Tag Archives: Pastorale

In ascolto dei genitori con figli lgtb+

Domenica 17 maggio si è svolta la Giornata internazionale contro l’omofobia, la bifobia, la transfobia (o IDAHOBIT, acronimo di International Day Against Homophobia, Biphobia, Transphobia) , riconosciuta dall’Unione Europea e dalle Nazioni Unite, mentre negli ultimi mesi dello scorso anno la Cei aveva approvato un testo, ‘Lievito di pace e di speranza, invitando le Chiese locali italiane a sostenere le giornate e le iniziative contro l’omofobia e la transfobia:

“L’Assemblea sinodale avanza le seguenti proposte: che la Conferenza Episcopale Italiana (Cei) sostenga con la preghiera e la riflessione le ‘giornate’ promosse dalla società civile per contrastare ogni forma di violenza e manifestare prossimità verso chi è ferito e discriminato (Giornate contro la violenza e discriminazione di genere, la pedofilia, il bullismo, il femminicidio, l’omofobia e transfobia, etc.); che le Chiese locali e le Conferenze Episcopali Regionali formino opportunamente gli operatori pastorali e si avvalgano di esperienze formative e prassi già in atto, che si celebra dal 2004 il 17 maggio di ogni anno ed anche in molte diocesi italiane si svolgono veglie di preghiera”.

Mentre nel documento di sintesi del cammino sinodale c’è l’invito ad impegnarsi a “promuovere il riconoscimento e l’accompagnamento delle persone omoaffettive e transgender, così come dei loro genitori, che già appartengono alla comunità cristiana” con la richiesta di valorizzare “le buone prassi pastorali già in atto e che coordinino nuovi percorsi di formazione alle relazioni e alla corporeità-affettività-sessualità, anche tenendo conto dell’orientamento sessuale e dell’identità di genere, soprattutto di preadolescenti, adolescenti e giovani e dei loro educatori”.

Per questo all’Abbadia di Fiastra, nella diocesi di Macerata, era avvenuta la testimonianza di due coppie di genitori che hanno figli lgbt+. Essi hanno espresso gratitudine al proprio figlio “perché si è fidato così tanto di noi da consegnarci la parte più intima di sé, il suo cuore, pur temendo che avremmo potuto soffrire. Siamo consapevoli che nostro figlio è  alla ricerca del proprio sé, della propria identità e, in un’ottica di fede, sta lottando contro schemi e pregiudizi, per unificare l’identità di sé omosessuale con l’identità del sé credente”.

In questo travaglio interiore, hanno raccontato di avere sperimentato una crescita nel loro rapporto sponsale: “Questa nuova sfida, come tutte, mette a dura prova, e rafforza, la promessa di sostenersi l’un l’altro in ogni situazione della vita. Il cammino di ricerca comune è stato aspro di fronte ad un progetto misterioso, difficile da decifrare, ben diverso da quanto avevano pensato. Vi era anche la sofferenza data dal timore che questi nostri figli  avrebbero potuto non essere accolti nella società o nella Chiesa e che si sarebbero potuti sentirsi esclusi o giudicati.

Tuttavia, passati attraverso il dubbio e la ricerca e con la convinzione che comunque vi era un progetto d’amore per il bene nostro e di nostro figlio, abbiamo scoperto la gioia che viene dall’accogliere tutto questo. Chiedendoci: ‘Cosa vuoi Signore da noi?’ e rispondendo a questa domanda, siamo diventati sposi migliori nonché genitori due volte; ed aprendoci ad altri genitori per accompagnarli e vivere insieme queste sfide, siamo diventati tre volte genitori”.

Al termine dell’incontro a Corrado Contini, che con la moglie Michela Munarini, è tra i fondatori della Rete ‘3VolteGenitori’ e collaboratore per tanti anni con la pastorale familiare della diocesi di Parma, abbiamo chiesto di raccontarci cosa si prova ad avere un figlio lgtb+: “E’ una sorpresa, perché è una cosa imprevista che non pensavi, ma che il Signore in qualche modo ha messo sulla tua strada.

Nell’accoglienza di questa realtà che si manifesta, si realizza, a mio avviso, quello che ci è chiesto sempre come genitori: accogliere e accompagnare questo figlio così come è, come avevamo fatto per gli altri due. Volevamo e dovevamo accompagnarlo, perché potesse trovare la sua strada, quella di poter essere felice ed amato e poter vivere una vita buona. Ma per tutto questo occorreva che lui fosse capito ed accolto nella sua natura, nella sua unicità e differenza. Questa è stata la nostra esperienza”.

Quindi ha ragione Eduardo De Filippo a dire che i figli sono figli?

“Sì! I figli sono figli e sono come sono. In questo cammino che in realtà all’inizio è stato oscuro e difficile in quanto non conoscevamo questa realtà e non capivamo, ci ha aiutato molto pregare chiedendo al Signore  di comprendere questo cammino e farci capire il disegno di questa realtà sia per nostro figlio che per noi.

Leggendo la Parola di Dio vi abbiamo trovato conforto, per esempio quando leggevamo nel Vangelo di san Luca il discorso di Gesù con i dottori nel Tempio e come, quando Maria e Giuseppe lo cercavano disperati, anche Gesù manifesta la volontà del Padre, che loro non avevano ancora capito. Gesù dicendo loro che aveva un disegno misterioso, impensato, del Padre su di lui, manifesta loro una realtà al di fuori di ogni schema, fa come il suo ‘coming out’. Questo brano di Vangelo ci è stato di grande aiuto e come Maria abbiamo cercato di meditare questa Parola per comprenderne il significato per noi”.

Questo percorso è inserito nella pastorale familiare della diocesi di Parma?

“Si stanno compiendo alcuni passi ed il nostro Vescovo Enrico ha voluto inserire una coppia di genitori ed un sacerdote nella pastorale famigliare che si rendessero disponibili ad accogliere ed accompagnare altri genitori credenti che vivono questa realtà. Per questo percorso è molto importante quello che è stato scritto nei documenti del Sinodo, approvati nello scorso novembre: inserire la pastorale con le persone omoaffettive e transgender nella pastorale ordinaria, ‘con’ queste persone e non ‘per’ queste persone.

Con queste persone camminare insieme facendo i passi possibili, attraverso la conoscenza reciproca;  si intende riflettere, conoscere e pregare per vincere i pregiudizi legati a questa realtà, capire che non è una realtà che si è scelta o che in qualche modo si vive per capriccio, ma che è un orientamento affettivo e sessuale stabile che diventa condizione di vita.

E’ una realtà profonda, che va conosciuta, rispettata ed accolta nella sua dignità. Questa pastorale si può inserire nella pastorale della famiglia, perché hanno bisogno i figli ed hanno bisogno anche i genitori di essere accompagnati e supportati in questa dimensione che si trovano a vivere. E’ una realtà che va accolta e riconosciuta nella Chiesa affinché lo sia anche nella società, perché pensiamo che ogni figlio abbia la sua dignità ed abbia il diritto di essere visto con quello sguardo d’amore con cui è guardato dal Padre dei cieli”.

Quali passi ha compiuto la Chiesa in questo cammino?

“Ha compiuto passi importanti. Noi siamo partiti venti anni fa, quando non c’era nulla ed abbiamo cercato di costruire con chi allora iniziava un percorso. Sicuramente la Chiesa ha compiuto passi importantissimi negli ultimi cinque anni, da quando è iniziato questo cammino sinodale, in cui papa Francesco ci ha invitato ad ascoltarci gli uni gli altri per raccontarci quello che lo Spirito va compiendo nei nostri cuori.

Dal cammino sinodale è emerso nel documento finale come la realtà delle persone omoaffettive e transgender vada riconosciuta, perché riconoscere significa vedere una realtà, ma anche conoscere in profondità quello che quella realtà rappresenta. Riconoscere significa infine, camminare insieme nella pastorale ordinaria perché tutte e tutti facciamo parte della famiglia della Chiesa, del Popolo di Dio”. 

Cosa è la Rete ‘3VolteGenitori’?

“Il 14 febbraio 2021 è nata la Rete nazionale di genitori credenti con figli e figlie lgbt+ che abbiamo voluto chiamare ‘3VolteGenitori’. Una Rete che è nata con il passaparola e con incontri on-line ed un Convegno nazionale in presenza nel 2023. Una Rete orizzontale, come strumento di servizio per i genitori in cerca di aiuto; come strumento di accoglienza e di sostegno alle persone e ai gruppi per favorire la comunicazione e una formazione su questi temi ampia e condivisa. Una Rete presente in 15 regioni diverse con 19 gruppi e 300 genitori singoli o in coppia con un figlio o una figlia lgbt+, uniti nella fede in un Dio che ama ogni sua creatura nella sua unicità e differenza”.

A Bertinoro la settimana di animazione missionaria della Congregazione del Preziosissimo Sangue

Fino al 31 maggio, la comunità parrocchiale di Santa Maria Nuova di Bertinoro ospiterà la settimana di animazione missionaria, promossa dal Servizio di pastorale giovanile e vocazionale della Congregazione dei Missionari del Preziosissimo Sangue. L’iniziativa coinvolgerà non solo la vita parrocchiale, ma l’intero territorio, con visite dei missionari alle scuole e agli ammalati, attività dedicate a ragazzi e giovani, celebrazioni eucaristiche, appuntamenti comunitari e catechesi rivolte ad adulti e giovani. Il tema scelto, ‘Chi è freddo non riscalda’, prende spunto da una celebre espressione di san Gaspare del Bufalo, fondatore della Congregazione.

La settimana si è aperta domenica 24 maggio con la Messa solenne, durante la quale sarà conferito il mandato missionario a tutta l’equipe ed è proseguita nel pomeriggio con l’incontro con l’Unione Sanguis Christi Music, realtà musicale legata alla spiritualità del Preziosissimo Sangue. Tra gli appuntamenti centrali, giovedì 28 maggio alle ore 20.30 si svolgerà la liturgia penitenziale, mentre venerdì 29 maggio, sempre alle ore 20.30, la comunità vivrà la via Crucis lungo le vie del territorio parrocchiale.

Particolarmente significativa sarà la giornata di sabato 30 maggio: alle ore 18.00 è prevista l’accoglienza dell’immagine miracolosa di Maria Santissima Madre della Misericordia, proveniente dal santuario di Rimini; alle ore 21.00, in chiesa, si terrà la veglia Eucaristica, momento culminante dell’intera settimana missionaria. La missione si concluderà domenica 31 maggio alle ore 10.30 con la messa di chiusura, seguita dall’inaugurazione della targa a ricordo della missione:

“Nei giorni dell’animazione missionaria, condivide don Valerio Volpi, Missionario del Preziosissimo Sangue e direttore dell’ufficio di pastorale giovanile e vocazionale, abitiamo fisicamente tutti i luoghi della comunità, per cercare di guardare negli occhi e stringere la mano a ‘vicini’ e ‘lontani’. Ai vicini, perché insieme a noi possano riscoprire la bellezza della dimensione missionaria del loro battesimo, perché nelle loro fatiche si sentano confermati e possano riprendere slancio nella loro vita pastorale.

L’animazione è per questi una sorta di grande ‘defibrillatore’ che possa renderli più consapevoli e responsabili del tesoro che il Signore ha loro affidato con il dono della fede. ‘Non veniamo a far da padroni sulla vostra fede – ripetiamo con san Paolo a tutti coloro che ci accolgono nelle loro comunità – siamo piuttosto collaboratori della vostra gioia’ (2 Cor 1,24).

Ai ‘lontani’ invece, a quelli che hanno perso il gusto del loro battesimo, o a quei fratelli e sorelle che portano nel cuore ferite tanto grandi da avere a volte oscurato la gioia del Vangelo, ci piace farci compagni di viaggio. Volti amici e sorrisi che con il passare del tempo, durante una settimana, divengono ‘familiari’, perché il calore umano diventi il primo mezzo per suscitare domande”.

Papa Leone XIV a Napoli invita a fare rete

“Ciao Napoli! Buongiorno! Sono venuto a Napoli per trovare questo calore che solo Napoli sa offrire! Grazie per questa accoglienza! Grazie! E’ una benedizione di Dio trovarci insieme, sono molto contento di poter essere qui questo pomeriggio: un tempo molto breve ma molto significativo. E questa prima fermata proprio qui al Duomo, la cattedrale di Napoli, dove voglio anche fare quest’omaggio a San Gennaro, tanto importante per la vostra devozione, la vostra fede!”: dopo Pompei papa Leone XIV è arrivato a Napoli e nell’incontro con il clero ha incoraggiato a promuovere ‘la religiosità popolare spontanea ed effervescente’ per fare fronte alle piaghe della violenza, della disoccupazione giovanile e della dispersione scolastica.

E partendo dall’episodio di Emmaus ha incentrato il discorso sulla cura: “C’è una parola che risuona nel mio cuore ascoltando il racconto evangelico dei due discepoli di Emmaus: la parola cura. Come quei due discepoli, anche noi spesso portiamo avanti il nostro cammino senza riuscire a interpretare i segni della storia e, a volte, scoraggiati e delusi da tanti problemi o per le speranze personali e pastorali che sembrano non realizzarsi, abbiamo il volto triste e l’amarezza nel cuore. Gesù, però, si affianca e cammina con noi, ci accompagna per aprirci a una nuova luce: il suo è l’atteggiamento di chi si prende cura”.

La cura della città per ‘vincere’ la trascuratezza: “Il contrario della cura è la trascuratezza. E subito vengono in mente alcuni esempi: la trascuratezza delle strade e degli angoli della città, quella delle aree comuni, quella delle periferie e, ancor più, tutte quelle situazioni in cui è la vita stessa a essere trascurata, quando si fa fatica a custodirne la bellezza e la dignità. Vorrei però che ci fermassimo, prima di tutto, sull’importanza della cura interiore, che è cura del nostro cuore, della nostra umanità e delle nostre relazioni”.

Cura che richiama alla responsabilità: “Lo dico anzitutto a coloro che, nella Chiesa, sono chiamati a un ruolo di responsabilità, a un servizio di governo, a una speciale consacrazione. Penso anzitutto ai preti, alle religiose e ai religiosi, perché il peso del ministero e la fatica interiore che ne consegue, oggi sono diventati, per certi versi, ancora più gravosi rispetto al passato”.

Cura della spiritualità: “Anzitutto la cura della vita interiore e spirituale, alimentando costantemente la nostra relazione personale con il Signore nella preghiera e coltivando la capacità di ascoltare ciò che si agita dentro di noi, per fare discernimento e lasciarci illuminare dallo Spirito. Ciò richiede anche il coraggio di saperci fermare, di non aver paura di interrogare il Vangelo sulle situazioni personali e pastorali che viviamo, per non ridurre il ministero a una funzione da svolgere”.

Cura come ascolto per progettare una nuova dimensione della città: “E’ una missione che richiede l’apporto di tutti. In una città segnata da disuguaglianze, disoccupazione giovanile, dispersione scolastica e fragilità familiari, l’annuncio del Vangelo non può prescindere da una presenza concreta e solidale, che coinvolge tutti e ciascuno, preti, religiosi, laici.

Tutti sono soggetti attivi della pastorale e della vita della Chiesa e non solo collaboratori, perché l’impegno e la testimonianza di ciascuno possano generare una comunità presente e attenta, capace di essere lievito nella pasta. Una comunità che sa progettare e proporre percorsi che aiutano le persone a vivere l’esperienza del Vangelo e a riceverne impulsi per rinnovare la città di Napoli”.

La visita papale si è conclusa in piazza del Plebiscito, dove ha parlato della vita cittadina: “La città rimane ancora segnata da un divario sociale che non separa più il centro dalle periferie, ma è addirittura marcato all’interno di ogni area, con periferie esistenziali annidate anche nel cuore del centro storico. In molte zone si scorge una vera e propria geografia della disuguaglianza e della povertà, alimentata da problemi irrisolti da tempo: la disparità di reddito, le scarse prospettive di lavoro, la carenza di strutture adeguate e di servizi, l’azione pervasiva della criminalità, il dramma della disoccupazione, la dispersione scolastica e altre situazioni che appesantiscono la vita di molte persone”.

E’ stato un invito alla collaborazione: “Sono felice di poter dire che la Chiesa a Napoli è un “collante” che contribuisce notevolmente a questo lavoro di rete, per tenere insieme gli sforzi dei singoli e connettere le energie, i talenti e le aspirazioni di molti. Lo ha fatto promuovendo un Patto Educativo, che ha trovato una risposta generosa nelle Istituzioni (il Comune, la Regione, il Governo) ed anche in tante realtà ecclesiali e del Terzo settore”.

Ed ecco l’appello all’unità: “Vorrei perciò lanciare un appello a tutti voi: non si spezzi questa rete che vi unisce, non si spenga questa luce che avete iniziato ad accendere nel buio, non perda il suo colore questo sogno che state realizzando per una Napoli migliore e più bella! Continuate a portare avanti questo Patto, radunate le forze, lavorate insieme, camminate uniti (Istituzioni, Chiesa e società civile) per sollevare la città, preservare i vostri figli dalle insidie del disagio e del male, per restituire a Napoli la sua chiamata ad essere capitale di umanità e di speranza”.

E’ stato un invito ad essere ‘ponte’: “La pace parte dal cuore dell’uomo, attraversa le relazioni, si radica nei quartieri e nelle periferie, e si allarga fino ad abbracciare la città intera e il mondo. Per questo sentiamo urgente lavorare anzitutto dentro la città stessa. Qui la pace si costruisce promuovendo una cultura alternativa alla violenza, attraverso gesti quotidiani, percorsi educativi e scelte pratiche di giustizia”.

Una pace che è giustizia: “Sappiamo, infatti, che non esiste pace senza giustizia, e che la giustizia, per essere autentica, non può mai essere disgiunta dalla carità. E’ in questa prospettiva che nascono e si sviluppano esperienze come la Casa della Pace, che accoglie bambini e madri in difficoltà, e Casa Bartimeo, luogo di accompagnamento per giovani e adulti in situazioni di fragilità: segni concreti di una pace che si fa ospitalità, cura e possibilità di riscatto”.

Infine ha chiesto di coinvolgere i giovani: “Fatelo specialmente con i giovani, che non sono soltanto destinatari ma protagonisti del cambiamento. Si tratta non solo di coinvolgerli, ma di riconoscere loro spazio, fiducia e responsabilità, perché possano contribuire in modo creativo alla costruzione del bene. In una realtà spesso segnata da sfiducia e mancanza di opportunità, i giovani rappresentano una risorsa viva e sorprendente.

Lo dimostra l’esperienza del Museo Diocesano Diffuso, dove tanti di loro si impegnano a custodire e raccontare il patrimonio culturale e spirituale della città con linguaggi nuovi e accessibili. Lo dimostrano i giovani che, negli oratori, si dedicano con passione all’educazione dei più piccoli, diventando punti di riferimento credibili e testimoni di relazioni sane. Lo dimostrano, ancora, i numerosi volontari che si spendono nei servizi di carità, nelle iniziative sociali e nei percorsi di accompagnamento delle fragilità”.

(Foto: Santa Sede)

Papa Leone XIV convoca le Conferenze episcopali per la pastorale della famiglia

“Il 19 marzo 2016, Papa Francesco ha offerto alla Chiesa universale un luminoso messaggio di speranza riguardo all’amore coniugale e famigliare: l’Esortazione apostolica Amoris laetitia, frutto di tre anni di discernimento sinodale sostenuti dall’Anno Santo della Misericordia. In questo decimo anniversario, vogliamo rendere grazie al Signore per l’impulso dato allo studio e alla conversione pastorale della Chiesa e chiedergli il coraggio di proseguire il cammino, accogliendo sempre nuovamente il Vangelo, nella gioia di poterlo annunciare a tutti”: attraverso una lettera in occasione del decimo anniversario dell’esortazione apostolica post-sinodale di papa Francesco, ‘Amoris Laetitia’, papa Leone XIV convoca per il prossimo ottobre i presidenti delle Conferenze Episcopali di tutto il mondo per un evento di ‘ascolto reciproco’ e ‘discernimento sinodale’.

Nella lettera il papa ciò che il Concilio Vaticano II ha trasmesso in merito alla famiglia: “Come insegna il Concilio Vaticano II, la famiglia è ‘il fondamento della società’, dono di Dio e ‘scuola di arricchimento umano’. Mediante il Sacramento del matrimonio, gli sposi cristiani costituiscono una sorta di ‘Chiesa domestica’, il cui ruolo è essenziale per l’educazione e la trasmissione della fede. Sulla scia dell’impulso conciliare, le due Esortazioni apostoliche ‘Familiaris consortio’, data da san Giovanni Paolo II nel 1981, ed ‘Amoris laetitia’ hanno entrambe stimolato l’impegno dottrinale e pastorale della Chiesa al servizio dei giovani, dei coniugi e delle famiglie”.

Con tale esortazione apostolica papa Francesco ha dato un preciso impegno alla Chiesa in questo cammino sinodale: “Il suo discorso del 17 ottobre 2015, pronunciato durante la XIV Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi sulla famiglia, invita a un ‘ascolto reciproco’ all’interno del popolo di Dio…   E precisa che non è ‘possibile parlare della famiglia senza interpellare le famiglie, ascoltando le loro gioie e le loro speranze, i loro dolori e le loro angosce’.

Raccogliendo i frutti del discernimento sinodale, ‘Amoris laetitia’ offre un insegnamento prezioso che dobbiamo continuare ad approfondire oggi: la speranza biblica della presenza amorevole e misericordiosa di Dio, che permette di vivere ‘storie di amore’ anche quando si attraversano ‘crisi familiari’; l’invito ad adottare ‘lo sguardo di Gesù’ ed a stimolare senza stancarci ‘la crescita, il consolidamento e l’approfondimento dell’amore coniugale e familiare’: l’appello a scoprire che l’amore nel matrimonio ‘dà sempre vita’ e che esso è ‘reale’ proprio nel suo modo ‘limitato e terreno’, come ci insegna il mistero dell’Incarnazione”.

Come detto ai giovani nel giubileo a Tor Vergata il papa ha evidenziato la necessità di vivere la bellezza della famiglia: “Per servire la missione di annunciare il Vangelo della famiglia alle giovani generazioni, dobbiamo imparare a evocare la bellezza della vocazione al matrimonio proprio nel riconoscimento della fragilità, in modo da risvegliare ‘la fiducia nella grazia’ ed il desiderio cristiano di santità. Dobbiamo anche sostenere le famiglie, in particolare quelle che soffrono tante forme di povertà e di violenza presenti nella società contemporanea”.

Proprio per questa vitalità della famiglia il papa ha chiesto attenzione per la pastorale: “Il nostro tempo è segnato da rapide trasformazioni che, ancor più di dieci anni fa, rendono necessaria una particolare attenzione pastorale alle famiglie, alle quali il Signore affida il compito di partecipare alla missione della Chiesa di annunciare e testimoniare il Vangelo.

Vi sono, infatti, luoghi e circostanze in cui la Chiesa ‘non può diventare sale della terra’ se non per mezzo dei fedeli laici e, in particolar modo, delle famiglie. Perciò l’impegno della Chiesa in questo ambito va rinnovato e approfondito, affinché coloro che il Signore chiama al matrimonio e alla famiglia possano vivere il loro amore coniugale in Cristo e i giovani si sentano attratti dall’intensità della vocazione matrimoniale nella Chiesa”.

Ed ecco la convocazione delle Conferenze Episcopali per un confronto su questa esortazione apostolica di papa Francesco: “Prendendo atto dei cambiamenti che continuano a influenzare le famiglie, ho deciso di convocare nell’ottobre 2026 i Presidenti delle Conferenze Episcopali di tutto il mondo, al fine di procedere, nell’ascolto reciproco, a un discernimento sinodale sui passi da compiere per annunciare il Vangelo alle famiglie oggi, alla luce di Amoris laetitia e tenendo conto di quanto si sta realizzando nelle Chiese locali”.

Don Marco Pozza alla San Vincenzo De Paoli: è qui che il bene scandalizza

Il carcere, nell’immaginario collettivo, resta il luogo del fallimento definitivo: lo spazio del giudizio senza appello, dove la persona finisce per coincidere con il reato commesso. Un mondo che si osserva da lontano, con sospetto, come se oltre quelle mura non potesse più nascere nulla di buono.

Eppure, per don Marco Pozza, cappellano del carcere Due Palazzi di Padova da 14 anni, è vero l’opposto: “Per chi crede, non esiste cattedrale più bella del carcere per contemplare le capriole della Grazia di Dio. E’ il luogo dove il bene, quando accade, scandalizza più del male”.

Pozza è stato ospite dell’incontro ‘Oltre le mura. La libertà di un pensiero che non si arrende’, promosso dal Settore Carcere e Devianza della Federazione Nazionale Italiana Società di San Vincenzo De Paoli ODV nell’ambito del progetto ‘ScegliAmo Bene’, iniziativa che promuove la cultura della legalità tra gli studenti e la società civile.

Un’occasione di riflessione che ha messo in dialogo l’esperienza pastorale maturata dentro gli istituti penitenziari e l’impegno quotidiano del volontariato, come ha spiegato il sacerdote: “Il male in carcere lo conoscono tutti. Il bene che nasce nella terra del male, invece, non è scontato. Quando lo vedi accadere sotto i tuoi occhi, destabilizza. Perché apre brecce in storie che sembravano già chiuse”.

Dietro le sbarre, ha raccontato don Pozza, il Vangelo prende corpo ogni giorno: “Non c’è bisogno di spiegare chi fossero Levi o Maddalena. Le loro storie accadono davanti a te. Ma non basta vedere: occorre credere a ciò che si è visto e poi raccontarlo con la vita”.

Uno sguardo diverso può riaprire possibilità inattese. Don Marco richiama spesso la figura manzoniana dell’Innominato: “Lucia gli ricorda che ha ancora un cuore. In carcere succede lo stesso. Quando per anni ti senti dire che sei solo un errore, finisci per crederci. Ma se qualcuno, anche solo una volta, ti guarda come nessuno ha mai fatto, nasce il sospetto di poter essere altro rispetto al male commesso”.

E’ proprio su questo sguardo che insiste l’azione della Società di San Vincenzo De Paoli, come ha spiegato spiega Antonella Caldart, responsabile nazionale del Settore Carcere e Devianza: “Essere presenza in carcere significa esserci davvero e avere occhi capaci di andare oltre il reato. Presenziare con il corpo e con l’anima. Condividere tempo, ascolto, fatica lontani da ogni forma di giudizio”.

Un impegno costante coinvolge il Settore Carcere e Devianza della Società di San Vincenzo De Paoli che, solo, negli ultimi mesi ha rafforzato in modo significativo anche il lavoro sulla formazione dei volontari, considerata una condizione essenziale per una presenza autentica e responsabile negli istituti penitenziari. In questa prospettiva si è collocato il percorso ‘Essere presenza nel mondo del carcere’, promosso nelle Marche e conclusosi sabato 14 febbraio, che ha registrato oltre 100 iscritti, provenienti dall’Italia e dall’Estero, e più di 1200 visualizzazioni online, segno di un interesse diffuso e trasversale verso il mondo carcerario.

Magistrati, agenti di polizia penitenziaria, psicologi, educatori, criminologi, medici, garanti dei diritti delle persone private della libertà e volontari con lunga esperienza hanno contribuito a un percorso che ha affrontato temi centrali come la devianza minorile, l’ascolto empatico, le misure alternative alla detenzione, il reinserimento sociale e il sostegno alle famiglie dei detenuti, soprattutto quando sono coinvolti figli minori.

Il percorso formativo ha contribuito alla nascita di nuove Conferenze della Società di San Vincenzo De Paoli formate da volontari pronte a operare nelle carceri delle Marche e di altre regioni. Una presenza, ad oggi sono più di 200 i volontari dell’Associazione impegnati nelle carceri italiane, che darà continuità a una missione che non si limita all’assistenza, ma mira a restituire dignità, relazioni e futuro, ha aggiunto la responsabile nazionale Caldart:

“Essere volontari in carcere significa spendersi perché l’altro riacquisisca la propria dignità. E’ una fatica quotidiana, le delusioni spesso superano le soddisfazioni. Ma anche il più piccolo segnale di cambiamento delle persone recluse diventa una spinta a continuare”.

Per cui don Marco Pozza ha concluso: “Se cambia chi sembrava irrecuperabile, allora tutti siamo costretti a farci una domanda”. E’ una provocazione che riguarda l’intera comunità. Perché, forse, il carcere non è solo il luogo dove si sconta una pena, ma anche quello in cui si misura la capacità di una società di non arrendersi all’idea che il male abbia sempre l’ultima parola.

Il Settore Carcere e Devianza della Federazione Nazionale Italiana Società di San Vincenzo De Paoli si dedica alla formazione dei volontari penitenziari e alla realizzazione di attività rivolte alle persone detenute e alle loro famiglie, in collaborazione con le Direzioni degli istituti, il Tribunale di Sorveglianza, l’UEPE e altre realtà del territorio.

Tra le iniziative promosse anche il Premio Carlo Castelli, concorso letterario per detenuti delle carceri italiane e degli Istituti penali per minorenni, patrocinato da Camera, Senato e Ministero della Giustizia e insignito della medaglia del Presidente della Repubblica.

(Foto: San Vincenzo De Paoli)

10 anni dopo Mitis Iudex Dominus Iesus: colloquio con Emanuele Tupputi e Rosario Vitale

Martedì 24 febbraio si svolgerà presso la Pontificia Università Antonianum, la Giornata di studio Giuridico-Pastorale organizzata dalla Facoltà di diritto canonico della stessa Facoltà, dal titolo: ‘Discernere e accompagnare nella verità, la fragilità matrimoniale tra procedura giuridica e cura pastorale’. La Giornata si svolgerà in due modalità: in presenza o online per la sessione mattutina e solo in presenza per la sessione pomeridiana, ove sono previsti due laboratori da scegliere al momento dell’iscrizione all’indirizzo antdiritto@gmail.com inserendo come oggetto ‘24 febbraio 2026 – PUA’, specificando non solo la modalità di partecipazione, ma possibilmente anche la propria provenienza e attività ecclesiale che si svolge (religioso, sacerdote, operatore pastorale, avvocato, giudice).

Nel frattempo è stato pubblicato il volume ‘La riforma del processo matrimoniale canonico a dieci anni dal motu proprio Mitis Iudex Dominus Iesus dimensione giuridica e pastorale tra bilanci e prospettive’, curato dall’avv. Rosario Vitale, membro dell’Associazione Canonistica Italiana (ASCAI) e direttore di ‘Vox Canonica, periodico online di scienze canonistiche, e don Emanuele Tupputi, dottore in Diritto Canonico, vicario giudiziale del Tribunale Ecclesiastico Diocesano di Trani-Barletta-Bisceglie, responsabile del Servizio Diocesano per l’accoglienza dei fedeli separati, membro del Servizio Diocesano per la Tutela dei minori e delle persone vulnerabili, giudice al Tribunale Ecclesiastico Interdiocesano Pugliese e membro di ASCAI.

Il volume vuole celebrare il decimo anniversario della pubblicazione del Motu Proprio di papa Francesco, ‘Mitis Iudex Dominus Iesus’, e raccoglie tutti i contributi che Vox Canonica (la rivista on line specializzata in diritto canonico, ha pubblicato sul tema. La collettanea, nell’intento degli Autori,  nasce dall’intento di offrire una riflessione organica e multidisciplinare sul significato, sull’impatto e sulle prospettive aperte dalla riforma voluta da papa Francesco.

Agli autori,don Emanuele Tupputi e Rosario Vitale, abbiamo chiesto di raccontare l’intento di questa collettanea: “Il volume intende festeggiare i 10 anni dalla promulgazione del MIDI e raccoglie tutti i contributi che Vox Canonica ha pubblicato in questi primi 5 anni di attività sull’argomento. È stato un lavoro poderoso e di squadra, che contribuisce a far conoscere sempre più e sempre meglio la riforma di papa Francesco. Lo stesso report sui Tribunali ecclesiastici italiani ha contribuito a dare uno spaccato e far comprendere meglio ‘a quale punto siamo’ con la riforma e cosa ancora si deve fare. Mi auguro che questo piccolo contributo, che voglio sottolinearlo, è frutto di una grande squadra che è la famiglia di Vox Canonica, possa aiutare tutti i fedeli ad accostarsi con sempre maggiore consapevolezza al sacramento del matrimonio”.

Quali sono i punti fondamentali del Motu Proprio?

“Tra i punti fondamentali del MIDI si può serenamente riconoscere che esso ha contribuito molto a rendere la giustizia e l’accertamento della verità più efficace e più vicino alla realtà dei fedeli.

Leggendo il MIDI con attenzione si evince chiaramente come il Legislatore ribadisca che deve esserci sempre sinergia tra diritto e azione pastorale nella Chiesa, cosi come l’importanza di recuperare uno stile di prossimità e di reciprocità che ponga al centro la persona e la sua salus nella condizione umana che la vede come creatura.

L’accompagnamento, l’ascolto e il discernimento sono la cifra emblematica della riforma voluta da papa Francesco ma richiede una sempre maggiore attuazione onde fugare pastoralismi sterili a discapito della verità. Un altro punto di forza del MIDI è aver avviato dei processi di conversione delle strutture giudiziarie, anche se non sono mancate e non mancano delle resistenza da superare, come, ad esempio, una maggiore attenzione ad avere più operatori del diritto che siano preparati e quindi di investire anche e soprattutto sui laici affinché possano contribuire nell’amministrazione della giustizia a vari livelli.

E’ difficile per un vescovo di una diocesi dove vi è carenza di sacerdoti, affidare il ruolo di vicario giudiziale ad esempio ad un prete e che questi possa dedicarsi esclusivamente a quello. Questo accade poiché nell’immaginario ecclesiale, certi uffici sembrano essere meno importanti di altri o si pensa che possano occupare meno tempo di altri”.

Cosa è ‘cambiato’ in questo decennio nel processo matrimoniale canonico?

“In questo decennio il processo matrimoniale canonico è stato sicuramente più valorizzato nel suo valore ecclesiale, giuridico e pastorale, ma mai a discapito della verità. Tuttavia, non sono mancate, e ancora persistono, difficoltà di natura culturale, organizzativa o formativa.

Infatti, da una piccola ricerca sui tribunali ecclesiastici in Italia a 10 anni dal MIDI e annesso report compiuto (pubblicati sul sito di Vox Canonica lo scorso 7 gennaio) si è rilevato che il processo matrimoniale canonico è cambiato a macchia di leopardo, nel senso che  da un lato si è rilevata la positività della normativa per aver apportato significativi benefici in termini di economia processuale per l’abolizione dell’obbligatorietà della doppia decisione conforme, come requisito per l’esecutività della sentenza, dall’altro lato diversi Tribunali ecclesiastici (la maggioranza) hanno cercato di accogliere la riforma favorendo un’applicazione ponderata e ragionevole tenendo in debito conto le varie conformazioni territoriali e le competenze.

Nel report, inoltre, alla positività del MIDI sono seguite alcune criticità da superare tra alcune si evidenzia una che è la scomparsa degli appelli contro sentenze affermative che induce a una legittima e saggia riflessione sul se e sul come la difesa del vincolo sia in realtà assicurata e su come la figura del Difensore del vincolo debba essere sostenuta e apprezzata nel serio svolgimento del proprio ruolo processuale in difesa del vincolo”.

Quale pastorale della vicinanza è possibile?

“La prima pastorale della vicinanza è quella di un cambio di mentalità per un autentico servizio alle famiglie che coinvolge direttamente la pastorale giudiziale. Favorire servizi ecclesiali in cui la dimensione giuridica e quella pastorale entrino veramente in dialogo, cosi come previsto, ad esempio, dall’istituto canonico dell’indagine pregiudiziale o pastorale (cfr. RP art. 1-5 del MIDI) che in molte diocesi è ancora disatteso. E questo vale sia per quelle che fanno parte di un tribunale interdiocesano sia per quelle che hanno deciso di istituite un tribunale diocesano.

In un contesto culturale ed antropologico in continua evoluzione anche per la famiglia ed in special modo per le sue fragilità urge andare più incontro ai fedeli feriti aiutandoli a ‘conoscere’ la possibilità della dichiarazione di nullità, e ove possibile invitandoli a percorrerla o in caso contrario accompagnarli pastoralmente per un maggiore integrazione nella comunità ecclesiale e far riscoprire i desiderio di famiglia. Urge una maggiore sinergia tra tribunali ecclesiastici e ambito pastorale della famiglia, della catechesi, dei giovani e della formazione del clero.

Questo al fine di saper leggere le singole situazioni dei fedeli e aprire un più articolato discernimento che favorisca una pastorale unitaria affinché le dinamiche, pastorali prima e processuali poi, corrispondano ad un impegno ecclesiale, in primis dei Vescovi, verso un attenzione concreta delle crisi matrimoniali nella via di alcune parole chiavi: prossimità, accompagnamento, discernimento ed integrazione”.

Papa Leone XIV ha sottolineato la natura pastorale del Diritto Canonico: quali sono le prospettive?

“Le prospettive sono alquanto positive in quanto papa Leone essendo un canonista di formazione e avendo un senso altrettanto spiccato della pastorale sarà capace di far avanzare le finalità del diritto canonico per il bene delle anime. A tal riguardo lo scorso novembre ha ribadito come ‘Nella potestà giudiziaria opera un aspetto fondamentale del servizio pastorale: la diaconia della verità. Ogni fedele, ogni famiglia, ogni comunità ha bisogno di verità circa la propria situazione ecclesiale, in ordine a compiere bene il cammino di fede e di carità. In questa cornice si situa la verità sui diritti personali e comunitari: la verità giuridica dichiarata nei processi ecclesiastici è un aspetto della verità esistenziale nell’ambito della Chiesa’.

Recentemente il 26 gennaio, parlando ai prelati della Rota Romana dopo averli esortati ad essere cooperatori della verità ed operatori di pace ha ribadito l’importanza di coniugare nell’azione giuridica la verità della giustizia e la virtù della carità fugando che una malintesa compassione offuschi la verità. In questi primi discorsi del papa canonista, dunque, si evince il suo desiderio e la sua volontà di far comprendere che il diritto canonico è al servizio della Chiesa e della salus animarum. La sua missione non è un uso positivistico dei canoni per cercare soluzioni di comodo ai problemi giuridici o tentare certi ‘equilibrismi’, ma quella di applicarlo nelle situazioni concrete della pastorale coniugando misericordia e giustizia”.

‘E tu che storia sei?’: primo incontro di orientamento vocazionale nel Centro di pastorale giovanile ad Albano Laziale

Fino al 7 dicembre si terrà ad Albano Laziale il primo incontro di orientamento vocazionale, promosso dai Missionari del Preziosissimo Sangue in collaborazione con le suore Adoratrici del Sangue di Cristo. L’appuntamento, pensato per i giovani dai 18 ai 30 anni, si svolgerà presso il Centro di pastorale giovanile e vocazionale, annesso al santuario di San Gaspare del Bufalo – chiesa di San Paolo.

Il percorso, dal titolo evocativo ‘E tu che storia sei?’, è guidato dal Servizio di pastorale giovanile e vocazionale e intende offrire ai partecipanti uno spazio privilegiato di ascolto, riflessione e confronto, in un clima di amicizia e accompagnamento spirituale, come descrive questi giorni don Valerio Volpi, direttore del Servizio di pastorale giovanile e vocazionale dei Missionari del Preziosissimo Sangue:.

“Non un accumulo di informazioni, ma la possibilità di instaurare una relazione viva con il Signore Gesù. E’ questo quello che pensiamo possa arricchire la vita dei nostri ragazzi. Viviamo in un tempo in cui, a partire dai social, si propongono una enorme quantità di contenuti anche in ambito di fede, ma l’esperienza di Gesù non è un accumulo di stuzzicanti informazioni, non è questione di contenuti. Ci vogliono spazi, tempi e luoghi dedicati al silenzio e ad una relazione che va coltivata”.

Durante le tre giornate, i giovani saranno coinvolti in momenti di meditazione, preghiera sulla Parola di Dio, spazi di silenzio, laboratori, testimonianze e dialoghi personali, strumenti pensati per aiutarli a leggere la propria storia alla luce della fede e a compiere passi significativi nel discernimento vocazionale.

Giornata Mondiale della Pesca: gettare le reti sulla Parola

“L’Opera dell’Apostolato del mare (Opus Apostolatus Maris) provvede alla cura pastorale specifica rivolta alla ‘gente del mare’, cioè ai naviganti, ai marittimi e alle loro famiglie, nonché ad altre persone le cui vite sono esistenzialmente legate alla navigazione e alla pesca sui mari, sui fiumi e sui laghi, è da tempo oggetto di particolare sollecitudine della Chiesa”: nei giorni scorsi con un Chirografo papa Leone XIV ha istituito l’Apostolato del mare, quale organo di Coordinamento dell’Opera dell’Apostolato del mare.

Il Chirografo ha ripercorso la storia di questa Opera di apostolato: “L’Opera dell’Apostolato del mare, nata all’inizio del ventesimo secolo, ha ricevuto la prima approvazione della Sede Apostolica nel 1922. In seguito, nel 1942, papa Pio XII ha deciso che l’allora Sacra Congregazione Concistoriale avesse ‘l’alta direzione dell’Opera’ dell’Apostolato del mare. Tale disposizione è stata confermata dalla sopramenzionata Costituzione Apostolica Exsul Familia.

 In data 21 novembre 1957 la Congregazione Concistoriale ha emanato le Leges Operis Apostolatus Maris, disponendo le norme per la cura pastorale dei marittimi e dei naviganti, nonché attribuendo ai Cappellani dell’Apostolato del mare determinate facoltà e privilegi. Con Decreto Apostolatus Maris dell’allora Pontificia commissione per la cura spirituale dei migranti e degli itineranti, del 24 settembre 1977, le norme e le facoltà sono state revisionate alla luce del Concilio Vaticano II.

San Giovanni Paolo II con Motu Proprio Stella Maris, del 31 gennaio 1997, ha aggiornato le norme precedentemente emesse e, infine, papa Francesco ha disposto che la direzione dell’Opera dell’Apostolato del mare spetti al Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, il quale nel frattempo ha assunto le competenze relative alla pastorale dei migranti e degli itineranti (cfr. art. 166 § 1, Cost. Ap. Praedicate Evangelium)”.

Mentre domani ricorre la Giornata Mondiale della Pesca che quest’anno risponde al tema ‘non abbiamo preso nulla, ma sulla tua parola getterò le reti’. La Giornata è stata istituita nel 1998 con la volontà di rendere omaggio ai pescatori che, con la loro professione, offrono un servizio utile all’intera società.

Nel messaggio il prefetto del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, card. Michael Czerny, ha sottolineato il tema della speranza: “Dal 1998, ogni 21 novembre si celebra la Giornata Mondiale della Pesca. Il suo obiettivo è richiamare l’attenzione sullo stile di vita nel settore ittico. Sostiene inoltre la pesca sostenibile, riconoscendo e rendendo omaggio alle comunità di pescatori di tutto il mondo e sottolineando l’importanza di questa attività per la vita umana e la salute degli ecosistemi. Oltre al Giubileo, quest’anno ricorre il decimo anniversario dell’enciclica ‘Laudato sì’ di papa Francesco, che dedica notevole attenzione alla cura dei mari e degli oceani, considerandoli parte della ‘casa comune’ e dell’equilibrio ecologico globale”.

Quindi il mare è un prezioso ecosistema da tutelare: “Papa Francesco ha anche fatto riferimento ai metodi distruttivi di pesca con le loro conseguenze fatali e ha anche collegato la crisi degli oceani. con le ingiuste condizioni di lavoro nell’industria della pesca, la tratta di esseri umani e l’impatto sulle comunità costiere impoverite. I mari non sono solo una realtà fisica, ma anche uno spazio spirituale di interdipendenza tra l’essere umano e tutto il Creato. In modo speciale, i pescatori possono essere custodi del Creato. Purtroppo, molti pescatori affrontano tempeste ben oltre i mari: basso reddito, precarietà lavorativa, cattive condizioni di lavoro, lontananza dalle loro famiglie. Non dobbiamo dimenticare che dietro ogni pescato c’è una vita, una famiglia, una chiamata allo sviluppo integrale!”

Anche papa Leone XIV ha descritto nell’esortazione apostolica ‘Dilexi te’ le situazioni di ingiustizia sociale, che causano povertà: “Questo vale anche per il mondo della pesca, considerando che nella catena del valore della pesca manca l’assunzione attiva di responsabilità a causa della natura e dell’immensità degli oceani, ed è estremamente difficile controllare le attività umane in quei luoghi. Tuttavia, ‘dobbiamo impegnarci sempre di più per risolvere le cause strutturali della povertà’, anche nel settore della pesca. Questo impegno implica la valorizzazione e la promozione della dignità umana”.

Quindi la cura del mare non può essere disgiunta dalla cura della persona: “E’ evidente che la cura del mare e della pesca è intimamente legata alla cura delle persone. Oltre ai controlli necessari per applicare le leggi e le misure relative alle condizioni di lavoro dei pescatori, in questa Giornata Mondiale della Pesca è importante sottolineare la necessità di vegliare sulla difesa della dignità dei pescatori (compresi quelli impegnati nell’acquacoltura) e delle loro famiglie, ricercandone lo sviluppo integrale.

Bisogna dare voce ai pescatori affinché le politiche e le leggi che li riguardano non siano discusse solo da coloro che ‘vivono e ragionano partendo dalla comoda posizione di un alto livello di sviluppo e di una qualità di vita ben al di là della portata della maggior parte della popolazione mondiale’. Giovanni Paolo II ci ha sempre parlato della corresponsabilità di coloro che si dedicano alla pesca sia a livello locale che locale”.

Infine ha ricordato la ‘vicinanza’ della Chiesa: “La Chiesa, attraverso l’Opera dell’Apostolato del Mare, vuole essere presente laddove pescatori e marinai soffrono di più. Nelle parrocchie costiere e nei porti, i loro cappellani e volontari accompagnano coloro che sopportano lunghe assenze dalle loro famiglie, condizioni di lavoro pericolose e giornate difficili in mare, diventando anche portavoce della loro dignità. Grazie per questo servizio!

Affidiamo tutti i marinai, i pescatori e le loro famiglie alla protezione materna di Maria, Stella Maris. Anche quando sono stanchi, in mezzo alla tempesta, privi di condizioni di vita dignitose, lontani da familiari e amici, senza aver pescato nulla, tuttavia con la fede di san Pietro, ‘al tuo comando getterò le reti’. Possa Maria guidare e proteggere coloro che solcano i mari e, con la sua materna intercessione, sostenere tutti nella speranza, nella giustizia e nell’impegno per la cura dei mari”.

Papa Leone XIV al clero romano: urgente una pastorale sociale e missionaria

“Ringrazio il Cardinale Vicario per le parole con cui ha introdotto questo incontro, che vivo come un grande abbraccio del Vescovo con il suo popolo. Saluto i membri del Consiglio episcopale, i parroci, tutti i presbiteri, i diaconi, le religiose, i religiosi e tutti voi che siete qui in rappresentanza delle parrocchie. Vi ringrazio per la gioia del vostro discepolato, per il lavoro pastorale, per i pesi che portate e per quelli che sollevate dalle spalle dei tanti che bussano alla porta delle vostre comunità”: nel pomeriggio il vescovo di Roma ha abbracciato il suo popolo all’Assemblea diocesana in san Giovanni in Laterano.

Papa Leone XIV ha sottolineato il dono dell’acqua ‘viva’: “La parola rivolta alla Samaritana da Gesù, che abbiamo appena ascoltato nel Vangelo, in questo tempo storico difficile, è ora diretta a noi Chiesa di Roma: ‘Se tu conoscessi il dono di Dio!’ A quella donna affaticata, che giunge presso il pozzo nell’ora più calda della giornata, Gesù rivela che c’è un’acqua viva che disseta per sempre, una sorgente zampillante che non si esaurisce mai: è la vita stessa di Dio donata all’umanità”.

Quindi è opera dello Spirito Santo il rinnovamento ‘ecclesiale’: “ Questo dono è lo Spirito Santo, che estingue le nostre arsure e irriga le nostre aridità, facendosi luce sul nostro cammino… Attraverso il processo sinodale, lo Spirito ha suscitato la speranza di un rinnovamento ecclesiale, in grado di rivitalizzare le comunità, così che crescano nello stile evangelico, nella vicinanza a Dio e nella presenza di servizio e testimonianza nel mondo”.

Infatti il cammino sinodale ha valorizzato i carismi: “Il frutto del cammino sinodale, dopo un lungo periodo di ascolto e di confronto, è stato anzitutto l’impulso a valorizzare ministeri e carismi, attingendo alla vocazione battesimale, mettendo al centro la relazione con Cristo e l’accoglienza dei fratelli, a partire dai più poveri, condividendone le gioie e i dolori, le speranze e le fatiche”.

Da qui il ‘carattere sacramentale’ della Chiesa, come ha sempre sottolineato papa Francesco: “In questo modo, viene messo in luce il carattere sacramentale della Chiesa che, come segno dell’amore di Dio per l’umanità, è chiamata a essere canale privilegiato perché l’acqua viva dello Spirito possa giungere a tutti. Ciò richiede l’esemplarità del popolo santo di Dio.

Come sappiamo, sacramentalità ed esemplarità sono due concetti-chiave dell’ecclesiologia del Concilio Vaticano II e dell’ermeneutica di papa Francesco. Ricorderete quanto caro gli fosse il tema patristico del ‘mysterium lunae’, cioè della Chiesa vista nel riverbero della luce di Cristo, della relazione a Lui, sole di giustizia e luce delle genti”.

Riprendendo la ‘nota di accompagnamento del Documento finale della XVI Assemblea sinodale’ di papa Francesco, il papa ha affidato ai presenti il compito di annunciare il Vangelo: “Ebbene, ora tocca a noi metterci all’opera affinché la Chiesa che vive a Roma diventi laboratorio di sinodalità, capace, con la grazia di Dio, di realizzare ‘fatti di Vangelo’, in un contesto ecclesiale dove non mancano le fatiche, specialmente in ordine alla trasmissione della fede, e in una città che ha bisogno di profezia, segnata com’è da numerose e crescenti povertà economiche ed esistenziali, con i giovani spesso disorientati e le famiglie spesso appesantite”.

Quindi è necessaria una Chiesa missionaria: “Una Chiesa sinodale in missione ha bisogno di abilitarsi a uno stile che valorizzi i doni di ciascuno e che comprenda la funzione di guida come un esercizio pacificante e armonioso, affinché, nella comunione suscitata dallo Spirito, il dialogo e la relazione ci aiutino a vincere le numerose spinte alla contrapposizione o all’isolamento difensivo”.

Ecco il motivo per cui è necessaria una partecipazione attiva: “Si tratta anzitutto di lavorare per la partecipazione attiva di tutti alla vita della Chiesa. A questo proposito, uno strumento per incrementare la visione di Chiesa sinodale e missionaria è quello degli organismi di partecipazione. Essi aiutano il Popolo di Dio a esercitare pienamente la sua identità battesimale, rafforzano il legame tra i ministri ordinati e la comunità e guidano il processo che va dal discernimento comunitario alle decisioni pastorali. Per questo motivo vi invito a rafforzare la formazione degli organismi di partecipazione e, a livello parrocchiale, a verificare i passi fatti fino ad ora o, laddove tali organismi mancassero, di comprendere quali sono le resistenze, per poterle superare”.

E’ stata una richiesta ci una collaborazione unitaria, abbandonando i propri schemi: “Oggi, come sappiamo, in un mondo diventato più complesso e in una città che corre a gran velocità e dove le persone vivono una permanente mobilità, abbiamo bisogno di pensare e progettare insieme, uscendo dai confini prestabiliti e sperimentando iniziative pastorali comuni. Perciò, vi esorto a fare di questi organismi dei veri e propri spazi di vita comunitaria dove esercitare la comunione, luoghi di confronto in cui attuare il discernimento comunitario e la corresponsabilità battesimale e pastorale”.

Tale collaborazione porta al discernimento: “Il primo che vi suggerisco è la cura del rapporto tra iniziazione cristiana ed evangelizzazione, tenendo presente che la richiesta dei Sacramenti sta diventando un’opzione sempre meno praticata. Iniziare alla vita cristiana è un processo che deve integrare l’esistenza nei suoi vari aspetti, abilitare gradualmente alla relazione con il Signore Gesù, rendere le persone confidenti nell’ascolto della Parola, desiderose di vivere la preghiera e di operare nella carità”.

Annuncio che ha bisogno di linguaggi nuovi: “Occorre sperimentare, se necessario, strumenti e linguaggi nuovi, coinvolgendo nel cammino le famiglie e cercando di superare un’impostazione scolastica della catechesi. In questa prospettiva, occorre curare con delicatezza e attenzione coloro che esprimono il desiderio del Battesimo in età adolescenziale e adulta. Gli uffici del Vicariato a ciò preposti devono lavorare con le parrocchie, avendo particolare cura della formazione continua dei catechisti”.

L’altro obiettivo è il coinvolgimento dei giovani: “Un secondo obiettivo è il coinvolgimento dei giovani e delle famiglie, su cui oggi incontriamo diverse difficoltà. Mi pare urgente impostare una pastorale solidale, empatica, discreta, non giudicante, che sa accogliere tutti, e proporre percorsi il più possibile personalizzati, adatti alle diverse situazioni di vita dei destinatari. Poiché poi le famiglie faticano a trasmettere la fede e potrebbero essere tentate di sottrarsi a tale compito, dobbiamo cercare di affiancarci senza sostituirci ad esse, facendoci compagni di cammino e offrendo strumenti per la ricerca di Dio”.

Quindi anche una pastorale nuova: “Si tratta, dobbiamo dirlo onestamente, di una pastorale che non ripete le cose di sempre, ma offre un nuovo apprendistato; una pastorale che diventa come una scuola capace di introdurre alla vita cristiana, di accompagnare le fasi della vita, di tessere relazioni umane significative e, così, di incidere anche nel tessuto sociale specialmente a servizio dei più poveri, dei più deboli”.

Il terzo obiettivo è la formazione: “Infine vorrei raccomandarvi la formazione a tutti i livelli. Viviamo un’emergenza formativa e non dobbiamo illuderci che basti portare avanti qualche attività tradizionale per mantenere vitali le nostre comunità cristiane. Esse devono diventare generative: essere grembo che inizia alla fede e cuore che cerca coloro che l’hanno abbandonata. Nelle parrocchie c’è bisogno di formazione e, laddove non ci fossero, sarebbe importante inserire percorsi biblici e liturgici, senza tralasciare le questioni che intercettano le passioni delle nuove generazioni ma che interessano tutti noi: la giustizia sociale, la pace, il complesso fenomeno migratorio, la cura del creato, il buon esercizio della cittadinanza, il rispetto nella vita di coppia, la sofferenza mentale e le dipendenze, e tante altre sfide. Non possiamo di certo essere specialisti in tutto, ma dobbiamo riflettere su questi temi, magari mettendoci in ascolto delle tante competenze che la nostra città può offrire”.

Tutto ciò è spinto dalla missione, prendendo spunto dal brano evangelico della Samaritana: “Sono certo che anche nella nostra Diocesi il cammino avviato e accompagnato negli ultimi anni ci porterà a maturare nella sinodalità, nella comunione, nella corresponsabilità e nella missione. Rinnoveremo in noi il gusto di annunciare il Vangelo a ogni uomo e a ogni donna del nostro tempo; correremo verso di loro come la donna samaritana, lasciando la nostra brocca e portando, invece, l’acqua che disseta in eterno”.

(Foto: Santa Sede)

151.11.48.50