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Quaresima alla luce della Parola di Dio

“La Quaresima è il tempo in cui la Chiesa, con sollecitudine materna, ci invita a rimettere il mistero di Dio al centro della nostra vita, perché la nostra fede ritrovi slancio e il cuore non si disperda tra le inquietudini e le distrazioni di ogni giorno. Ogni cammino di conversione inizia quando ci lasciamo raggiungere dalla Parola e la accogliamo con docilità di spirito. Vi è un legame, dunque, tra il dono della Parola di Dio, lo spazio di ospitalità che le offriamo e la trasformazione che essa opera”: così inizia il messaggio quaresimale sulla Parola di Dio, intitolata ‘Ascoltare e digiunare. La Quaresima come tempo di conversione’ con l’invito ad un maggior ascolto per intraprendere un cammino verso la Pasqua.

A pochi giorni dalla Pasqua con p. Fabio Nardelli, docente di Ecclesiologia alla Pontificia Università Lateranense, alla Pontificia Università Antonianum di Roma, ed all’Istituto Teologico di Assisi, riflettiamo sul rapporto che intercorre tra l’ascolto e il digiuno: “Il tempo quaresimale è un kairos, un tempo propizio e favorevole per dare primato all’essenziale. E’ un’occasione per ‘ritornare al Signore’ e prestare orecchio alla voce del Signore per rinnovare la ‘ferma decisione’ di seguire Cristo verso Gerusalemme. Ascoltare e digiunare sono due movimenti del cuore, che sono interconnessi: è necessario ‘digiunare’ e purificare il nostro cuore da tante voci per “ascoltare” la voce del Maestro; e quando si ascolta, il digiuno è una pratica concreta che dispone all’accoglienza della Parola di Dio”.

Vivere la Quaresima può divenire un ‘tempo di conversione’?

“Grazie all’itinerario quaresimale e accompagnati dalla liturgia della Parola di queste domeniche, si può riscoprire il gusto del vivere la ‘conversione’ come stato permanente dell’esistenza cristiana. La conversione, infatti, indica un movimento di ‘ritorn’”, di trasformazione e di rinnovamento; per questo il battezzato è chiamato a vivere costantemente in esodo, in uscita da se stesso per cercare propriamente la verità del Vangelo”.

Per quale motivo il Papa insiste sulla dimensione comunitaria della Parola di Dio?

“La Scrittura testimonia che il popolo si radunò per ascoltare il libro della Legge (cfr. Ne 8) e che la comunità era perseverante nell’ascoltare l’insegnamento degli apostoli (cfr. At 2,42). Il luogo per eccellenza in cui risuona e si attua la Parola di Dio è nella vita della Chiesa (cfr. DV 5); ed è proprio per questo motivo che ‘apa Leone XIV insiste sulla necessità di ascoltare e condividere ‘comunitariamente’ la Parola di Dio”.

Tale messaggio quaresimale si potrebbe collegare con le catechesi, che il papa svolge nelle udienze del mercoledì sul Concilio Vaticano II, che è stato un ‘evento’ che ha influenzato ed, in un certo senso, ha impresso un ‘carattere’, nella vita della Chiesa. L’assemblea conciliare è la Chiesa che si riunisce e si interroga per scrutare con sguardo illuminato dalla fede i ‘segni dei tempi’ ed entrare in ‘dialogo con il mondo’: per quale motivo papa Leone XIV ha iniziato un nuovo ciclo di catechesi partendo proprio dalla Costituzione dogmatica ‘Dei Verbum’?

“Il 7 gennaio scorso papa Leone XIV, al termine dell’anno giubilare, ha dato avvio a un nuovo ciclo di catechesi sul Concilio Vaticano II, soprattutto al fine di ‘rileggere’ i documenti conciliari, per riscoprirne la bellezza, la profezia e l’attualità e riflettere, quindi, sul tempo presente e ‘correre’ per ‘portare’ la gioia del Vangelo al mondo contemporaneo. L’assise conciliare è stata realmente una ‘bussola’ e, pertanto, ascoltando e meditando la preziosità di questi documenti si risveglia la fede e, soprattutto, il desiderio dell’annuncio. La Costituzione ‘Dei Verbum’è un documento centrale nella riflessione del Concilio Vaticano II, in quanto rilancia la relazione dell’uomo con Dio come un’amicizia, riscoprendo il valore e la costante attualità della Parola di Dio”.

Cosa significa essere ‘attenti interpreti dei segni dei tempi’?

“La dimensione dialogica è centrale nella riflessione teologica, soprattutto in rapporto al mondo contemporaneo. L’essere ‘immersi’ nel mondo è nel DNA del cristiano che, in forza del dono ricevuto, è ‘presenza’ di Cristo nel mondo. La categoria dei ‘segni dei tempi’ è stata centrale nel dibattito conciliare e rimane, tuttora, un aspetto ineludibile nella vita della Chiesa: il battezzato, inserito nel mondo, è chiamato continuamente a mettersi in ascolto del contesto e a interpretare secondo la logica evangelica le trasformazioni di questo tempo, per accogliere una visione dell’essere umano illuminata dal mistero di Cristo”.

(Tratto da Aci Stampa)

Domenica 15 marzo a sostegno della popolazione palestinese a Gaza ed in Cisgiordania

La Diocesi di Ugento – S.Maria di Leuca e la Caritas diocesana comunicano che domenica 15 marzo, IV Domenica di Quaresima-Laetare, si svolgerà la Quaresima di fraternità 2026, durante le celebrazioni liturgiche presso le 43 parrocchie della diocesi, si svolgerà una raccolta di denaro a sostegno della popolazione palestinese di Gaza e Cisgiordania.

E’ importante sottolineare che, sebbene oggi i riflettori dei media siano puntati sulla guerra in  Iran, la situazione nella Striscia di Gaza rimane drammatica. La Caritas Gerusalemme, seguendo le linee del Patriarcato Latino, continua a sostenere i più fragili tra le enormi difficoltà umanitarie ed economiche. L’obiettivo è restare un punto di riferimento concreto per tutta la Terra Santa.

In questo scenario, la Diocesi di Ugento-S. Maria di Leuca sceglie di non restare indifferente e lancia un appello alla solidarietà per la Domenica 15 marzo 2026. L’impegno della Chiesa locale, in stretta collaborazione con la Caritas Italiana, il Patriarcato Latino di Gerusalemme e la Caritas Gerusalemme, si articola su tre direttrici concrete:

In tutte le 43 parrocchie della diocesi verrà promossa una raccolta fondi destinata a garantire interventi urgenti. Non si tratta solo di aiuti alimentari, ma di un supporto strutturato che tocca l’ambito sanitario, sociale, educativo e, non ultimo, il sostegno psicosociale per chi ha vissuto il trauma della guerra.

Per dare continuità all’aiuto, la Diocesi promuove l’avvio di piccoli gemellaggi con le comunità cristiane locali. L’obiettivo è superare l’assistenzialismo per approdare ad un ‘accompagnamento fraterno’ fatto di scambi di testimonianze, preghiera condivisa e supporto a progetti educativi che possano durare nel tempo.

Recuperando lo spirito della Carta di Leuca e le riflessioni emerse nell’evento ‘MED 2025’ di Tricase, il progetto punta sui giovani. Sono loro i destinatari e, al tempo stesso, gli artefici di una nuova ‘cultura dell’incontro’, capaci di trasformare il Mediterraneo da mare di confine a spazio di dialogo e pace.

La missione si ispira alle parole del card. Giambattista Pizzaballa, il quale ricorda che, oltre alla ricostruzione materiale, la sfida più grande riguarda la ricostruzione umana e comunitaria. La Chiesa di Ugento-Leuca si pone quindi come un ponte stabile tra le rive del Mediterraneo, ribadendo che la solidarietà è l’unica via per dare un seguito concreto alla visione di una “Chiesa del Mediterraneo” che sia fermento di pace.

Come aiutare concretamente: con un’offerta (detraibile o deducibile) tramite Fondazione Mons. Vito De Grisantis: • IBAN: IT23K0306234210000002904373 • Causale: Quaresima di fraternità 2026 – Per la popolazione palestinese

Per maggiori informazioni contattare il Centro Caritas Ugento – S. M. di Leuca in Piazza Cappuccini, 15 a Tricase – www.caritasugentoleuca.it – email: segreteria@caritasugentoleuca.it – Tel.: 0833 219865.

Quaresima orientale nella parrocchia di sant’Agostino a Reggio Calabria

I due lunghi tronchi erano scesi ignari dall’Aspromonte, dal territorio di Mosorrofa. Alla chiesa di Sant’Agostino, in quattro e quattr’otto, senza tante cerimonie, venivano inchiodati assieme. Una croce perfetta. Alta, solenne, impressionante. Era nuda, nodosa, con l’odore di bosco, prestandosi, così, ad accompagnare le celebrazioni della Quaresima e della Passione. Un lunghissimo velo violaceo fino a terra la vestiva di dignità. Diventerà color rosso-sangue alla Passione e poi, di un bianco luminoso, per Pasqua. Sì, l’albero della vita. Magnifico destino.

Ma se il legno della croce proveniva dai dintorni, l’impegno comunitario di Quaresima guarderà ben lontano, all’Estremo Oriente. La comunità parrocchiale di sant’Agostino si impegna quest’anno ad essere un segno di speranza per un Centro di bambini abbandonati, a Pleiku, nella diocesi di Komtum (Vietnam). E’ la prima volta che la nostra solidarietà si spinge così lontano. Ma, in verità, da così lontano è venuto un missionario vietnamita, che in quasi cinque anni si è fatto calabrese con i calabresi, fratello universale con migranti e autoctoni: padre Thao.

 I bambini a cui andrà la nostra solidarietà sono abbandonati dalle famiglie, a causa del SIDA, hanno una speranza di vita solo fino a 18 anni, per lo più. Sono un centinaio, tenuti da religiose, e soffrono la fame e la mancanza di cure. Ci hanno perfino inviato una lettera, conoscendo il nostro impegno, in lingua vietnamita: ‘Tanti ci scrivono, pochi ci aiutano. Grazie!’

Ai piedi della croce, uno scatolone attende i frutti del nostro digiuno, della nostra solidarietà oltre frontiera, a una decina di migliaia di km. Sarà un piccolo miracolo. Sì, la croce dei nostri boschi, finalmente, si illuminerà del suo valore. L’amore.

Seconda domenica di Quaresima: ‘Questi è mio Figlio, l’amato; ascoltatelo’

E’ iniziata la Quaresima. Tempo forte, che conduce alla Pasqua di risurrezione; non è un itinerario da scoprire, è un cammino da percorrere, passo dopo passo, perché l’uomo è oggetto dell’azione misericordiosa di Dio Padre. Aiutati dalla Parola di Dio, non bastano solo i quaranta giorni che vanno dal ‘mercoledì della ceneri al giovedì santo’, ma sono necessari il Pentimento dei peccati e il servizio: una vita nuova caratterizzata dall’amore verso Dio e verso i fratelli; è necessario riscoprire il nostro Battesimo, che ci ha costituiti figli di Dio, e vivere da veri figli di Dio.

Dopo avere vinto le tentazioni di Satana, siamo chiamati oggi a salire sul monte Tabor (il monte della Trasfigurazione di Gesù) per arrivare al pozzo di Sicar, alla grazia che proviene solo da Cristo Gesù e dissetarci all’acqua che zampilla per la vita eterna. La salvezza non è una idea, una illusione, è invece la storia dell’amore misericordioso di Dio, che inizia con Abramo, l’uomo della Fede, che credette ed iniziò il suo cammino verso la Terra promessa: ‘Vattene dalla tua terra, disse Dio, dalla tua parentela, dalla casa di tuo padre, verso la terra che io ti darò; farò di te una grande nazione’; Abramo partì ed oggi è il padre delle tre grandi religioni monoteistiche: cristiana, ebraica, musulmana.

Come Abramo l’uomo di ieri e di oggi è invitato ad iniziare il proprio cammino. L’episodio della Trasfigurazione di Gesù è la dimostrazione che Egli è il vero Messia atteso, il Messia glorioso che l’umanità aspettava, desiderava; ma il cammino verso la gloria passa attraverso la Croce: dal monte Tabor al monte Calvario dove Gesù si offre come vittima per la salvezza dell’umanità, ma, vero Dio, risuscita il terzo giorno. La gloria della Trasfigurazione (del Tabor) è confermata nell’episodio biblico dalla presenza, accanto a Gesù, di Mosè ed Elia; il Padre celeste interviene per rassicurare gli apostoli: ‘Questi è il mio Figlio, l’amato; ascoltatelo!’

Gesù è infatti l’unica vera e completa rivelazione di Dio a noi. La Trasfigurazione evidenzia la visione del cielo, della gloria, in contrapposizione alla tragedia che si svolgerà a Gerusalemme: la crocifissione, sono due momenti dell’imprevedibile disegno dell’amore divino: ‘ad astra per aspera’, al cielo attraverso il viaggio del Calvario. Sul monte Gesù aveva voluto i tre apostoli. Pietro, Giacomo e Giovanni come veri testimoni sia della gloria della Trasfigurazione come della tragedia del Calvario. Gesù ci ricorda: chi vuole essere mio discepolo prenda la croce e mi segua; hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi.

La luce che sfolgora il volto di Cristo (che brillò come il sole e le vesti divennero candide come la neve), e la nube che avvolse Cristo e gli apostoli sono segni del cielo, segni della presenza del divino; proprio da questa luce viene fuori la voce del Padre: ‘Questi è il mio Figlio, l’amato; in Lui ho posto il mio compiacimento: ascoltatelo!’

Ascoltare Gesù anche quando i suoi annunci appaiono troppo forti; è la condizione essenziale per la salvezza; questa è la risultante di due componenti: una divina, l’altra umana: Cristo Gesù dà la sua vita per noi; è l’agnello che toglie i peccati del mondo; è la vittima che si offre al padre per la salvezza dell’uomo.

A questa deve fare seguito la componente umana: il nostro ‘sì’, responsabile e fermo a Dio, un ‘sì’ od ‘eccomi’ non astratto e labiale ma che si concretizza nell’amare Dio e il prossimo in nome di Dio; prendere la croce e seguire Cristo, l’amato dal Padre. Non esiste, caro amico, un ‘Vangelo comodo’, fatto a misura delle nostre velleità, un vangelo dove Dio compie quello che all’uomo piace. L’apostolo Pietro voleva scegliere la gloria della trasfigurazione senza passare dal Calvario.

‘E’ bello per noi, Signore, stare qui, facciamo tre tende’, ma il Padre interviene: ‘Questi è mio Figlio, ascoltatelo!’ e Gesù esorta i suoi discepoli: non parlate a nessuno di questa visione prima che il Figlio dell’uomo non sia risorto dai morti. Noi oggi, come Abramo, dobbiamo uscire dalla terra dei nostri sogni, dei nostri egoismi per incamminarci verso la terra che Dio ci mostra per mezzo di Gesù. Il Maestro divino ci chiama ad attuare la nostra vocazione attraverso la croce e l’amore; da questo il Padre ci riconoscerà come suoi figli.

Attuare concretamente la nostra vocazione, conforme ai talenti e ai carismi ricevuti con il Battesimo perché si realizzi il Regno di Dio nel mondo; come gli apostoli che lasciarono tutto, lo seguirono e furono chiamati a regnare sulle dodici tribù di Israele. E’ difficile? Umanamente sì, ma nella Chiesa Gesù stesso ci offre i mezzi per riuscire: l’Eucaristia e i sacramenti ed inoltre Maria, sua madre, come madre nostra. ‘Siete stanchi, affaticati, oppressi, prendete e mangiate: questo è il mio corpo’, ecco il dono dell’Eucaristia che ci porta la domenica a messa.

Morente in croce, Gesù dice a Maria: donna, ecco tuo figlio, Giovanni e con lui quanti crederanno in me e ti invocheranno ‘rivolgi a noi, Madre, i tuoi occhi misericordiosi’. Amici, con gioia e fede profonda iniziamo il nostro cammino quaresimale con la riscoperta del nostro Battesimo, il pentimento sincero dei nostri peccati, una vita di amore verso Dio e i fratelli. Allora e solo allora sarà Pasqua di risurrezione.

Quaresima: il sapore della Parola

La osservo avanzare lentamente, fare un lieve inchino, presentarsi all’ambone. ‘Lettera di san Paolo…’. Maria, emigrata calabrese, a Londra già dagli anni ’60, inizia a leggere, ma solo dopo un lunghissimo respiro. Non legge, proclama. Lentissimamente. Pronuncia una parola dopo l’altra, articolandola come se dovesse raccontare qualcosa a un bambino con un’inflessione, un respiro e un ritmo senza tempo. Sospesi nell’aria. Non c’è assolutamente fretta o voglia di concludere. Ogni parola per un bambino è come una finestra che illumina un avvenimento o un’emozione dentro. Sarà importante, allora, prendere il tempo di affacciarsi…

Per san Paolo ogni parola è un messaggio, come un frutto gonfio di vita, rivolto a una comunità riunita. Maria si ferma ogni tanto con un silenzio interminabile. Benefico. ‘Ogni parola autentica nasce dal silenzio e dal silenzio è custodita’, afferma un autore. Pare quasi di capire che ogni parola dell’Apostolo è scavata nell’abisso della sua anima, nell’esperienza di lotta di un essere itinerante, migrante come lei. Come lui. Ma c’è anche l’amore per la nostra lingua. Nel mare di un’altra che all’estero ti circonda, la lingua materna è una terra di salvezza. Un incontro con quello che eri una volta, la tua origine stessa.

Pare di ascoltare da lei la lettera di un figlio che scrive dal fronte. Ogni parola viene pesata, sollevata, guardata, riguardata, gustata fino in fondo. E’ Paolo di Tarso dal fronte delle prime comunità e dello Spirito che le anima. Comunità raccolte da lui, ma fatte di mille pezzi diversi che Paolo amava come colei che le genera, come una madre.

Ed assomigliano tanto alla nostra comunità di oggi a Londra, fatta di calabresi e di friulani, di gente del sud e del nord messi insieme, con qualcuno del posto. Guardo con stupore questa assemblea composita di emigranti della nostra terra, che proprio qui assaporano la parola ‘unità’ e ‘comunione’ in nome di Dio.

E così penso al disagio che provo, a volte, nel rientrare al mio paese. La Parola di Dio in una celebrazione sembra qualcosa di letto velocemente, come una vecchia poesia che si impara a scuola e si ripete meccanicamente. Sembra quasi una parola che scivola via senza sapore, senza amore. Non vi avverti la fibra dell’Apostolo o il fuoco dello Spirito. Non vedi l’ansia o i mille volti di un popolo di Dio finalmente riunito. Sono i nostri, semplicemente.

Penso, allora, alla Parola di Dio vissuta qualche tempo fa in terra africana. Dopo il canto, i tamburi, le voci, le mani, il loro ritmo con due colpi e due pause, un lunghissimo grido corale si alzava al suo acme e tutto, infine, si spegneva d’incanto. Si piombava subito in un silenzio perfetto, immobile. Una miriade di volti neri ti fissava, allora, dall’assemblea con gli occhi ben aperti.

Lunghi momenti di attesa, mentre una vera emozione ti prende. Poi, la parola esce dalla bocca del lettore. Viene offerta con gesto lento come gustandola prima, ruotandola nel palato, assaporandola. Parola calma, sonora e solenne. Vedi subito dagli occhi e dal silenzio come ognuno la riceve: la attende, la gusta, gli risuona nelle tempie, gli fa brillare lo sguardo, scende nell’anima, in profondità.

Comprendi allora concretamente che cosa vuol dire una ‘civiltà della parola’ come questa, africana. La parola qui è sacra. E sintesi di cuore, di corpo e di mente. E ancor più dell’amore di Dio, fattosi Parola lui stesso. Essa si posa nella vita di ognuno dopo l’ascolto e la penetra per darne forza, bellezza e coraggio. E fa  comprendere, in fondo, la dignità della loro stessa esistenza, ‘una storia sacra’ scritta ai nostri giorni. Nelle lacrime, nelle gioie o nelle conquiste di povera gente che lotta, soffre e ama. Personaggi biblici di oggi. Essi hanno incontrato Dio, senza saperlo.

Papa Leone XIV: la Quaresima è un tempo per la comunità

“Cari fratelli e sorelle, all’inizio di ogni Tempo liturgico, riscopriamo con gioia sempre nuova la grazia di essere Chiesa, comunità convocata per ascoltare la Parola di Dio. Il profeta Gioele ci ha raggiunti con la sua voce che porta ciascuno fuori dal proprio isolamento e fa della conversione un’urgenza inseparabilmente personale e pubblica… Menziona le persone di cui non sarebbe difficile giustificare l’assenza: le più fragili e meno adatte ai grandi assembramenti. Poi il profeta nomina lo sposo e la sposa: sembra chiamarli fuori dalla loro intimità, perché si sentano parte di una comunità più grande”: nell’imposizione delle ceneri papa Leone XIV nella Basilica di Santa Sabina per l’avvio del cammino della Quaresima ha invitato tutti ad ascoltare la Parola di Dio.

Il papa ha sottolineato che la Quaresima è un tempo ‘forte’: “La Quaresima, anche oggi, è un tempo forte di comunità… Sappiamo come sia sempre più difficile radunare le persone e sentirsi popolo, non in modo nazionalistico e aggressivo, ma nella comunione in cui ognuno trova il proprio posto”.

Tempo forte anche per il popolo: “Addirittura, qui prende forma un popolo che riconosce i propri peccati, cioè che il male non viene da presunti nemici, ma ha toccato i cuori, è dentro la propria vita e va affrontato in una coraggiosa assunzione di responsabilità. Dobbiamo ammettere che si tratta di un atteggiamento controcorrente, ma che, quando è così naturale dichiararsi impotenti davanti a un mondo che brucia, costituisce una vera e propria alternativa, onesta e attraente. Sì, la Chiesa esiste anche come profezia di comunità che riconoscono i propri peccati”.

Ed ha messo in guardia dal peccato che nasce dal virtuale: “Certo, il peccato è personale, ma prende forma negli ambienti reali e virtuali che frequentiamo, negli atteggiamenti con cui reciprocamente ci condizioniamo, non di rado all’interno di vere e proprie ‘strutture di peccato’ di ordine economico, culturale, politico e persino religioso.

Opporre all’idolatria il Dio vivente, ci insegna la Scrittura, significa osare la libertà e ritrovarla attraverso un esodo, un cammino. Non più paralizzati, rigidi, sicuri nelle proprie posizioni, ma radunati per muoversi e cambiare. Come è raro trovare adulti che si ravvedono, persone, imprese e istituzioni che ammettono di avere sbagliato!”

Il riconoscere il peccato è una possibilità che Dio offre: “Oggi, fra noi, si tratta proprio di questa possibilità. E non è un caso che numerosi giovani, anche in contesti secolarizzati, avvertano più che in passato il richiamo di questo giorno, il Mercoledì delle Ceneri. Sono loro, infatti, i giovani, a cogliere distintamente che un modo di vivere più giusto è possibile e che esistono delle responsabilità per ciò che nella Chiesa e nel mondo non va”.

Ecco il fondamento missionario della Quaresima: “Occorre, dunque, cominciare da dove si può e con chi ci sta. ‘Ecco ora il momento favorevole, ecco ora il giorno della salvezza!’ Sentiamo, quindi, la portata missionaria della Quaresima, non certo per distrarci dal lavoro su noi stessi, quanto per aprirlo a tante persone inquiete e di buona volontà, che cercano le vie per un autentico rinnovamento di vita, nell’orizzonte del Regno di Dio e della sua giustizia”.

E’ stato un richiamo alla ‘pedagogia penitenziale’ di papa san Paolo VI: “Noi oggi possiamo riconoscere la profezia che queste parole contenevano, e sentire nelle ceneri che ci sono imposte il peso di un mondo che brucia, di intere città disintegrate dalla guerra: le ceneri del diritto internazionale e della giustizia fra i popoli, le ceneri di interi ecosistemi e della concordia fra le persone, le ceneri del pensiero critico e di antiche sapienze locali, le ceneri di quel senso del sacro che abita in ogni creatura”.

Una profezia in cui si manifesta Dio verso la Pasqua: “Dov’è il loro Dio?, si chiedono i popoli. Sì, carissimi, ce lo chiede la storia, e prima ancora la coscienza: chiamare per nome la morte, portarne su di noi i segni, ma testimoniare la risurrezione. Riconoscere i nostri peccati per convertirci è già presagio e testimonianza di risurrezione: significa infatti non fermarci fra le ceneri, ma rialzarci e ricostruire. Allora il Triduo pasquale, che celebreremo al culmine del cammino quaresimale, sprigionerà tutta la sua bellezza e il suo significato. Lo farà avendoci coinvolto, attraverso la penitenza, nel passaggio dalla morte alla vita, dall’impotenza alle possibilità di Dio”.

In questo cammino i martiri tracciano la strada verso la Pasqua: “I martiri antichi e contemporanei brillano, per questo, come pionieri del nostro cammino verso la Pasqua. L’antica tradizione romana delle stationes quaresimali , di cui questa di oggi è la prima, è educativa: rinvia tanto al muoversi, come pellegrini, quanto alla sosta (statio) presso le ‘memorie’ dei Martiri, su cui sorgono le basiliche di Roma. Non è forse una sollecitazione a metterci sulle tracce delle testimonianze mirabili di cui ormai il mondo intero è disseminato?”

Per questo è importante il digiuno per vedere la novità: “Riconoscere luoghi, storie e nomi di chi ha scelto la via delle Beatitudini e ne ha portato fino in fondo le conseguenze. Una miriade di semi che, anche quando sembravano andare dispersi, sepolti nella terra hanno preparato la messe abbondante che tocca a noi raccogliere.

La Quaresima, come ci ha suggerito il Vangelo, liberandoci dal voler essere visti a tutti i costi, ci insegna a vedere piuttosto ciò che nasce, ciò che cresce, e ci sospinge a servirlo. E’ la sintonia profonda che nel segreto di chi digiuna, prega e ama si stabilisce col Dio della vita, il Padre nostro e di tutti. A Lui riorientiamo, con sobrietà e con gioia, tutto il nostro essere, tutto il nostro cuore”.

E nel messaggio per la ‘Campanha da Fraternidade’ della Conferenza Nazionale dei Vescovi del Brasile il papa ha scritto: “Con l’intento di animare il popolo fedele in ogni percorso quaresimale, sono più di sessant’anni che la Chiesa in Brasile realizza la Campagna di Fraternità, momento in cui, come comunità di fede, rivolge la sua azione pastorale e caritativa ai poveri, i veri destinatari del nostro amore preferenziale, come ho voluto ricordare nell’Esortazione apostolica Dilexi te: convinti che ‘esiste un vincolo inseparabile tra la nostra fede e i poveri’, ‘dobbiamo impegnarci sempre di più a risolvere le cause strutturali della povertà’. Analogamente a quanto fatto nel 1993, quest’anno, ispirati dal motto ‘Venne ad abitare in mezzo a noi’, la proposta presentata è di volgere lo sguardo ai nostri fratelli che soffrono per la mancanza di una abitazione dignitosa”.

Il messaggio è stato un invito per una casa dignitosa: “In tal senso, auspico che la riflessione sulla dura realtà della mancanza di un’abitazione dignitosa, che riguarda tanti nostri fratelli, non conduca soltanto ad azioni isolate (indubbiamente necessarie) che vadano in loro aiuto in modo emergenziale, ma generi in tutti la consapevolezza che la condivisione dei doni che il Signore generosamente ci concede non può limitarsi a un periodo dell’anno, a una campagna o ad alcune azioni puntuali, ma deve essere un atteggiamento costante, che ci impegna ad andare incontro a Cristo presente in quanti non hanno dove abitare”.

(Foto: Santa Sede)

Papa Leone XIV: Quaresima tempo di conversione attraverso l’ascolto ed il digiuno

“La Quaresima è il tempo in cui la Chiesa, con sollecitudine materna, ci invita a rimettere il mistero di Dio al centro della nostra vita, perché la nostra fede ritrovi slancio e il cuore non si disperda tra le inquietudini e le distrazioni di ogni giorno. Ogni cammino di conversione inizia quando ci lasciamo raggiungere dalla Parola e la accogliamo con docilità di spirito”: nel messaggio per il tempo di preparazione alla Pasqua di quest’anno, ‘Ascoltare e digiunare. La Quaresima come tempo di conversione’, papa Leone XIV ha chiesto forme di ‘astensione concreta’ come ‘disarmare il linguaggio’ e coltivare la gentilezza, ma anche di ascoltare la Parola di Dio e il grido degli ultimi, e di farlo insieme, nelle nostre comunità, aperte all’accoglienza di chi soffre .

Nel messaggio quaresimale il papa ha invitato ad ascoltare la Parola di Dio: “Vi è un legame, dunque, tra il dono della Parola di Dio, lo spazio di ospitalità che le offriamo e la trasformazione che essa opera. Per questo, l’itinerario quaresimale diventa un’occasione propizia per prestare l’orecchio alla voce del Signore e rinnovare la decisione di seguire Cristo, percorrendo con Lui la via che sale a Gerusalemme, dove si compie il mistero della sua passione, morte e risurrezione”.

Una sottolineatura importante, perché l’ascolto è relazione: “Quest’anno vorrei richiamare l’attenzione, in primo luogo, sull’importanza di dare spazio alla Parola attraverso l’ascolto, poiché la disponibilità ad ascoltare è il primo segno con cui si manifesta il desiderio di entrare in relazione con l’altro”.

Per questo anche Dio si è messo in ascolto: “Dio stesso, rivelandosi a Mosè dal roveto ardente, mostra che l’ascolto è un tratto distintivo del suo essere: ‘Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido’. L’ascolto del grido dell’oppresso è l’inizio di una storia di liberazione, nella quale il Signore coinvolge anche Mosè, inviandolo ad aprire una via di salvezza ai suoi figli ridotti in schiavitù”.

Dio ascolta perché è coinvolgente: “E’ un Dio coinvolgente, che oggi raggiunge anche noi coi pensieri che fanno vibrare il suo cuore. Per questo, l’ascolto della Parola nella liturgia ci educa a un ascolto più vero della realtà: tra le molte voci che attraversano la nostra vita personale e sociale, le Sacre Scritture ci rendono capaci di riconoscere quella che sale dalla sofferenza e dall’ingiustizia, perché non resti senza risposta”.

Però l’ascolto ha bisogno dell’azione del digiuno: “Se la Quaresima è tempo di ascolto, il digiuno costituisce una pratica concreta che dispone all’accoglienza della Parola di Dio. L’astensione dal cibo, infatti, è un esercizio ascetico antichissimo e insostituibile nel cammino di conversione. Proprio perché coinvolge il corpo, rende più evidente ciò di cui abbiamo ‘fame’ e ciò che riteniamo essenziale per il nostro sostentamento. Serve quindi a discernere e ordinare gli ‘appetiti’, a mantenere vigile la fame e la sete di giustizia, sottraendola alla rassegnazione, istruendola perché si faccia preghiera e responsabilità verso il prossimo”.

Quindi il digiuno è un orientamento al bene, come affermava sant’Agostino: “Il digiuno, compreso in questo senso, ci consente non soltanto di disciplinare il desiderio, di purificarlo e renderlo più libero, ma anche di espanderlo, in modo tale che si rivolga a Dio e si orienti ad agire nel bene.

Tuttavia, affinché il digiuno conservi la sua verità evangelica e rifugga dalla tentazione di inorgoglire il cuore, deve essere sempre vissuto nella fede e nell’umiltà. Esso domanda di restare radicato nella comunione con il Signore, perché ‘non digiuna veramente chi non sa nutrirsi della Parola di Dio’… Vorrei per questo invitarvi a una forma di astensione molto concreta e spesso poco apprezzata, cioè quella dalle parole che percuotono e feriscono il nostro prossimo”.

Ed ecco una prima indicazione concreta: “Cominciamo a disarmare il linguaggio, rinunciando alle parole taglienti, al giudizio immediato, al parlar male di chi è assente e non può difendersi, alle calunnie. Sforziamoci invece di imparare a misurare le parole e a coltivare la gentilezza: in famiglia, tra gli amici, nei luoghi di lavoro, nei social media, nei dibattiti politici, nei mezzi di comunicazione, nelle comunità cristiane. Allora tante parole di odio lasceranno il posto a parole di speranza e di pace”.

Mentre la seconda indicazione consiste in un cammino insieme: “Infine, la Quaresima mette in evidenza la dimensione comunitaria dell’ascolto della Parola e della pratica del digiuno. Anche la Scrittura sottolinea questo aspetto in molti modi. Ad esempio, quando narra, nel libro di Neemia, che il popolo si radunò per ascoltare la lettura pubblica del libro della Legge e, praticando il digiuno, si dispose alla confessione di fede e all’adorazione, in modo da rinnovare l’alleanza con Dio”.

Da qui deriva la conversione, che è uno stile di vita comunitario: “Allo stesso modo, le nostre parrocchie, le famiglie, i gruppi ecclesiali e le comunità religiose sono chiamati a compiere in Quaresima un cammino condiviso, nel quale l’ascolto della Parola di Dio, come pure del grido dei poveri e della terra, diventi forma della vita comune e il digiuno sostenga un pentimento reale”.

Una conversione che è frutto di relazioni: “In questo orizzonte, la conversione riguarda, oltre alla coscienza del singolo, anche lo stile delle relazioni, la qualità del dialogo, la capacità di lasciarsi interrogare dalla realtà e di riconoscere ciò che orienta davvero il desiderio, sia nelle nostre comunità ecclesiali, sia nell’umanità assetata di giustizia e riconciliazione”.

Relazione con Dio e con gli altri per la ‘civiltà dell’amore: “Carissimi, chiediamo la grazia di una Quaresima che renda più attento il nostro orecchio a Dio e agli ultimi. Chiediamo la forza di un digiuno che attraversi anche la lingua, perché diminuiscano le parole che feriscono e cresca lo spazio per la voce dell’altro. E impegniamoci affinché le nostre comunità diventino luoghi in cui il grido di chi soffre trovi accoglienza e l’ascolto generi cammini di liberazione, rendendoci più pronti e solerti nel contribuire a edificare la civiltà dell’amore”.

Don Alberto Forconi: Quaresima è camminare insieme verso la speranza

“Con il segno penitenziale delle ceneri sul capo, iniziamo il pellegrinaggio annuale della santa Quaresima, nella fede e nella speranza. La Chiesa, madre e maestra, ci invita a preparare i nostri cuori e ad aprirci alla grazia di Dio per poter celebrare con grande gioia il trionfo pasquale di Cristo, il Signore, sul peccato e sulla morte, come esclamava san Paolo: ‘La morte è stata inghiottita nella vittoria. Dov’è, o morte, la tua vittoria? Dov’è, o morte, il tuo pungiglione?  Infatti Gesù Cristo, morto e risorto, è il centro della nostra fede ed è il garante della nostra speranza nella grande promessa del Padre, già realizzata in Lui, il suo Figlio amato: la vita eterna”.

Dall’inizio del messaggio di papa Francesco per il periodo quaresimale, ‘Camminiamo insieme nella speranza’ iniziamo un colloquio con don Alberto Forconi, coordinatore pastorale della vicaria di Urbisaglia, Colmurano e Abbadia di Fiastra, in provincia di Macerata, che da alcuni anni propone una cena a ‘pane ed acqua’, a cui partecipano tra 50 ed 80 persone, con letture bibliche e testimonianze per rimettere al centro la condivisione e la solidarietà a favore dei missionari della diocesi di Macerata.

‘Camminare insieme significa essere tessitori di unità, a partire dalla comune dignità di figli di Dio; significa procedere fianco a fianco, senza calpestare o sopraffare l’altro, senza covare invidia o ipocrisia, senza lasciare che qualcuno rimanga indietro o si senta escluso. Andiamo nella stessa direzione, verso la stessa meta, ascoltandoci gli uni gli altri con amore e pazienza’, scrive ancora nel messaggio papa Francesco: per quale motivo egli invita a camminare insieme nella speranza?

“Il papa ci chiama a valorizzare il tempo forte della Quaresima soprattutto in questo Anno Santo il cui motto programmatico è ‘Pellegrini di speranza’. Subito l’Anno Santo ci fa pensare al popolo d’Israele pellegrino nel deserto ma con la speranza di raggiungere la Terra Promessa. Questo ricordo biblico ci porta immediatamente alla nostra realtà: anzitutto quanti nostri fratelli e sorelle stanno fuggendo da situazioni di miseria e di violenza in cerca di una vita migliore…E poi noi stessi ci sentiamo veramente in cammino insieme alla Chiesa oppure sono uno piuttosto paralizzato, statico, con la paura e la mancanza di speranza o, peggio ancora, adagiato nella mia comodità?”

Il messaggio è anche un invito a camminare nella sinodalità: siamo allora capaci di camminare insieme?

“I cristiani sono chiamati a fare strada insieme, mai come viaggiatori solitari. Lo Spirito Santo ci spinge ad uscire da noi stessi per andare verso Dio e verso i fratelli, mai chiusi in noi stessi. Mi domando quale è la mia posizione al riguardo?. Ricordiamo che il Signore mandò gli apostoli ‘due a due’, perché il loro camminare insieme doveva essere la prima prova della Buona Novella che predicavano. Domandiamoci dunque: quale prova stiamo dando alle nostre comunità e a chiunque ci incontra?”

In quale modo ci si può impegnare per la fraternità e la cura della casa comune?

“Lo spazio che ci circonda e le settimane che stiamo vivendo devono essere i primi testimoni della nostra fraternità e della cura della casa comune: come li sto vivendo? Certamente qualcosa ho letto ed ho fatto, ma finisce tutto qui? Non c’è proprio nient’altro da fare?”

Cosa sono le cene quaresimali?

“Niente di straordinario e niente di ordinario…. Mi spiego: sono delle cene che vengono organizzate in alcune parrocchie con la finalità di vivere insieme l’esperienza della penitenza quaresimale. Insieme e a lume di candela si cena a ‘pane ed acqua’. Mentre si mangia in silenzio viene proposta una lettura di taglio religioso: un brano del Vangelo, il messaggio del papa, la vita di un santo….poi viene lasciato del tempo per fraternizzare, per conoscersi con gli altri commensali che cercano di presentarsi per favorire il significato del cenare insieme.

A volte può essere presente alla cena un fratello che ha vissuto un’esperienza particolare da far conoscere, una testimonianza che può rendere più concreto e significativo quanto letto all’inizio. Un canto con una breve preghiera conclude la cena che non deve protrarsi più di tanto (dalle ore 20.00 alle ore 21,15 circa) per dare a tutti la possibilità di tornare a casa presto per il lavoro o la scuola del giorno dopo”.

Con quale ‘finalità’ si svolgono queste ‘cene quaresimali’?

“Il fine di queste cene già è stato detto: la penitenza quaresimale e la possibilità di fare la cena insieme come gesto penitenziale e come gesto sinodale. Nella nostra diocesi abbiamo tre sacerdoti ‘Fidei Donum’ che lavorano in Patagonia: metteremo a disposizione di alcuni giovani delle loro parrocchie del denaro raccolto in quelle cene per poter venire a condividere il pellegrinaggio del giovani Loreto-Roma a piedi insieme ai nostri giovani. Anche questo è Sinodo e Giubileo insieme. La gente partecipa e anche numerosa: quasi sempre un centinaio ed anche di più. Nel caso nostro le cene sono organizzate tutti i mercoledì della Quaresima e certe sere abbiamo avuto la presenza dei ragazzi del catechismo insieme ai loro genitori e sono stati proprio loro a creare un clima più che simpatico favorito anche dalla curiosità per la novità dell’evento”.

(Tratto da Aci Stampa)

Don Antonio Ruccia: Quaresima per vivere una Pasqua vivificante

“Sacrificare fa rima con appropriarsi. Sacrificarsi, al contrario, fa sempre rima con donarsi. Infatti, se Pasqua vuol dire passare, vuol dire soprattutto donare. Donare vuol dire amare gratuitamente senza aspettarsi il contraccambio.  L’amore pagato è un amore strumentalizzato. L’amore è un servizio donato. Gesù corregge tutti. Lo fa con una mossa a sorpresa indicando che solo donandosi si può amare… La fede è un impegno da non limitare, un amore da non circoscrivere ma una vita da consumare perché ogni crocifisso non resti ancora un macabro spettacolo sotto gli occhi dell’umanità. Sacrificarsi per amare e riscattare e non per celebrare: questo è il messaggio del Crocifisso, questa è la Pasqua da realizzare”.

Quindi non basta credere per essere cristiani: “Non basta oltrepassare una porta per sentirsi liberi e dire di essere ‘cristiani in uscita’. Non basta percorrere una strada in salita per raggiungere l’obiettivo e sentirsi ‘giubilati’. Se c’è una strada da percorrere per vivere il giubileo dobbiamo stringerci la mano e passare dalla disperazione alla risurrezione senza lasciare nessuno durante il cammino.

Gli affamati, i migranti, le donne usate, gli ammalati e i bambini abbandonati ci chiedono di non essere commiserati, ma amati e riscattati. La quaresima non è tempo di disperazione. Non è orientata al Venerdì Santo, ma alla Pasqua di risurrezione. Per questo non è il tempo delle mortificazioni, ma è il tempo delle vivificazioni”.

Sollecitati da queste riflessioni scaturite dal libro ‘Via Crucis del Giubileo – Dalla disperazione alla Risurrezione’ scritto da suor Mimma Scalera, direttrice della ‘Cittadella Sanguis Christi’ di Trani, e da don Antonio Ruccia, parroco della chiesa di San Giovanni Battista a Bari e docente di teologia pastorale alla Pontificia Università Urbaniana e alla Facoltà teologica di Bari, per chiedere a quest’ultimo autore di narrare in quale modo è possibile vivere la Pasqua in questo anno giubilare:

“Il giubileo è l’occasione propizia che la Chiesa offre per poter ricominciare. Per farlo è necessario affidarsi al Signore e avere la certezza che il Signore non lascia nessuno per strada. I pellegrini della speranza, quelli che camminano sulla strada del mondo, non marciano nella speranza attendendo che cambi qualcosa, ma sono quelli che cambiano passo dopo passo la storia. Non l’affrontano con il passo di chi è stanco appena inizia, ma con la forza di chi crede che amare è sempre il contrario di snobbare”.  

Perché la Quaresima è il tempo delle ‘vivificazioni’?

“Per immergersi nella Quaresima è necessario camminare. Ma non basta essere dei pellegrini. Bisogna diventare pellegrinanti.  I ‘pellegrinanti della speranza’ sono quelli che, immergendosi nella vita quotidiana, intendono impegnarsi contro le ingiustizie del mondo. Non appartengono alla categoria degli elemosinieri, ma dei motivanti. Sono quelli che non hanno timore di affermare che ogni guerra è ingiusta e che lo sfruttamento delle risorse naturali è un peccato contro l’umanità.

Sono quelli che provano a convertirsi e a progettare una finanza etica e a non avere paura di essere impopolari ed emarginati a causa di quanto affermano. Sono queste vivificazioni che determinano le scalate del Calvario. In caso contrario si è solo spettatori o, peggio ancora, dei figuranti del massacro di Gerusalemme. Sono credenti che vogliano essere determinantie che hanno la certezza che è sempre possibile migliorare senza mai indietreggiare per camminare con Cristo che per noi ha dato tutto e che con noi intende continuare a cambiare l’umanità, partendo proprio da noi”.

Allora, per quale motivo la Quaresima non è il tempo della disperazione?

“I disperati non sono catalogabili con coloro che salgono al Calvario. Non appartengono né alla ‘confraternita dei cirenei’ né tanto meno a quella delle ‘Veroniche’. Non hanno il coraggio né di aiutare Gesù, né di metterci la faccia. La quaresima, invece, aggrega i ‘camminanti’, quelli che aspirano a cambiare e, per dirla grossa, a rivoluzionare la storia, come Gesù. Gli uomini e le donne che sperano rivoluzionano sé stessi e il mondo e non si rinchiudono nei lacrimatoi di una fede tetra ed insignificante.  Gesù non muore da disperato, ma da amato. Tanto è vero che il centurione, sotto la croce, lo dichiara Figlio di Dio. Quelli che sperano non  si fermano, ma camminano sempre nella certezza di essere sempre dei giubilanti”.

Come è possibile passare dalla disperazione alla resurrezione?

“La bacchetta magica la usano i maghi che fanno spettacolo. Quelli che camminano con il passo della speranza e che non si arrendono dinanzi agli ostacoli procedono insieme agli altri e al fianco del Cristo che porta la croce per noi. Tutto questo per affermare che non saranno mai i miracoli a cambiare la vita dei credenti, ma l’impegno costante della vita della comunità. E’ l’esperienza della comunità fatta da ragazzi, giovani ed adulti che permette di risorge. Un cammino che non si circoscrive ad una quaresima, né ad un anno giubilare. E’ il cammino di chi ogni giorno cerca e ricerca come concretizzare l’amore e soprattutto come investire nell’amore cominciando dai poveri”.  

In questo tempo quaresimale quale significato acquista il verbo ‘azzerare’?

“Il termine ‘azzerare’ mette insieme sia il senso del giubileo, sia l’azione di Gesù che sulla croce ‘azzera’ i peccati dell’umanità. Cristo ci insegna che azzerare vuol dire non solo ricominciare, ma soprattutto ribaltare il male. Vuol dire coinvolgersi come cristiani contro i soprusi, le ingiustizie, le violenze, le mercificazioni, le guerre e le mancate attenzioni verso i meno fortunati. Vuol dire schierarsi con Cristo e dalla parte dei ‘Cristi viventi’. Gesù chiede a tutti che si sforni amore. Un amore pari a quello di una mamma quando mette al mondo suo figlio poiché il suo grido di dolore diventa grido di amore. Questo vuol dire azzerare per rialzarsi da tante situazioni in cui si è caduti. Solo rialzandosi si ricomincia a vivere e Cristo continua ad insegnarcelo quotidianamente”. 

(Tratto da Aci Stampa)

Il progetto di microcredito sociale per la Quaresima di carità

La Diocesi di Ugento – S. Maria di Leuca attraverso la Caritas Diocesana e il suo braccio operativo, la Fondazione ‘Mons. Vito de Grisantis’, comunica che la questua raccolta nelle comunità durante le celebrazioni liturgiche che si svolgeranno nelle 43 Parrocchie del territorio diocesane, IV Domenica  30 Marzo, ‘Quaresima di Carità’, sarà utilizzata per sostenere il Progetto ‘Mi fido di noi’ , finalizzato, nell’anno del Giubileo, Pellegrini di Speranza, a realizzare un’opportunità concreta di sostegno per famiglie e singoli in difficoltà economica attraverso il microcredito sociale (da € 1.000,00 a € 8.000,00 ); un aiuto per le persone per riappropriarsi della propria dignità.

Il Progetto ‘Mi fido di noi’ attua la logica della condivisione dal basso; al contributo di € 11.400,00, conferito dalla CEI (Conferenza Episcopale Italiana), corrispondenti a € 0,10, per abitante residente sul territorio diocesano (114.000 abitanti), la Diocesi si impegna a corrispondere ulteriori € 11.400,00  per un totale di € 22.800,00  che sarà utilizzato come Fondo Rotativo a sostegno di famiglie in difficoltà economica. La questua raccolta nelle comunità il prossimo 30 marzo sarà per il raggiungimento della somma a carico della Diocesi di Ugento – S. Maria di Leuca, € 11.400,00, a cui dovranno aggiungersi le offerte detraibili fiscalmente sia di persone fisiche che giuridiche (aziende, associazioni, organizzazioni, enti…). La CEI – Conferenza Episcopale Italiana raddoppierà la somma della questua raccolta nelle 43 Parrocchie.

Al Microcredito sociale ‘Mi fido di noi’ possono usufruire famiglie o persone residenti nei 17 Comuni del territorio diocesano, i quali non accedono al credito bancario; che hanno subito una diminuzione del reddito a causa della perdita del lavoro; i quali sostengono spese straordinarie per motivi di salute o per motivi di studio (iscrizione università, acquisto libri, ecc.). I quali necessitano di iscriversi a percorsi di formazione per l’inserimento lavorativo che sostengono spese per motivi abitativi.

Il Beneficiario deve impegnarsi a recarsi presso il Centro ascolto Caritas parrocchiale o diocesano; partecipare ai percorsi proposti formativi di: educazione finanziaria, bilancio familiare …; restituire il prestito secondo il piano concordato rispettare le istruzioni/avvertenze previste nel microcredito sociale in caso di difficoltà. Tale iniziativa si inserisce nell’impegno che già, la Diocesi, da anni svolge, attraverso la Fondazione De Grisantis Antiusura, a favore delle famiglie in difficoltà economica e per la prevenzione dell’usura.

Quest’azione pastorale di vicinanza, intende far vivere l’impegno della prima comunità apostolica, ‘.. .la moltitudine di coloro che erano diventati credenti aveva un cuore solo e un’anima sola e nessuno considerava sua proprietà quello che gli apparteneva, ma fra loro tutto era comune. Con grande forza gli apostoli davano testimonianza della risurrezione del Signore Gesù e tutti godevano di grande favore. Nessuno infatti tra loro era bisognoso, perché quanti possedevano campi o case li vendevano, portavano il ricavato di ciò che era stato venduto e lo deponevano ai piedi degli apostoli; poi veniva distribuito a ciascuno secondo il suo bisogno’ (Atti 4,32-35).

 Aderendo al progetto ‘Mi fido di noi’, mons. Angiuli, in questo Anno Giubilare, ha invitato ad essere, ancora una volta, ‘artigiani di speranza’ accanto alle famiglie in difficoltà economica residenti nella Diocesi.

 Per informazioni e maggiori dettagli: Centro Caritas – Piazza Cappuccini, 15 a Tricase tel. 0833219865 -www.caritasugentoleuca.it  – Email: info@fondazionedegrisantis.it.  Offerta detraibile fiscalmente con bonifico riportante la causale: Progetto ‘Mi fido di noi’ – Fondazione Mons. Vito De Grisantis – IBAN: IT23K0306234210000002904373.

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