTS +6, il Premio BPER BANK SPECIAL AWARD è stato assegnato a COCO FARM di Sebastien Gagné (Canada): “perché in questo film sono presenti tutti gli ingredienti fondamentali per realizzare con successo un’idea imprenditoriale. La creatività, come quella di Max, può portare lontano se accompagnata dalla determinazione e dalla giusta valutazione delle risorse disponibili. Un film in cui si parla di spirito di iniziativa, di ostacoli da superare, di collaborazione e soprattutto di ottimismo che ci consente di trasformare i momenti critici in tensione creativa da cui tutto nasce”.
(Foto: Giffoni Film Festival)
Mattarella: don Milani un grande educatore
“Se voi avete il diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altro. Gli uni sono la mia Patria, gli altri i miei stranieri”: questa frase della ‘Lettera ai cappellani militari’ ha aperto la marcia per don Milani, nel giorno del suo centesimo compleanno, partita dalla piazzetta di Vicchio e sale fino a Barbiana, passando per il lago Viola.
Luigi Savaré e la passione per l’oratorio
Mi sono resa conto di conoscere poco la storia del fondatore dell’oratorio della mia parrocchia. Ho più informazioni riguardo la storia di altri preti, i quali hanno fatto molto per i giovani, ma poco su Don Luigi Savaré (15 agosto 1878 – 22 marzo 1949). Il Servo di Dio è stato considerato da subito Santo dai lodigiani i quali, dopo la sua morte, si sono prodigati per far conoscere la sua vita.
Save the Children monitora il lavoro minorile in Italia
“Il lavoro minorile è un fenomeno globale che non risparmia nemmeno l’Italia e che mette a repentaglio i diritti fondamentali di bambine, bambini e adolescenti. Oltre al rischio per la propria salute ed il proprio benessere psicofisico, i bambini e gli adolescenti che iniziano a lavorare prima dell’età legale consentita, senza alcuna tutela giuridica, rischiano di vedere compromesso, o addirittura interrotto, il loro percorso di apprendimento e di sviluppo, alimentando notevolmente il circolo vizioso di povertà ed esclusione, anche in età adulta”.




























