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Fabio Rocchi: a Roma tutto pronto per accogliere i pellegrini del Giubileo
Tra i tanti primati l’Italia conserva saldamente anche quello della ricettività religiosa e no-profit, in un settore dell’accoglienza dedicato a spiritualità, turismo, lavoro e studio: una potenzialità unica al mondo che, secondo il ‘Rapporto 2024’ dell’Associazione ‘Ospitalità Religiosa Italiana’, è rappresentato da quasi 3.000 strutture ricettive che mettono a disposizione ogni giorno 200.000 posti letto. Il 45% è gestito direttamente da religiosi/e, mentre il 38%, pur di proprietà religiosa, è di fatto gestito da laici impegnati.
Iniziato da pochi giorni il Giubileo abbiamo incontrato il presidente dell’associazione ‘Ospitalità Religiosa Italiana’, Fabio Rocchi, per comprendere se è tutto pronto per l’accoglienza dei pellegrini: “In Italia, si sa, tutto è pronto anche quando non è pronto. Certamente la città di Roma si troverà con lavori che si protrarranno anche dopo l’inizio del Giubileo, ma almeno per il settore religioso dell’ospitalità possiamo dire che tutto è pronto. D’altronde già negli ultimi anni l’afflusso è particolarmente vivace in queste strutture, per cui c’è una certa abitudine ad affrontare grossi numeri”.
Come sarà l’accoglienza durante il Giubileo?
“Le strutture religiose già abitualmente dedite all’ospitalità, non faranno nulla di diverso da come già operano tutti i giorni: aprire le porte all’accoglienza è la loro missione. Quello che probabilmente rappresenterà la singolarità sarà il tipo di pellegrino che si troveranno ad ospitare. Normalmente si tratta di un ospite che coniuga fede e lavoro o fede e turismo, già edotto nel viaggiare, abituato ad adattarsi ad ogni situazione. Per il Giubileo prevediamo che gran parte degli arrivi riguarderà fedeli che non sarebbero mai giunti da noi se non vi fosse stato questo evento a stimolare la loro presenza.
Ci sarà una costanza del tutto esaurito durante l’anno. Si tratterà quindi di mantenere degli standard organizzativi per lungo tempo, anche se le comunità religiose non vi sono abituate. L’aiuto dei laici e dei volontari in questo caso sarà fondamentale per sostenere le attività di accoglienza, sempre finalizzate, bisogna dirlo, al reperimento di risorse per le attività caritatevoli, assistenziali, sociali e missionarie gestite da ordini, congregazioni, diocesi e parrocchie”.
I ‘numeri’ sono soddisfacenti?
“L’ospitalità religiosa conta a Roma circa 25.000 posti letto suddivisi in 350 strutture. Sono i primi posti ad essere richiesti dai pellegrini, perché molto più abbordabili di un albergo. Nel nostro circuito una camera doppia con colazione costa mediamente € 80 contro € 180 della media alberghiera (dato Italia Hotel Monitor). E’ quindi facile intuire che ad oggi i numeri siano molto ampi, ma la gioia sta nel comprendere come questo approccio porti a Roma quei pellegrini che altrimenti non si sarebbero potuti permettere il viaggio.
I numeri più in ‘bilico’ sono invece quelli per il Giubileo dei Giovani, quando la massa di arrivi sarà difficilmente governabile. Per questo avevamo chiesto a Regione Lazio se fosse possibile adibire per qualche giorno a dormitori le molte sale-riunioni presenti nelle strutture religiose, ma le condizioni poste sono state talmente restrittive che si è dovuto rinunciare”.
Quale opportunità offre il portale dell’associazione ‘Ospitalità religiosa italiana?
“Il nostro scopo non è commerciale ma solo di incentivare l’uso di queste strutture ricettive. Per facilitare il compito agli utenti, è possibile inserire i più svariati filtri di ricerca, così da individuare e contattare direttamente i gestori delle strutture con le caratteristiche più adatte alle proprie necessità. Il portale non percepisce commissioni e quindi il pellegrino gode di un ulteriore vantaggio economico. Se poi si tratta di un gruppo che necessita di un’assistenza nella ricerca, abbiamo anche questa possibilità”.
‘Per venire incontro alle esigenze di quanti arriveranno a Roma, ha pubblicato un Vademecum in 10 lingue con le istruzioni per l’uso per i pellegrini, in modo che prenotazioni, attività e permanenza siano le più agevoli possibile’. Perchè un vademecum per i pellegrini?
Nei contatti di questi mesi è emersa la spasmodica ricerca di soluzioni di soggiorno, soprattutto per i gruppi provenienti dall’estero. Questo può aprire la strada a scelte avventate o -peggio- correre il rischio di mettersi nelle mani di avventurieri dell’ultimo minuto. Ci siamo chiesti come potevamo aiutare questi pellegrini nella gestione del soggiorno, per dare loro la massima serenità. Così è nato il nostro Vademecum per il Giubileo.
Quali consigli per vivere ‘bene’ il Giubileo?
“Essere pragmatici nell’organizzazione è certamente il viatico per un pellegrinaggio sereno. Viaggio, trasferimenti, soggiorno, pasti, ingressi, sono tutte voci che vanno studiate attentamente molto prima di partire. Difficoltà e imprevisti emergono sempre quando qualche dettaglio è stato lasciato al caso. E spesso una distrazione si paga a caro prezzo. Quindi il consiglio è di affidarsi ad organizzatori competenti, conosciuti e che abbiamo la giusta dose di esperienza su Roma”.
(Tratto da Aci Stampa)
Papa Francesco invita i vescovi a raccontare la speranza
Nei giorni scorsi papa Francesco ha inviato due messaggi ai vescovi latino americani, che hanno partecipato alla VI Conferenza internazionale ‘Per l’equilibrio nel mondo’, ed ai vescovi indiani in occasione dell’apertura della 36^ Assemblea plenaria della Conferenza dei vescovi cattolici, che si confrontano sul tema sinodale, ‘Aiutare le chiese locali a implementare i frutti del cammino sinodale’; infatti ai vescovi cubani ha sottolineato ancora una volta il valore del Giubileo, come anno di grazia:
“Come molti di voi probabilmente sapranno, il 2025 è un Anno Giubilare, un anno di grazia secondo l’antica tradizione del popolo d’Israele, che era presentato come un’opportunità per ristabilire la pace e la fratellanza sociale, attraverso il perdono e la riconciliazione. In modo significativo ho voluto dedicare questo Giubileo al tema della speranza, come appello a tutti gli uomini di buona volontà…
In questo modo, la speranza si rivela un valore molto appropriato per questo forum che si tiene all’Avana, perché, grazie alla sua aspirazione ad essere aperto, plurale e multidisciplinare, ha la capacità di indagare le ragioni che muovono il cuore dell’uomo”.
Nel messaggio il papa riafferma che la speranza cristiana si fonda sull’amore, come ha scritto nella Bolla giubilare: “La nostra ‘speranza nasce dall’amore ed è fondata sull’amore’. Un amore che ci chiama a costruire, sulle rovine che lasciamo in questo mondo con il nostro peccato, una nuova civiltà dell’amore, perché in mezzo al disastro che il male ha lasciato, tutti collaboriamo alla ricostruzione del bene e della bellezza”.
Quindi il richiamo alla speranza, che è una certezza nella costruzione della pace: “Questa certezza ci spinga a lavorare con determinazione affinché questa speranza ‘si traduca in pace per il mondo, che ancora una volta si ritrova sommerso nel dramma della guerra’, abbandonando la logica della violenza e assumendo una l’impegno al dialogo e l’opera della diplomazia per costruire con coraggio e creatività spazi di negoziazione volti a una pace duratura. Uno sforzo che non avrà successo se non riuscirà a far sì che ogni uomo, impedito ad aprirsi alla vita con entusiasmo, ‘a causa dei ritmi frenetici dell’esistenza, dei timori per il futuro, della mancanza di sicurezza lavorativa e di adeguate protezioni sociali, di modelli sociali la cui agenda è dettata dalla ricerca del profitto piuttosto che dalla cura delle relazioni’, può guardare al futuro con speranza”.
E’ una sfida ad intraprendere percorsi capaci di restituire fiducia, insieme alle istituzioni ed alla società civile: “Come credenti in Gesù Cristo, questa sfida ci invita a riconoscere in ogni uomo e in ogni donna l’immagine di Dio, chiamati ad essere fratelli e sorelle e a far parte della famiglia umana e della famiglia dei figli di Dio. Anche fuori dall’ambito della fede, questa affermazione mantiene intatta la sua forza, perché tutti siamo chiamati a vivere nella gratuità fraterna e tutto ciò che facciamo per gli altri ci riguarda come singoli e come società”.
In questo modo la speranza può essere condivisa: “Impariamo questa lezione dall’amore, costruendo la speranza in quell’equilibrio che cerca di garantire a tutti ciò di cui hanno bisogno, insegnandoci a condividere con i poveri e ad aprirci con generosa accoglienza agli altri, così da sapere contribuire con ciò che siamo e abbiamo per il bene comune. Che questi auspici vi aiutino nel lavoro che intraprendete per promuovere una società più giusta e fraterna”.
Anche nel messaggio ai vescovi indiani papa Francesco ha riflettuto sul Giubileo e le sfide della vita cristiana nel Paese: “Prego affinché le vostre decisioni possano aiutare le Chiese locali a discernere come meglio implementare i frutti del cammino sinodale e ispirare molti altri fedeli nella loro vocazione a essere discepoli missionari”. La Chiesa in India “continuerà a essere un segno di speranza per l’intera nazione, cercando sempre di spalancare le sue porte per accogliere i poveri e i più vulnerabili, affinché tutti possano avere la speranza di un futuro migliore”.
Papa Francesco: speranza è Dio fattosi uomo
Questa mattina papa Francesco ha ricevuto in udienza i vescovi, formatori e seminaristi della Provincia Ecclesiastica di Valencia, regione colpita nello scorso ottobre dalle alluvioni, mettendolo subito in evidenza: “Non mi è facile esprimervi i miei sentimenti, pensando ai Natali sicuramente atipici con quell’esperienza che ‘Dio si è fatto argilla’ in voi”.
Però, ha sottolineato che il dolore apre alla speranza: “Un dolore e un lutto che, pur nella sua durezza, ci apre alla speranza perché, costringendoci a toccare il fondo e a lasciare alle spalle tutto ciò che sembrava sostenerci, ci permette di andare oltre. Non è qualcosa che possiamo fare da soli, è un’immensa oscurità che avete sperimentato e state vivendo. E penso all’aiuto disinteressato di tante persone, gli occhi pieni di dedizione della gente, hanno saputo illuminarci con la tenerezza di Dio”.
E’ stato un invito ad essere in ogni situazione, in quanto tali fenomeni meteorologici (DANA) si possono ripetere, ed il compito dei cristiani si concretizza nella presenza e nella vicinanza: “Sei chiamato a lavorare in questo campo. DANA non è un fenomeno atipico che semplicemente speriamo non si ripeta, è l’estrapolazione di ciò che sperimenta ogni essere umano che affronta una perdita e si sente solo, fuori posto e bisognoso di sostegno per poter continuare.
Gesù lo dice molto chiaramente: ‘Per questo sono stato unto (per questo siete unti voi) per fasciare i cuori spezzati e proclamare l’anno di grazia del Signore’. Siamo già in quest’Anno di Grazia, che ho voluto dedicare alla speranza e che vivrete in tutta la sua forza meditando queste parole”.
Quindi ha concluso l’incontro ribandendo che la speranza non è ottimismo: “Una volta ho detto che ‘speranza’ non è ‘ottimismo’. ‘Ottimismo’ è un’espressione leggera, la speranza è un’altra cosa. Non possiamo prendere alla leggera la sofferenza delle persone e cercare di consolarle con frasi di circostanza e di bontà”.
La speranza è Gesù, con l’invito a donarsi: “La nostra speranza ha un nome, Gesù, quel Dio che non si è sentito disgustato dal nostro fango e che, invece di salvarci dal fango, si è fatto fango per noi. Ed essere prete è essere un altro Cristo, è diventare fango nelle lacrime della gente, e quando vedi la gente distrutta, perché a Valencia c’è gente distrutta, che ha perso la vita a pezzi, dai pezzi di voi stessi, come fa Cristo nell’Eucaristia. Per favore donatevi gratuitamente, perché tutto ciò che avete è stato ricevuto gratuitamente, non dimenticatevi della gratuità”.
Inoltre ha inviato un messaggio a p. Geoffroy Kemlin, abate di Saint-Pierre di Solesmes e presidente della Congregazione di Solesmes in occasione del 150° anniversario della morte di dom Prosper Guéranger: “Desidero esprimere il mio incoraggiamento e la mia affettuosa vicinanza a quanti hanno impegnato la loro vita sulla scia di questo servitore della Chiesa, o si adoperano per far conoscere la sua vita e la sua opera. Benedico anima mea Domino. Questo versetto del Salmo 102 fu una delle ultime parole che pronunciò prima di rimettere la sua anima nelle mani del Padre il 30 gennaio 1875”.
Nel messaggio il papa ha sottolineato alcune caratteristiche di questo fondatore: “Evocando dom Guéranger, i miei predecessori hanno sottolineato le diverse espressioni del suo carisma ricevute per l’edificazione di tutta la Chiesa: il suo ruolo di restauratore della vita monastica benedettina in Francia, la sua scienza liturgica posta al servizio del popolo di Dio, la sua ardente pietà verso il Sacro Cuore di Gesù e della Vergine Maria, la sua opera a favore della definizione del dogma dell’Immacolata Concezione e di quello dell’infallibilità pontificio, i suoi scritti in difesa della libertà della Chiesa”.
Per questo ha sottolineato due aspetti particolari, soffermandosi sulla liturgia: “Vorrei, a mia volta, evidenziare due aspetti di questo carisma che corrispondono a due esigenze attuali della Chiesa: la fedeltà alla Santa Sede e al Successore di Pietro, particolarmente nell’ambito della liturgia, e la paternità spirituale.
Dom Guéranger è stato senza dubbio uno dei primi artefici del Movimento Liturgico, il cui bel frutto è stata la Costituzione ‘Sacrosanctum Concilium’ del Concilio Vaticano II. La riscoperta storica, teologica ed ecclesiologica della liturgia, come linguaggio della Chiesa ed espressione della sua fede, fu al centro della sua opera, prima come sacerdote diocesano poi come monaco benedettino.
Questa riscoperta ispirò in particolare le sue pubblicazioni a favore del ritorno delle diocesi di Francia all’unità della liturgia romana, e fu ciò che lo spinse a scrivere i volumi de ‘L’Anno liturgico’ per mettere alla portata dei sacerdoti e dei laici la bellezza e la ricchezza della liturgia”.
L’altro aspetto del suo carisma consiste nella paternità spirituale: “Attento allo Spirito Santo operante nelle anime, dom Guéranger desiderava una sola cosa: aiutarle nella ricerca di Dio. Plasmato dalla Regola benedettina e dalla lode divina, la sua dolce e gioiosa fiducia in Dio toccava il cuore dei monaci che si stringevano attorno a lui, delle monache che beneficiavano dei suoi insegnamenti, ma anche degli uomini e delle donne con responsabilità Chiesa e società, e soprattutto padri e madri, figli, piccoli e umili che ricorrevano ai suoi consigli spirituali. Nei tempi di pace come nei giorni di avversità, tutti trovavano in Lui il rafforzamento o il rinnovamento della fede, il gusto della preghiera e l’amore della Chiesa”.
Ecco il motivo per cui il papa prega perché la sua opera porti ‘frutto’: “Prego affinché l’opera del servo di Dio, dom Guéranger, continui a produrre frutti di santità in tutto il popolo fedele, e rimanga anche una testimonianza viva della fecondità della vita monastica, nel cuore della Chiesa”.
Infine ha inviato un messaggio al metropolita di Korça Locum Tenens della Chiesa Ortodossa, sua eminenza Giovanni, per la scomparsa di sua beatitudine Anastas, arcivescovo di Tirana, Durrës e di tutta l’Albania, deceduto a 95 anni il 25 gennaio: “La fede della comunità ortodossa albanese è stata certamente incarnata nella vita del nostro caro fratello, il cui zelante servizio pastorale ha aiutato la gente a riscoprirne la ricchezza e la bellezza dopo gli anni di ateismo e persecuzione imposti dallo Stato. A questo proposito, ho cari ricordi del mio incontro con Sua Beatitudine durante il mio primo viaggio apostolico fuori dall’Italia, e custodisco gelosamente l’abbraccio fraterno e le parole scambiate in quell’occasione”.
Ed ha ricordato il suo ‘fervente’ ministero: “Nel corso della sua lunga vita e del suo ministero come sacerdote e come vescovo, ha sempre manifestato una profonda dedizione al Vangelo, servendo e annunciando il Signore in vari contesti geografici e culturali, in Grecia, Africa e Albania…
Quando ha assunto la responsabilità di guidare la Chiesa ortodossa in Albania, ha desiderato entrare profondamente nei cuori di coloro che gli erano stati affidati, in particolare nelle loro tradizioni e identità, senza mai perdere la comunione con le altre Chiese ortodosse. Allo stesso tempo, si è anche impegnato volentieri nel dialogo e ha promosso la pacifica convivenza con altre Chiese e religioni”.
(Foto: Santa Sede)
Riccardo Moro: ‘La remissione del debito è il nome della pace’
L’associazionismo cattolico e laico ha raccolto l’appello di papa Francesco che, nel messaggio per la 58ª Giornata Mondiale della Pace del 1º gennaio, ha scelto il titolo: ‘Rimetti a noi i nostri debiti: concedici la tua pace’ in un incontro organizzato, nei primi giorni dell’anno, all’Università Lateranense dall’Istituto di Diritto Internazionale della Pace ‘Giuseppe Toniolo’, in collaborazione con Azione Cattolica Italiana, Pontificia Università Lateranense, Forum Internazionale di Azione Cattolica e Caritas Italiana, aperto dal prof. Giulio Alfano, delegato del ciclo di studi in ‘Scienze della Pace e Cooperazione Internazionale’ dell’Università Lateranense.
I promotori hanno spiegato che il messaggio di papa Francesco richiama con urgenza la necessità di condonare i debiti e di promuovere modelli economici fondati su giustizia e solidarietà; la remissione del debito si inserisce nel contesto del Giubileo, ispirandosi alla tradizione giubilare ebraica: “E’ un passo essenziale per liberare i popoli oppressi da vincoli economici iniqui, che soffocano il presente e ipotecano il futuro”.
Negli interventi il prof. Giuseppe Notarstefano, presidente nazionale di Azione Cattolica, ha dichiarato: “La speranza non è semplice ottimismo, ma si concretizza nei gesti e nei segni che possiamo compiere. Questo Giubileo è un’occasione per ripensare il nostro modo di abitare la casa comune. Guerre, cambiamento climatico, disuguaglianze: è il momento di cambiare rotta”. Mentre da Bangkok, Sandro Calvani, presidente del Consiglio Scientifico dell’Istituto Toniolo, ha ribadito: “Dio ci ha affidato la custodia della creazione. Il primo passo per ristabilire la pace è il perdono, spinta iniziale per riattivare il motore delle relazioni”.
Don Paolo Asolan, teologo e docente alla Pontificia Università Lateranense, ha approfondito il tema della remissione dei peccati e della cancellazione dei debiti in chiave giubilare e l’economista Riccardo Moro, docente di Politiche dello Sviluppo all’Università Statale di Milano, ha ricordato il percorso iniziato nel 2000 con la cancellazione del debito di alcuni Stati africani: “All’epoca si era raggiunto un risultato storico, ma oggi ci ritroviamo con le stesse problematiche. Le crisi economiche, la pandemia e nuovi prestiti spesso predatori hanno aggravato la situazione”, proponendo di creare presso le Nazioni Unite un forum dedicato alla gestione delle crisi di sovraindebitamento, integrando anche il debito climatico.
Infine Chiara Mariotti, rappresentante dell’Alto Commissariato Onu per i Diritti Umani, ha evidenziato che “il debito è un ostacolo insormontabile per il progresso verso giustizia sociale e diritti umani. Nel 2023, i Paesi in via di sviluppo hanno accumulato un debito estero di $ 8.000.000.000.000, con più di 3.000.000.000 di persone che vivono in nazioni dove si spende più per interessi sul debito che per servizi pubblici”.
Sull’importanza del messaggio per la pace di papa Francesco avevamo incontrato, nei giorni precedenti al convegno, il prof. Riccardo Moro, invitato all’Abbadia di Fiastra di Tolentino da don Rino Ramaccioni, in collaborazione con l’Azione Cattolica della diocesi di Macerata, il Sermir di Recanati ed il Sermit di Tolentino: per quale motivo papa Francesco abbina la remissione dei debiti alla pace?
“Per avere pace abbiamo bisogno di condizioni di vita, in cui la dignità di tutti gli esseri umani sia riconosciuta e sia consentita. In questo momento abbiamo una clamorosa disparità nelle condizioni di vita tra Paesi ricchi e Paesi a basso e medio reddito, che generano condizioni di vulnerabilità nei Paesi più poveri, che hanno un debito verso l’estero molto consistente, come era successo già 25 anni fa, perché questi Paesi possano investire nella salute, nell’istruzione e nelle infrastrutture necessarie a cambiare le condizioni di vita, è necessario che dispongano di risorse finanziarie.
La maggior parte delle loro risorse finanziarie è, oggi, sottratta dal pagamento dei debiti, quindi è necessario trasformare i debiti in modo che non ostacolino questi interventi. Finché ci sono queste condizioni di disparità e di vulnerabilità non si ha una pace autentica. La cancellazione del debito è uno degli strumenti che concorrono a creare condizioni perché la pace possa diventare autentica”.
Quali cambiamenti culturali chiede il papa?
“Richiede un lavoro che ragioni sulle qualità delle nostre relazioni, da quelle politiche ed internazionali a quelle finanziarie, ma anche a partire dalle nostre relazioni personali ed all’interno delle nostre comunità. Nel momento in cui orientiamo le relazioni al rispetto della dignità dell’altro, cioè si fanno carico dell’umanità dell’altro, noi costruiamo pace, mentre nel momento in cui non lo facciamo la pace non è alimentata: per questo il papa parla anche di relazioni riconcilianti, che dobbiamo avere”.
Inoltre nel messaggio il papa propone alcune azioni da compiere: in quale modo?
“Da un lato occorre sostenere il percorso che i soggetti del dialogo politico hanno: ci sono le reti di società civile che si stanno muovendo per dialogare con governi ed istituzioni internazionali su una definizione di nuove regole del debito e la conseguente cancellazione di esso, che è diventato insostenibile. Dall’altro lato, con un percorso sul territorio di formazione culturale, che serve ad un’animazione del tempo del giubileo per quanto riguarda la comunità cristiana e dall’altro lato serve a formare la nostra comunità civile per costruire consenso più consistente intorno a leggi nazionali ed internazionali improntate alla solidarietà. Da questo punto di vista sta nascendo una campagna, che si chiama ‘Cambiamo la rotta’, lanciata durante il convegno da parte di molte aggregazioni laicali del mondo cattolico”.
E’ ripetibile un’operazione come quella proposta da san Giovanni Paolo II durante il Giubileo del 2000?
“Bisogna essere obiettivi. Le condizioni sono diverse rispetto a 25 anni fa. Nonostante le regole, prestatori spregiudicati hanno cominciato a concedere soldi facili a leader altrettanto spregiudicati soprattutto nelle zone in cui si concentrano risorse minerarie di interesse strategico per le economie progredite. Quindi l’indebitamento è aumentato di nuovo, con la differenza rispetto al 2000 che ora spesso i creditori non sono più i governi o il Fondo Monetario Internazionale o la Banca Mondiale, ma soggetti privati e gruppi finanziari con i quali è molto più difficile imbastire un dialogo politico come avvenne allora”.
(Tratto da Aci Stampa)
Papa Francesco: Gesù è venuto per annunciare la liberazione
“Domani ricorre la Giornata Internazionale di Commemorazione in memoria delle vittime dell’Olocausto: ottant’anni dalla liberazione del Campo di concentramento di Auschwitz. L’orrore dello sterminio di milioni di persone ebree e di altre fedi avvenuto in quegli anni non può essere né dimenticato né negato. Ricordo la brava poetessa ungherese Edith Bruck, che abita a Roma… Ricordiamo anche tanti cristiani, tra i quali numerosi martiri.
Rinnovo il mio appello affinché tutti collaborino a debellare la piaga dell’antisemitismo, insieme ad ogni forma di discriminazione e persecuzione religiosa. Costruiamo insieme un mondo più fraterno, più giusto, educando i giovani ad avere un cuore aperto a tutti, nella logica della fraternità, del perdono e della pace”: al termine della recita dell’Angelus odierno papa Francesco ha ricordato che domani ricorre il ‘Giorno della memoria’, invitando a non dimenticare.
Eppoi ha invocato la pace per il Sudan e la Colombia, sottolineando che oggi si celebra la giornata per i malati di lebbra: “Il conflitto in corso in Sudan, iniziato nell’aprile 2023, sta causando la più grave crisi umanitaria nel mondo, con conseguenze drammatiche anche nel Sud Sudan. Sono vicino alle popolazioni di entrambi i Paesi e le invito alla fraternità, alla solidarietà, ad evitare ogni sorta di violenza e a non lasciarsi strumentalizzare. Rinnovo l’appello alle parti in guerra in Sudan affinché cessino le ostilità e accettino di sedere a un tavolo di negoziati. Esorto la comunità internazionale a fare tutto il possibile per far arrivare gli aiuti umanitari necessari agli sfollati ed aiutare i belligeranti a trovare presto strade per la pace.
Guardo con preoccupazione alla situazione della Colombia, in particolare nella regione del Catatumbo, dove gli scontri tra gruppi armati hanno provocato tante vittime civili e più di trentamila sfollati. Esprimo la mia vicinanza a loro e prego.
Si celebra oggi la Giornata mondiale dei malati di lebbra. Incoraggio quanti operano in favore dei colpiti da questa malattia a proseguire il loro impegno, aiutando anche chi guarisce a reinserirsi nella società. Non siano emarginati!”
In precedenza aveva invitato ad immaginare lo sconcerto del popolo di fronte alle parole di Gesù: “Immaginiamo la sorpresa e lo sconcerto dei concittadini di Gesù, i quali lo conoscevano come il figlio del falegname Giuseppe e non avrebbero mai immaginato che Egli potesse presentarsi come il Messia. E’ stato uno sconcerto. Eppure è proprio così: Gesù proclama che, con la sua presenza, è giunto ‘l’anno di grazia del Signore’. E’ il lieto annuncio per tutti e in modo speciale per i poveri, per i prigionieri, per i ciechi, per gli oppressi, così dice il Vangelo”.
Ugualmente avviene oggi: “Sorelle e fratelli, questo avvenimento, con le dovute analogie, succede anche per noi oggi. Anche noi siamo interpellati dalla presenza e dalle parole di Gesù; anche noi siamo chiamati a riconoscere in Lui il Figlio di Dio, il nostro Salvatore. Ma può capitarci, come allora ai suoi compaesani, di pensare che noi lo conosciamo già, che di Lui sappiamo già tutto, siamo cresciuti con Lui, a scuola, in parrocchia, al catechismo, in un Paese di cultura cattolica… E così per noi è una Persona vicina, anzi, ‘troppo’ vicina”.
Invece nella domenica dedicata alla Parola di Dio, a conclusione del giubileo dedicato al mondo della comunicazione, il papa ha sottolineato che essa è viva: “La Parola di Dio è viva: attraverso i secoli cammina con noi, e per la potenza dello Spirito Santo opera nella storia. Il Signore, infatti, è sempre fedele alla sua promessa, che mantiene per amore degli uomini”.
Anche oggi colpisce lo stupore per la sua vitalità in una perfetta coincidenza: “Nella Domenica della Parola di Dio, ancora agli inizi del Giubileo, viene proclamata questa pagina del Vangelo di Luca, nella quale Gesù si rivela come il Messia ‘consacrato con l’unzione’ e mandato a ‘proclamare l’anno di grazia del Signore’! Gesù è la Parola Vivente, in cui tutte le Scritture trovano pieno compimento… Ho detto una parola: stupore. Quando noi sentiamo il Vangelo, le parole di Dio, non si tratta soltanto di ascoltarle, di capirle, no. Devono arrivare al cuore, e produrre quello che ho detto: ‘stupore’. La Parola di Dio sempre ci stupisce, sempre ci rinnova, entra nel cuore e ci rinnova sempre”.
La profezia si compie in cinque azioni, di cui la prima consiste nel ‘lieto annuncio’: “Ecco il “vangelo”, la buona notizia che Gesù proclama: il Regno di Dio è vicino! E quando Dio regna, l’uomo è salvato. Il Signore viene a visitare il suo popolo, prendendosi cura dell’umile e del misero. Questo Vangelo è parola di compassione, che ci chiama alla carità, a rimettere i debiti del prossimo e a un generoso impegno sociale. Non dimentichiamo che il Signore è vicino, misericordioso e compassionevole. Vicinanza, misericordia e compassione sono lo stile di Dio. Lui è così: misericordioso, vicino, compassionevole”.
Un lieto annuncio che proclama la liberazione ai prigionieri: “Fratelli, sorelle, il male ha i giorni contati, perché il futuro è di Dio. Con la forza dello Spirito, Gesù ci redime da ogni colpa e libera il nostro cuore, lo libera da ogni catena interiore, portando nel mondo il perdono del Padre. Questo Vangelo è parola di misericordia, che ci chiama a diventare testimoni appassionati di pace, di solidarietà, di riconciliazione”.
Dona la vista ai ciechi: “Il Messia ci apre gli occhi del cuore, spesso abbagliati dal fascino del potere e dalla vanità: malattie dell’anima, che impediscono di riconoscere la presenza di Dio e che rendono invisibili i deboli e i sofferenti. Questo Vangelo è parola di luce, che ci chiama alla verità, alla testimonianza della fede e alla coerenza della vita”.
E la libertà agli oppressi: “Nessuna schiavitù resiste all’opera del Messia, che ci rende fratelli nel suo nome. Le carceri della persecuzione e della morte vengono spalancate dall’amorevole potenza di Dio; perché questo Vangelo è parola di libertà, che ci chiama alla conversione del cuore, all’onestà del pensiero e alla perseveranza nella prova”.
Tutto ciò si conclude nella proclamazione dell’anno ‘di grazia del Signore’: “Si tratta di un tempo nuovo, che non consuma la vita, ma la rigenera. E’ un Giubileo, come quello che abbiamo iniziato, preparandoci con speranza all’incontro definitivo col Redentore. Il Vangelo è parola di gioia, che ci chiama all’accoglienza, alla comunione e al cammino, da pellegrini, verso il Regno di Dio”.
E’ un invito a leggere la Bibbia: “Tutta la Bibbia fa memoria di Cristo e della sua opera e lo Spirito la attualizza nella nostra vita e nella storia. Quando noi leggiamo le Scritture, quando le preghiamo e le studiamo, non riceviamo solo informazioni su Dio, bensì accogliamo lo Spirito che ci ricorda tutto ciò che Gesù ha detto e ha fatto… Fratelli, sorelle, dobbiamo essere più abituati alla lettura delle Scritture.
A me piace consigliare che tutti abbiano un piccolo Vangelo, un piccolo Nuovo Testamento tascabile, e lo portino nella borsa, lo portino sempre con sé, per prenderlo durante la giornata e leggerlo… E così, durante la giornata, c’è questo contatto con il Signore”.
(Foto: Santa Sede)
Papa Francesco ai comunicatori: comunicare è saggezza
“Nelle mani ho un discorso di nove pagine. A quest’ora, con lo stomaco che incomincia a muoversi, leggere nove pagine sarebbe una tortura. Io darò questo al Prefetto. Che sia lui a comunicarlo a voi. Volevo soltanto dire una parola sulla comunicazione. Comunicare è uscire un po’ da sé stessi per dare del mio all’altro. E la comunicazione non solo è l’uscita, ma anche l’incontro con l’altro. Saper comunicare è una grande saggezza, una grande saggezza!”: questo è stato il breve saluto di papa Francesco ai giornalisti ed agli operatori della comunicazione in occasione del giubileo della comunicazione.
Prima della consegna del discorso il papa ha lanciato l’invito a comunicare ‘cose divine’: “Sono contento di questo Giubileo dei comunicatori. Il vostro lavoro è un lavoro che costruisce: costruisce la società, costruisce la Chiesa, fa andare avanti tutti, a patto che sia vero. ‘Padre, io sempre dico le cose vere…’ – ‘Ma tu, sei vero? Non solo le cose che tu dici, ma tu, nel tuo interiore, nella tua vita, sei vero?’ E’ una prova tanto grande. Comunicare quello che fa Dio con il Figlio, e la comunicazione di Dio con il Figlio e lo Spirito Santo. Comunicare una cosa divina. Grazie di quello che voi fate, grazie tante! Sono contento”.
Nel discorso consegnato il papa ha ricordato i giornalisti deceduti per aver raccontato la realtà: “Il Giubileo si celebra in un momento difficile della storia dell’umanità, con il mondo ancora ferito da guerre e violenze, dallo spargimento di tanto sangue innocente. Per questo voglio prima di tutto dire grazie a tutti gli operatori della comunicazione che mettono a rischio la propria vita per cercare la verità e raccontare gli orrori della guerra. Desidero ricordare nella preghiera tutti coloro che hanno sacrificato la vita in quest’ultimo anno, uno dei più letali per i giornalisti. Preghiamo in silenzio per i vostri colleghi che hanno firmato il loro servizio con il proprio sangue”.
Ma anche coloro che sono stati arrestati, compresi anche i fotografi e gli operatori: “Voglio poi ricordare insieme a voi anche tutti coloro che sono imprigionati soltanto per essere stati fedeli alla professione di giornalista, fotografo, video operatore, per aver voluto andare a vedere con i propri occhi e aver cercato di raccontare ciò che hanno visto. Sono tanti!
Ma in questo Anno Santo, in questo giubileo del mondo della comunicazione, chiedo a chi ha potere di farlo che vengano liberati tutti i giornalisti ingiustamente incarcerati. Sia aperta anche per loro una ‘porta’ attraverso la quale possano tornare in libertà, perché la libertà dei giornalisti fa crescere la libertà di tutti noi. La loro libertà è libertà per ognuno di noi”.
A differenza di molti che bistrattano i giornalisti, tentando di mettere un ‘bavaglio’, il papa ha ribadito la necessità della libertà di stampa: “Chiedo (come ho fatto più volte e come hanno fatto prima di me anche i miei predecessori) che sia difesa e salvaguardata la libertà di stampa e di manifestazione del pensiero insieme al diritto fondamentale a essere informati.
Un’informazione libera, responsabile e corretta è un patrimonio di conoscenza, di esperienza e di virtù che va custodito e va promosso. Senza questo, rischiamo di non distinguere più la verità dalla menzogna; senza questo, ci esponiamo a crescenti pregiudizi e polarizzazioni che distruggono i legami di convivenza civile e impediscono di ricostruire la fraternità”.
Ha invocato la libertà perché il giornalismo è una ‘missione’: “Quella del giornalista è più che una professione. E’ una vocazione e una missione. Voi comunicatori avete un ruolo fondamentale per la società oggi, nel raccontare i fatti e nel modo in cui li raccontate. Lo sappiamo: il linguaggio, l’atteggiamento, i toni, possono essere determinanti e fare la differenza tra una comunicazione che riaccende la speranza, crea ponti, apre porte, e una comunicazione che invece accresce le divisioni, le polarizzazioni, le semplificazioni della realtà”.
Quindi come ogni missione il giornalismo è anche responsabilità: “La vostra è una responsabilità peculiare. Il vostro è un compito prezioso. I vostri strumenti di lavoro sono le parole e le immagini. Ma prima di esse lo studio e la riflessione, la capacità di vedere e di ascoltare; di mettervi dalla parte di chi è emarginato, di chi non è visto né ascoltato e anche di far rinascere (nel cuore di chi vi legge, vi ascolta, vi guarda) il senso del bene e del male e una nostalgia per il bene che raccontate e che, raccontando, testimoniate”.
E per fare il giornalismo occorre coraggio: “Con la parola coraggio possiamo ricapitolare tutte le riflessioni delle Giornate Mondiali delle Comunicazioni Sociali degli ultimi anni, fino al Messaggio che porta la data di ieri: ascoltare con il cuore, parlare con il cuore, custodire la sapienza del cuore, condividere la speranza del cuore.
In questi ultimi anni è stato dunque proprio il cuore a dettarmi la linea guida per la nostra riflessione sulla comunicazione. Vorrei per questo aggiungere al mio appello per la liberazione dei giornalisti un altro ‘appello’ che ci riguarda tutti: quello per la “liberazione” della forza interiore del cuore. Di ogni cuore! Raccogliere l’appello non spetta ad altri che a noi”.
Però il coraggio si basa sulla libertà: “La libertà è il coraggio di scegliere. Cogliamo l’occasione del Giubileo per rinnovare, per ritrovare questo coraggio. Il coraggio di liberare il cuore da ciò che lo corrompe. Rimettiamo il rispetto per la parte più alta e nobile della nostra umanità al centro del cuore, evitiamo di riempirlo di ciò che marcisce e lo fa marcire. Le scelte di ognuno di noi contano ad esempio per espellere quella ‘putrefazione cerebrale’ causata dalla dipendenza dal continuo scrolling, “scorrimento”, sui social media, definita dal Dizionario di Oxford come parola dell’anno. Dove trovare la cura per questa malattia se non nel lavorare, tutti insieme, alla formazione, soprattutto dei giovani?”
L’informazione libera educa al pensiero critico per narrare la bellezza della comunicazione: “Abbiamo bisogno di un’alfabetizzazione mediatica, per educarci ed educare al pensiero critico, alla pazienza del discernimento necessario alla conoscenza; e per promuovere la crescita personale e la partecipazione attiva di ognuno al futuro delle proprie comunità. Abbiamo bisogno di imprenditori coraggiosi, di ingegneri informatici coraggiosi, perché non sia corrotta la bellezza della comunicazione. I grandi cambiamenti non possono essere il risultato di una moltitudine di menti addormentate, ma prendono inizio piuttosto dalla comunione dei cuori illuminati”.
Una scelta fatta propria da san Paolo: “Un cuore così è stato quello di San Paolo. La Chiesa celebra proprio oggi la sua conversione. Il cambiamento avvenuto in quest’uomo è stato così decisivo da segnare non solo la sua storia personale ma quella di tutta la Chiesa. E la metamorfosi di Paolo è stata causata dall’incontro a tu per tu con Gesù risorto e vivo. La forza per incamminarsi su una strada di cambiamento trasformativo è generata sempre dalla comunicazione diretta tra le persone. Pensate a quanta forza di cambiamento si nasconde potenzialmente nel vostro lavoro ogni volta che mettete in contatto realtà che (per ignoranza o per pregiudizio) si contrappongono!”
Ha concluso il discorso con l’invito al racconto: “In questo Giubileo faccio quindi un altro appello a voi qui riuniti e ai comunicatori di tutto il mondo: raccontate anche storie di speranza, storie che nutrono la vita. Il vostro storytelling sia anche hopetelling. Quando raccontate il male, lasciate spazio alla possibilità di ricucire ciò che è strappato, al dinamismo di bene che può riparare ciò che è rotto. Seminate interrogativi. Raccontare la speranza significa vedere le briciole di bene nascoste anche quando tutto sembra perduto, significa permettere di sperare anche contro ogni speranza”.
(Foto: Santa Sede)
Il patriarca di Gerusalemme ed il custode di Terra Santa invitano a riprendere i pellegrinaggi
“La Chiesa in Italia è vicina a Israele perché possa riabbracciare finalmente i propri cari rapiti, avere la sicurezza necessaria e continuare a lottare contro l’antisemitismo che si manifesta dentro forme subdole e ambigue… Già in passato sono intervenuto con chiarezza condannando fenomeni di risorgente antisemitismo, mai accettabili. La Chiesa in Italia è vicina ai palestinesi e alla loro sofferenza perché si possa finalmente avviare un percorso che permetta a questo popolo di essere riconosciuto nella sua piena dignità e libertà”.
Il presidente della Cei, card. Matteo Zuppi, nella prolusione alla sessione invernale del Consiglio episcopale permanente ha sottolineato l’impegno della Chiesa in Terra Santa, che nei giorni scorsi è giunta ad una tregua temporanea con la liberazione di alcuni prigionieri israeliani e l’arrivo degli aiuti umanitari a Gaza. Di conseguenza il Custode di Terra Santa ed il Patriarca latino di Gerusalemme hanno rinnovato l’invito a riprendere i pellegrinaggi in Terra Santa, come ha sottolineato il card. Pierbattista Pizzaballa, patriarca di Gerusalemme dei Latini:
“Siamo, sembra, all’inizio di un nuovo periodo. E’ iniziata la tregua, c’è il cessate il fuoco e siamo molto grati di questo. E’ l’occasione per ringraziare tutta la Chiesa universale che in questo anno ci è stato molto vicina e ci ha aiutato e sostenuta molto con la preghiera, anche con il sostegno concreto. Ora è tempo anche di continuare ad aiutare e sostenere questa Chiesa, riprendendo il santo viaggio, ritornare a Gerusalemme, ritornare in Terra Santa e visitare i luoghi, riportare in vita l’altro polmone di questa Chiesa che è il pellegrinaggio e la presenza dei pellegrini”.
Per questo ha assicurato che i pellegrinaggi sono sicuri: “Il pellegrinaggio assolutamente è sicuro. Non c’è pericolo. Ed è tempo ora anche di, dunque, di alzare lo sguardo e ritornare a Gerusalemme per riportare anche la gioia a tante famiglie cristiane che attendono con ansia il ritorno dei pellegrini. Quindi il mio invito, insieme al Padre Custode, è quello di cominciare in questo anno del Giubileo dedicato alla speranza di ritornare alle sorgenti della speranza che è l’incontro con Cristo risorto e riportare anche la speranza in tante famiglie cristiane. Tornate, vi attendiamo con gioia e con ansia”.
Per questo il custode di Terra Santa, fr. Francesco Patton, ha sottolineato che questo è un anno speciale: “E’ un anno giubilare e siamo proprio davanti alla Chiesa del Santo Sepolcro, che è uno dei tre santuari giubilari indicati per la Terra Santa anche dal Santo Padre, insieme con Nazaret e con Betlemme. L’invito è ad essere pellegrini di speranza e a venire in Terrasanta come pellegrini, per ritornare alle radici della nostra fede, da un lato, ma anche per esprimere in modo molto concreto, anche attraverso il pellegrinaggio, la vicinanza alla piccola comunità cristiana di Terra Santa”.
Fr. Patton ha ribadito che il pellegrinaggio in Terra Santa, oltreché sicuro, è anche un gesto di solidarietà: “Quando voi venite in pellegrinaggio, voi fate sentire alla nostra comunità cristiana che fa parte di una famiglia che è universale e cattolica, è la famiglia dei cristiani, della Chiesa, che vive in tutto il mondo. E poi c’è anche una dimensione molto concreta di solidarietà.
Quando voi venite in Terrasanta come pellegrini, al tempo stesso, date anche per la possibilità alla nostra gente di vivere dignitosamente del proprio lavoro. Come ha detto Sua Beatitudine il pellegrinaggio è sicuro, continuiamo a pregare che la tregua si stabilizzi e che dalla tregua si arrivi anche a un vero e proprio percorso e processo di pace. Venite, vi aspettiamo ed abbiamo bisogno di voi”.
Secondo i dati diffusi dall’Ufficio Centrale di Statistica in Israele risiedono circa 180.300 cristiani, che costituiscono l’1,8% della popolazione totale. Nel 2023, il tasso di crescita della popolazione cristiana è stato dello 0,6%. I dati rivelano che circa il 79% dei cristiani in Israele sono cristiani arabi, che rappresentano il 6,9% della popolazione araba totale del Paese.
La maggior parte di loro risiede nel distretto settentrionale e in quello di Haifa. Tra i cristiani non arabi, il 41,3% vive nell’area di Tel Aviv e nella regione centrale, mentre il 34,8% risiede nel nord e a Haifa. Le città con la maggiore concentrazione di cristiani arabi sono Nazareth, Haifa, Gerusalemme e Nof HaGalil.
Per quanto riguarda lo stato civile, in Israele sono state registrate 762 nuove unioni tra coppie cristiane. L’età media al primo matrimonio era di quasi 31 anni per gli sposi e di quasi 28 anni per le spose. Questi valori sono superiori rispetto alla media delle altre religioni, sia per gli uomini che per le donne.
Gli studenti universitari cristiani in Israele hanno raggiunto quota 6.700, pari al 2,2% del totale degli studenti degli istituti di istruzione superiore. La percentuale di donne tra gli studenti cristiani era del 61%, un valore inferiore a quello registrato tra gli studenti musulmani, ma superiore a quello degli studenti ebrei e di altre religioni. In ambito lavorativo, nel 2023 il tasso di partecipazione alla forza lavoro tra i cristiani di 15 anni e oltre ha raggiunto il 70,2%. Tra i cristiani arabi, la percentuale è stata di oltre il 62 %.
(Foto: CMC)
Il giubileo della comunicazione racconta la speranza
Fino a domenica prossima a Roma si ritrovano i comunicatori social cattolici come ha affermato il prefetto del Dicastero per la comunicazione, Paolo Ruffini: “Non è una illusione, e nemmeno un algoritmo. La speranza di cui parliamo si fa in modo concreto, è la sostanza che muove le nostre vite. E’ quella spinta che muove ciascuno di noi a credere che le cose raccontate con qualsiasi mezzo (scrittura, parola, immagini) arrivino da qualche parte a costruire una relazione con chi legge, ascolta e guarda”.
Durante il meeting point sono stati presentati gli eventi del Giubileo del mondo della comunicazione con una proiezione di un breve video contenente le testimonianze di giovani professionisti dell’informazione coinvolti nel Giubileo della Comunicazione: da Timor-Leste al Canada, passando per Rwanda, Messico, Argentina, Spagna, in un giro del mondo attraverso i volti freschi e le parole colme di fiducia di chi crede, nel suo piccolo, di potere lasciare un segno positivo.
Presentando l’evento mons. Rino Fisichella, pro-prefetto del Dicastero per l’Evangelizzazione, ha affermato che è importante vivere in prima persona il Giubileo: “Solo così si è capaci di una grande sfida, narrare agli altri la speranza”. L’arcivescovo ha spiegato che lo ‘schema’ che si inaugura oggi si ripeterà più o meno per gli altri eventi.
Sulla ‘comunicabilità’ della speranza si è soffermato mons. Lucio Adrián Ruiz, segretario del Dicastero per la Comunicazione, evidenziando il legame con la ‘missionarietà’ attraverso l’impegno di ‘andare nel mondo comunicando la speranza’ partendo dalla vita quotidiana fino ai macro-eventi.
Mentre nel pomeriggio quattro testimonianze hanno aperto una finestra sugli orizzonti di chi, nel prossimo futuro, sarà chiamato a raccontare un mondo in continua trasformazione, come quella di a Mariella Matera, che dal 2019 è protagonista di uno spazio di evangelizzazione social, chiamato Alumera, un ‘sogno’ che si è realizzato nel messaggio ricevuto da una ragazza sedicenne. “Non la conoscevo, ma seguiva il mio operato. Da qui ho capito quanto fosse importante ciò che faccio”.
Oppure Tatiana Paradiso, partita per l’Africa, impegnata nel coordinamento delle comunicazioni delle Missionarie del Sacro Cuore di Gesù: “Fai la valigia, la settimana prossima parti per le missioni in Africa”. Invece Matteo Petri ha vissuto un’esperienza unica lavorando con i media vaticani e collaborando con l’associazione Meter, che combatte da anni la piaga degli abusi sui minori: “E’ stata una delle emozioni più grandi della mia vita da giornalista”. Invece Tommaso Cappelli ha creato una web radio ed oggi è responsabile nazionale per la comunicazione social e new media dell’Azione Cattolica Italiana.
Per questo nel messaggio per la giornata delle comunicazioni sociali il papa ha questo ‘sogno’: “Sogno per questo una comunicazione che sappia renderci compagni di strada di tanti nostri fratelli e sorelle, per riaccendere in loro la speranza in un tempo così travagliato. Una comunicazione che sia capace di parlare al cuore, di suscitare non reazioni passionali di chiusura e rabbia, ma atteggiamenti di apertura e amicizia; capace di puntare sulla bellezza e sulla speranza anche nelle situazioni apparentemente più disperate; di generare impegno, empatia, interesse per gli altri… Sogno una comunicazione che non venda illusioni o paure, ma sia in grado di dare ragioni per sperare”.
(Foto: Vatican News)
Cei: proposte per dare speranza
Incontrando i giornalisti al termine della sessione invernale del Consiglio permanente della Cei, il segretario generale della Cei, mons. Giuseppe Baturi, ha ribadito che la Cei non ha ‘un progetto politico-partitico’, anche se si registra ‘un grande fermento, un desiderio di partecipazione dei cattolici, che ci dà tanta speranza’.
Per questo ha sottolineato che la partecipazione sta diventando anche «desiderio di protagonismo: non perché la politica debba essere cattolica, ma perché i cattolici, a partire dalla Dottrina sociale della Chiesa, pensano di poter dire qualcosa proprio a partire da questa identità e da determinati valori”. Per questo i vescovi italiani guardano “con fiducia al fatto che ci siano luoghi di confronto dove, pur nella legittima pluralità, i cattolici possano riconoscersi e dialogare. Ci sembra un fronte in movimento che ci dà tanta speranza. Vogliamo provare ad accompagnare questa voglia di partecipazione, prevedendo luoghi di confronto capaci di elaborare piattaforme comuni, proprio come è avvenuto a Trieste”.
Ecco il motivo per cui i vescovi hanno espresso gratitudine per gli spunti offerti nell’introduzione ai lavori da parte del card. Zuppi, sottolineando l’importanza dell’Anno Santo “da cogliere come opportunità per un rinnovato impegno nell’evangelizzazione ma anche per dare risposte alle questioni sociali sempre più stringenti.
Di fronte a quella che il card. Zuppi ha definito la ‘sete di spirito e di speranza nascosta nella vita delle persone’, è necessario infatti riscoprire la forza della preghiera e la bellezza della liturgia, lavorando su stili celebrativi condivisi e recuperando l’esperienza delle ‘case della preghiera’. In quest’ambito, è stato rilevato, un ruolo fondamentale possono giocarlo i laici, soprattutto i Lettori che aiutano proprio a pregare con la Parola di Dio, sulla cui formazione è opportuno puntare”.
All’interno del Consiglio permanente sono state elaborate anche alcune proposte: “In quest’ottica, sono state condivise alcune proposte per il Giubileo 2025, a partire dagli aggiornamenti sulla partecipazione degli italiani al Giubileo degli Adolescenti e a quello dei Giovani. Sono state presentate inoltre alcune iniziative promosse dalla Caritas Italiana per contribuire al riconoscimento della dignità e della libertà di ogni persona.
Tra queste, ‘Mi fido di noi’, un progetto di microcredito sociale a favore di quanti hanno difficoltà ad accedere al credito. Lanciato in occasione dell’Anno Santo, si propone di restituire speranza e dignità attraverso l’accompagnamento e il coinvolgimento della comunità ecclesiale. E’ prevista la creazione di un fondo, alimentato grazie al contributo della Conferenza Episcopale Italiana, della Caritas Italiana, delle Chiese locali e al sostegno di fondazioni, associazioni, imprese e cittadini, anche attraverso attività di crowdfunding”.
Proposte a favore delle famiglie colpite da usura, supportate da Banca Etica: “L’accompagnamento delle persone e delle famiglie beneficiarie del credito, anche attraverso momenti formativi tesi a favorire una gestione consapevole e sostenibile del bilancio familiare, sarà affidato alle Caritas diocesane, in collaborazione con le Fondazioni Antiusura, che istruiranno le pratiche e ricopriranno il ruolo di enti erogatori. Il coordinamento a livello nazionale sarà svolto da CEI, mentre sarà Banca Etica a supportare le fasi operative del progetto”.
Ma anche per i percorsi riguardanti la fede: “Infine, oltre alle attività riguardanti i detenuti e le persone con disabilità, è stato illustrato ‘Cammini della fede’, che ha l’obiettivo di censire i percorsi di fede cristiana presenti sul territorio. Nel mese di marzo sarà online una WebApp che sosterrà i pellegrini con spunti di riflessione e informazioni utili sugli itinerari giubilari delle Chiese in Italia”.
Quindi è un invito a vivere la speranza con responsabilità: “La speranza, è stato evidenziato, non può più essere pensata come semplice attesa, ma va coniugata con la responsabilità, nella linea più volte indicata da papa Francesco. E’ tempo cioè di ‘organizzare la speranza’, per evitare che essa diventi un anestetico. Questo vuol dire mantenere alta l’attenzione sulle crescenti disuguaglianze, spesso dovute a un modello economico e di sviluppo iniquo, e sulla drammatica situazione delle carceri, dove l’indice di sovraffollamento e il numero preoccupante di suicidi chiedono di assicurare ‘condizioni dignitose a quanti vengono privati della libertà’”.
E’ uno stimolo ad una presenza dei cristiani nella vita politica, rivitalizzando le scuole di formazione: “Nel loro confronto, i presuli si sono soffermati sull’urgenza di ‘una rinnovata presenza dei cristiani nella vita politica del Paese e dell’Europa’, mostrando apprezzamento per i tentativi di gruppi e singoli che, specialmente a partire dalla Settimana Sociale di Trieste, hanno ripreso vigore. Si tratta di un segno che, a fronte della rarefazione della partecipazione alla vita politica e sociale, va colto, incoraggiato e accompagnato, nella consapevolezza che il Vangelo non è avulso dalla realtà, ma ha a che fare con la concretezza della vita. Per questo, secondo i vescovi, è fondamentale creare e rivitalizzare i luoghi di formazione socio-politica, aiutando a promuovere il dialogo senza cedere alle polarizzazioni e alle contrapposizioni sterili”.
Inoltre nella ‘battaglia’ contro gli abusi i vescovi hanno messo in ‘campo’ nuove alleanza per una maggiore tutela: “I Vescovi hanno rinnovato l’impegno a compiere ogni passo perché la tutela dei minori e degli adulti vulnerabili porti alla promozione di ambienti sicuri. In questa prospettiva, sensibili e vicini al dolore delle vittime di ogni forma d’abuso, hanno ribadito la loro disponibilità all’ascolto, al dialogo e alla ricerca della verità e della giustizia…
Lo studio, che avrà carattere scientifico, verrà svolto da due enti di riconosciuta indipendenza e terzietà: l’Istituto degli Innocenti di Firenze e il Centro per la vittimologia e la sicurezza-Alma Mater-Bologna. Questa iniziativa va ad affiancare e integrare quanto emerge dalle rilevazioni sulle attività di tutela dei minori e degli adulti vulnerabili nelle diocesi italiane, giunte quest’anno alla terza edizione, che si fondano sui dati concreti forniti dai referenti dei Servizi territoriali e dai responsabili dei centri di ascolto nel loro operare quotidiano nelle diverse diocesi”.
Infine il Consiglio Permanente ha approvato il documento ‘L’insegnamento della religione cattolica: opportunità di formazione e dialogo’: “Il documento intende sottolineare e rilanciare il contributo dell’insegnamento della religione cattolica come occasione in cui si esprime il servizio della Chiesa alla comunità scolastica e l’alleanza educativa che è sottesa. Fra i temi che il testo approfondisce: l’attualità dell’insegnamento della religione cattolica, il profilo e l’impegno educativo dell’insegnante di religione, il ruolo della comunità ecclesiale”.
(Foto: Cei)
Card. Zuppi ai vescovi: riscoprire la bellezza della preghiera
“Cari Confratelli, ci ritroviamo, pellegrini di speranza, all’inizio del 2025, ‘anno giubilare’, tempo davvero opportuno per capire la ‘Lectio’ che sono i segni dei tempi e trasformarli in segni di speranza. E’ un Giubileo ordinario che tuttavia assume per noi un valore speciale per via di una serie di congiunture storiche della nostra Chiesa e della società. E’ una provvidenza. Il suono dello Jobel, il corno di ariete, segnava l’inizio di una celebrazione religiosa, come appunto l’anno giubilare”: così è iniziata la prolusione del presidente della Cei, card. Matteo Zuppi, arcivescovo della diocesi di Bologna, che ha aperto la sessione invernale del Consiglio Episcopale Permanente.
La scelta di suonare lo jobel è compito dei ‘pastori’: “A noi, pastori e sentinelle del gregge, spetta il compito di suonare oggi idealmente questo strumento per richiamare l’attenzione sui segni di speranza già presenti nelle nostre comunità e che attendono di essere ulteriormente custoditi e sviluppati”.
Riprendendo l’omelia natalizia di papa Francesco il card. Zuppi si è soffermato sulla quotidianità dell’annuncio: “Quanto è importante fissare un nuovo ‘oggi’!.. E l’oggi si manifesta come un giorno diverso dagli altri, opportuno, che dobbiamo sapere contemplare per cambiare. Oggi! La scelta, davvero provvidenziale, del Giubileo, del tema giubilare e le parole del papa, hanno colto (mi pare) una sete diffusa tra tante persone, che non trovano o non sanno come cercare risposte”.
E si è soffermato sulle aspettative della gente: “Confrontandomi con alcuni di voi, ho avuto la chiara percezione che molta gente, più del consueto e delle nostre stesse aspettative, sia stata attratta dalla liturgia dell’apertura della Porta Santa, seguita con attenzione e partecipazione, bisogno evidente di sentire personalmente quel che ha detto il papa, eco della Parola di Dio: C’è speranza anche per te! C’è speranza per ognuno di noi”.
Per questo il Giubileo è un’occasione: “Le porte delle nostre chiese sono sempre aperte a tutti, ma l’oggi del Giubileo ha creato un’occasione opportuna. Ci sono segni che hanno una grande capacità di comunicare e rompono il muro dell’indifferenza, del fatalismo, della rassegnazione che genera paura della vita. La vita sociale e la temibile logica del consumismo offrono tanti segni, spesso effimeri e ingannevoli perché facili e senza prezzo.
La speranza ha sempre un prezzo di pazienza e di sacrificio. La Chiesa, nei forzieri della sua tradizione e della sua preghiera, conserva tanti segni eloquenti, che non sono logori o d’altri tempi. In essi si esprime un messaggio forte, di cui essere gioiosamente consapevoli e che il Giubileo e il Sinodo ci stimolano a riscoprire”.
Tale speranza trova forza nella bellezza della preghiera: “C’è una forza attrattiva della bellezza della vita e della preghiera della Chiesa che chiede semplicemente di essere regalata, trasmessa, spiegata. Le Chiese dell’ex Unione Sovietica hanno resistito in decenni di terribile persecuzione antireligiosa e di dittatura comunista (con tanti martiri), solo celebrando la liturgia nello spazio delle chiese rimaste aperte. Padre Tavrion, un monaco russo che aveva passato tanti anni nel gulag sovietico ma che ha potuto finire la sua vita in monastero, ha espresso un segreto della liturgia conservato nella tradizione delle Chiese ortodosse: se noi non mostriamo la bellezza, la gente non verrà da noi”.
E’ un invito ad essere buoni amministratori: “Certo, bisogna essere amministratori consapevoli della ricchezza e della bellezza del messaggio della fede e di come questo si comunica al di là del nostro protagonismo. Non bisogna pensare che abbiamo poco da dare o da dire, talvolta finendo per celebrare con sciatteria o ricercando modalità da spettacolo, credendo che quel che diamo e diciamo alla fine interessa poco.
Ci si è riproposta la domanda di speranza, di qualcosa di nuovo in un mondo e in una vita vecchia; di pensarsi insieme, di essere perdonati e non sommersi da banali parole di benessere; di trovare una porta aperta che faccia entrare nella luce uscendo da un buio insopportabile e drammatico come quello della guerra, della solitudine, della violenza, dell’ombra di morte che avvolge l’anima. Nel deserto c’è più sete di senso e di Dio”.
Ma ha messo in guardia dalla falsa speranza, come il gioco d’azzardo: “Lo stesso gioco d’azzardo, in periodi difficili dell’esistenza, tra le fasce più fragili della popolazione, diventa una vera dipendenza con drammatiche conseguenze sulla vita delle persone, nell’illusione, purtroppo coltivata e perfino incentivata, di star meglio, di essere felici o di essere vincenti. Nel 2023 sono stati spesi quasi 150 miliardi nel gioco d’azzardo ed è una cifra sempre in crescita.
Occorre una forte azione educativa per liberare da quella che facilmente diviene una vera dipendenza: per questo, serve il coinvolgimento delle aziende dell’azzardo e anche lo Stato deve mettere sempre al primo posto la salute dei cittadini. La campagna ‘Mettiamoci in Gioco’ e la Consulta Nazionale Antiusura ricordano che è possibile affrancare da quello che non è un gioco, ma una schiavitù”.
Ha sentito anche la responsabilità di creare condizioni per l’ascolto della Parola di Dio: “Sento la responsabilità di creare o rafforzare percorsi che portino all’incontro con la Parola di Dio e con il Vangelo, favorendo l’ascolto e la lettura personale… Si deve diffondere la devozione alla sacra pagina del Vangelo e della Scrittura, in maniera larga, popolare, non elitaria. Non si tratta, infatti, di circoli ristretti, ma di dare la Bibbia al popolo e guidarlo alla sua lettura. Questo è alla base di un rinnovamento della spiritualità, di quella spiritualità di cui c’è la sete che ci pare di aver colto. Una spiritualità che, senza perdere il suo carattere popolare, non deve essere solo devozionale ma biblica. Questo comporta anche accompagnare nella ricerca di risposte sulla preghiera”.
Insomma ha chiesto che i fedeli siano accompagnati nella preghiera: “Bisogna accompagnare nella via della preghiera, insegnando come il Vangelo, i Salmi, la Bibbia siano essi stessi una grande scuola di preghiera. Questo vuol dire anche trovare nelle nostre parrocchie non solo sacerdoti, ma ministri come i Lettori, donne e uomini spirituali che aiutino in questa scuola di preghiera, e pure gli spazi necessari.
Significa, almeno un po’, santuarizzare le nostre parrocchie, non solo come centri di attività e luoghi di liturgia, ma anche come spazi di silenzio, di devozione e di preghiera. È una dimensione attiva della speranza. Di più: san Tommaso ricorda che la preghiera è l’autentica lingua e la credibile interpretazione della speranza”.
Ecco il motivo per cui il card. Zuppi ha chiesto di non stancarsi di annunciare il Vangelo: “Per questo, ci si preoccupa di far circolare, nei modi opportuni e possibili, sempre con tanta umanità e amabilità, senza proselitismo, il messaggio cristiano nell’umano discorso tra tutti. Questo interpella soprattutto i laici nella vita quotidiana, nell’amicizia con ognuno, nel relazionarsi quotidiano.
Coinvolge la Chiesa a intervenire nelle diverse occasioni di dibattito e di incontro. Tanta gente che cerca senso e risposte (una realtà grande che non va sottovalutata) ha bisogno di trovare interlocutori. E questi sono i laici nella vita quotidiana. E’ il loro grande compito”.
Citando Jean Guitton il presidente della Cei ha sollecitato i cattolici ad essere una ‘minoranza’ felice: “Mi piacerebbe che l’anno giubilare costituisse il tempo in cui riflettiamo e maturiamo insieme non la volontà di essere una ‘minoranza0 triste, ma il coraggio di diventare ‘minori’ felici, nel senso in cui la spiritualità francescana ci ha spiegato questa idea. Diventare ‘minori’, cioè piccoli, è la via evangelica per guardare il mondo come i piccoli, per riconoscere e legittimare i piccoli, per far crescere i piccoli per compiere le ‘grandi cose’ degli umili”.
E’ stato un invito alle diocesi a mettersi a servizio dei poveri: “Penso, quindi, al Giubileo come a un tempo in cui individuare i piccoli delle nostre Diocesi e metterci al loro servizio, perché cresca in loro la speranza e si prepari così anche il Regno di Dio. Penso alle persone con disabilità e alle loro famiglie. Penso alle vittime di abusi, la cui sofferenza portiamo nel cuore e ci impegna con rigore nel contrasto e nella prevenzione. Penso ai carcerati”.
Per questo ha richiesto la remissione del debito dei Paesi poveri: “Il Giubileo può diventare una occasione per tornare a bussare alla porta dei Paesi ricchi, compresa l’Italia, perché rimettano i debiti dei Paesi poveri, che non hanno modo di ripagarli. Qui vivono milioni di persone in condizioni di vita prive di dignità. Si badi che i debiti degli Stati sono talora contratti con privati: la Chiesa non può non far sentire la sua voce perché si stabilisca una equità sociale e i pochi straricchi non profittino della loro posizione di vantaggio per influenzare la politica per i propri interessi”.
E la remissione del debito è collegata alla pace: “Strettamente intrecciato al tema dell’economia è quello della pace. Uno dei segni dei tempi più drammatico è infatti quello della guerra. La Chiesa italiana innalza a Dio la preghiera perché il Giubileo offra l’opportunità per raggiungere i tanti attesi e indispensabili negoziati che trovino soluzioni giuste e durature, con una forte ripresa della presenza della comunità internazionale e del multilateralismo e degli strumenti necessari per garantire il diritto e non il ricorso alle armi per risolvere i conflitti. La tregua raggiunta in Terra Santa ci auguriamo che rafforzi la pace e avvii un nuovo processo che porti ad un futuro concreto”.
E’ stato un invito preciso ad un percorso di riconciliazione in Terra Santa: “La Chiesa in Italia è vicina a Israele perché possa riabbracciare finalmente i propri cari rapiti, avere la sicurezza necessaria e continuare a lottare contro l’antisemitismo che si manifesta dentro forme subdole e ambigue. La recente Giornata per l’approfondimento e lo sviluppo del dialogo tra cattolici ed ebrei ha avuto come tema proprio il Giubileo, nella consapevolezza che solo l’amicizia e il dialogo continueranno a rendere saldo il nostro rapporto per quanto ci riguarda costante e affatto indebolito.
Già in passato sono intervenuto con chiarezza condannando fenomeni di risorgente antisemitismo, mai accettabili. La Chiesa in Italia è vicina ai palestinesi e alla loro sofferenza perché si possa finalmente avviare un percorso che permetta a questo popolo di essere riconosciuto nella sua piena dignità e libertà. Sono in gioco interessi sempre più elevati nella produzione e nel commercio di armi”.
Infine uno sguardo sui migranti con la valorizzazione dei corridoi umanitari: “E’ evidente la necessità di non indebolire la cultura dei diritti dei richiedenti asilo e dei rifugiati, offrendo regole di diritti e doveri sicuri, flussi e canali che permettano l’ingresso dei necessari lavoratori, che non sono mai solo braccia, ma persone che richiedono politiche lungimiranti di integrazione. L’esperienza dei corridoi umanitari e lavorativi è da valorizzare perché garantisce dignità e sicurezza a chi fugge da situazioni drammatiche.
Le Diocesi italiane, con il loro impegno, sono un faro di accoglienza per oltre 146.000 persone di origine straniera. Accanto ai corridoi umanitari, lavorativi e universitari sono un esempio concreto di come sia possibile conciliare il diritto a migrare con l’integrazione e lo sviluppo locale. Negli ultimi anni, tra le molteplici esperienze di accoglienza, si è sviluppato un nuovo approccio che tiene insieme la richiesta di sicurezza, il desiderio di solidarietà e l’esigenza di andare incontro ai bisogni delle persone migranti. Insomma: liberi di partire, liberi di restare e liberi di tornare, uscendo finalmente da una logica esclusivamente di sicurezza, questione evidentemente decisiva, per rafforzare la cooperazione, in particolare con l’Africa”.




























