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Papa Francesco: mari e deserti spazi dove Dio apre strade di fraternità

“E pensiamo ai Paesi in guerra, tanti Paesi in guerra. Pensiamo alla Palestina, a Israele, alla martoriata Ucraina, pensiamo al Myanmar, al Nord Kivu e a tanti Paesi in guerra. Il Signore dia loro il dono della pace”: al termine dell’udienza generale odierna papa Francesco ha rinnovato gli appelli per la pace in quei Paesi martoriati dalla guerra e, ricevendo i partecipanti alla Plenaria dei Vescovi Latini nelle Regioni Arabe (C.E.L.R.A.), ha espresso ‘vicinanza’ per la crisi in Medio Oriente:

“Possiate tenere accesa la speranza! Essere voi stessi, per tutti, segni di speranza, presenza che alimenta parole e gesti di pace, di fratellanza, di rispetto. Una presenza che, di per sé stessa, invita alla ragionevolezza, alla riconciliazione, a superare con la buona volontà divisioni e inimicizie stratificate e indurite nel tempo, che si fanno sempre più inestricabili. Grazie perché siete la fiammella della speranza là dove questa sembra spegnersi!”

Mentre nell’udienza generale papa Francesco non ha svolto la catechesi ma ha offerto una meditazione sul tema ‘Mare e deserto’, tratto dal Salmo 107: “Oggi rimando la consueta catechesi e desidero fermarmi con voi a pensare alle persone che (anche in questo momento) stanno attraversando mari e deserti per raggiungere una terra dove vivere in pace e sicurezza”.

Il papa ha offerto una meditazione sul significato di ‘mare’ e di ‘deserto’: “queste due parole ritornano in tante testimonianze che ricevo, sia da parte di migranti, sia da persone che si impegnano per soccorrerli. E quando dico ‘mare’, nel contesto delle migrazioni, intendo anche oceano, lago, fiume, tutte le masse d’acqua insidiose che tanti fratelli e sorelle in ogni parte del mondo sono costretti ad attraversare per raggiungere la loro meta.

E ‘deserto’ non è solo quello di sabbia e dune, o quello roccioso, ma sono pure tutti quei territori impervi e pericolosi, come le foreste, le giungle, le steppe dove i migranti camminano da soli, abbandonati a sé stessi. Migranti, mare e deserto”.

E’ stato un richiamo alle migrazioni: “Le rotte migratorie di oggi sono spesso segnate da attraversamenti di mari e deserti, che per molte, troppe persone (troppe!), risultano mortali. Per questo oggi voglio soffermarmi su questo dramma, questo dolore. Alcune di queste rotte le conosciamo meglio, perché stanno spesso sotto i riflettori; altre, la maggior parte, sono poco note, ma non per questo meno battute”.

Per il papa il respingimento del migrante è un peccato grave: “E questo, quando è fatto con coscienza e responsabilità, è un peccato grave. Non dimentichiamo ciò che dice la Bibbia: ‘Non molesterai il forestiero né lo opprimerai’. L’orfano, la vedova e lo straniero sono i poveri per eccellenza che Dio sempre difende e chiede di difendere”.

Richiamando il prossimo messaggio per la Giornata del migrante il papa ha sottolineato il valore biblico del mare e del deserto: “In effetti, il mare e il deserto sono anche luoghi biblici carichi di valore simbolico. Sono scenari molto importanti nella storia dell’esodo, la grande migrazione del popolo guidato da Dio mediante Mosè dall’Egitto alla Terra promessa.

Questi luoghi assistono al dramma della fuga del popolo, che scappa dall’oppressione e dalla schiavitù. Sono luoghi di sofferenza, di paura, di disperazione, ma nello stesso tempo sono luoghi di passaggio per la liberazione (e quanta gente passa per i mari, i deserti per liberarsi, oggi), sono luoghi di passaggio per il riscatto, per raggiungere la libertà e il compimento delle promesse di Dio”.

Ed è stato molto chiaro affermando che i migranti non dovrebbero essere in mare o nel deserto: “Ma non è attraverso leggi più restrittive, non è con la militarizzazione delle frontiere, non è con i respingimenti che otterremo questo risultato. Lo otterremo invece ampliando le vie di accesso sicure e le vie di accesso regolari per i migranti, facilitando il rifugio per chi scappa da guerre, dalle violenze, dalle persecuzioni e dalle tante calamità; lo otterremo favorendo in ogni modo una governance globale delle migrazioni fondata sulla giustizia, sulla fratellanza e sulla solidarietà. E unendo le forze per combattere la tratta di esseri umani, per fermare i criminali trafficanti che senza pietà sfruttano la miseria altrui”.

Infine un ‘affondo’ sulla cultura dell’indifferenza: “E chi non può stare come loro ‘in prima linea’ (penso a tanti bravi che stanno lì in prima linea, a Mediterranea Saving Humans e tante altre associazioni), non per questo è escluso da tale lotta di civiltà: noi non possiamo stare in prima linea ma non siamo esclusi; ci sono tanti modi di dare il proprio contributo, primo fra tutti la preghiera.

E a voi domando: voi pregate per i migranti, per questi che vengono nelle nostre terre per salvare la vita? E ‘voi’ volete cacciarli via. Cari fratelli e sorelle, uniamo i cuori e le forze, perché i mari e i deserti non siano cimiteri, ma spazi dove Dio possa aprire strade di libertà e di fraternità”. (Foto: Santa Sede

Meeting di Rimini: la mostra ‘Tregua di Natale’ è un appello alla ricerca dell’essenziale

“I conflitti e le guerre che seminano violenza e morte ci pongono in modo inequivocabile di fronte a domande che la cultura contemporanea tende a rimuovere, le domande sul nostro destino e sul senso del dolore… Cos’è essenziale per essere umani, per rimanere umani, per diventare sempre più umani di fronte alle atrocità che si presentano sulla scena globale, di fonte alle sfide del cambiamento climatico, di fronte agli sviluppi tecnologici nella scienza, nella medicina, nella vita quotidiana, di fronte ad un mondo sempre più invaso dai dati e dall’informazione e tuttavia sempre meno capace di decifrarli?”

A tale domanda cerca di rispondere la mostra ‘1914: qualcosa di nuovo sul fronte occidentale’, esposta fino al 25 agosto alla fiera di Rimini per la 45^ edizione del Meeting dell’Amicizia fra i Popoli dal titolo ‘Se non siamo alla ricerca dell’essenziale, allora cosa cerchiamo?’: “Nell’inferno della guerra si verificano talvolta fatti che sembrano negarne l’essenza, redimerne la malvagità, quando la mente degli uomini, magari per pochi istanti, si dispone ad ascoltare quello che il cuore suggerisce”.

Dicembre 1914, Ypres (Belgio), fronte occidentale. A cinque mesi dall’inizio della guerra i combattimenti si sono trasformati in una logorante guerra di posizione. Intorno a Ypres si combatte ininterrottamente: “Nella notte di Natale avviene qualcosa di impensabile: una tregua. Non è un accordo tra i comandi, dei due schieramenti: è una tregua spontanea decisa dai soldati. La notte di Natale qualcuno si mette a cantare canti della tradizione natalizia. I soldati scoprono che nelle trincee di fronte, pur con parole diverse, cantano le stesse melodie di casa. Qualcuno propone di smettere di sparare”.

Al curatore, prof. Antonio Besana, docente al ‘Master international marketing management’ dell’Università Cattolica di Milano e collaboratore con il dipartimento di Statistica dell’Università di Padova, chiediamo di spiegarci da dove nasce la mostra ‘1914: qualcosa di nuovo sul fronte occidentale’: “La ‘Tregua di Natale’ è un episodio straordinario della Prima Guerra Mondiale: la notte del 24 dicembre 1914, nelle Fiandre, a sud di Ypres, i soldati nemici che si fronteggiavano nelle opposte trincee decisero che il giorno di Natale non avrebbero sparato.

La mostra nasce a seguito di un viaggio fatto nel 2015, alla ri­cerca del luogo dove si era verificata la tregua. Il viaggio è stato una sorta di pellegrinaggio storico sui campi di battaglia del fronte occidentale che ha toccato le località dove si sono svolte alcune delle principali battaglie, fino a raggiungere il luogo dove si è verificata la tregua.

E’ stata la scoperta di un metodo di affronto della storia: leggerla nei libri può essere appassionante, ma per comprendere davvero i grandi eventi che l’hanno segnata è necessario viverla nei luoghi dove gli eventi sono accaduti. In questo modo, infatti, pare che l’animo si disponga meglio ad ascoltare il sussurro della vita che lì è transitata. Dal viaggio è nato anche un libro, pubblicato da ARES nel 2020, che ha lo stesso titolo della mostra”.

Quali avvenimenti importanti sono sorti nel 1914?

“Il 1914 è stato il primo anno della Prima Guerra Mondiale, scatenata da una successione di eventi che ha portato alla partecipazione al conflitto di 28 paesi. Si stima che la guerra causò oltre 9.000.000 morti e 21.000.000 feriti tra i combattenti, ai quali si aggiungono 7.000.000 vittime civili, e quasi 50.000.000 decessi dovuti alla successiva epidemia di influenza spagnola”.

In questo primo anno di guerra papa Benedetto XV fece un appello per una ‘tregua’ natalizia: ‘Oh! la cara speranza che avevamo concepito di consolare tante madri e tante spose con la certezza che, nelle poche ore consacrate alla memoria del Divino Natale, non sarebbero i loro cari caduti sotto il piombo nemico: oh! la dolce illusione che ci eravamo fatta di ridare al mondo almeno un assaggio di quella pacifica quiete che ignora ormai da tanti mesi! Purtroppo la nostra cristiana iniziativa non fu coronata di felice successo. Ma non per questo scoraggiati, noi intendiamo di proseguire ogni sforzo per affrettare il termine della incomparabile sciagura, o per alleviarne almeno le tristi conseguenze’. Per quale motivo non fu ascoltato questo appello?

“Papa Benedetto XV la Vigilia di Natale lanciò un appello per la cessazione dei combattimenti, ma esso non raggiunse il cuore degli uomini al fronte e di coloro che ne governavano le sorti. I cappellani militari cattolici (bavaresi, sassoni, francesi), nei loro discorsi sul campo o nelle celebrazioni religiose prima dei combattimenti, non hanno mai citato le parole del papa. Non lo fecero nemmeno i cappellani protestanti dei prussiani. Gli inglesi avevano la Chiesa anglicana, guidata dal re, capo politico e religioso, e non si sentirono neanche messi in discussione, mentre i loro cappellani pregavano per la vittoria del sovrano e della patria contro le forze del Male, che ovviamente si trovavano esclusivamente in campo avverso.

I richiami e le preghiere dei cappellani militari di entrambi gli schieramenti, invece del Dio della pace e della misericordia, citavano spesso il Dio della guerra. Da entrambe le parti si arrivò ad accusare il Papa di essersi schierato con il nemico: il feldmaresciallo tedesco Erich von Ludendorff definì Benedetto XV ‘il Papa dei francesi’, mentre in campo avversario il politico francese Georges Clemenceau non esitò a definire il pontefice come ‘il Papa dei Boches’. La posizione del papa destò sdegno negli ambienti patriottico-militari francesi, che lo accusarono di usare le formule della propaganda socialista”.

La tregua di Natale: perché c’è stato questo desiderio nei soldati?

“Tuttavia, nella notte di Natale del 1914, accadde qualcosa di incredibile: ci fu una tregua. Non la dichiararono gli alti comandi, ma fu decisa sul campo dai soldati che si fronteggiavano nelle opposte trincee. Tutto iniziò con i canti di Natale intonati dai tedeschi. Nelle trincee di fronte i soldati riconobbero le melodie che, con parole diverse, cantavano nelle loro case nella Notte Santa. Qualcuno propose di non sparare, almeno il giorno di Natale. I soldati uscirono delle trincee, si incontrarono, parlarono, fumarono insieme, si scambiarono doni, emozioni e persino indirizzi.

Seppellirono i morti che giacevano nella terra di nessuno e celebrarono insieme una funzione funebre. Decisero che nelle ore successive non si sarebbe più sparato. Nel corso delle guerre raccontate dalla storia ci furono altre tregue, ma si trattava di episodi isolati. Quella della notte di Natale del 1914 fu un evento unico, sia per la modalità con la quale accadde, sia per l’ampiezza del fenomeno, che coinvolse circa 8 chilometri del fronte”.

Dopo 110  anni quale è l’attualità di questo episodio?

“La ‘Tregua di Natale’ resta anche oggi un monito per tutti.  Le testimonianze di coloro che sono stati protagonisti della tregua narrano una delle più toccanti storie di Natale, capace di rompere anche i cuori di pietra degli uomini del nostro tempo. Sono fatti straordinari che meritano di essere celebrati per rafforzare la certezza che tutto questo è stato ed è tuttora possibile. Per questo non possono e non devono essere dimenticati. Come ricorda il titolo del Meeting 2024, uomini con concezioni, idee e propositi diversi possono stare insieme se sanno ricercare l’essenziale”.

(Tratto da Aci Stampa)

Focsiv rivolge appello a Governo Italiano Europa e Onu per cessate il fuoco in Medio Oriente

“Un immediato cessate il fuoco; accesso umanitario incondizionato alla popolazione di Gaza e di tutte le comunità colpite dalla guerra; liberazione immediata degli ostaggi sequestrati nel corso del disumano attacco del 7 ottobre; avvio di un processo che ponga fine ai massacri e di una Conferenza di Pace nel Medio Oriente, nella prospettiva del pieno e reciproco riconoscimento dei due Stati della Palestina e di Israele”:

è l’appello al Governo Italiano, all’Unione Europea, alle Nazioni Unite lanciato da Focsiv e dai suoi soci (Associazione Francesco Realmonte, Celim, Engim, FMSI, Fundation Promotion Social, ISCOS, La Salle Foundation, Overseas, Punto Missione, Progettomondo, RTM) perché sia rispettato ‘il diritto internazionale e trovi attuazione concreta la difesa delle popolazioni civili’ per “scongiurare che il conflitto si estenda ulteriormente a scala regionale.

E’ tempo di dare voce e sostanza alla diplomazia della pace. Che la diplomazia della pace faccia il suo corso, che la comunità internazionale e il nostro Governo si facciano sentire per rimettere al centro l’umanità, il diritto alla vita e alla protezione prima di ogni cosa, e per scongiurare una ulteriore spirale di violenza”.

Per questo davanti a tali drammaticità Focsiv ha chiesto che si fermi la guerra: “E’ tempo che si dica basta, tutti e con forza: basta alle bombe, basta alla guerra come mezzo di risoluzione dei conflitti, basta alle azioni militari o operazioni speciali che colpiscono sempre e solo gli innocenti più inermi… Non vogliamo la guerra!”

Ed ha chiesto che intervenga la diplomazia a garantire la pace attraverso: “l’avvio di un processo che ponga fine ai massacri e di una Conferenza di Pace nel Medio Oriente, nella prospettiva del pieno e reciproco riconoscimento dei due Stati della Palestina e di Israele. Bisogna scongiurare che il conflitto si estenda ulteriormente a scala regionale.

E’ tempo di dare voce e sostanza alla diplomazia della pace. Che la diplomazia della pace faccia il suo corso, che la comunità internazionale e il nostro Governo si facciano sentire per rimettere al centro l’umanità, il diritto alla vita e alla protezione prima di ogni cosa, e per scongiurare una ulteriore spirale di violenza”.

Inoltre per quanto riguarda il ‘Piano Mattei’ Focsiv ha sottolineato alcune criticità: “La trasparenza e la rendicontazione periodica sono elementi fondamentali per garantire la credibilità e l’efficacia del Piano. Un monitoraggio continuo è cruciale non solo per valutare l’impatto dei progetti finanziati, ma anche per assicurarsi che le risorse vengano utilizzate in modo ottimale e in linea con gli obiettivi dichiarati del Piano.

Attualmente, la selezione dei progetti inclusi nel DPCM solleva interrogativi significativi. La mancanza di trasparenza del processo di selezione dei progetti e della pubblicazione della valutazione d’impatto, inclusa una valutazione di alternative più sostenibili, rischia di esporre questa scelta all’influenza di interessi precostituiti, di imprese o governi di Paesi terzi, piuttosto che essere dettata da una visione strategica d’impatto e un processo inclusivo e trasparente in linea con i rispettivi interessi pubblici. Questa ambiguità può minare la fiducia pubblica e internazionale nel Piano, compromettendo il suo potenziale di contribuire realmente allo sviluppo sostenibile in Africa”.

Infine per rendere ‘credibile’ tale paino Focsiv ha proposto di intraprendere alcune iniziative: “A fronte dei vari interrogativi ancora aperti, è necessario lavorare per raggiungere maggiore chiarezza, trasparenza e aderenza della definizione dei progetti rispetto agli obiettivi dichiarati del Piano Mattei. Questo, non solo in ambito bilaterale, ma anche multilaterale e intergovernativo.

L’impegno italiano sul clima emerso alla COP28 dovrà essere rinnovato alla COP29 di Baku, dove si discuterà principalmente di finanza per il clima – e l’Africa, secondo le stime, necessiterebbe di almeno $ 200.000.000.000 l’anno da qui al 2030 per colmare i propri bisogni in quest’area.

Il Piano Mattei dovrebbe assumere una direzione più concreta anche nel quadro della ministeriale G7 Sviluppo a fine ottobre (alla luce anche della dichiarazione finale del Summit G7 di Borgo Egnazia, dove il Piano Mattei è stato accolto positivamente a fianco di più ampie iniziative come le sopracitate Global Gateway e Partnership for Global Infrastructure and Investment – PGII). Iniziative, queste, il cui focus sulla transizione energetica e sul relativo sviluppo infrastrutturale può fornire la giusta ampiezza e ancoraggio al Piano Mattei nel suo ruolo di catalizzatore di crescita verde e sviluppo sostenibile per il Continente africano”.

Per questo il ‘Piano Mattei’ può essere ancora un’opportunità per l’Italia e per i Parsi africani: “La finestra di opportunità politica per rendere il Piano Mattei un vero piano che supporta il futuro dell’Africa è ancora aperta – ma per coglierla occorre ricalibrare i prossimi passi nella giusta direzione. La credibilità del Piano (e con esso dell’Italia come attore internazionale, nei confronti dei Paesi africani ma non solo) dipenderà da ora in poi da quello che si farà nel concreto più che dalla narrativa”.

Papa Francesco ai fedeli: niente è impossibile a Dio

“Continuo a seguire con grande preoccupazione la situazione in Medio Oriente, e ribadisco il mio appello a tutte le parti coinvolte affinché il conflitto non si allarghi e si cessi immediatamente il fuoco su tutti i fronti, a partire da Gaza, dove la situazione umanitaria è gravissima e insostenibile. Prego perché la ricerca sincera della pace estingua le contese, l’amore vinca l’odio e la vendetta sia disarmata dal perdono.

Vi chiedo di unirvi alla mia preghiera anche per la martoriata Ucraina, il Myanmar, il Sudan: queste popolazioni così provate dalla guerra possano presto ritrovare la tanto desiderata pace. Uniamo i nostri sforzi e le nostre preghiere perché siano eliminate le discriminazioni etniche nelle regioni del Pakistan e dell’Afghanistan, specialmente le discriminazioni contro le donne”, ricevute precedentemente.

Al termine dell’udienza generale, ripresa oggi dopo la pausa di luglio, papa Francesco ha rinnovato la sua preghiera affinché cessi il fuoco su tutti i popoli che soffrono per la guerra, mentre nell’udienza generale ha introdotto una nuova catechesi sullo Spirito Santo che guida il popolo di Dio nella storia della Salvezza: “Il tema di oggi è lo Spirito Santo nell’Incarnazione del Verbo. Nel Vangelo di Luca leggiamo: ‘Lo Spirito Santo scenderà su di te’, o Maria, ‘su te stenderà la sua ombra la potenza dell’Altissimo’ (1,35). L’evangelista Matteo conferma questo dato fondamentale che riguarda Maria e lo Spirito Santo, dicendo che Maria ‘si trovò incinta per opera dello Spirito Santo’ (1,18)”.

Questa verità di fede è stata proclamata nel Concilio di Costantinopoli: “La Chiesa ha raccolto questo dato rivelato e lo ha collocato ben presto nel cuore del suo Simbolo di fede. Nel Concilio Ecumenico di Costantinopoli, del 381 (quello che definì la divinità dello Spirito Santo), tale articolo entrò nella formula del ‘Credo’, che si chiama appunto Niceno-Costantinopolitano, ed è quello che recitiamo in ogni Messa.

Esso afferma che il Figlio di Dio ‘per opera dello Spirito Santo si è incarnato nel seno della Vergine Maria e si è fatto uomo’. Si tratta dunque di un dato di fede ecumenico, perché tutti i cristiani professano insieme quel medesimo Simbolo della fede. La pietà cattolica, da tempo immemorabile, ne ha tratto una delle sue preghiere quotidiane, l’Angelus”.

Per questo la Madonna è definita ‘Sposa della Chiesa’: “Questo articolo di fede è il fondamento che permette di parlare di Maria come della Sposa per eccellenza, che è figura della Chiesa. Infatti Gesù, scrive san Leone Magno, ‘come è nato per opera dello Spirito Santo da una vergine madre, così rende feconda la Chiesa, sua Sposa illibata, con il soffio vitale dello stesso Spirito’.

Questo parallelismo è ripreso nella Costituzione dogmatica ‘Lumen gentium’ del Concilio Vaticano II, che dice così: ‘Orbene, la Chiesa contemplando la santità misteriosa della Vergine, imitandone la carità e adempiendo fedelmente la volontà del Padre, per mezzo della Parola accolta con fedeltà, diventa essa pure madre, poiché con la predicazione e il battesimo genera a una vita nuova e immortale i figli, concepiti ad opera dello Spirito Santo e nati da Dio’… Maria ha prima concepito, poi partorito Gesù: prima lo ha accolto in sé, nel cuore e nella carne, poi lo ha dato alla luce”.

Questo processo divino accade anche nella Chiesa: “Così avviene anche per la Chiesa: prima accoglie la Parola di Dio, lascia che ‘parli al suo cuore’ e le ‘riempia le viscere’, secondo due espressioni bibliche, per poi darla alla luce con la vita e la predicazione. La seconda operazione è sterile senza la prima”.

Anche la Chiesa pone la stessa domanda che Maria fece all’Angelo: “Anche alla Chiesa, di fronte a compiti superiori alle sue forze, viene spontaneo porre la stessa domanda: ‘Come è possibile questo?’ Come è possibile annunciare Gesù Cristo e la sua salvezza a un mondo che sembra cercare solo benessere in questo mondo?

Anche la risposta è la stessa di allora: ‘Riceverete la forza dallo Spirito Santo… e di me sarete testimoni’ (At 1,8). Così disse Gesù risorto agli Apostoli, quasi con le stesse parole rivolte a Maria nell’Annunciazione. Senza lo Spirito Santo la Chiesa non può andare avanti, la Chiesa non cresce, la Chiesa non può predicare”.

E’ un principio valido per ogni fedele, ricordando che ‘nulla è impossibile a Dio’: “Quello che si dice della Chiesa in generale, vale anche per noi, vale per ogni singolo battezzato. Ognuno di noi si trova a volte, nella vita, in situazioni superiori alle proprie forze e si domanda: Come posso affrontare questa situazione? Aiuta, in questi casi, ricordare ripetere a sé stessi quello che l’angelo disse alla Vergine prima di congedarsi da lei: Nulla è impossibile a Dio”.

(Foto: Santa Sede)

Il Presidente della Repubblica richiama la libertà di stampa

Nei giorni scorsi si è svolta al Quirinale la cerimonia di consegna del ‘Ventaglio’ da parte del presidente dell’Associazione Stampa Parlamentare, Adalberto Signore, al presidente della Repubblica Italiana, Sergio Mattarella, che ha rivolto un appello agli italiani e alla responsabilità di chiunque abbia ruoli nella politica e nelle istituzioni sul rispetto della libertà di opinione, di informazione, di critica: ‘Ogni atto rivolto contro la libera informazione, ogni sua riduzione a fake news , è un atto eversivo rivolto contro la Repubblica’.

Infatti il Presidente della Repubblica ha ribadito la massima vigilanza sul rispetto dei principi della Costituzione Italiana da parte dei cittadini, del governo e delle forze politiche per il diritto dei cittadini ad essere informati ed il diritto-dovere dei giornalisti ad informare seriamente contro il rischio delle fake news, come sottolinea l’articolo 21 della Carta costituzionale, ribadendo la necessità della libertà di informazione:

“Nella società dell’informazione globale è del tutto superfluo richiamare l’importanza che l’informazione riveste per il funzionamento della democrazia, per un’efficace tutela del sistema delle libertà. La democrazia, infatti è, anzitutto, conoscenza. E’ contesto nel quale avviene il confronto fra le idee e si esercita il diritto a manifestarle e testimoniarle. Alla libertà di opinione si affianca la libertà di informazione, cioè di critica, di illustrazione di fatti e di realtà. Si affianca, in democrazia, anche il diritto a essere informati, in maniera corretta. Informazione, cioè, come anticorpo contro le adulterazioni della realtà”.

Richiamando la legge ‘Gonella’, che nel 1963 istituì l’ordine dei giornalisti, ha richiamato alle responsabilità di ciascuno: “Operare contro le adulterazioni della realtà costituisce una responsabilità, e un dovere, affidati anzitutto ai giornalisti… Va sempre rammentato che i giornalisti si trovano a esercitare una funzione di carattere costituzionale che si collega all’art.21 della Carta fondamentale, con un ruolo democratico decisivo. Si vanno, negli ultimi tempi, infittendo contestazioni, intimidazioni, quando non aggressioni, nei confronti di giornalisti, che si trovano a documentare fatti. Ma l’informazione è esattamente questo. Come anche a Torino, nei giorni scorsi. Documentazione di quel che avviene, senza obbligo di sconti. Luce gettata su fatti sin lì trascurati”.

Citando Tocqueville (‘democrazia è il potere di un popolo informato’) ha sottolineato che la limitazione dell’informazione è ‘atto eversivo’: “Ecco perché ogni atto rivolto contro la libera informazione, ogni sua riduzione a fake news, è un atto eversivo rivolto contro la Repubblica. Garanzia di democrazia è, naturalmente, il pluralismo dell’informazione. A questo valore le istituzioni della Repubblica devono rivolgere la massima attenzione e sostegno”.

Per questo ha citato l’approvazione, da parte del Parlamento Europeo, del regolamento sulla libertà dei media, che entrerà in vigore il prossimo 8 novembre: “In sintesi: promozione del pluralismo e dell’indipendenza dei media in tutta l’Unione, con protezione dei giornalisti e delle loro fonti da ingerenze politiche; pubblicità sui fondi statali destinati a media o a piattaforme; garanzia del diritto dei cittadini alla gratuità e pubblicità delle informazioni; indipendenza editoriale dei media pubblici; protezione della libertà dei media dalle grandi piattaforme; istituzione di un nuovo Comitato europeo per i servizi di media per promuovere una applicazione coerente di queste norme. Come si vede, un cantiere e un percorso impegnativo per l’Unione e per gli Stati membri, coscienti del valore che questo tema riveste per la libertà del nostro continente”.

Riprendendo il tema sulla guerra in Ucraina il presidente Mattarella ha richiamato all’invasione della Cecoslovacchia da parte di Hitler: “Uno dei momenti, che fa più riflettere (anche oggi) sugli errori gravidi di conseguenze, si identifica con le parole che Neville Chamberlain, Primo Ministro britannico, pronunziò, a Londra, al ritorno dalla conferenza di Monaco nel 1938: ‘Sono tornato dalla Germania con la pace per il nostro tempo’.

Come tutti ricordiamo, Hitler pretendeva di annettere al Reich la parte della Cecoslovacchia che confinava con la Germania (i Sudeti) dove viveva anche una minoranza di lingua tedesca. La Cecoslovacchia, che aveva fortificato quel confine temendo aggressioni, ovviamente rifiutava.

Le cosiddette potenze europee del tempo (Gran Bretagna, Francia, Italia) anziché difendere il diritto internazionale e sostenere la Cecoslovacchia, a Monaco, senza neppure consultarla, diedero a Hitler via libera. La Germania nazista occupò i Sudeti.

Dopo neppure sei mesi occupò l’intera Cecoslovacchia. E, visto che il gioco non incontrava ostacoli, dopo altri sei mesi provò con la Polonia (previo accordo con Stalin). Ma, a quel punto, scoppiò la tragedia dei tanti anni della Seconda guerra mondiale. Che, verosimilmente, non sarebbe scoppiata senza quel cedimento per i Sudeti”.

Ritornando agli episodi attuali di violenza il presidente Mattarella ha richiamato gli attentati degli ultimi mesi ad alcuni politici: “E’ fondamentale e doveroso ribadire la condanna ferma ed intransigente nei confronti di questa drammatica deriva di violenza contro esponenti politici di schieramenti avversi trasformati in nemici. Occorre adoperarsi sul piano culturale contro la pretesa di elevare l’odio a ingrediente, a elemento legittimo della vita: una spinta a retrocedere nell’inciviltà”.

Contro tale violenza, manifestatasi anche con un aumento dell’intolleranza religiosa e razziale, il presidente Mattarella ha invitato a diffidare degli ‘apprendisti stregoni’, che alimentano paure: “Vi sono molte persone che vivono in uno stato di tensione di fronte ai grandi cambiamenti in corso sempre più velocemente. Come ben sappiamo, registriamo condizioni nuove: di vita quotidiana, di modelli sociali, di lavoro, di formule di lavoro, di strumenti di cui avvalersi, di prospettive…

Tutto questo genera, forse comprensibilmente, allarme in tanti, che si sentono disorientati, forse indifesi.  E che rischiano di cadere nella rete ingannevole di chi fa credere che la soluzione sia semplice: tornare a un’epoca dorata che non c’è più (se pur mai c’è stata). E che non ci sarà più. Perché la storia cammina, i cambiamenti non si possono fermare, il tempo non torna indietro”.

Ed ha concluso il discorso intervenendo sulla situazione delle carceri: “Il carcere non può essere il luogo in cui si perde ogni speranza, Non va trasformato, in questo modo, in palestra criminale. Vi sono, in atto, alcune, proficue e importanti, attività di recupero attraverso il lavoro. Dimostrano che, in molti casi, è possibile un diverso modello carcerario. E’ un dovere perseguirlo.  Subito, ovunque”.

(Foto: Quirinale)

Da Loreto giovani europei sulle orme delle stimmate di san Francesco d’Assisi

Dal 28 luglio al 3 agosto a Loreto si svolgerà il XIV Campo ecumenico dei giovani europei, come ha raccontato don Francesco Pierpaoli, parroco della diocesi di Fano-Fossombrone- Cagli-Pergola, ideatore dei Campi ecumenici dei giovani di Loreto: “Tutto nasce dal desiderio di incontrare Gesù nei propri fratelli e di imparare a chinarsi su quelli più bisognosi. Da qui il segnale che il mondo può cambiare veramente anche davanti all’impossibile, come la guerra che sta dilaniando ormai da più di due anni la nostra Europa”.

Quest’anno questo campo ecumenico sarà l’occasione per riflettere sugli 800 anni a La Verna delle stimmate di san Francesco d’Assisi, con le sollecitazioni di p. Damiano Angelucci, un frate minore cappuccino delle Marche, basandosi sul libro di Antonio Rosmini, ‘Delle cinque piaghe della Santa Chiesa’: la paura, l’attrazione del piacere, la fatica di capirsi con il Signore, l’incomprensione con i fratelli e Sorella Morte.

Al campo parteciperanno luterani dalla Svezia, ortodossi dalla Romania e dall’Ungheria, greco cattolici dall’Ucraina e cattolici dall’Italia: “Avviene come per il soffione che spinto dal vento porta il seme lontano dalla propria terra, magari non ci accorgiamo ma quel seme prima o poi germoglia e fiorisce in maniera inattesa. Quel seme è Gesù e il vento lo Spirito Santo”.

Per quale motivo sono sorti i campi ecumenici dei giovani europei?

“Questa esperienza nasce a Loreto, dove san Giovanni Paolo II nel 1995 convocò i giovani per pregare per la pace nell’ex Yugoslavia, che indicò la città mariana come  ‘capitale’ spirituale dei giovani d’Europa e la casa di Maria come la casa del ‘sì’ e quindi la casa in cui vivono in pace uomini e donne. Da quell’esperienza è nata la volontà, partendo dai giovani, di ricomporre l’unità e la comunione, non solo dal punto di vista ecumenico (sono presenti alcune confessioni europee), ma anche da un punto di vista sociale e culturale, perché abbiamo cercato di vivere con i giovani soprattutto la diversità come opportunità. La diversità non è divisione, ma è ricchezza, in quanto quello che non conosco non mi deve mettere paura, ma al contrario devo ascoltarlo. L’idea dei campi ecumenici parte da qui, dove i giovani sono il soggetto di questo cammino di unità, che è la preghiera di Gesù: ‘che tutti siano uno’. Il nome che abbiamo dato al progetto è quello che all’epoca ci indicò il papa: ‘Eurhome’ (‘Europa casa’) che derivava da ‘Eurhope (‘Europa speranza’) con la speranza che l’Europa sia la casa in cui tutti possano vivere in pace”.

‘Da Loreto questa sera abbiamo compiuto un singolare pellegrinaggio dall’Atlantico agli Urali, in ogni angolo del Continente, dovunque si trovano giovani in cerca di una ‘casa comune’. A tutti dico: ecco la vostra Casa, la Casa di Cristo e di Maria, la Casa di Dio e dell’uomo! Giovani dell’Europa in marcia verso il 2000, entrate in questa casa per costruire insieme un mondo diverso, un mondo in cui regni la civiltà dell’amore!’: così diceva nel 1995 san Giovanni Paolo II proprio da Loreto. Tale messaggio è ancora attuale?

“E’ ancora attuale e lo sarà finché esiste l’umanità sulla terra, perché basta poco per riaccendere quella divisione (purtroppo con l’invasione della Russia in Ucraina l’Europa lo sta sperimentando): basta poco affinchè la fraternità lasci lo spazio agli interessi economici. Quindi occorre che i giovani diventino l’oggi di questo mondo nuovo. Ascoltiamoli, perché nel loro cuore c’è questo  desiderio  profondo di  pace e di fraternità”.

Quali percorsi ecumenici si possono aprire?

“Intanto è necessaria un’esperienza ecumenica che parta dal ‘basso’, dall’amicizia. Ma i giovani stanno bene insieme? A Loreto viviamo insieme per una settimana da quasi 15 anni (anglicani, luterani, ortodossi, cattolici), allora perché siamo divisi? E’ chiaro che sorgono le domande, però le strade sono innanzitutto quelle dell’amicizia e della fraternità. Quindi credo che anche i principi teologici e dottrinali possano essere liberati da ‘questioni’ che non hanno niente a cosa fare con il Vangelo, ma sono semplicemente il frutto, purtroppo, di una divisione che abbiamo nel cuore. Il Vangelo e l’Eucarestia non possono dividerci; Gesù lava i piedi a tutti i suoi apostoli; Gesù offre la prima Eucarestia proprio a Giuda. In questo senso dobbiamo vedere come nella fraternità il sentiero dell’ecumenismo si apre davanti a noi. Tutto questo non riguarda solamente le confessioni religiose, ma soprattutto l’accoglienza di culture e modi di vivere diversi, vivendole come arricchimento personale”.

Per preparare quest’appuntamento una delegazione ecumenica nello scorso maggio si è recata nella diocesi greco cattolica di Samir-Drohobich in Ucraina, in cui esiste una comunità capace di prendersi cura delle persone in difficoltà, grazie ai giovani volontari della Caritas per far fronte al gran numero di bisognosi, che può ospitare fino a 2.800 persone gratuitamente: quale è la situazione?

“La situazione è quella di un popolo in guerra, cosa che, essendo nato nel 1961, non ho mai vissuto. Vivere in un clima di guerra è come vivere sapendo che hai un tumore: tutto quello che fai sembra normale, ma ha una malattia. Abbiamo incontrato una popolazione provata, sapendo che un uomo tra 18 e 60 anni può essere chiamato per ‘andare’ in prima linea, sapendo che 200 ucraini al giorno possono morire al fronte. Però davanti a questi segni di morte la comunità cristiana sta avendo una creatività nella cura ai bambini orfani, alle famiglie senza tetto ed ai mutilati: là dove esiste questo ‘peccato’ abbonda questo amore straordinario. Ho vissuto questo in Ucraina. I giovani dell’Ucraina verranno al campo ecumenico e parteciperanno con questa ‘ricchezza’ spirituale. Nello stesso tempo sono grati, perché siamo andati a trovarli e siamo stati con loro. Mi auguro che la pace possa arrivare per questo popolo che ha una fede profonda ed autentica”.

La riflessione del campo sarà incentrata sulle stimmate di san Francesco nella ricorrenza dell’ottavo centenario: cosa sarà proposto ai giovani?

“Quest’anno sono 800 anni che la Chiesa ricorda (26 settembre 1224) il momento in cui san Francesco d’Assisi a La Verna ricevette queste ‘ferite’, che fecero di lui un ‘alter Christi’, una persona che aveva vissuto Gesù sulla terra, in quanto il santo è l’attualizzazione di Gesù sulla terra. Con p. Damiano Angelucci, frate cappuccino delle Marche, abbiamo pensato di prendere queste ‘ferite’ di Gesù e di dire non solo quali sono le ferite, ma anche in quale modo san Francesco le ha curate nella sua vita. P. Damiano nominerà le cinque piaghe: piaga della paura verso il ‘diverso’;  piaga della gratificazione personale; piaga della ‘fatica’ di comprendere la Parola di Dio; piaga dell’incomprensione con i fratelli; piaga di ‘sorella’ morte. Davanti ad ogni ferita san Francesco si pone come colui che si prende cura per rimarginare le ferite. Le cicatrici rimangono, però le ferite sono curate e conducono alla vita”.

(Tratto da Aci Stampa)

Esercizi (africani e non) di quotidiani apartheid

‘Buongiorno Mauro, è vero, da due mesi è vietato agli africani (neri) di prendere i bus delle grandi distanze e i treni. All’interno delle città ciò è più o meno tollerato. Quanto ai taxi in città e fuori, ciò resta un pericolo. In fatti l’autista rischia il ritiro della patente e il passeggero l’arresto e la deportazione alla frontiera col Niger…’.

E’ da Algeri, il 5 giugno scorso che, un vecchio amico impegnato nell’accoglienza dei migranti, ha inviato la mail trascritta sopra. Scorrendo il suo messaggio la prima idea che mi è venuta in mente è stata quella di un nuovo ‘apartheid’.  Si tratta di una parola afrikaans che significa letteralmente ‘separazione’ o ‘partizione’. Era il nome dato alla politica di segregazione razziale istituita nel 1948 dal governo al potere nel Sudafrica. Rimase in vigore fino al 1991 ed è stata attualizzata, come denunciato proprio da questo Paese, tra l’altro da Israele nei confronti del popolo palestinese. In molte altre parti del mondo è tornato senza vergogna.

Nel Nord Africa, non da oggi, si pratica spesso con disinvoltura una politica di disprezzo per gli africani di origine sub sahariana. Le testimonianze ricevute dai migranti di ritorno sono in questo senso inesorabili e precise. L’arco della cosiddetta ‘Africa bianca’, dal Marocco sino all’Egitto, si distingue per applicare forme anche estreme di stigmatizzazione nei confronti dei migranti o rifugiati ‘neri’ che cercano in quell’area lavoro, protezione o semplicemente una riva per andare in Europa. Insulti, minacce, ruberie, sfruttamenti e accuse di propagazione di tutti i mali possibili sono quanto più i migranti, con tristezza, raccontano. C’è chi ricorda, con amarezza, che molti di loro erano considerati puramente e semplicemente schiavi o cose.

Nulla di nuovo sotto il sole, direbbe il saggio che si intendeva di umane vicende nella storia. La separazione o partizione si trova anzitutto dentro il cuore umano ogni qualvolta si esclude o mutila la coscienza e lo spirito che lo lega a se stesso, agli altri e alla trascendenza che lo spinge all’altrove. Seguono poi, e di conseguenza, le altra ‘partizioni’ o esclusioni. Quelle tra popoli, continenti, culture e immaginari simbolici. All’interno stesso delle società si sviluppano fenomeni violenti  e discriminanti tra chi rivendica la pienezza dell’umano e chi si trova, suo malgrado, ad essere considerato uno scarto, superfluo e, talvolta, come i poveri, ‘pericoloso’ per l’ordine pubblico. L’apartheid ha probabilmente un futuro brillante dinnanzi a sé perché le società, nel loro insieme, non sembrano disposte a mettere in pratica quanto suggerito dal prezioso e disatteso articolo 3 della Costituzione italiana.

‘È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese’…

 Finché le varie forme di organizzazione politica al potere, quali esse siano, saranno lontane o ostili a questo orientamento civico, l’apartheid troverà un terreno propizio per svilupparsi e creare società ogni volta più escludenti. Col rischio che, in definitiva, gli africani saranno i peggiori nemici degli africani.

Le condizioni umanitarie a Gaza sono in peggioramento

“Il Patriarcato Latino di Gerusalemme segue con grave preoccupazione la notizia dei raid, apparentemente lanciati dall’esercito israeliano, contro la Scuola della Sacra Famiglia a Gaza questa mattina. I filmati e i resoconti dei media provenienti dal luogo includono scene di vittime civili e di distruzione del complesso. Di proprietà del Patriarcato latino di Gerusalemme, la scuola della Sacra Famiglia è stata, fin dall’inizio della guerra, un luogo di rifugio per centinaia di civili. Nella scuola non risiede personale religioso”: così il Patriarcato latino di Gerusalemme, nella scorsa settimana, ha condannato l’attacco ai civili senza garanzia che gli stessi non rimangano coinvolti nei combattimenti.

Inoltre sono trascorsi 9 mesi dallo scorso 7 ottobre e p. Carlos Ferrero, superiore provinciale dell’Istituto del Verbo Incarnato, ha raccontato al portale del Patriarcato di Gerusalemme la vita a Gaza, che nei giorni scorsi ha riaccolto p. Gabriel Romanelli: “Dal 2019 ho visitato molte volte la parrocchia di Gaza, essendo un superiore provinciale, ma con mia grande sorpresa la mia presenza qui a quest’ora ha avuto un suo impatto. Me ne sono reso conto quando la gente ha cominciato a chiedermi se sarei andato via quando il Patriarca sarebbe dovuto rientrare. ‘Te ne vai? Rimarrai per qualche tempo? Quanto tempo ti fermerai?’

Quando ho detto loro che ero venuto per restare fino a quando Dio mi avesse permesso di stare qui, sono diventati molto felici e ho capito che questo dava loro la speranza che fosse successo qualcosa di buono. Anche se non ho fatto nulla per creare aspettative o alimentare speranze. E’ solo il fatto di essere qui con loro, di condividere le loro paure e sofferenze quotidiane, di pregare insieme ogni giorno in mezzo a un grande rumore”.

Inoltre ha raccontato in quale modo stanno vivendo questa guerra: “La gente è molto stanca, ma deve sopportare la situazione. Hanno perso interesse nello sviluppo del processo per ovvie ragioni. L’unica cosa che sperimentano è la sofferenza. Sentono una buona parola e subito dopo è tutto il contrario. Sono stanchi di questo! Facciamo del nostro meglio per essere vicini a tutti. A volte solo per ascoltare ciò che hanno da dire, condividendo con loro parole di conforto, aiutandoli come possiamo.

Poiché non c’è scuola, p. Gabriel ha organizzato delle classi di sostegno, insegnando ai bambini le principali materie scolastiche. Hanno incluso l’inglese e mi hanno chiesto di aiutarli. Ora insegno ai bambini dalla prima alla quarta elementare. I bambini sono molto colpiti da questi nove mesi di guerra e di assenza di scuola. Hanno i nervi a fior di pelle.

A poco a poco stanno diventando più interessati e stanno imparando le basi. Tra di noi c’è una brava insegnante, la signora Sherin, una vera educatrice, che li ha aiutati con la traduzione e le metodologie.  Poiché sono giovani, non capiscono se parlo solo in inglese. E’ allora che la signora Sherin dà un grande contributo e aiuta tutti noi. Tuttavia, cerchiamo il più possibile di rendere lo studio un’attività divertente. Ci proviamo!”

Mentre Amnesty International è ‘profondamente preoccupata’ per la situazione di Gaza, anche per le denunce di sparizioni forzate di massa, per l’assenza di informazioni su palestinesi della Striscia di Gaza arrestati dalle forze israeliane: “Il 16 dicembre l’Ufficio dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite sui diritti umani ha affermato di aver ricevuto ‘numerose inquietanti denunce’ dal nord della Striscia di Gaza circa ‘arresti di massa, maltrattamenti e sparizioni forzate’, che potrebbero riguardare migliaia di palestinesi, minorenni inclusi.

Nelle fotografie e nei filmati verificati dal Crisis Evidence Lab di Amnesty International si vedono le forze israeliane sottoporre a trattamenti inumani e degradanti palestinesi arrestati a Beit Lahia, nella Striscia di Gaza settentrionale. La sorte di molti di questi detenuti rimane sconosciuta. Altri palestinesi di Gaza, compresi lavoratori e altre persone con permesso d’ingresso in Israele, restano in sparizione forzata. Le autorità israeliane hanno confermato le morti in custodia di almeno sei palestinesi in loro custodia, a ottobre e a novembre, tra cui due lavoratori di Gaza”.

Le preoccupazioni di Amnesty International per la sorte dei detenuti di Gaza sono ancora più forti alla luce delle immagini, diffuse recentemente e verificate dal Crisis Evidence Lab di Amnesty International, che mostrano uomini palestinesi costretti a stare in ginocchio sul pavimento, in mutande e con le mani bendate, coi soldati israeliani sopra di loro: “Le scene angoscianti provenienti da Gaza dovrebbero portare a una condanna internazionale e necessitano un’indagine urgente e di misure per prevenire ulteriori atti di tortura, sparizioni forzate e altri crimini di diritto internazionale. Il mondo deve assicurare che tali azioni non vengano normalizzate, bensì riconosciute come un oltraggio all’umanità”.

Ed allo stesso tempo Amnesty International ha ribadito il suo appello ad Hamas e ad altri gruppi armati di Gaza, affinché liberino immediatamente e senza condizioni tutti gli ostaggi civili, trattino umanamente tutte le persone che hanno catturato e permettano al Comitato internazionale della Croce rossa l’accesso agli ostaggi e ai prigionieri: “Il sequestro di ostaggi e il rapimento di civili sono crimini di guerra. Riprendere con le telecamere e diffondere testimonianze degli ostaggi, come nel video di tre uomini anziani ostaggi civili, pubblicato dal braccio armato di Hamas il 18 dicembre, costituiscono trattamenti inumani e degradante”.

Aiuto alla Chiesa che Soffre in aiuto dei cristiani

Nei giorni scorsi è stato reso noto il Rapporto annuale di ACS (Aiuto alla Chiesa che Soffre), in cui si evidenzia che nello scorso anno l’istituzione religiosa ha ricevuto donazioni e lasciti per € 143.700.000, che insieme ad € 800.000 di riserve dell’anno precedente, ha permesso ad ACS di finanziare attività per un valore di € 144.500.000 con offerte da quasi 360.000 benefattori privati ​​presenti nei 23 Paesi in cui ACS ha sedi nazionali. 

L’81,3% di questi fondi è stato destinato alle spese relative alla missione. All’interno di questa cifra, l’85,9% è andato a progetti di aiuto in 138 paesi (5.573 progetti approvati su 7.689 richieste ricevute). Il restante 14,1%, pari ad € 16.600.000, è stato destinato ad attività di informazione, proclamazione della fede e difesa dei cristiani perseguitati.

Il Paese che ha ricevuto maggiori aiuti è l’Ucraina: € 7.500.000; seguita dal Siria, con € 7.400.000 ed il Libano con € 6.900.000. Particolare attenzione per l’Africa che ha ricevuto il maggior sostegno: il 31,4% delle risorse. La presidente esecutiva di ACS Internazionale, Regina Lynch ha commentato: “L’Africa è la patria di circa un cattolico su cinque, di un sacerdote su otto, di una religiosa su sette e di quasi un terzo dei seminaristi nel mondo. Oltre a ciò, la diffusione del terrorismo e dell’estremismo islamico in alcuni Paesi, soprattutto nella regione del Sahel, è causa di grande sofferenza per i cristiani di questo continente”.

Con il 19,1% di aiuti, il Medio Oriente rappresenta la seconda regione a ricevere il maggior numero di aiuti. Il 61% dei fondi inviati in Siria è destinato ad aiuti di emergenza, tra cui cibo e alloggio, assistenza medica e microcredito per le imprese. In Libano, gli aiuti d’urgenza hanno rappresentato il 47% del totale e sono stati destinati alle scuole cristiane, al cibo, agli alloggi e alle cure mediche. 

Inoltre ACS ha fatto giungere a 40.767 sacerdoti € 1.075.000 di offerte per la celebrazione di Messe. Ciò significa che un sacerdote su 10 nel mondo ha ricevuto sostegno da ACS e che, in qualche parte del mondo, ogni 18 secondi è stata celebrata una Messa secondo le intenzioni dei benefattori.  Inoltre, grande sostegno per la formazione di quasi 11.000 seminaristi: il sostegno alla formazione di sacerdoti, religiosi e laici ha rappresentato il 26,7% di tutto l’aiuto garantito, mentre le offerte per le Messe e gli aiuti di sussistenza per le religiose sono stati pari al 21,6%. 

In particolare Aiuto alla Chiesa che Soffre ha sottolineato che dopo 13 anni dall’inizio della guerra, la Siria è ancora nel caos, come ha raccontato l’arcivescovo di Homs dei Siri, mons. Jacques Mourad. Nel Paese la situazione sanitaria è drammatica: i farmaci sono sempre più costosi, gli ospedali sono danneggiati e non funzionano a pieno regime, e il 90% della popolazione vive in povertà estrema. Per molte persone, curarsi è diventato un lusso impossibile. Il salario medio mensile corrisponde ad appena 10 euro, mentre l’inflazione annuale supera il 139%.

Per quanto riguarda la situazione in Terra Santa, mons. William Shomali, vescovo ausiliare di Gerusalemme e Vicario patriarcale per la Palestina, in un colloquio con Aiuto alla Chiesa che Soffre Italia (ACS Italia), ha fornito un aggiornamento sulla drammatica situazione dei cristiani di Terra Santa. Quanto ai fedeli presenti nella Striscia di Gaza, il prelato ha ricordato che ‘a Gaza prima della guerra vivevano 1.017 cristiani’. Dopo lo scoppio del conflitto ‘la maggior parte di loro si è rifugiato nel complesso parrocchiale latino e una minoranza in quello greco-ortodosso’.

Questi sfollati “soffrono per la mancanza di elettricità, acqua potabile e cibo. Nei giorni scorsi, per fortuna, hanno potuto acquistare sacchi di farina. Una volta hanno ricevuto polli congelati, che dovevano essere cucinati e consumati in giornata perché non avevano frigoriferi… Inoltre la maggior parte dei cristiani ha visto le proprie case distrutte. Vivono nelle aule delle nostre scuole.

Una stanza di classe per una o due famiglie. Perciò, non potremo riprendere l’attività scolastica finché le famiglie non avranno ricostruito i loro appartamenti. Chi ricostruirà? Nessuno conosce quale sarà la situazione a Gaza all’indomani della guerra. Va da sé che continuiamo a pagare l’intero stipendio agli insegnanti delle nostre due scuole, altrimenti perderebbero l’unico reddito di cui dispongono”.

(Foto: ACS)

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