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Papa Francesco agli studenti augura buon Natale

A sorpresa papa Francesco è arrivato nel liceo classico romano ‘Pilo Albertelli’, intitolato al professore partigiano trucidato nelle Fosse Ardeatine, a fianco alla basilica di Santa Maria Maggiore, accompagnato dal direttore de L’Osservatore Romano, Andrea Monda, e dalla preside, Antonella Monda, incontrando gli 800 studenti.

Dopoché il coro del liceo ha cantato l’Alleluja di Leonard Cohen papa Francesco ha risposto alle loro domande personali: “Prima di dormire penso a tutti voi, ai meno fortunati. Spesso però, appena poggio la testa sul letto, mi addormento di botto”. Ai ragazzi ha ribadito che la fede nasce per attrazione ed ha parlato delle migrazioni, partendo dalla situazione argentina e di come abbiano portato alla necessità di vivere insieme. 

Inoltre due domande sono state poste a sorpresa al papa, di cui una riguardava il rapporto tra maestro e discepolo prendendo punto dal recente ricordo fatto dal papa del gesuita Miguel Ángel Fiorito, la scorsa settimana, nella Curia dei gesuiti a Roma. Il papa ha risposto recitando una poesia in spagnolo che chiarisce quello che, secondo lui, è l’idea di maestro e il perché questa figura sia necessaria nella vita.

Al termine il papa è ritornato a san Pietro, come conclude il comunicato: “Suonata la campanella, il Papa ha rivolto ai ragazzi e ai presenti gli auguri di buon Natale e, prima di andare via, ha risposto a un’ultima domanda di un ragazzo sulla contraddizione dell’uso della guerra per portare pace e sicurezza. Nel citare le tragiche situazioni di alcuni paesi, ha annunciato il suo video messaggio sul tema della pace, registrato con il Segretario Generale delle Nazioni Unite al termine dell’incontro avvenuto stamattina”.

Infatti nel videomessaggio il papa aveva detto: “Non possiamo, non dobbiamo girarci dall’altra parte di fronte alle ingiustizie, alle disuguaglianze, allo scandalo della fame nel mondo, della povertà, dei bambini che muoiono perché non hanno acqua, cibo, le cure necessarie. Non possiamo girarci dall’altra parte di fronte a qualsiasi tipo di abuso nei confronti dei più piccoli. Dobbiamo tutti insieme combattere questa piaga”.

Il papa ha chiesto di non ‘chiudere gli occhi’ davanti alle tragedie: “Non dobbiamo rimanere indifferenti davanti alla dignità umana calpestata e sfruttata, agli attacchi contro la vita umana, sia quella non ancora nata sia quella di ogni persona bisognosa di cure. Non possiamo, non dobbiamo girarci dall’altra parte quando i credenti di varie fedi sono perseguitati, in diverse parti del mondo”.

Ha aggiunto che la religione non può incitare all’odio: “Ma grida vendetta al cospetto di Dio anche la corsa agli armamenti e al riarmo nucleare. Ed è immorale non soltanto l’uso ma anche il possesso di armi nucleari, le quali hanno una portata distruttiva tale, che anche il solo pericolo di un incidente rappresenta una cupa minaccia sull’umanità. Non restiamo indifferenti di fronte alle numerose guerre che si continuano a combattere e che vedono soccombere tanti innocenti”.

Ed ha chiesto un maggior dialogo: “La fiducia nel dialogo fra le persone e fra le nazioni, nel multilateralismo, nel ruolo delle organizzazioni internazionali, nella diplomazia come strumento per la comprensione e l’intesa, è indispensabile per costruire un mondo pacifico.

Riconosciamoci membri di un’unica umanità, e prendiamoci cura della nostra terra che, generazione dopo generazione, ci è stata affidata da Dio in custodia perché la coltiviamo e la lasciamo in eredità ai nostri figli. L’impegno per ridurre le emissioni inquinanti e per una ecologia integrale è urgente e necessario: facciamo qualcosa prima che sia troppo tardi!

Ascoltiamo la voce di tanti giovani che ci aiutano a prendere coscienza di quanto sta accadendo oggi nel mondo e ci chiedono di essere seminatori di pace e costruttori, insieme e non da soli, di una civiltà più umana e più giusta. Il Natale, nella sua genuina semplicità, ci ricorda che ciò che veramente conta nella vita è l’amore”.

Papa Francesco: l’ignavia è peccato

Nel  pomeriggio papa Francesco ha incontrato 33 profughi, provenienti da Lesbo, richiedenti asilo politico, tra cui 14 minori, compiendo un gesto che termina con  l’apposizione di una croce, nell’accesso al Palazzo Apostolico dal Cortile del Belvedere, in ricordo dei migranti e dei rifugiati. I rifugiati, soprattutto afgani, sono arrivati a Roma il 4 dicembre con i corridoi umanitari organizzati dall’Elemosineria Apostolica e Comunità di Sant’Egidio, ringraziandolo per questo incontro.

Nel breve discorso il papa ha ricordato le responsabilità per le morti nel Mediterraneo, ma anche il dovere morale del soccorso, mostrando un salvagente: “Questo è il secondo giubbotto salvagente che ricevo in dono. Il primo mi è stato regalato qualche anno fa da un gruppo di soccorritori. Apparteneva a una bambina che è annegata nel Mediterraneo. L’ho donato poi ai due Sottosegretari della Sezione Migranti e Rifugiati del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale”.

Quindi ha spiegato il valore del gesto: “Con ciò ho voluto significare l’imprescindibile impegno della Chiesa a salvare le vite dei migranti, per poi poterli accogliere, proteggere, promuovere ed integrare. Questo secondo giubbotto, consegnato da un altro gruppo di soccorritori solo qualche giorno fa, è appartenuto a un migrante scomparso in mare lo scorso luglio. Nessuno sa chi fosse o da dove venisse. Solo si sa che il suo giubbotto è stato recuperato alla deriva nel Mediterraneo Centrale, il 3 luglio 2019, a determinate coordinate geografiche”.

Poi il papa ha sottolineato che la migrazione è causata da una forma di ingiustizia: “Siamo di fronte ad un’altra morte causata dall’ingiustizia. Già, perché è l’ingiustizia che costringe molti migranti a lasciare le loro terre. E’ l’ingiustizia che li obbliga ad attraversare deserti e a subire abusi e torture nei campi di detenzione. E’ l’ingiustizia che li respinge e li fa morire in mare.

Sul giubbotto è stata ‘disegnata’ una croce, citando san Paolo: “Il giubbotto ‘veste’ una croce in resina colorata, che vuole esprimere l’esperienza spirituale che ho potuto cogliere dalle parole dei soccorritori. In Gesù Cristo la croce è fonte di salvezza, ‘stoltezza per quelli che si perdono, ma per quelli che si salvano, ossia per noi, è potenza di Dio’. Nella tradizione cristiana la croce è simbolo di sofferenza e sacrificio e, al tempo stesso, di redenzione e di salvezza”.

Quindi la croce è una sfida nella ricerca della verità, ha precisato papa Francesco: “Questa croce è trasparente: essa si pone come sfida a guardare con maggiore attenzione e a cercare sempre la verità. La croce è luminescente: vuole rincuorare la nostra fede nella Risurrezione, il trionfo di Cristo sulla morte.

Anche il migrante ignoto, morto con la speranza in una nuova vita, è partecipe di questa vittoria. I soccorritori mi hanno raccontato come stiano imparando l’umanità dalle persone che riescono a salvare. Mi hanno rivelato come in ogni missione riscoprano la bellezza di essere un’unica grande famiglia umana, unita nella fraternità universale”.

Ed ha spiegato il motivo di questa esposizione, che è contro la nostra ignavia: “Ho deciso di esporre qui questo giubbotto salvagente, ‘crocifisso’ su questa croce, per ricordarci che dobbiamo tenere aperti gli occhi, tenere aperto il cuore, per ricordare a tutti l’impegno inderogabile di salvare ogni vita umana, un dovere morale che unisce credenti e non credenti”.

Inoltre papa Francesco ha chiesto di ascoltare il ‘grido’ di chi fugge: “Come possiamo non ascoltare il grido disperato di tanti fratelli e sorelle che preferiscono affrontare un mare in tempesta piuttosto che morire lentamente nei campi di detenzione libici, luoghi di tortura e schiavitù ignobile?

Come possiamo rimanere indifferenti di fronte agli abusi e alle violenze di cui sono vittime innocenti, lasciandoli alle mercé di trafficanti senza scrupoli? Come possiamo ‘passare oltre’, come il sacerdote e il levita della parabola del Buon Samaritano, facendoci così responsabili della loro morte? La nostra ignavia è peccato!”

Infine, ringraziando chi soccorre, ha invitato tutti all’impegno ed alla denuncia dei ‘trafficanti’: “Ringrazio il Signore per tutti coloro che hanno deciso di non restare indifferenti e si prodigano a soccorrere il malcapitato, senza farsi troppe domande sul come o sul perché il povero mezzo morto sia finito sulla loro strada. Non è bloccando le loro imbarcazioni che si risolve il problema. Bisogna impegnarsi seriamente a svuotare i campi di detenzione in Libia, valutando e attuando tutte le soluzioni possibili.

Bisogna denunciare e perseguire i trafficanti che sfruttano e maltrattano i migranti, senza timore di rivelare connivenze e complicità con le istituzioni. Bisogna mettere da parte gli interessi economici perché al centro ci sia la persona, ogni persona, la cui vita e dignità sono preziose agli occhi di Dio. Bisogna soccorrere e salvare, perché siamo tutti responsabili della vita del nostro prossimo, e il Signore ce ne chiederà conto al momento del giudizio”.

Il papa alla comunità filippina: manifestare la salvezza di Dio

La ‘missione speciale’ che papa Francesco ha affidato ai 6.000 fedeli filippini che nel pomeriggio hanno partecipato alla messa nella Basilica di San Pietro è che la loro fede diventi lievito nelle comunità parrocchiali romane di appartenenza. 

Riprendendo le letture della terza domenica di Avvento papa Francesco ha sottolineato che l’amore di salvezza di Dio si manifesta in Gesù: “Questi sono i segni che accompagnano la realizzazione del Regno di Dio. Non squilli di tromba o trionfi militari, non giudizi e condanne dei peccatori, ma liberazione dal male e annuncio di misericordia e di pace”.

Nel Vangelo di questa domenica Dio si rivolge ai poveri con precisi ‘segni’: “Tali prodigi sono i ‘segni’ della presenza del suo Regno. E siccome gli abitanti delle periferie esistenziali continuano ad essere ancora molti, dobbiamo chiedere al Signore di rinnovare il miracolo del Natale ogni anno, offrendo noi stessi come strumenti del suo amore misericordioso verso gli ultimi”.

Ecco il motivo dell’Avvento: “Per prepararci adeguatamente a questa nuova effusione di grazia, la Chiesa ci offre il tempo di Avvento, nel quale siamo chiamati a risvegliare nei cuori l’attesa e a intensificare la nostra preghiera. A questo scopo, nella ricchezza delle diverse tradizioni, le Chiese particolari hanno introdotto una varietà di pratiche devozionali”.

Ed ha  ribadito che la comunità filippina sa prepararsi al Natale: “Nelle Filippine, da secoli, esiste una novena in preparazione al Santo Natale chiamata Simbang-Gabi (Messa della notte). Durante nove giorni i fedeli filippini si ritrovano all’alba nelle loro parrocchie per una speciale celebrazione eucaristica.

Negli ultimi decenni, grazie ai migranti filippini, tale devozione ha superato i confini nazionali ed è approdata in tanti altri Paesi. Da anni si celebra Simbang-Gabi anche nella diocesi di Roma, e oggi la celebriamo insieme qui, nella Basilica di San Pietro”.

Quindi ha invitato i fedeli a prepararsi al Natale secondo le indicazioni dell’apostolo Giacomo: “Ci vogliamo impegnare a manifestare l’amore e la tenerezza di Dio verso tutti, specialmente verso gli ultimi. Siamo chiamati ad essere fermento in una società che spesso non riesce più a gustare la bellezza di Dio e a sperimentare la grazia della sua presenza”.

Inoltre ha consegnato una missione ‘speciale’, chiedendo loro di essere ‘lievito’ nelle parrocchie: “La vostra fede sia ‘lievito’ nelle comunità parrocchiali alle quali appartenete oggi. Vi incoraggio a moltiplicare le opportunità di incontro per condividere la vostra ricchezza culturale e spirituale, lasciandovi nello stesso tempo arricchire dalle esperienze altrui. Siamo tutti invitati a costruire assieme quella comunione nella diversità che costituisce un tratto distintivo del Regno di Dio, inaugurato da Gesù Cristo, Figlio di Dio fatto uomo.

Siamo tutti chiamati a praticare assieme la carità verso gli abitanti delle periferie esistenziali, mettendo a servizio i nostri doni diversi, così da rinnovare i segni della presenza del Regno. Siamo tutti chiamati ad annunciare assieme il Vangelo, la Buona Novella di salvezza, in tutte le lingue, così da raggiungere più persone possibile”.

Anche nell’Angelus papa Francesco aveva sottolineato che Avvento è ‘tempo di conversione’: “Ma questa nuova nascita, con la gioia che l’accompagna, sempre presuppone un morire a noi stessi e al peccato che è in noi.

Da qui deriva il richiamo alla conversione, che è alla base della predicazione sia del Battista sia di Gesù; in particolare, si tratta di convertire l’idea che abbiamo di Dio… Come Giovanni, anche noi siamo chiamati a riconoscere il volto che Dio ha scelto di assumere in Gesù Cristo, umile e misericordioso”.

Papa Francesco alle Ausiliarie Diocesane: annunciare la gioia della Resurrezione

Papa Francesco, accogliendo le Ausiliarie Diocesane di Milano e le Collaboratrici Apostoliche Diocesane di Padova e Treviso, ha risposto ad alcune questioni sul ruolo della donna nella Chiesa e del rapporto con la diocesi, ancora non rese note. Mentre nel discorso preparato, eppoi consegnato, il papa aveva sottolineato “l’’aspetto centrale della vostra identità, che è significativa come forma di presenza di donne nella Chiesa. E questa riflessione va fatta  a partire dalla vostra storia, che a Milano inizia nel periodo dell’episcopato di San Giovanni Battista Montini”.

Ha ricordato che l’esperienza delle ausiliarie è nata da un’esperienza, maturata nell’Azione Cattolica: “La vostra storia dice che non siete nate ‘a tavolino’, tanto meno per una esigenza ideologica, ma siete nate dalla vita, dall’esperienza di apostolato associato, specialmente nell’Azione Cattolica. Quell’apostolato associato di cui parla il Decreto conciliare sull’azione dei fedeli laici. Siete nate dalla collaborazione con i preti nella pastorale parrocchiale e diocesana. Questo è molto importante”.

Eppoi ha sottolineato l’importanza del rapporto di Gesù con le donne: “Quando Gesù accoglieva ‘alcune donne’ tra i suoi discepoli, anche in stretta collaborazione con i Dodici, non lo faceva per un femminismo ante litteram, ma perché il Padre gli faceva incontrare queste sorelle, a volte bisognose di essere guarite, esattamente come gli uomini”.

Si soffermato nel ritratto di Maria Maddalena, ricordando il titolo dato loro da san Paolo VI: “Tra queste, Maria di Magdala aveva un carisma particolare di fede e di amore per il Signore, ed Egli si mostrò a lei per prima il mattino di Pasqua e la incaricò di andare a portare l’annuncio ai fratelli: apostola degli apostoli. Ma anche le altre donne hanno una presenza determinante nei racconti della Risurrezione. Perciò è molto giusto, oltre che bello, questo vostro nome di ‘donne della risurrezione’, attribuitovi proprio dall’arcivescovo Montini”.

Ritornando al Concilio Vaticano II si è soffermato sulla costituzione dogmatica ‘Apostolicam Actuositatem’: “Ma ritorniamo al Concilio. Là dove parla in particolare dell’Azione Cattolica, dice: ‘Questi laici, sia che si offrano spontaneamente, o siano invitati all’azione e alla cooperazione diretta con l’apostolato gerarchico, agiscono sotto la superiore direzione della gerarchia medesima, la quale può sancire tale cooperazione anche per mezzo di un ‘mandato’ esplicito’.

Qui si vede un punto originante e qualificante: l’esperienza di collaborare direttamente con i pastori nel servizio alla gente, al popolo di Dio, nelle parrocchie, negli oratori, con i poveri, nelle carceri… In chi vive questo ‘lavoro’, a volte duro e faticoso, lo Spirito Santo semina doni speciali di dedizione, che possono anche diventare di consacrazione nella Chiesa”.

Ed ha concluso, spiegando il valore della diocesanità, riprendendo un passo dell’esortazione apostolica ‘Evangelii Gaudium’: “Per voi, questo popolo ha il volto concreto della vostra diocesi. Infatti i nomi di tutti gli Istituti qui rappresentati vi qualificano come ‘diocesane’. E’ una delimitazione, certo, ma che ha il senso del radicamento e non della chiusura, della fedeltà e non del particolarismo, della dedizione e non dell’esclusione.

Questo aspetto della fedeltà non a un popolo generico, ma a questo popolo, con la sua storia, le sue ricchezze e le sue povertà è un tratto essenziale della missione di Gesù Cristo, inviato dal Padre alle ‘pecore perdute della casa d’Israele’.

E il suo dare la vita per tutti passa necessariamente attraverso il darla per quelle persone concrete, per quella comunità, per quegli amici, e per quei nemici. Questa fedeltà costa, ha la durezza della croce, ma è feconda, generativa, secondo i disegni di Dio”.

P. Fiorito nel ricordo di papa Francesco: maestro del dialogo

Nel pomeriggio papa Francesco ha presentato gli scritti di p. Miguel Angel Fiorito, maestro del dialogo che sapeva stare in silenzio, non geloso del suo lavoro, straordinario nell’aiutare al discernimento, studioso impareggiabile di Sant’Ignazio e dei suoi esercizi spirituali, firmando la prefazione di un testo di uno dei maestri della sua anima e di quelle di tanti giovani gesuiti argentini e uruguayani, di cui già nel 1985 aveva introdotto il secondo dei due suoi libri, intitolato ‘Discernimento e lotta spirituale’, scrivendo: “Discernimento spirituale è avere il coraggio di vedere nei nostri volti umani le tracce divine”.

Ed oggi  nella Curia Generalizia della Compagnia di Gesù ha presentato gli ‘Scritti’ del gesuita argentino che ‘Civiltà Cattolica’ pubblica riorganizzati in 5 volumi a cura di p. José Luis Narvaja. Le tre pagine di prefazione firmate dal Papa sono espressione di una immutata riconoscenza per l’uomo che con il suo ‘Centro di spiritualità’ e il suo ‘Bollettino’ ha contribuito in modo lucido a far recepire la novità del Concilio nella sua Provincia religiosa e in particolare a sviluppare la ‘teologia del popolo’, di cui è intessuto il suo magistero.

 Ringraziando per l’invito papa Francesco ha sottolineato la figura del gesuita come ‘maestro del dialogo’: “Quel titolo mi è piaciuto perché descrive bene il Maestro mettendo in rilievo un paradosso: Fiorito infatti parlava poco, ma aveva una grande capacità di ascolto, un ascolto capace di discernimento, che è una delle colonne del dialogo.

Rinvio quindi a quello studio preliminare, che tratta tutti gli aspetti del dialogo come padre Fiorito lo praticava e lo insegnava: il dialogo tra maestro e discepoli nello spirito comune della Scuola, il dialogo con gli autori e con i testi, il dialogo con la storia e il dialogo con Dio. Esporrò due punti che mi hanno aiutato a strutturare questa presentazione, allargando alcune riflessioni che faccio nel Prologo contenuto nel primo volume”.

Ha quindi tracciato un breve profilo: “Fiorito non ha fatto molto per farsi conoscere, ma da buon maestro ha fatto conoscere molti buoni autori ai suoi discepoli. Direi anzi che ci faceva gustare il meglio dei migliori, selezionando i testi e commentandoli sul Boletín de espiritualidad della provincia gesuitica dell’Argentina, che pubblicava ogni mese.

Era un uomo sempre a caccia dei segni dei tempi, attento a ciò che lo Spirito dice alla Chiesa per il bene degli uomini, tramite la voce di una grande varietà di autori, attuali e classici. E i testi che commentava rispondevano alle preoccupazioni (non soltanto a quelle del momento, ma anche alle più profonde) e risvegliavano proposte nuove, creative. In questo senso gli pareva fruttuoso continuare a far conoscere quelli che faceva conoscere”.

Ed ha delineato la caratteristica del ‘maestro’: “Essere maestro, esercitare il ‘munus docendi’, non consiste soltanto nel trasmettere il contenuto degli insegnamenti del Signore, nella loro purezza e integrità, ma nel far sì che questi insegnamenti, inculcati con lo stesso Spirito con cui li si riceve, ‘facciano discepoli’, cioè trasformino coloro che li ascoltano in seguaci di Gesù, in discepoli missionari, liberi, non proseliti, appassionati a ricevere, praticare e uscire ad annunziare gli insegnamenti dell’unico Maestro come lui ci ha comandato: agli uomini e alle donne di tutti i popoli”.

Inoltre ha sottolineato il valore che egli dà alla misericordia: “A proposito della misericordia, gli scritti di Fiorito distillano misericordia spirituale: insegnamenti per chi non sa, buoni consigli per chi ne ha bisogno, correzione per chi sbaglia, consolazione per chi è triste e aiuti per conservare la pazienza nella desolazione ‘senza mai fare cambiamenti’, come dice sant’Ignazio.

Tutte queste grazie si aggregano e si sintetizzano nella grande opera di misericordia spirituale che è il discernimento. Esso ci guarisce dalla malattia più triste e degna di compassione: la cecità spirituale, che ci impedisce di riconoscere il tempo di Dio, il tempo della sua visita”.

Nel saluto iniziale il preposito generale della Compagnia di Gesù, p. Arturo Sosa, ha ringraziato il papa della sua presenza: “Grazie, papa Francesco, di porre a nostra disposizione una nuova fonte di luce per illuminare il cammino di discernimento della Chiesa nel suo complesso processo di conformazione ai desideri del Concilio Vaticano II. Che essa cioè si faccia Popolo di Dio in cammino, dedita a vivere la comunione nella fede e a testimoniarla in tutte e in ciascuna delle culture umane assetate di riconciliazione e liberazione in Cristo”.

Ha quindi ricordato il suo anniversario sacerdotale: “I suoi 50 anni di ministero presbiterale Le hanno permesso di acquisire lo stile dell’ascolto di tutti gli strati del Popolo di Dio, così come dei contesti mutevoli in cui si sviluppa la sua vita e di percepire i segni dell’azione dello Spirito Santo nella storia umana. Un ascolto attento che non permette di restare a braccia incrociate, ma spinge ad approfondire la conoscenza del Signore Gesù nella contemplazione e a scegliere di seguirlo per contribuire alla sua missione di riconciliazione e di giustizia”.

Il direttore di ‘Civiltà Cattolica, p. Antonio Spadaro, ha sottolineato che p. Fiorito è stato ‘un vero maestro di discernimento. E il nostro è un tempo nel quale lei ci sta aiutando a vivere questo discernimento, chiedendoci di farci guidare dalla consolazione, di discernere i linguaggi, di cercare e trovare la volontà di Dio nel cammino della Chiesa”.

Ed ha concluso l’intervento con un ringraziamento a papa Francesco: “Non è facile oggi trovare maestri. E oggi ne abbiamo un bisogno disperato. E Fiorito è un maestro che, tramite lei, sta dicendo qualcosa alla Chiesa universale. Questo è ciò che più mi colpisce e mi affascina. La sua paternità di maestro oggi arriva alla Chiesa universale. E’ come il nonno che parla ai figli tramite il padre. Qui c’è un passaggio di testimone che nasce da una sintonia profonda”.

50 anni di sacerdozio di papa Francesco

“Io stavo frequentando il collegio industriale, studiavo chimica, e un 21 di settembre, per questo me lo ricordo sempre, sono uscito per andare a passeggiare con i miei compagni e sono passato per la chiesa di Flores. Io andavo alla chiesa di Flores, a San José. Sono entrato, sentivo che dovevo entrare: quelle cose che senti dentro e non sai cosa sono.

E ho guardato, era un po’ buio, era un mattino di settembre, forse le 9, e ho visto un sacerdote che camminava, non lo conoscevo, non era di quella chiesa. E si siede in uno dei confessionali, l’ultimo sulla sinistra guardando l’altare. Non so cosa sia successo poi. Ho avuto la sensazione che qualcuno mi afferrava dentro e mi portava nel confessionale.

Certo, gli ho raccontato le mie cose, mi sono confessato… ma non so cosa sia successo… Là, ho sentito che dovevo essere sacerdote. Ne ero certo, ne ero certo. Invece di andare a passeggiare con gli altri, sono tornato a casa, perché ero come emozionato. Dopo, ho proseguito i miei studi e tutto il resto, ma deciso a seguire quel cammino”.

Così papa Francesco raccontava la propria vocazione sacerdotale in un’intervista radiofonica nel novembre 2012 ed i primi auguri pervenutigli arrivano dalla diocesi di Roma attraverso il vicario della capitale, card. Angelo De Donatis:

“La Chiesa di Roma non si dimentica di pregare per Lei Santo Padre. Per Lei sale a Dio la preghiera dei piccoli, dei bambini delle nostre comunità, che Lei benedice con affetto di Padre. Sale al Signore per Lei la preghiera dei poveri, che Lei ama in modo privilegiato; la preghiera degli anziani e dei malati, che offrono le loro sofferenze per la Chiesa.

Per Lei è la preghiera dei giovani, spinti dal Suo entusiasmo missionario; e delle famiglie, chiamate a vivere la Gioia dell’Amore. Per Lei è la preghiera di tutti noi, pronti a portare il Vangelo della gioia. E la preghiera dei ministri ordinati, chiamati a camminare insieme al Suo passo per le periferie esistenziali della nostra città. Per Lei è la preghiera dei consacrati e delle consacrate, segno di speranza per la nostra Chiesa.

Per Lei, per la Chiesa e per il mondo, è tutta la nostra preghiera, come anche il ringraziamento per come ci sta portando per mano per le vie dell’uomo, ‘misericordiando’, con uno sguardo di amore e di tenerezza. Una preghiera quotidiana si innalza per Lei, successore di Pietro, da questa sua città.

Oggi in particolare rendiamo grazie al Signore per il dono delle Sue mani consacrate cinquanta anni fa, che sono levate in alto per intercedere per noi, e che sono protese verso tutti per trasmettere amore. Senta queste Sue mani alzate sostenute dalle nostre, ogni giorno, in ogni istante. Auguri di cuore, Santità!”

Anche il presidente della Cei, card. Gualtiero Bassetti, ha ringraziato il papa per la sua testimonianza: “Beatissimo Padre, nello scorrere dei giorni, ci sono date che non scandiscono solo il passare del tempo, ma acquistano un sapore particolare e diventano preziosa opportunità di gratitudine a una persona amata. Così, in occasione del 50° anniversario della Sua ordinazione sacerdotale, la Chiesa che è in Italia partecipa con la sua preghiera di lode e di ringraziamento al Signore.

La Sua testimonianza, i Suoi insegnamenti, le parole e i gesti che ci dona, sono storia che si fa vita. La ringraziamo, Santità, perché non smette di ricordarci l’importanza di vivere ‘la missione come un servizio a Dio e al suo popolo’, nonostante tutte le difficoltà del cammino. E’ un percorso impegnativo ed entusiasmante che c’impegniamo a seguire con semplicità, umiltà e vigore…

 Grazie, perché con il Suo sguardo attento e amorevole ridona alla Chiesa la gioia del Vangelo. Ci assicura che la chiamata è un dono prezioso da custodire e da far fruttare in una vita piena; è lo sguardo sulla realtà, fondato su un ascolto maturo, che consente di incrociare le sofferenze dell’umanità, fino a sentirle nostre, con la misericordia del Padre. Grazie, perché con parresia ci mette in guardia da un rischio diffuso: l’incapacità di contemplare e ringraziare.

Grazie, per la Sua paternità spirituale: non si stanca, Lei per primo, di ‘prendere l’iniziativa, coinvolgersi, accompagnare, fruttificare e festeggiare’. E’ Pastore di una Chiesa che accorcia le distanze, è vicina alle vicende delle persone, s’incarna nella loro storia, s’inginocchia, fascia e cura le ferite. E sa anche farsi curare nelle sue imperfezioni umane.

Grazie, perché dopo cinquant’anni non ha perso la gioia di sentirsi chiamato ogni giorno e, con essa, ci sprona ad andare avanti con umiltà e coraggio; soprattutto, conservando una fiducia sconfinata nella misericordia di Dio e dedicandoci, a nostra volta, con generosità al ministero affidatoci”.

Nel discorso ai parroci romani nel marzo 2014 il papa ha sottolineato il valore della misericordia in azione in ogni ‘ospedale da campo’: “La Chiesa oggi possiamo pensarla come un ‘ospedale da campo’. Questo scusatemi lo ripeto, perché lo vedo così, lo sento così: un ‘ospedale da campo’. C’è bisogno di curare le ferite, tante ferite! Tante ferite! C’è tanta gente ferita, dai problemi materiali, dagli scandali, anche nella Chiesa… Gente ferita dalle illusioni del mondo…

Noi preti dobbiamo essere lì, vicino a questa gente. Misericordia significa prima di tutto curare le ferite. Quando uno è ferito, ha bisogno subito di questo, non delle analisi, come i valori del colesterolo, della glicemia… Ma c’è la ferita, cura la ferita, e poi vediamo le analisi. Poi si faranno le cure specialistiche, ma prima si devono curare le ferite aperte.

Per me questo, in questo momento, è più importante. E ci sono anche ferite nascoste, perché c’è gente che si allontana per non far vedere le ferite… Mi viene in mente l’abitudine, per la legge mosaica, dei lebbrosi al tempo di Gesù, che sempre erano allontanati, per non contagiare”.

Auguri Santità dalla redazione di Korazym

Chirografo di papa Francesco per 170 anni di ‘La Civiltà Cattolica’

“170 anni fa il beato Pio IX chiese alla Compagnia di Gesù di fondare ‘La Civiltà Cattolica’. Da allora essa accompagna fedelmente il Papa. Grazie per l’aiuto che offrite anche a me. Continuate a vivere la dinamica tra vita e pensiero con occhi che ascoltano, sapendo che la ‘civiltà cattolica’ è quella del buon samaritano.

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