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Papa Francesco invita ad una riflessione sapienziale

“Questa è l’ora del ringraziamento, e abbiamo la gioia di viverla celebrando la Santa Madre di Dio. Lei, che custodisce nel suo cuore il mistero di Gesù, insegna anche a noi a leggere i segni dei tempi alla luce di questo mistero”: nella conclusione dell’anno civile nella basilica di san Pietro papa Francesco ha recitato i Primi Vespri di Maria Santissima Madre di Dio e la tradizionale preghiera di ringraziamento.

Nell’omelia il papa ha sottolineato che l’anno che si chiude è stato molto impegnativo: “L’anno che si chiude è stato un anno impegnativo per la città di Roma. I cittadini, i pellegrini, i turisti e tutti quelli che erano di passaggio hanno sperimentato la tipica fase che precede un Giubileo, con il moltiplicarsi dei cantieri grandi e piccoli”.

Per questo il papa ha invitato ad una riflessione: “Questa sera è il momento di una riflessione sapienziale, per considerare che tutto questo lavoro, oltre al valore che ha in sé stesso, ha avuto un senso che corrisponde alla vocazione propria di Roma, la sua vocazione universale. Alla luce della Parola di Dio che abbiamo appena ascoltato, questa vocazione si potrebbe esprimere così: Roma è chiamata ad accogliere tutti perché tutti possano riconoscersi figli di Dio e fratelli tra loro”.

Per questo l’omelia del papa è stata un rendimento di grazie: “Perciò in questo momento vogliamo elevare il nostro rendimento di grazie al Signore perché ci ha permesso di lavorare, e lavorare tanto, e soprattutto perché ci ha dato di farlo con questo senso grande, con questo orizzonte largo che è la speranza della fraternità”.

E’ un rendimento di grazie che apre al Giubileo: “Il motto del Giubileo, ‘Pellegrini di speranza’, è ricco di significati, a seconda delle diverse possibili prospettive, che sono come altrettante ‘vie’ del pellegrinaggio. E una di queste grandi strade di speranza su cui camminare è la fraternità: è la strada che ho proposto nell’Enciclica Fratelli tutti”.

La speranza si realizza nella fraternità: “Sì, la speranza del mondo sta nella fraternità! Ed è bello pensare che la nostra Città nei mesi scorsi è diventata un cantiere per questa finalità, con questo senso complessivo: prepararsi ad accogliere uomini e donne di tutto il mondo, cattolici e cristiani delle altre confessioni, credenti di ogni religione, cercatori di verità, di libertà, di giustizia e di pace, tutti pellegrini di speranza e di fraternità”.

Ma questa fraternità ha fondamento?, ha domandato il papa con una risposta positiva: “La risposta ce la dà la Santa Madre di Dio mostrandoci Gesù. La speranza di un mondo fraterno non è un’ideologia, non è un sistema economico, non è il progresso tecnologico. La speranza di un mondo fraterno è Lui, il Figlio incarnato, mandato dal Padre perché tutti possiamo diventare ciò che siamo, cioè figli del Padre che è nei cieli, e quindi fratelli e sorelle tra di noi”.

Quindi il ‘cantiere’ più importante è quello costruito nel cuore di ciascuno: “Ed allora, mentre ammiriamo con gratitudine i risultati dei lavori compiuti in città (ringraziamo per il lavoro di tanti, tanti uomini e donne che lo hanno fatto, e ringraziamo il Signor Sindaco per questo lavoro di portare avanti la città), prendiamo coscienza di quale sia il cantiere decisivo, il cantiere che coinvolge ognuno di noi: questo cantiere è quello in cui, ogni giorno, permetterò a Dio di cambiare in me ciò che non è degno di un figlio (cambiare!), ciò che non è umano, e in cui mi impegnerò, ogni giorno, a vivere da fratello e sorella del mio prossimo”.

Al termine l’affidamento alla Madre di Dio: “Ci aiuti la nostra Santa Madre a camminare insieme, come pellegrini di speranza, sulla via della fraternità. Il Signore ci benedica, tutti noi; ci perdoni i peccati e ci dia la forza per andare avanti nel nostro pellegrinaggio nel prossimo anno”.

Al termine del ‘Te Deum’ papa Francesco ha reso ‘omaggio’ al Bambinello ed ha sostato davanti al presepe di Grado allestito in piazza.

(Foto: Santa Sede)

Marcia della pace a Pesaro per perdonare i debiti

Si svolge oggi a Pesaro la 57ª marcia nazionale per la pace, organizzata dalla Commissione Episcopale per i problemi sociali e il lavoro, la giustizia e la pace, la Caritas Italiana, l’Azione Cattolica, Pax Christi Italia, il Movimento dei Focolari, l’Agesci, le Acli, Libera con l’Arcidiocesi di Pesaro e di Urbino – Urbania – Sant’Angelo in Vado.

La marcia inizia alle ore 15.30 all’Anfiteatro del Parco Miralfiore ed arriva alla Cattedrale di Pesaro, dove alle ore 21 sarà celebrata la Santa Messa, presieduta da Mons. Sandro Salvucci, Arcivescovo di Pesaro e di Urbino-Urbania-Sant’Angelo in Vado, e trasmessa in diretta da Tv2000. Lungo il percorso si alterneranno testimonianze e letture di brani che richiamano il messaggio di papa Francesco per la Giornata Mondiale della Pace sul tema: ‘Rimetti a noi i nostri debiti: concedici la tua pace’ con le testimonianze di alcune esperienze di accoglienza, dialogo e nonviolenza presenti sul territorio nazionale.

Senza dimenticare i diversi contesti di conflitto, in particolare la Terra Santa, la Siria e l’Ucraina, hanno spiegato i promotori: “In questa stagione segnata da guerre insensate vogliamo sintonizzarci con lo stile giubilare invocato da Papa Francesco: per costruire la pace occorre generare perdono e saper rimettere i debiti. Senza giustizia sociale non c’è pace. Senza riconoscimento dell’altro non c’è futuro. Marceremo a Pesaro, città della cultura 2024, per ricordare a tutti la necessità di educare a una cultura della pace, fatta di incontro, di amicizia sociale e di relazioni rinnovate. Il Giubileo ci converta per trasformare l’arma del credito in debito di riconciliazione e di giustizia sociale e ambientale”.

Quest’anno c’è anche la Fiaccola della pace, portata da una delegazione del pellegrinaggio Macerata-Loreto. Il percorso si snoda su un tracciato cittadino di oltre 5 km con tre tappe di riflessione. Si inizia con il tema del perdono, presso il monumento alla Resistenza, a ottant’anni dallo sfondamento della linea gotica che passava proprio da Pesaro. Interverrà Giorgio Pieri, del progetto CEC (Comunità educanti con i carcerati) della Comunità Papa Giovanni XXIII. Poi sarà la volta del racconto di Lassina Doumbia, un migrante che permetterà di pensare alle nostre responsabilità nei confronti delle popolazioni sfruttate.

La seconda tappa, presso la chiesa di Santa Maria del Porto, metterà al centro il tema del debito, con l’intervento di Gabriele Guzzi, economista dell’Università di Cassino, e la testimonianza di EJohn Mpaliza, attivista congolese e fondatore di ‘Peace Walking Man Foundation’. L’ultima tappa si terrà presso la sfera grande di Pomodoro e toccherà il tema del disarmo, con don Fabio Corazzina e Elio Pagani di Pax Christi. Durante la marcia ci saranno altri momenti di ascolto come la testimonianza di Alberto Capannini, volontario dell’operazione ‘Colomba’ in Ucraina.

Infatti nel messaggio per tale giornata della pace papa Francesco ha richiamato ciascuno alla responsabilità: “Ciascuno di noi deve sentirsi in qualche modo responsabile della devastazione a cui è sottoposta la nostra casa comune, a partire da quelle azioni che, anche solo indirettamente, alimentano i conflitti che stanno flagellando l’umanità. Si fomentano e si intrecciano, così, sfide sistemiche, distinte ma interconnesse, che affliggono il nostro pianeta. Mi riferisco, in particolare, alle disparità di ogni sorta, al trattamento disumano riservato alle persone migranti, al degrado ambientale, alla confusione colpevolmente generata dalla disinformazione, al rigetto di ogni tipo di dialogo, ai cospicui finanziamenti dell’industria militare. Sono tutti fattori di una concreta minaccia per l’esistenza dell’intera umanità”.

A tutti il papa propone un ‘cammino di speranza’ fatto di “tre azioni possibili, che possano ridare dignità alla vita di intere popolazioni e rimetterle in cammino sulla via della speranza, affinché si superi la crisi del debito e tutti possano ritornare a riconoscersi debitori perdonati”. Infine l’appello ad utilizzare “almeno una percentuale fissa del denaro impiegato negli armamenti per la costituzione di un Fondo mondiale che elimini definitivamente la fame e faciliti nei Paesi più poveri attività educative e volte a promuovere lo sviluppo sostenibile, contrastando il cambiamento climatico”.

(Foto: Caritas)

Aperte nel mondo le Porte sante per vivere un cammino di liberazione

Papa Francesco Porta Santa

Domenica scorsa sono state aperte nel mondo tutte le porte sante giubilari: nella diocesi di Napoli mons. Mimmo Battaglia ha aperto la porta santa al termine della processione aperta dalla Croce di Lampedusa, realizzata col legno delle barche dei migranti, indicando che essa è la porte del cuore di Dio: “Siamo qui, insieme, come comunità diocesana, perché si apre oggi una porta invisibile, la porta santa del cuore di Dio: una porta che invita, accoglie e abbraccia. In realtà è una porta sempre spalancata ma che spesso, distratti dall’ordinario, affaccendati dietro il tanto da fare, non vediamo. Guardarla insieme, incoraggiarci a vicenda nel varcare la sua soglia, è invece l’inizio di un cammino, di un respiro di grazia, di un tempo in cui le ferite possono divenire spiragli di luce, di un tempo che profuma di libertà, di guarigione, di perdono, di riscatto. Siamo qui perché questo Giubileo è l’eco di una promessa: nessuno è escluso dall’amore, nessuno è dimenticato dalla speranza”.

Ed ha sottolineato che il giubileo è un tempo di grazia: “E’ un tempo di grazia, un tempo di guarigione e di libertà, un tempo in cui il Signore, si piega sulle ferite del mondo, invitandoci a guardare oltre l’orizzonte delle nostre paure… Queste parole di Gesù, lette nella sinagoga di Nazaret, sono le parole di oggi, per questa Chiesa di Napoli, per i suoi vicoli, le sue piazze, i suoi cuori che cercano una luce nuova. Questo è il Giubileo della Speranza: il tempo in cui volgiamo lo sguardo ad un Dio vicino, che si fa medico e guaritore, che ci perdona, che si fa liberatore per ogni uomo e donna”.

Quindi il Giubileo è un invito alla speranza: “Il Giubileo è un invito a sperare. In un mondo spesso segnato dalla sfiducia, Dio ci chiama a guardare oltre, a credere che il futuro è nelle sue mani, che c’è ancora spazio per la speranza. E la speranza non confonde, la speranza non è un’illusione: è un cammino concreto, fatto di piccoli passi, di gesti semplici che costruiscono il Regno di Dio.

Ed allora, con i calzari necessari al cammino, con il camice del servizio e la cuffia del discernimento, entriamo in questo Giubileo con coraggio. Lasciamo che il Signore ci liberi, ci perdoni, ci guarisca, ci renda uomini e donne capaci di speranza. Che questo tempo santo ci trasformi e renda la nostra Chiesa e la nostra città un segno di risurrezione per il mondo”.

Da Palermo mons. Corrado Lorefice ha evidenziato che il giubileo serve a ‘riattivare’ la fede: “Un Anno Giubilare serve a questo: a riattivare in noi la fede, il dono che già Dio ci ha fatto: essere suoi figli, destinatari del suo amore. Essere figli di Dio e vivere da fratelli e sorelle in Dio. Rinsaldare la fede, avere «fiducia in Dio e qualunque cosa chiediamo la riceviamo da lui perché osserviamo i suoi comandamenti e facciamo quel che è gradito a lui. Questo è il suo comandamento: che crediamo nel nome del Figlio suo Gesù Cristo e ci amiamo gli uni gli altri, secondo il precetto che ci ha dato”.

E’ stato un invito ad essere ‘pellegrini di speranza’, guidati dai Santi: “Sulle orme di Gesù, come Gesù. Sul solco dei martiri che, come ci ricorda il papa, ‘saldi nella fede in Cristo risorto, hanno saputo rinunciare alla vita stessa di quaggiù pur di non tradire il loro Signore. Essi sono presenti in tutte le epoche e sono numerosi, forse più che mai, ai nostri giorni, quali confessori della vita che non conosce fine. Abbiamo bisogno di custodire la loro testimonianza per rendere feconda la nostra speranza’.

Nel solco dei nostri martiri e dei nostri Santi: di Mamiliano e Giuseppe Puglisi, di Rosalia e di Benedetto il Moro (in questa Cattedrale noi custodiamo e veneriamo i loro corpi) e di tutti i creativi testimoni della carità di ieri e di oggi, fino a fratel Biagio Conte e a don Maurizio Francoforte che abbiamo appena riconsegnato all’abbraccio del Padre”.

Dalla diocesi di Trieste mons. Enrico Trevisi ha raccontato le difficoltà affrontate dalla famiglia di Nazareth: “Guardo a Maria e Giuseppe nella stalla di Betlemme e penso ai tanti genitori umiliati dalla vita per non aver saputo dare ai propri figli ciò che desideravano, ciò per cui tanto si erano impegnati, ciò che corrisponde al volere di Dio.

Guardo a Maria e Giuseppe mentre devono scappare profughi in Egitto o mentre a Gerusalemme cercano Gesù che si è trattenuto nel tempio e faticano a comprendere il mistero di quel Figlio. Oggi l’umiliazione di tanti genitori si ripete per i motivi più diversi. A volte il lavoro precario e poco retribuito; altre volte i limiti che la vita impone con malattie e fragilità, sia dei genitori come dei figli. Se poi è una famiglia numerosa i rischi di povertà aumentano”.

Nonostante tutto la santa famiglia non è mai stata ‘vagabonda’: “Con Maria, con Giuseppe e con Gesù noi siamo pellegrini di speranza. Ovunque, anche dentro le fatiche delle varie stagioni della vita: noi siamo in cammino, ma con la presenza rassicurante del Signore, che mai ci abbandona. In quest’Anno Santo invito ciascuno ad aprire il cuore al Signore, a coltivare il proprio personale rapporto con il Signore. Anche a te ripete: ‘Io sono la via, la verità e la vita’.

Tu hai il potere di aprigli il tuo cuore. Auguro a ciascuno un anno di ininterrotto pellegrinaggio interiore, in cui sempre ci rimettiamo dietro al Signore, con lo sguardo fisso su di Lui, Admirantes Jesum. E anche quando siamo stanchi impariamo a saperlo riconoscere al nostro fianco. E quando siamo caduti lui si fa cireneo e ci rialza”.

Quindi il giubileo è un pellegrinaggio impegnativo: “Il pellegrinaggio non ci esime, anzi ci sprona all’impegno per la giustizia, per una vita in comunione con il Signore ma che passa per la comunione con ammalati, disabili, vicini di casa, familiari, colleghi, poveri, profughi, scartati…. Moltiplichiamo i segni concreti che siamo nel cammino del Signore e non vagabondi pericolosi e inaffidabili”.

Anche a Nazareth il card. Pierbattista Pizzaballa ha aperto la porta santa con un invito a non perdere la speranza: “E’ molto difficile, infatti, parlare di speranza, credere che vi sia speranza, quando attorno a noi tutto parla di guerra, di violenza, di povertà e durezza di vita. Da troppo tempo ne facciamo esperienza qui in Terra Santa, soprattutto in questo ultimo anno.

Ma forse anche prima avevamo poca fiducia nel futuro, e avevamo poca voglia di metterci in gioco. La speranza, infatti è lo sprone e il fondamento di ogni iniziativa. Non iniziamo una nuova attività se non abbiamo fiducia di riuscire, se non accettiamo il rischio che ogni inizio comporta, se insomma non abbiamo speranza di fare qualcosa di bello e grande, di riuscire nell’impresa”.

Quindi la speranza si deve nutrire della fede: “La speranza, infatti, ha bisogno della fede. La fede in Dio, prima di tutto. Non si tratta di conoscere a memoria il Credo, ma di avere coscienza della presenza di Dio nella propria vita. La fede in Dio ci porta ad avere uno sguardo che va oltre se stessi, a credere nell’opera di Dio, che non è lontano o immutabile, ma che al contrario agisce nella vita del mondo e dell’uomo. Avere fede in Dio, significa non porre la propria fiducia solo nella propria azione e nelle proprie capacità, che spesso invece mostrano tutto il loro limite. Significa saper condividere e affidare a Dio la propria vita, la propria passione, nella consapevolezza che, in quell’amicizia divina, quella vita e quella passione diventeranno più luminose e complete”.

Il giubileo è necessario perché consente la liberazione: “Odio, rancore e paura ci tengono bloccati nelle relazioni, nella fiducia l’uno nell’altro. Siamo chiusi, imprigionati dentro le nostre paure, che non ci permettono di avere coraggio, di avere di uno sguardo di fiducia e quindi anche di speranza verso gli altri, verso il futuro. Verso Dio, come Colui che è capace di portare la vita anche dove tutto sembra morto e finito.

Abbiamo proprio bisogno di un giubileo, che Dio cancelli i nostri debiti, che ci tolga dalle spalle e dal nostro cuore il peso insopportabile dei nostri peccati, delle nostre paure, che riporti luce ai nostri occhi, per vedere il compiersi del Suo Regno, che non è di questo mondo, ma che dà senso al nostro stare nel mondo. In fondo è questo il senso dell’indulgenza, che durante questo anno potremo ottenere: ricevere da Dio il perdono, che ci riapra il cuore alla fiducia e alla speranza, che Lui dimentichi del tutto il nostro peccato, e ci consenta di riprendere il cammino verso il cielo con spirito nuovo, con cuore nuovo, e con lo slancio gioioso di chi ha ritrovato un tesoro perduto”.

Anche in Ucraina, altro fronte di guerra, Sua Beatitudine Sviatoslav Shevchuk, capo della Chiesa greco-cattolica ucraina (Ugcc), ha aperto le porte della Cattedrale Patriarcale della Resurrezione di Cristo a Kiev: “La nostra speranza è nel Signore Gesù, per questo ci rallegriamo oggi, andiamo avanti in questo Nuovo Anno, confidando nel nostro Signore Salvatore. Ti chiediamo, Gesù, che sei nato dalla Vergine Maria e riposi in pienezza nella tua Chiesa, apri le porte a tutte le benedizioni celesti in questo nuovo anno”.

Nel messaggio Sua Beatitudine ha affermato che la speranza può essere vista nei volti di chi ogni giorno muore: “Nella nostra storia moderna, la speranza cristiana si rivela in modo nuovo, talvolta addirittura eroico. Siamo testimoni della speranza cristiana quando vediamo i nostri eroi che ogni giorno vanno incontro alla morte in nome dell’amore per Dio e per la Patria: la speranza allora ha il volto di un soldato. Quando vediamo i nostri medici e paramedici che non si stancano di curare ogni giorno le ferite della nostra gente, pur sapendo che la guerra domani potrebbe causarne di nuove, la speranza qui ha il volto di un medico.

Quando vediamo operatori e soccorritori che ogni giorno smantellano macerie e lavorano per ripristinare le infrastrutture energetiche delle nostre città e villaggi, pur sapendo che domani, forse, un nuovo attacco missilistico distruggerà il loro lavoro, allora la speranza prende il loro volto. La speranza assume anche il volto della nostra gioventù, che in mezzo alla guerra sa amare, creare nuove famiglie e far nascere figli, pur consapevole di appartenere a una generazione che più probabilmente sarà presente ai funerali di loro coetanei che ai matrimoni.

La speranza cristiana è il segreto della stabilità e dell’invincibilità del nostro popolo, che in mezzo alla guerra sa difendere la libertà a costo della propria vita, sogna un futuro migliore e costruisce oggi un mondo migliore per i propri figli. E la fonte di questa speranza è Cristo risorto, che in questo regno della morte ci indica la fonte della vita eterna che pulsa dentro di noi”.

Mentre l’agenzia ‘Asia News’ ha riferito che a Shanghai la messa di apertura dell’Anno Santo è stata presieduta dal vescovo della città, mons. Shen Bin nella cattedrale di Xujiahui, che ha esortato tutti i sacerdoti e fedeli a mettere in pratica l’invito alla speranza: “Siamo pellegrini di Dio, ogni passo della nostra vita ci avvicina a Lui. Con il pellegrinaggio, ci convertiamo, rinnoviamo la nostra vita e approfondiamo la nostra relazione con Dio. Attraverso il pellegrinaggio, diventiamo strumenti dell’amore di Dio e, nella nostra ricerca di fede, speranza e salvezza, portiamo speranza a chi ci sta intorno”.

Anche nella capitale vietnamita Hanoi il Giubileo è stato aperto con una celebrazione eucaristica, presieduta dall’arcivescovo, mons. Joseph Vu Van Thien: “Ad Hanoi abbiamo designato sette grandi parrocchie come luoghi di pellegrinaggio per l’Anno Santo. Abbiamo anche un programma di catechesi per l’Anno Santo. In concreto, stiamo ponendo l’accento sulla riconciliazione e sulla carità: le attività caritative sono una condizione necessaria per contribuire all’evangelizzazione della società vietnamita. Ci auguriamo che l’Anno Santo sia fruttuoso per la comunità cattolica in Vietnam. Ci saranno certamente grandi eventi a livello nazionale e alcuni vietnamiti stanno preparando anche pellegrinaggi fuori dal Paese, a Roma. Sta diventando possibile per molti vietnamiti”.

A Tokyo il card. Tarcisio Isao Kikuchi ha presieduto la celebrazione di apertura del Giubileo nella cattedrale di Santa Maria: “La Chiesa apre con larghezza le sue porte, cercando di offrire pace ai pellegrini che continuano il loro cammino. Nel continuare il nostro cammino, siamo chiamati non solo a ringraziare per la presenza del Signore Gesù che cammina con noi, ma anche a condividere con gli altri la luce della speranza che Egli ci dona, una luce che brilla nell’oscurità”.

Nella Filippine il card. Pablo Virgilio David, vescovo di Kalookan e presidente della Conferenza episcopale, ha lanciato un appello per la liberazione almeno dei prigionieri: “Considererò un gesto meraviglioso da parte del governo se all’inizio dell’anno giubilare della speranza 2025, agli ultimi prigionieri politici che ancora languono in carcere dopo diversi decenni di attesa del processo, verrà concessa l’amnistia, l’indulto o la liberazione definitiva per motivi umanitari”.

Aperte le Porte Sante nelle diocesi: vivere il Giubileo da figli di Dio

Al termine della recita del l’Angelus papa Francesco ha preso lo spunto dal Vangelo odierno per raccontare le esperienze familiari, invitando al reciproco ascolto: “Oggi festeggiamo la Santa Famiglia di Nazaret. Il Vangelo racconta di quando Gesù dodicenne, al termine del pellegrinaggio annuale a Gerusalemme, fu smarrito da Maria e Giuseppe, che lo ritrovarono dopo nel Tempio a discutere con i dottori”.

Infatti è quotidiana vita familiare il confronto tra genitori e figli, che può essere superato attraverso il dialogo: “E’ una esperienza quasi abituale, di una famiglia che alterna momenti tranquilli ad altri drammatici. Sembra la storia di una crisi familiare, una crisi dei nostri giorni, di un adolescente difficile e di due genitori che non riescono a capirlo. Fermiamoci a guardare questa famiglia. Sapete perché la Famiglia di Nazaret è un modello? Perché è una famiglia che dialoga, che si ascolta, che parla. Il dialogo è un elemento importante per una famiglia! Una famiglia che non comunica non può essere una famiglia felice”.

E la Madre di Dio non ‘rimprovera’ Gesù, anche se mostra la propria preoccupazione: “E’ bello quando una madre non inizia con il rimprovero, ma con una domanda. Maria non accusa e non giudica, ma cerca di capire come accogliere questo Figlio così diverso attraverso l’ascolto. Nonostante questo sforzo, il Vangelo dice che Maria e Giuseppe ‘non compresero ciò che aveva detto loro’, a dimostrazione che nella famiglia è più importante ascoltare che capire. Ascoltare è dare importanza all’altro, riconoscere il suo diritto di esistere e pensare autonomamente. I figli hanno bisogno di questo. Pensate bene, voi genitori, ascoltate i figli hanno bisogno!”

Per questo il papa ha ‘sollecitato’ il dialogo in famiglia allo stesso modo della Santa famiglia: “Parlare, ascoltarsi, questo è il dialogo che fa bene e che fa crescere! La Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe è santa. Eppure abbiamo visto che anche i genitori di Gesù non sempre capivano. Possiamo riflettere su questo, e non meravigliamoci se qualche volta in famiglia ci succede di non capirci… Quello che oggi possiamo imparare dalla Santa Famiglia è l’ascolto reciproco”.

Ma oggi in tutte le diocesi del mondo sono state aperte le ‘porte sante’ giubilari; a Roma la Porta Santa di San Giovanni in Laterano è stata aperta dal vicario generale della diocesi, card. Baldassarre Reina: “Con grande gioia abbiamo vissuto il gesto dell’apertura della Porta Santa nella nostra Cattedrale; con esso abbiamo voluto rinnovare la professione di fede in Cristo, Porta della nostra salvezza, confermando il nostro impegno a essere per ogni fratello e sorella segno concreto di speranza, aprendo la porta del nostro cuore attraverso sentimenti di misericordia, bontà e giustizia”.

Nella domenica dedicata alla Santa Famiglia il vicario generale ha rivolto un invito ad essere una ‘comunità domestica specchio della comunione trinitaria’: “L’invito che si leva da questa celebrazione è quello di riconoscerci come famiglia di Dio, chiamata a crescere nell’unità e nella carità reciproca e di sostenere con la preghiera tutte le famiglie, in particolare quelle provate da difficoltà e sofferenze. Il gesto simbolico di alcune famiglie che hanno varcato la Porta Santa accanto ai concelebranti rappresenta un’eloquente testimonianza di questa missione, che avvertiamo particolarmente urgente nel nostro tempo”.

Ed ha sottolineato l’importanza di essere ‘figli di Dio’: “Essere figli di Dio è una realtà fondativa che ci introduce in una relazione viva e trasformante con il Padre. La fede si configura come un’esperienza profonda di relazione, che ci inserisce nella dinamica della figliolanza divina. Questa verità esige una continua riscoperta, un ritorno incessante alla sorgente dell’amore paterno di Dio, che illumina il senso autentico del nostro essere e del nostro agire. In questa luce, la parabola del Padre misericordioso si offre come uno specchio nel quale siamo invitati a riconoscerci”.

Questo è il significato di essere ‘pellegrini di speranza’: “Vogliamo diventare pellegrini di speranza, di questa speranza, di un amore che non si stanca, di una salvezza ritrovata, di una famiglia ricostituita. Da quelle braccia aperte impariamo a essere chiesa, a divenirne il sacramento, famiglia del Dio che libera la nostra libertà verso il bene. Non esitiamo a varcare la Porta che conduce al cuore di Dio, immagine viva delle sue braccia spalancate per accoglierci. Entriamo con fiducia, gustiamo e contempliamo quanto è buono il Signore; e una volta sperimentata la gioia di questa appartenenza filiale, diventiamo instancabili seminatori di speranza e costruttori di fraternità”.

Quindi la Porta Santa è un invito a vivere da ‘figli di Dio’, che accoglie tutti: “E’ un invito a rispondere alla grazia di Dio con un cuore aperto, lasciandoci riconciliare dal suo abbraccio che ci restituisce dignità e ci rende capaci di costruire relazioni di fraternità autentica…

Pensiamo ai malati, ai carcerati, a chi è segnato dal dolore, dalla solitudine, dalla povertà o dal fallimento; a chi si è lasciato cadere le braccia per sconforto o mancanza di senso; a chi ha smesso di cercare le braccia del Padre perché chiuso in se stesso o nella sicurezza delle cose del mondo. In questo mondo lacerato da guerre, discordie e disuguaglianze tendiamo le braccia a tutti; facciamo in modo che attraverso le nostre braccia spalancate arrivi un riflesso dell’amore di Dio”.

Anche a Milano mons. Mario Delpini ha aperto la porta santa, riprendendo un versetto del vangelo dell’apostolo Giovanni con l’invito ai fedeli di riflettere sulla promessa della luce che splende nelle tenebre: “Il Giubileo è l’anno di grazia per dire che le tenebre possono essere vinte, che i peccati possono essere perdonati”.

 Con un chiaro riferimento ai tanti conflitti in corso nel mondo, mons. Delpini ha riflettuto sul valore della sapienza: “La sapienza visita la terra, cioè il Verbo di Dio si è fatto carne e ha offerto la sua gioia. La sapienza che giocava al cospetto dell’Altissimo è la rivelazione della gioia nel far risplendere la gloria di Dio che riempie la terra. Il Verbo di Dio rivela il senso di tutte le cose, perché tutto è stato fatto in lui e rivela che ogni libertà è destinata alla gloria, cioè all’amore che rende capaci di amare.

Perché non ti lasci convincere dalla promessa della gioia? L’anno del Giubileo può essere, infatti l’anno della gioia, nella contemplazione del mistero di Dio rivelato da Gesù, nello stupore per le grandi opere che il Signore ha compiuto, nel cantico che magnifica il Signore”.

Infine il Giubileo è un auspicio per la pace: “Professiamo di credere nella promessa della pace che realizza una nuova alleanza e perciò ci mettiamo incammino come pellegrini di speranza, per sanare i conflitti che ci vedono coinvolti, per un’opera di riconciliazione che offre e chiede perdono, che si propone percorsi di riparazione per rimediare al male compiuto e alle divisioni create dall’avidità, dalla prepotenza, dalla stupidità”.

A Torino il card. Roberto Repole ha sottolineato la vita familiare di Gesù: “Una bellissima occasione per continuare a scendere in profondità nel mistero del Natale. Gesù non è soltanto nato, ma ha avuto bisogno di un contesto familiare per ricevere tutto ciò che è necessario ricevere dalla consuetudine e dalla tradizione. Per ricevere quella grammatica della lingua, degli affetti, della religione che gli ha permesso di sbocciare e di vivere la sua missione. E noi ci specchiamo un po’ nella famiglia di Nazareth per cogliere come sia importante anche oggi nella crescita di qualunque fanciullo, di qualunque ragazzo, di qualunque giovane, che ci sia ancora un contesto familiare che consegna delle consuetudini e delle tradizioni, senza le quali non si può diventare adulti, autonomi, non si può sbocciare.

E per consegnare delle consuetudini e delle tradizioni, per consegnare una grammatica affinché i più giovani possano imparare a parlare in modo autonomo, ci va tutta la tenacia che occorre per vivere dei legami familiari. Un conto è innamorarsi, un altro conto è amare. Per amare e rimanere nell’amore ci va molta pazienza, ci va molta tenacia”.

Questo passo evangelico è un brano importante per vivere la speranza del giubileo: “Forse non c’era Vangelo migliore di questo per introdurci nell’Anno giubilare della speranza. La speranza non è né l’ottimismo né il pessimismo; non è né l’illusione e neppure la delusione. La speranza è ciò che scaturisce nella vita quando si abita e si sta con Cristo nelle cose del Padre.

Ed allora si percepisce che, comunque vadano le cose, sia che vadano secondo i nostri bisogni o i nostri desideri sia che vadano in maniera inversa rispetto ai nostri bisogni e ai nostri desideri, possiamo sperare. Possiamo sperare perché la nostra vita è saldamente ancorata con Cristo nelle cose del Padre, perché noi siamo con Cristo lì, collocati nelle cose del Padre, nel cuore del Padre. Ha ragione papa Francesco, indicendo questo Anno della speranza: ci ha invitati a coltivarla sapendo che niente e nessuno ci potrà mai separare dall’amore di Dio”.

(Foto: Diocesi di Roma)

50 anni di sacerdozio di don Alberico Capitani: missionario per grazia di Dio

“La gioia del Vangelo riempie il cuore e la vita intera di coloro che si incontrano con Gesù. Coloro che si lasciano salvare da Lui sono liberati dal peccato, dalla tristezza, dal vuoto interiore, dall’isolamento. Con Gesù Cristo sempre nasce e rinasce la gioia. In questa Esortazione desidero indirizzarmi ai fedeli cristiani, per invitarli a una nuova tappa evangelizzatrice marcata da questa gioia e indicare vie per il cammino della Chiesa nei prossimi anni”: l’inizio dell’Esortazione apostolica ‘Evangelii Gaudium’ di papa Francesco serve per iniziare un dialogo con il missionario ‘fidei donum’ della diocesi di Macerata a Puerto Madryn, nella Patagonia argentina, don Alberico Capitani, che nel mese di ottobre ha festeggiato 50 anni di sacerdozio.

Una tua preghiera per questo anniversario recita: ‘Una vita intera condivisa e vissuta per il Signore ed i fratelli. Una vita iniziata, nell’umiltà e nella povertà, e dalla tua Grazia trasformata. Grazie Signore: il tuo Spirito nel battesimo mi ha reso figlio di Dio, fratello di una grande famiglia e per Lui la vita è diventata servizio. Mi hai portato dentro nel deserto, nella povertà e nella solitudine mi hai fatto conoscere il tuo abbraccio. La mia vita è diventata contemplazione, dono ai poveri ed agli umili. Grazie Signore per la tua fedeltà… Grazie, Signore, per le comunità che furono e sono parte del mio cammino’. Cosa vuol dire festeggiare 50 anni di sacerdozio?

“Celebrare 50 anni di sacerdozio vuol dire tornare a rivedere la storia. Come sempre, ci sono alcuni numeri, a cui diamo più importanza: per la vita di una famiglia o di un sacerdote ci sono i 25 ed i 50 anni. Ritornare a celebrare questi anniversari significa leggere la storia con un atteggiamento di ringraziamento per riuscire a vedere tutta la bellezza che il Signore è riuscito a compiere attraverso le nostre persone.

Per questo dobbiamo ringraziare Dio e chiederGli la forza per continuare il cammino, in quanto siamo strumenti nelle Sue mani e se siamo arrivati a questi anniversari è grazie a Lui, che ci ha tenuto sempre la mano sopra la testa. Tale anniversario significa anche celebrare la fedeltà di Dio a quelle promesse che ci aveva fatto all’inizio e che nella vita si sono realizzate nel nostro cammino”.

Per quale motivo sei sacerdote?

“Il motivo non lo conosco neppure io. Da piccolo avevo il sogno di essere sacerdote, pur non avendo nessun parente sacerdote e neppure nella mia storia familiare. Però c’era questo desiderio, che con il trascorrere degli anni ho scoperto come vocazione. Dietro a tale desiderio c’era la chiamata di Dio di offrire la mia vita a Suo servizio per il bene della comunità?

Quale è stato il motivo per cui sei in missione?

“Il motivo si è sviluppato lungo la mia vita: quando ero in seminario la lettura di alcune riviste missionarie ha suscitato il desiderio di partire per l’Africa per fare qualcosa. Poi il contatto con alcuni amici missionari e tanta preghiera nelle ore di adorazione che facevo: in tali circostanze il Signore ha trasformato il mio cuore facendo nascere il desiderio di offrire la mia vita come pane spezzato per tanti altri fratelli. Da queste circostanze è nata la vocazione missionaria, iniziando a chiedere al vescovo la possibilità di poter andare in missione”.

E la scelta di andare in Argentina?

“Io non conoscevo affatto l’Argentina. Il mio desiderio era quello di andare in Africa; però, la nostra diocesi di Macerata già aveva una missione in Argentina, iniziata nel 1968, per cui quando chiesi al vescovo la possibilità di essere missionario la sua risposta fu positiva, però per continuare la missione già iniziata dalla diocesi”.

Quanti sono stati i sacerdoti ‘fidei donum’ della diocesi di Macerata in Argentina?

“Innanzitutto ‘fidei donum’ significa dono della fede. Molti sacerdoti della diocesi di Macerata sono stati missionari ‘fidei donum’ in Argentina. Ricordo don Fernando Mariani, che fu il primo sacerdote ‘fidei donum’ della nostra diocesi; dopo don Nazzareno Piccioni, poi tanti altri: don Quinto Lombi, don Silvano Attili, don Alberto Forconi, don Frediano Salvucci e don Felice Prosperi e poi nel 1989 sono partito anche io da Urbisaglia. Forse dalla conoscenza dei sacerdoti che già erano in missione e poi dall’esperienza dell’adorazione eucaristica è partito questo desiderio di condividere la mia vita con i più bisognosi della fede”.

Come si sta preparando la Chiesa argentina al Giubileo?

“Per il momento la Chiesa argentina non sta facendo molte cose in preparazione all’Anno Santo, perché, quando la lontananza è tanta, alcune iniziative che si sviluppano a Roma non ‘arrivano’. Per il momento non ci sono iniziative da parte della Chiesa locale; in compenso esiste l’entusiasmo dei giovani, che hanno iniziato alcune attività per poter partecipare alla Giornata Mondiale della Gioventù a Roma”.

In quale modo la Chiesa argentina racconta che la speranza non delude?

“La Chiesa argentina, come tutta quella dell’America  Latina, vive la speranza, perché il popolo ha sofferto a causa dei regimi dittatoriali, che hanno causato povertà e continua a soffrire a causa dell’inflazione, che conduce a non sperare: vedere i risparmi che perdono giornalmente il loro ‘peso’, quindi è inutile risparmiare ed avere un pensiero per il presente prossimo. Quindi a livello di fede hanno bisogno di speranza di trovare un po’ più di amore, di trovare più dialogo e di partecipazione alla vita economica e sociale; speranza che i risparmi possano un giorno valere qualcosa per consentire un po’ il cambiamento di stile della vita e permettere di fare un piccolo passo sociale per migliorare la vita dei figli”.

Papa Francesco apre la porta santa nelle carceri: la speranza è un’àncora

“Ho voluto spalancare la Porta, oggi, qui. La prima l’ho aperta a San Pietro, la seconda è vostra. E’ un bel gesto quello di spalancare, aprire: aprire le porte. Ma più importante è quello che significa: è aprire il cuore. Cuori aperti. E questo fa la fratellanza. I cuori chiusi, quelli duri, non aiutano a vivere.  Per questo, la grazia di un Giubileo è spalancare, aprire e, soprattutto, aprire i cuori alla speranza. La speranza non delude, mai! Pensate bene a questo. Anche io lo penso, perché nei momenti brutti uno pensa che tutto è finito, che non si risolve niente. Ma la speranza non delude mai”.

Dopo la basilica di san Pietro, il papa ha compiuto il rito per il Giubileo nella chiesa del ‘Padre Nostro’ nel penitenziario romano di Rebibbia, accompagnato da mons. Ambarus, da detenuti e agenti, perché anche nel carcere può nascere la speranza: “A me piace pensare alla speranza come all’àncora che è sulla riva e noi con la corda stiamo lì, sicuri, perché la nostra speranza è come l’àncora sulla terraferma. Non perdere la speranza. E’ questo il messaggio che voglio darvi; a tutti, a tutti noi. Io il primo. Tutti. Non perdere la speranza. La speranza mai delude. Mai. Delle volte la corda è dura e ci fa male alle mani … ma con la corda, sempre con la corda in mano, guardando la riva, l’àncora ci porta avanti. Sempre c’è qualcosa di buono, sempre c’è qualcosa che ci fa andare avanti”.

E’ stato un invito a spalancare le porte: “La corda in mano e, secondo, le finestre spalancate, le porte spalancate. Soprattutto la porta del cuore. Quando il cuore è chiuso diventa duro come una pietra; si dimentica della tenerezza. Anche nelle situazioni più difficili (ognuno di noi ha la propria, più facile, più difficile, penso a voi) sempre il cuore aperto; il cuore, che è proprio quello che ci fa fratelli. Spalancate le porte del cuore. Ognuno sa come farlo. Ognuno sa dove la porta è chiusa o semichiusa. Ognuno sa”.

E’ stato un augurio per vivere il giubileo anche nelle carceri: “Due cose vi dico. Primo: la corda in mano, con l’àncora della speranza. Secondo: spalancate le porte del cuore. Abbiamo spalancato questa, ma questo è un simbolo della porta del nostro cuore. Vi auguro un grande Giubileo. Vi auguro molta pace, molta pace. E tutti i giorni prego per voi. Davvero. Non è un modo di dire. Penso a voi e prego per voi. E voi pregate per me”.

Mentre al termine della recita dell’Angelus papa Francesco ha ricordato l’apertura della porta giubilare a Rebibbia: “Stamattina ho aperto una Porta Santa, dopo quella di san Pietro, nel carcere romano di Rebibbia. E’ stata come, per così dire, la cattedrale del dolore e della speranza”.

Ha anche ricordato ch giubileo consiste anche nella remissione del debito: “Una delle azioni che caratterizzano i Giubilei è la remissione dei debiti. Incoraggio pertanto tutti a sostenere la campagna di Caritas Internationalis intitolata ‘Trasformare il debito in speranza’, per sollevare i Paesi oppressi da debiti insostenibili e promuovere lo sviluppo”.

Prima della conclusione il papa ha levato la sua voce contro il mercato delle armi: “La questione del debito è legata a quella della pace e del ‘mercato nero’ degli armamenti. Basta colonizzare i popoli con le armi! Lavoriamo per il disarmo, lavoriamo contro la fame, contro le malattie, contro il lavoro minorile. E preghiamo, per favore, per la pace nel mondo intero! La pace nella martoriata Ucraina, in Gaza, Israele, Myanmar, Nord Kivu e in tanti Paesi che sono in guerra”.

Mentre prima della recita dell’Angelus ha sottolineato la testimonianza di santo Stefano: “Oggi, subito dopo il Natale, la liturgia celebra Santo Stefano, il primo martire. Il racconto della sua lapidazione si trova negli Atti degli Apostoli e ce lo presenta mentre, morendo, prega per i suoi uccisori. E questo ci fa riflettere: infatti, anche se a prima vista Stefano sembra subire impotente una violenza, in realtà, da uomo veramente libero, continua ad amare anche i suoi uccisori e ad offrire la sua vita per loro, come Gesù; offre la vita perché si pentano e, perdonati, possano avere in dono la vita eterna”.

Santo Stefano è un testimone del perdono di Dio: “Stefano è testimone di quel Padre – il nostro Padre – che vuole il bene e solo il bene per ciascuno dei suoi figli, e sempre; il Padre che non esclude nessuno, il Padre che non si stanca mai di cercarli, e di riaccoglierli quando, dopo essersi allontanati, ritornano pentiti a Lui ed il Padre che non si stanca di perdonare. Ricordate questo: Dio perdona sempre e Dio perdona tutto”.

Infine ha ricordato i martiri cristiani: “Torniamo a Stefano. Purtroppo anche oggi ci sono, in varie parti del mondo, molti uomini e donne perseguitati, a volte fino alla morte, a causa del Vangelo. Anche per loro vale quello che abbiamo detto di Stefano. Non si lasciano uccidere per debolezza, né per difendere un’ideologia, ma per rendere tutti partecipi del dono di salvezza. E lo fanno in primo luogo per il bene dei loro uccisori: per i loro uccisori … e pregano per loro. Ce ne ha lasciato un esempio bellissimo il Beato Christian de Chergé, che chiamava il suo uccisore amico dell’ultimo minuto”.

(Foto: Santa Sede)

Da Betlemme il card. Pizzaballa chiede la grazia di vivere il Natale

Mentre a Roma papa Francesco apriva la Porta Santa a Betlemme il patriarca di Gerusalemme dei Latini, card. Pierbattista Pizzaballa, celebrava la messa della notte di Natale con la ‘fatica’ dell’annuncio della nascita di Gesù, in quanto ancora non c’è pace: “Non ho problemi quest’anno a riconoscere la mia fatica ad annunciare a voi che siete qui e a quanti da tutto il mondo guardano a Betlemme la gioia del Natale di Cristo. Il canto degli Angeli, che cantano gloria, gioia e pace mi sembra stonato dopo un anno faticoso, fatto di lacrime, sangue, sofferenza, speranze spesso deluse e progetti infranti di pace e di giustizia. Il lamento sembra sopraffare il canto e la rabbia impotente sembra paralizzare ogni cammino di speranza”.

Di fronte a queste difficoltà il patriarca ha indicato la testimonianza dei pastori: “Mi sono chiesto più volte in queste ultime settimane come vivere, se non superare, questa fatica, questa spiacevole sensazione di inutilità delle parole, anche quelle della fede, di fronte alla durezza della realtà, alla evidenza di una sofferenza che pare non voler finire.

Mi sono però venuti in soccorso i pastori del Natale che, come me e i vescovi e i presbiteri di questa terra, vegliavano di notte facendo la guardia al loro gregge. Essi in quella notte, che è questa, hanno ascoltato gli angeli credendoci. Ed allora mi sono deciso ad ascoltare anche io, di nuovo, il racconto del Natale dentro il contesto sofferto nel quale ci troviamo, non molto diverso dal contesto di allora”.

Ed ecco il racconto evangelico della nascita di Gesù: “Mi ha colpito questo aspetto: Giuseppe e Maria vivono la grazia del loro Natale, del vero Natale, non in un modo, in un tempo o in circostanze decise da loro, o particolarmente favorevoli. Una volontà imperialistica di potenza governava allora il mondo e pensava di deciderne i destini, sociali ed economici. Questa nostra Terra Santa in quel tempo era soggetta a giochi di interessi internazionali non meno di oggi.

Un popolo di poveri viveva facendosi registrare, contribuendo con la propria fatica e il proprio lavoro al benessere di altri…. Eppure, senza lamentarsi, senza rifiutarsi, senza ribellarsi, Giuseppe e Maria vanno a Betlemme, disposti al Natale proprio lì. Rassegnazione la loro? Cinismo? Impotenza? Inettitudine? No! Era fede! E la fede, quando è profonda e vera, è sempre uno sguardo nuovo e illuminato sulla storia, perché chi crede, vede!”.

Grazie a Giuseppe e Maria Dio si può incarnare nella storia: “E cosa hanno visto Giuseppe e Maria? Hanno visto, per la parola dell’Angelo, Dio nella storia, il Verbo farsi carne, l’Eterno nel tempo, il Figlio di Dio fatto uomo! Ed è quello che vediamo anche noi qui, stanotte, illuminati dalla Parola evangelica.

Noi vediamo in questo Bambino il gesto inedito e inaudito di un Dio che non fugge la storia, non la guarda indifferente da lontano, non la rifiuta sdegnato perché troppo dolorosa e cattiva ma la ama, la assume, vi entra con il passo delicato e forte di un Bambino appena nato, di una Vita eterna che riesce a farsi spazio, nella durezza del tempo, attraverso cuori e volontà disponibili ad accoglierla. Il Natale del Signore è tutto qui: attraverso il Suo Figlio, il Padre si coinvolge personalmente nella nostra storia e se ne carica il peso, ne condivide la sofferenza e le lacrime fino al sangue, e le offre una via di uscita di vita e di speranza”.

Nell’omelia il card. Pizzaballa ha sottolineato il ‘modo’ con cui Dio entra nella storia: “Egli però non vi entra in concorrenza con gli altri potenti di questo mondo. La potenza dell’amore divino non è semplicemente più potente del mondo ma è diversamente potente… Il passo con cui Dio entra nella storia è quello dell’Agnello, perché solo l’Agnello è degno di potenza e forza, e solo a lui appartiene la salvezza.

I Cesari Augusti di questo mondo sono dentro il circolo vizioso della forza, che elimina a vicenda i nemici per crearne sempre di nuovi (e dobbiamo constatarlo amaramente ogni giorno). L’Agnello di Dio, invece, immolato e vittorioso, vince, perché vince davvero, guarendo alla radice il cuore violento dell’uomo, con l’amore disposto a servire e a morire, generando così vita nuova. Maria e Giuseppe, mentre sembrano obbedire passivamente a una storia più grande di loro, in realtà l’hanno attraversata e dominata con il passo di chi guarda a Dio e al suo progetto, e vi fanno entrare gloria e pace”.

E’ questa la scelta di Dio, a cui i cristiani sono chiamati: “Anche noi possiamo e dobbiamo abitare questa nostra terra e vivere questa nostra storia: non costretti, però, e nemmeno rassegnati o, ancor meno, pronti a fuggire appena possibile. Noi siamo chiamati dagli Angeli di questa notte a viverla con fede e speranza. Anche noi come Giuseppe e Maria, come i pastori, dobbiamo scegliere e deciderci: accogliere con fede l’annuncio dell’angelo, o andarcene per la nostra strada”.

E’ una scelta di campo: “Credere o lasciare. Decidersi per Cristo e fare nostro lo stile di Betlemme, lo stile di chi è disposto a servire con amore e scrivere una storia di fraternità. Oppure assumere lo stile di Cesare Augusto, Erode e tanti altri, e scegliere di appartenere a chi presume di scrivere la storia con il potere e la sopraffazione”.

Però in questa scelta Dio non abbandona: “Il Bambino di Betlemme ci prende per mano questa notte e ci conduce con Lui dentro la storia, ci accompagna ad assumerla fino in fondo e a percorrerla con il passo della fiducia e della speranza in Lui. Egli non ha avuto paura di nascere in questo mondo né di morire per esso (non horruisti Virginis uterum). Ci chiede di non avere paura delle potenze di questo mondo, ma di perseverare nel cammino della giustizia e della pace”.

E’ stato un invito a percorrere le strade tracciate da Dio: “Noi possiamo e dobbiamo, come Giuseppe e Maria, come i pastori e i magi, percorrere le vie alternative che il Signore ci indica, trovare gli spazi adatti dove possano nascere e crescere stili nuovi di riconciliazione e di fraternità, fare delle nostre famiglie e delle nostre comunità le culle del futuro di giustizia e di pace, che è già iniziato con la venuta del Principe della Pace.

E’ vero: siamo pochi e forse anche insignificanti nelle costellazioni del potere e nello scacchiere dove si giocano le partite degli interessi economici e politici. Siamo però, come i pastori, il popolo cui è destinata la gioia del Natale ed è partecipe della vittoria Pasquale dell’Agnello”.

Ecco il motivo per cui i cristiani sono ‘pellegrini di speranza’: “Noi cristiani, infatti, non attraversiamo la storia da turisti distratti e indifferenti e nemmeno come nomadi senza meta sballottati qua e là dagli eventi. Noi siamo pellegrini, e pur conoscendo e condividendo le gioie e le fatiche, i dolori e le angosce dei nostri compagni di strada, camminiamo verso la meta che è Cristo, vera porta santa spalancata sul futuro di Dio. Noi osiamo credere che, da quando il Verbo qui si è fatto carne, in ogni carne e in ogni tempo egli continua a fecondare la storia, orientandola alla pienezza della gloria”.

Questo è il ‘canto degli angeli’, che ancora oggi risuona in chi soffre: “E così, carissimi, proprio quest’anno, proprio qui, ha ancora più senso ascoltare il canto degli angeli che annunciano la gioia del Natale! Proprio ora ha senso ed è bello vivere l’Anno santo del Signore, anzi, l’Anno santo che è il Signore! Quel canto infatti non è stonato, ma rende stonati i rumori di guerra e la vuota retorica dei potenti! Quel canto non è troppo debole ma risuona con forza dentro le lacrime di chi soffre, e incoraggia a disarmare la vendetta con il perdono. Possiamo essere pellegrini di speranza anche dentro le strade e tra le case distrutte della nostra terra, perché l’Agnello cammina con noi verso il trono della Gerusalemme celeste”.

Questo è il Giubileo: “L’anno del giubileo, secondo la tradizione biblica, è un anno speciale in cui vengono liberati i prigionieri, cancellati i debiti, le proprietà vengono restituite e anche la terra riposa. È un anno nel quale si fa esperienza della riconciliazione con il prossimo, si vive in pace con tutti e si promuove la giustizia. Un anno di rinnovamento spirituale, personale e comunitario. Avviene questo perché, con il giubileo, è Dio che per primo cancella tutti i debiti con noi. E’ l’anno della riconciliazione tra Dio e l’uomo, dove tutto si rinnova. E Dio vuole che tale riconciliazione si completi nel rinnovo della vita e delle relazioni tra gli uomini. E’ il mio augurio per questa nostra Terra Santa, che ha bisogno più di tutti di un vero giubileo”.

Il giubileo è occasione di un nuovo inizio: “Abbiamo bisogno di un nuovo inizio in tutti gli ambiti della vita, di nuova visione, di coraggio di guardare al futuro con speranza, senza arrendersi al linguaggio della violenza e dell’odio, che invece chiudono ogni possibilità di futuro. Possano le nostre comunità vivere un vero rinnovamento spirituale. Che anche per noi in Terra Santa, dunque, ci sia questo nuovo inizio: che vengano rimessi i debiti, siano liberati i prigionieri, siano restituite le proprietà e si possano davvero iniziare con coraggio e determinazione percorsi seri e credibili di riconciliazione e di perdono, senza i quali non ci sarà mai vera pace”.

L’omelia è conclusa con un pensiero agli abitanti di Betlemme e di Gaza: “Voglio ringraziare i nostri fratelli di Gaza, che ho potuto nuovamente incontrare di recente. Rinnovo a voi, cari fratelli e sorelle, la nostra preghiera, la nostra vicinanza e la nostra solidarietà. Non siete soli. Davvero voi siete un segno visibile si speranza in mezzo al disastro della totale distruzione che vi circonda. Ma voi non siete distrutti, siete ancora uniti, saldi nella speranza. Grazie della vostra meravigliosa testimonianza di forza e di pace!

Un pensiero va anche a voi cari fratelli e sorelle di Betlemme. Anche quest’anno per voi è stato un Natale triste, all’insegna dell’insicurezza, della povertà, della violenza. Il giorno più importante per voi, è vissuto ancora una volta nella fatica e nell’attesa di giorni migliori. Anche a voi dico: coraggio! Non dobbiamo perdere la speranza. Rinnoviamo la nostra fiducia in Dio. Lui non ci lascia mai soli. E qui a Betlemme, proprio noi celebriamo il Dio-con-noi e il luogo dove si è fatto conoscere. Coraggio. Vogliamo che da qui ancora risuoni per tutto il mondo lo stesso annuncio di pace di duemila anni fa! Allora con i pastori andiamo a vedere sempre di nuovo questo avvenimento che il Signore ci ha fatto conoscere”.

Papa Francesco ribadisce la necessità della pace

Questa notte si è rinnovato il mistero che non cessa di stupirci e di commuoverci: la Vergine Maria ha dato alla luce Gesù, il Figlio di Dio, lo ha avvolto in fasce e lo ha deposto in una mangiatoia. Così lo hanno trovato i pastori di Betlemme, pieni di gioia, mentre gli angeli cantavano: ‘Gloria a Dio e pace agli uomini’. Pace agli uomini”: nella benedizione natalizia ‘Urbi et Orbi’ papa Francesco ha di nuovo sottolineato la necessità di riconciliazione e di pace, dopo aver aperto, ieri, la Porta santa.

Lo ha fatto ribadendo la necessità del perdono, che si rinnova grazie alla nascita di Gesù: “Sì, questo avvenimento, accaduto più di duemila anni fa, si rinnova per opera dello Spirito Santo, lo stesso Spirito d’Amore e di Vita che fecondò il grembo di Maria e dalla sua carne umana formò Gesù. E così oggi, nel travaglio di questo nostro tempo, si incarna nuovamente e realmente la Parola eterna di salvezza, che dice ad ogni uomo e ogni donna, che dice al mondo intero (questo è il messaggio): ‘Io ti amo, io ti perdono, ritorna a me, la porta del mio cuore è aperta per te!’

Sorelle, fratelli, la porta del cuore di Dio è sempre aperta, ritorniamo a Lui! Ritorniamo al cuore che ci ama e ci perdona! Lasciamoci perdonare da Lui, lasciamoci riconciliare con Lui! Dio perdona sempre! Dio perdona tutto. Lasciamoci perdonare da Lui”.

L’appello è stato quello di non avere paura, quello stesso che ad inizio pontificato ‘gridò’ san Giovanni Paolo II: “Questo significa la Porta Santa del Giubileo, che ieri sera ho aperto qui a San Pietro: rappresenta Gesù, Porta di salvezza aperta per tutti. Gesù è la Porta; è la Porta che il Padre misericordioso ha aperto in mezzo al mondo, in mezzo alla storia, perché tutti possiamo ritornare a Lui. Tutti siamo come pecore smarrite e abbiamo bisogno di un Pastore e di una Porta per ritornare alla casa del Padre. Gesù è il Pastore, Gesù è la Porta. Fratelli, sorelle, non abbiate paura!”

E’ stato un invito a ‘lasciarsi’ riconciliare: “La Porta è aperta, la Porta è spalancata! Non è necessario bussare alla Porta. E’ aperta. Venite! Lasciamoci riconciliare con Dio, e allora saremo riconciliati con noi stessi e potremo riconciliarci tra di noi, anche con i nostri nemici. La misericordia di Dio può tutto, scioglie ogni nodo, abbatte ogni muro di divisione, la misericordia di Dio dissolve l’odio e lo spirito di vendetta. Venite! Gesù è la Porta della pace”.

Chiaramente è stato invito alla pace: “Spesso noi ci fermiamo solo sulla soglia; non abbiamo il coraggio di oltrepassarla, perché ci mette in discussione. Entrare per la Porta richiede il sacrificio di fare un passo (piccolo sacrificio; fare un passo per una cosa così grande), richiede di lasciarsi alle spalle contese e divisioni, per abbandonarsi alle braccia aperte del Bambino che è il Principe della pace. In questo Natale, inizio dell’Anno giubilare, invito ogni persona, ogni popolo e nazione ad avere il coraggio di varcare la Porta, a farsi pellegrini di speranza, a far tacere le armi e a superare le divisioni!”

Ed ha chiesto pace per quei luoghi martoriati dall guerra: “Tacciano le armi nella martoriata Ucraina! Si abbia l’audacia di aprire la porta al negoziato e a gesti di dialogo e d’incontro, per arrivare a una pace giusta e duratura. Tacciano le armi in Medio Oriente! Con gli occhi fissi sulla culla di Betlemme, rivolgo il pensiero alle comunità cristiane in Palestina e in Israele, e in particolare alla cara comunità di Gaza, dove la situazione umanitaria è gravissima”.

Dopo le inutili polemiche dei giorni scorsi papa Francesco ha ribadito la linea del Vaticano per la pace in Medio Oriente, ricordando anche la ‘dimenticata’ Libia: “Cessi il fuoco, si liberino gli ostaggi e si aiuti la popolazione stremata dalla fame e dalla guerra. Sono vicino anche alla comunità cristiana in Libano, soprattutto al sud, e a quella di Siria, in questo momento così delicato. Si aprano le porte del dialogo e della pace in tutta la regione, lacerata dal conflitto. E voglio ricordare qui anche il popolo libico, incoraggiando a cercare soluzioni che consentano la riconciliazione nazionale”.

Ed ha chiesto pace nel continente africano, sempre più terra depredata: “Possa la nascita del Salvatore portare un tempo di speranza alle famiglie di migliaia di bambini che stanno morendo per un’epidemia di morbillo nella Repubblica Democratica del Congo, come pure alle popolazioni dell’Est di quel Paese e a quelle del Burkina Faso, del Mali, del Niger e del Mozambico. La crisi umanitaria che le colpisce è causata principalmente dai conflitti armati e dalla piaga del terrorismo ed è aggravata dagli effetti devastanti del cambiamento climatico, che provocano la perdita di vite umane e lo sfollamento di milioni di persone.

Penso pure alle popolazioni dei Paesi del Corno d’Africa per le quali imploro i doni della pace, della concordia e della fratellanza. Il Figlio dell’Altissimo sostenga l’impegno della comunità internazionale nel favorire l’accesso agli aiuti umanitari per la popolazione civile del Sudan e nell’avviare nuovi negoziati in vista di un cessate-il-fuoco”.

Ha chiesto che si arrivi a soluzione di pace e di giustizia anche nel Myanmar e nell’America centrale: “L’annuncio del Natale rechi conforto agli abitanti del Myanmar, che, a causa dei continui scontri armati, patiscono gravi sofferenze e sono costretti a fuggire dalle proprie case. Il Bambino Gesù ispiri le autorità politiche e tutte le persone di buona volontà nel continente americano, affinché si trovino al più presto soluzioni efficaci nella verità e nella giustizia, per promuovere l’armonia sociale, in particolare penso ad Haiti, in Venezuela, Colombia e Nicaragua, e ci si adoperi, specialmente in quest’Anno giubilare, per edificare il bene comune e riscoprire la dignità di ogni persona, superando le divisioni politiche”.

Ha auspicato che il Giubileo possa essere occasione per abbattere i troppi muri ancora esistenti: “Il Giubileo sia l’occasione per abbattere tutti i muri di separazione: quelli ideologici, che tante volte segnano la vita politica, e anche quelli fisici, come la divisione che interessa da ormai 50 anni l’isola di Cipro e che ne ha lacerato il tessuto umano e sociale. Auspico che si possa giungere a una soluzione condivisa, una soluzione che ponga fine alla divisione nel pieno rispetto dei diritti e della dignità di tutte le comunità cipriote”.

Quindi ha ribadito la sacralità della vita con un pensiero ai bambini: “Gesù, il Verbo eterno di Dio fatto uomo, è la Porta spalancata; è la Porta spalancata che siamo invitati ad attraversare per riscoprire il senso della nostra esistenza e la sacralità di ogni vita (ogni vita è sacra), e per recuperare i valori fondanti della famiglia umana. Egli ci attende sulla soglia.

Attende ciascuno di noi, specialmente i più fragili: attende i bambini, tutti i bambini che soffrono per la guerra e soffrono per la fame; attende gli anziani, costretti spesso a vivere in condizioni di solitudine e abbandono; attende quanti hanno perso la propria casa o fuggono dalla propria terra, nel tentativo di trovare un rifugio sicuro; attende quanti hanno perso o non trovano un lavoro; attende i carcerati che, nonostante tutto, rimangono figli di Dio, sempre figli di Dio; attende quanti sono perseguitati per la propria fede. Ce ne sono tanti”.

Inoltre ha ricordato gli operatori della pace: “In questo giorno di festa, non manchi la nostra gratitudine verso chi si prodiga per il bene in modo silenzioso e fedele: penso ai genitori, agli educatori, agli insegnanti, che hanno la grande responsabilità di formare le generazioni future; penso agli operatori sanitari, alle forze dell’ordine, a quanti sono impegnati in opere di carità, specialmente ai missionari sparsi nel mondo, che portano luce e conforto a tante persone in difficoltà. A tutti loro vogliamo dire: grazie!”

Infine ha chiesto la remissione dei debiti: “Fratelli e sorelle, il Giubileo sia l’occasione per rimettere i debiti, specialmente quelli che gravano sui Paesi più poveri. Ciascuno è chiamato a perdonare le offese ricevute, perché il Figlio di Dio, che è nato nel freddo e nel buio della notte, rimette ogni nostro debito. Egli è venuto per guarirci e perdonarci. Pellegrini di speranza, andiamogli incontro! Apriamogli le porte del nostro cuore. Apriamogli le porte del nostro cuore, come Lui ci ha spalancato la porta del suo Cuore”.

(Foto: Santa Sede)

Papa Francesco ha aperto la Porta santa: la speranza è per tutti

“Un angelo del Signore, avvolto di luce, illumina la notte e consegna ai pastori la buona notizia: ‘Vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore’. Tra lo stupore dei poveri e il canto degli angeli, il cielo si apre sulla terra: Dio si è fatto uno di noi per farci diventare come Lui, è disceso in mezzo a noi per rialzarci e riportarci nell’abbraccio del Padre”.

In carrozzina questa sera papa Francesco ha aperto la Porta Santa, dando il via al Giubileo con l’impegno di portare speranza dove non c’è,  come è stato annunciato dagli angeli: “Questa, sorelle e fratelli, è la nostra speranza. Dio è l’Emmanuele, è Dio-con-noi. L’infinitamente grande si è fatto piccolo; la luce divina è brillata fra le tenebre del mondo; la gloria del cielo si è affacciata sulla terra. E come? Nella piccolezza di un Bambino. E se Dio viene, anche quando il nostro cuore somiglia a una povera mangiatoia, allora possiamo dire: la speranza non è morta, la speranza è viva, e avvolge la nostra vita per sempre! La speranza non delude”.

La speranza consiste in Dio che si fa uomo: “Sorelle e fratelli, con l’apertura della Porta Santa abbiamo dato inizio a un nuovo Giubileo: ciascuno di noi può entrare nel mistero di questo annuncio di grazia. Questa è la notte in cui la porta della speranza si è spalancata sul mondo; questa è la notte in cui Dio dice a ciascuno: c’è speranza anche per te! C’è speranza per ognuno di noi. Ma non dimenticatevi, sorelle e fratelli, che Dio perdona tutto, Dio perdona sempre. Non dimenticatevi questo, che è un modo di capire la speranza nel Signore”.

Ma per ‘ricevere’ tale speranza occorre mettersi in cammino: “Per accogliere questo dono, siamo chiamati a metterci in cammino con lo stupore dei pastori di Betlemme. Il Vangelo dice che essi, ricevuto l’annuncio dell’angelo, ‘andarono, senza indugio’. Questa è l’indicazione per ritrovare la speranza perduta, rinnovarla dentro di noi, seminarla nelle desolazioni del nostro tempo e del nostro mondo: senza indugio. E ci sono tante desolazioni in questo tempo! Pensiamo alle guerre, ai bambini mitragliati, alle bombe sulle scuole e sugli ospedali. Non indugiare, non rallentare il passo, ma lasciarsi attirare dalla bella notizia”.

Però la speranza cristiana non consiste in un lieto fine: “Senza indugio, andiamo a vedere il Signore che è nato per noi, con il cuore leggero e sveglio, pronto all’incontro, per essere capaci di tradurre la speranza nelle situazioni della nostra vita. E questo è il nostro compito: tradurre la speranza nelle diverse situazioni della vita. Perché la speranza cristiana non è un lieto fine da attendere passivamente, non è l’happy end di un film: è la promessa del Signore da accogliere qui, ora, in questa terra che soffre e che geme”.

Riprendendo un pensiero di sant’Agostino papa Francesco ha sollecitato all’indignazione: “Essa ci chiede perciò di non indugiare, di non trascinarci nelle abitudini, di non sostare nelle mediocrità e nella pigrizia; ci chiede (direbbe sant’Agostino) di sdegnarci per le cose che non vanno e avere il coraggio di cambiarle; ci chiede di farci pellegrini alla ricerca della verità, sognatori mai stanchi, donne e uomini che si lasciano inquietare dal sogno di Dio, che è il sogno di un mondo nuovo, dove regnano la pace e la giustizia”.

In questo senso i pastori sono un esempio da seguire: “Impariamo dall’esempio dei pastori: la speranza che nasce in questa notte non tollera l’indolenza del sedentario e la pigrizia di chi si è sistemato nelle proprie comodità (e tanti di noi, abbiamo il pericolo di sistemarci nelle nostre comodità); la speranza non ammette la falsa prudenza di chi non si sbilancia per paura di compromettersi e il calcolo di chi pensa solo a sé stesso; la speranza è incompatibile col quieto vivere di chi non alza la voce contro il male e contro le ingiustizie consumate sulla pelle dei più poveri. Al contrario, la speranza cristiana, mentre ci invita alla paziente attesa del Regno che germoglia e cresce, esige da noi l’audacia di anticipare oggi questa promessa, attraverso la nostra responsabilità, e non solo, anche attraverso la nostra compassione”.

Il giubileo è una sollecitazione ad incontrare Gesù: “Sorelle, fratelli, questo è il Giubileo, questo è il tempo della speranza! Esso ci invita a riscoprire la gioia dell’incontro con il Signore, ci chiama al rinnovamento spirituale e ci impegna nella trasformazione del mondo, perché questo diventi davvero un tempo giubilare: lo diventi per la nostra madre Terra, deturpata dalla logica del profitto; lo diventi per i Paesi più poveri, gravati da debiti ingiusti; lo diventi per tutti coloro che sono prigionieri di vecchie e nuove schiavitù”.

Quindi l’incontro con Gesù comporta l’impegno della speranza: “A noi, tutti, il dono e l’impegno di portare speranza là dove è stata perduta: dove la vita è ferita, nelle attese tradite, nei sogni infranti, nei fallimenti che frantumano il cuore; nella stanchezza di chi non ce la fa più, nella solitudine amara di chi si sente sconfitto, nella sofferenza che scava l’anima; nei giorni lunghi e vuoti dei carcerati, nelle stanze strette e fredde dei poveri, nei luoghi profanati dalla guerra e dalla violenza. Portare speranza lì, seminare speranza lì”.

Riprendendo un’omelia natalizia del card. Martini papa Francesco ha chiesto di ‘stare’ in attesa contemplando il presepe: “Il Giubileo si apre perché a tutti sia donata la speranza, la speranza del Vangelo, la speranza dell’amore, la speranza del perdono… Sorella, fratello, in questa notte è per te che si apre la ‘porta santa’ del cuore di Dio. Gesù, Dio-con-noi, nasce per te, per me, per noi, per ogni uomo e ogni donna. E, sai?, con Lui fiorisce la gioia, con Lui la vita cambia, con Lui la speranza non delude”.

(Foto: Santa Sede)

A Brescia il premio letterario ‘Carlo Castelli’

La casa circondariale ‘Canton Mombello’ di Brescia si prepara ad accogliere la nuova edizione del Premio Letterario ‘Carlo Castelli’, un concorso unico, dedicato ai detenuti degli Istituti penitenziari italiani, inclusi i minorili. La partecipazione è aperta a cittadini italiani e stranieri, senza limiti di età, condannati almeno con sentenza di primo grado.

L’evento, organizzato dalla Federazione Nazionale Italiana Società di San Vincenzo De Paoli ODV, Settore Carcere e Devianza, ruota intorno a un tema potente e attuale: ‘Mi specchio e (non) mi riconosco: non sono e non sarò il mio reato’. Una riflessione che invita a distinguere la persona detenuta dal reato commesso, aprendo alla speranza di cambiamento e reintegrazione.

Un tema, quello della speranza, che occupa un posto centrale nel carisma della Società di San Vincenzo De Paoli e ritroviamo anche nel motto riportato sotto il logo: ‘Serviens in spe’, al servizio nella speranza.

Ma la speranza è anche la protagonista del Giubileo 2025. Papa Francesco, con la sua bolla ‘Spes non confundit’, sottolinea la forza della speranza nel pensiero cristiano. Una virtù che il Pontefice vuole stendere sulle ferite di un’umanità debole, fra i quali cita per primi proprio i ristretti, per ‘vivere e non sopravvivere’, per ‘recuperare la fiducia in sé stessi’.

E verso un orizzonte di speranza è orientato l’operato del Settore Carcere e Devianza della Federazione Nazionale Società di San Vincenzo De Paoli ODV che indirizzerà il lavoro da un lato ad azioni concrete all’interno delle carceri, dall’altro a stimolare l’autoriflessione dei reclusi attraverso il Premio Letterario Castelli.

Nell’edizione 2025 si parlerà di coscienza, miglioramento, umanità. Temi che apriranno un percorso indirizzato ad aiutare il ristretto a riconoscere l’errore ma anche a capire che ogni persona merita un futuro, dentro o fuori dal carcere.

Il Premio ‘Carlo Castelli’ si articolerà nelle sezioni narrativa (saggio breve, racconto, lettera, riflessione), scrittura autobiografica (testo autoriflessivo e introspettivo), poesia, opere multimediali (CD-rom/DVD) realizzate in carcere.

Il concorso letterario offre ai detenuti l’opportunità di raccontarsi, riflettere e sperare attraverso la scrittura, ma anche di fare del bene. I primi tre classificati saranno considerati a parimerito e riceveranno tre premi di uguale importo. Oltre ai premi in denaro per i primi tre vincitori, una seconda somma sarà destinata a progetti di reinserimento sociale. L’obiettivo è contribuire a costruire una nuova strada per chi desidera ripartire.

Il concorso, dedicato alla memoria di Carlo Castelli, figura di spicco del volontariato vincenziano e promotore della Legge Gozzini, diventa un mezzo per costruire un futuro condiviso, sottolineando l’importanza del sostegno reciproco, anche in contesti difficili come il carcere.

Il Premio ‘Carlo Castelli’ ha ottenuto il patrocinio di Camera, Senato e Ministero della Giustizia, ed è stato insignito della medaglia del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. I media partner includono il Pontificio Dicastero per la Comunicazione, TV2000, Radio InBlu, e UCSI.

I racconti premiati, insieme ad altri dieci segnalati dalla Giuria, saranno raccolti in un’antologia che verrà distribuita a tutti i presenti nel corso degli eventi e allegata alla rivista della Federazione Nazionale, ‘Le Conferenze di Ozanam’, pubblicazione che raggiunge oltre 13.600 tra soci e volontari in tutta Italia.

Il Settore Carcere e Devianza, quest’anno sotto la guida della nuova responsabile, Antonella Caldart, è da sempre impegnato nella formazione dei volontari penitenziari e alla realizzazione di attività rivolte ai detenuti e alle loro famiglie, anche collaborando con altre associazioni presenti sul territorio.

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