Tag Archives: giovani
Nuovi bandi del COR per gli oratori con le proposte per il servizio civile
Il nuovo anno del Centro Oratori Romani si avvia con alcune iniziative a favore degli oratori. Sono stati infatti rinnovati sia il Bando 2025 per il Servizio Civile Universale con la disponibilità di due posti per i nuovi volontari sia il nuovo Bando Oratori per il finanziamento di progetti di formazione per animatori ed educatori con fondi pari a € 16.000.
Per quanto riguarda il Servizio Civile Universale, il nuovo progetto ‘Spazio ai talenti’, realizzato in partnership con le A.C.L.I. aps come già negli ultimi anni, con la possibilità di svolgere il servizio all’interno del COR, consentirà ai volontari di vivere un’esperienza formativa e di servizio all’interno delle attività dell’associazione.
E’ già possibile presentare la domanda tramite la piattaforma DOL predisposta dal Dipartimento delle Politiche Giovanili ed il Servizio Civile Universale. Il COR è infatti accreditato all’Albo degli Enti di Servizio Civile Universale come ente che può accogliere operatori volontari, coinvolgendo i giovani prevalentemente in esperienze di accoglienza dei più piccoli, in linea con la mission associativa. Possono presentare domanda tutti i giovani, tra i 18 ed i 28 anni, che intendono partecipare al bando di Servizio Civile Universale fino alle 14.00 di giovedì 18 febbraio 2025.
Il progetto ‘Spazio ai Talenti’ ambisce a combattere il problema della povertà educativa, affrontando in particolare il fenomeno del disagio giovanile, l’isolamento sociale, in collegamento alla dispersione scolastica e al fenomeno dei NEET. Punta quindi sul sostegno allo studio per i ragazzi e i giovani dai 6 ai 18 anni dei territori coinvolti, ma soprattutto su attività socializzanti e di promozione delle competenze trasversali, socio-relazionali e sviluppo dei talenti, con percorsi di crescita integrali in contesti informali ed extra-scolastici.
Per i volontari che saranno in servizio civile presso il COR, l’attività si svolgerà principalmente negli oratori parrocchiali. Tutti i dettagli e le modalità di partecipazione sono già illustrati nell’apposita pagina del sito dell’associazione fondata dal Venerabile Arnando Canepa e che da 80 anni promuove a Roma la pastorale oratoriana (https://www.centrooratoriromani.org/risorse/servizio-civile-universale.html).
La seconda iniziativa del COR, lanciata sempre in questi giorni, riguarda il nuovo Bando Oratori che da qualche anno sostiene economicamente la formazione di educatori ed animatori degli oratori e che da quest’anno si apre anche a progetti sviluppati nelle diocesi suburbicarie oltre che a quelli della Diocesi di Roma. Nel corso degli ultimi anni l’associazione ha finanziato progetti educativi realizzati da reti di oratori consentendo a decine di giovani e di adulti di formarsi in maniera adeguata per il loro servizio di annuncio e di animazione nelle comunità di appartenenza.
L’edizione 2025 del nuovo Bando Oratori stanzia 16mila euro (con un notevole incremento anche rispetto alla precedente edizione) in favore di iniziative formative rivolte agli animatori ed educatori degli oratori della Diocesi di Roma e delle Diocesi Suburbicarie favorendo anche la promozione della cooperazione tra oratori dello stesso territorio con il fine di incoraggiare iniziative in un’ottica di percorso sinodale che ogni oratorio è chiamato a compiere uscendo fuori dal proprio contesto di riferimento.
Tutti i dettagli e le modalità di presentazione delle domande sono già disponibili sul sito del COR nella pagina dedicata (https://www.centrooratoriromani.org/risorse/bando-oratori.html). Le domande andranno presentate entro il prossimo 15 aprile per la valutazione e l’assegnazione da parte di una apposita commissione.
“Il nuovo bando di finanziamento, come d’altronde quello dello scorso anno”, ha sottolineato Fabrizio Lo Bascio, Coordinatore del Centro Studi Pastorali del COR, “rappresenta prima che un’occasione per la formazione dei nostri educatori e animatori, un’opportunità per quanto riguarda il processo stesso: cooperare insieme tra le varie realtà, riscoprirsi chiamati a svolgere un comune servizio educativo prezioso nella nostra realtà, suscitare il desiderio di formarsi e di cercare nuove vie per svolgere questo ministero, in definitiva, riscoprirsi Chiesa, è il primo e più significativo risultato che questo progetto può realizzare”.
(Foto: COR)
Luca Diotallevi spiega perché la Messa è sbiadita
“In questo tempo non una piccola porzione di cristiani, ma una larga maggioranza è consapevole che ‘il tempo si è fatto breve’… Oggi possiamo vederlo ancora più chiaramente questo kairos della fede, a condizione di saper affrontare con onestà la domanda con cui il Gesù del quarto Vangelo mise con le spalle al muro i discepoli inviatigli dal Battista, forse ancora un po’ appannati da un entusiasmo che ancora non sapevano essere nel loro interesse dismettere. ‘Cosa cercate?’ gli chiese Gesù poco prima delle quattro di quel pomeriggio”.
Così iniziava la prolusione dell’inaugurazione dell’anno accademico della Pontificia Facoltà Teologica della Sardegna del prof. Luca Diotallevi, docente di Sociologia all’Università Roma Tre, autore del volume ‘La messa è sbiadita. La partecipazione ai riti religiosi in Italia dal 1993 al 2019’, incontrato a Macerata, invitato dall’Azione Cattolica diocesana.
Durante l’incontro il prof. Luca Diotallevi, presidente diocesano dell’Azione Cattolica di Terni, ha sottolineato le possibili ‘cause’ della diminuzione della partecipazione dei fedeli alla messa domenicale: “Oltre a calare di volume ed a perdere di rilevanza extra-religiosa, l’appartenenza ecclesiale risente di una elevatissima e crescente frammentazione. A cause storiche ben note, di recente se ne è aggiunta una nuova.
Un vero e proprio consumismo religioso non solo è dilagato, ma è stato assecondato dall’azione pastorale. Dalle risposte raccolte l’arcipelago di gruppi, movimenti, santuari, feste patronali, modalità e luoghi di culto i più vari, viene giudicato un fattore di frammentazione del tessuto ecclesiale e una minaccia al regime di comunione. I criteri di discernimento delle aggregazioni ecclesiali che la Conferenza Episcopale Italiana aveva formulato negli anni ’90 sembrano essere ignorati, sino al punto di venire rimossi o tranquillamente contraddetti”.
Per il sociologo le iniziative proposte non offrono continuità e soffrono di frammentazione: “Cammini, gruppi, tecniche, movimenti, uffici pastorali, ed una quantità di iniziative e di eventi sui quali si investe nella speranza di trovarvi la soluzione al problema della nuova evangelizzazione o ‘primo annuncio’, nella larga maggioranza dei casi non favoriscono lo sviluppo di una maturità umana e cristiana, ecclesiale e civile.
Essi non appaiono in grado di garantire quello che per tanto tempo aveva garantito l’associazionismo ecclesiale e che ancora, seppur tra ostacoli e difficoltà anche pastorali, è capace di offrire (in particolare di Azione Cattolica secondo la definizione del punto 20 della decreto conciliare sull’apostolato dei laici Apostolicam actuositatem”.
Ed il crollo della partecipazione alla messa domenicale è evidente: si è passati dal 37,3% della popolazione adulta nel 1993 al 23,7% del 2019. I giovani che dichiarano di frequentare sono l’8% e gli adolescenti il 12%. Nel 2019 le donne maggiorenni che dichiarano una pratica almeno settimanale sono ancora più degli uomini: il 28,7% delle prime contro il 18,3% dei secondi. Tuttavia il dato da evidenziare è che nel caso delle donne si è perso quasi il 40% del valore registrato nel 1993 e nel caso degli uomini poco più del 30%:
“Il declino alla frequenza al rito domenicale è dunque più veloce tra le donne che tra gli uomini, ed è evidente che questo gender factor ha consistenti e crescenti effetti tanto religiosi quanto extrareligiosi, e questo fattore nuovo produrrà ulteriori e profonde trasformazioni. La vita ordinaria delle parrocchie italiane è infatti composta prevalentemente da donne così come l’educazione religiosa dei figli nelle famiglie”.
Al termine dell’incontro abbiamo chiesto se a 25 anni dall’invito ai giovani, presenti a Roma nella Giornata Mondiale della Gioventù, a guardare in alto di san Giovanni Paolo II può considerarsi ancora valido: “E’ valido nel senso evangelico del termine, cioè dobbiamo saper porre una discontinuità nel nostro modo di fare le cose,fidandoci del Signore e cominciando a farle in modo diverso”.
Lei ha scritto il volume ‘La messa è sbiadita’: perché si è sbiadita?
“Probabilmente è diventata più uno spettacolo che una liturgia. Gli spettacoli sono anche gradevoli, ma dopo i quali la vita continua come prima; mentre la liturgia consiste nell’iniziare a vivere in un altro modo. Le nostre messe sono spettacoli, di cui ne fruiamo individualmente”.
Ma cosa sta succedendo?
“I processi religiosi, a differenza di quelli finanziari, hanno una forte inerzia: se cresce l’inflazione ce ne accorgiamo il giorno dopo, se cala la partecipazione alla messa occorrono decine di anni per osservare gli effetti. Il punto di rottura sono gli anni Sessanta, ma il calo lo abbiamo iniziato a vedere quando le generazioni di allora e quelle successive hanno iniziato a prendere la scena. Non è un caso, poi, che all’inizio degli anni Ottanta inizi a crescere anche l’età media del primo figlio e dell’ordinazione presbiterale. Tutti elementi che certificano il classico esempio di ritardo del passaggio all’età adulta da parte di coloro che hanno ‘fatto’ il Sessantotto”.
In questi anni come è cambiato il sentimento del popolo cattolico verso la fede?
“Ci si è convinti che ognuno si fa la fede sua. Le Sacre Scritture, il Magistero della Chiesa, la Tradizione non contano: entro in chiesa allo stesso modo in cui entro in un supermarket. Compro qualcosa e lascio qualcos’altro”.
Nel libro evidenzia che il calo dei laici è superiore alla crisi vocazionale dei sacerdoti: da cosa dipende?
“Il carico di lavoro del prete è calato, i sacerdoti ordinati sono il 62% di quelli ordinati negli anni ‘90 ma non c’è paragone con i laici che si recano in chiesa scesi al 23,7%. Dunque, magari bisogna riorganizzare le strutture e ottimizzare le parrocchie in base al numero di abitanti ma i preti ancora ci sono, di meno ma ci sono. Ciò invece cui andiamo incontro è una forte riduzione della platea dei praticanti, soprattutto perché una parte significativa di quelli attuali è costituita da persone anziane”.
In un capitolo lei mette in confronto la partecipazione alla vita sociale della città con la partecipazione alla messa: esiste un rapporto?
“La partecipazione è in crisi in ogni ambito della società e non solo nell’ambito ecclesiale, in quanto siamo abituati a prendere i ‘prodotti’ finiti e non a partecipare alla loro costruzione. Non facciamo politica, non partecipiamo al sindacato, non mangiamo insieme ed anche alla messa prendiamo quello che serve. Quindi non sappiamo più partecipare”.
La sua indagine mostra che la partecipazione era ‘scarsa’ anche prima dell’effetto del Covid 19: per quale motivo non si è avuto il coraggio di riconoscere prima le dinamiche?
“Non si sono volute riconoscere prima queste dinamiche, perché se riconosco che una cosa non funziona sono costretto ad escogitare qualcosa per cercare di cambiare. Il Covid è riuscito a rilevare questo problema, fornendoci un grande alibi… Però dopo il Covid continua quello che c’era prima”.
Come poter fare comprendere che la messa è una verità ‘sinfonica’?
“Attraverso la partecipazione a quei gesti senza mettersi nascosti in un angolo, prendendo quello che serve. La messa, come tutte le prassi, è qualcosa che va capito ed approfondito. Non è una cosa semplice. Banalizzare serve solo a sbiadire”.
In tale contesto quale è il compito dell’Azione Cattolica?
“Formare il più possibile la coscienza, la volontà, l’intelletto e sperimentare l’amicizia nella Chiesa con grande libertà”.
(Tratto da Aci Stampa)
L’Università Cattolica apre alla cooperazione internazionale con i giovani dell’Africa
“Per coloro che mi ascoltano per la prima volta, risulterà forse inconsueto che abbia utilizzato la parola famiglia per identificare l’intera Università Cattolica. E’ un termine che uso abitualmente perché credo che renda in maniera vivida qual è la nostra identità, quella cioè di un organismo che necessita di una cooperazione tra le diverse sensibilità che lo animano. Solo con questa cooperazione creativa e responsabile è possibile sentirsi una famiglia con il compito primario di formare con qualità e rigore le studentesse e gli studenti che ci hanno scelto, e che saluto con particolare affetto”:
si è presentata con queste parole, pronunciate nel primo discorso inaugurale da rettore dell’Università Cattolica, la prof.ssa Elena Beccalli, a cui sono intervenuti l’arcivescovo di Milano e presidente dell’Istituto ‘Giuseppe Toniolo di Studi superiori’, mons. Mario Delpini, il ministro per l’Università e la ricerca, Anna Maria Bernini, il Premio Nobel per la pace 2011 Leymah Gbowee e l’economista ghanese Ernest Aryeetey. Molte le alte cariche dello Stato e le autorità religiose presenti, tra le quali il card. Peter Turkson, cancelliere della Pontificia Accademia delle Scienze e della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali, prefetto emerito del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale.
Nel discorso la rettrice dell’Università ha sottolineato il valore della cooperazione internazionale: “La valorizzazione della proiezione internazionale è un tratto che ha caratterizzato in maniera particolare l’anno accademico appena trascorso. In base agli ultimi dati, si è registrato un aumento di circa il 18% nel numero di studenti internazionali provenienti da tutti i continenti che hanno scelto di iscriversi nei nostri percorsi. Virtuosa è anche la circolarità globale della comunità studentesca: secondo l’ultimo QS Europe Ranking, l’Università Cattolica del Sacro Cuore si classifica al primo posto in Italia per outbound students, pari a circa 3.000 studenti in uscita. Altrettanto rilevante è la presenza di inbound students, che colloca l’Ateneo al terzo posto in Italia, con circa 2.000 studenti che scelgono dall’estero di studiare in Cattolica”.
Quindi ha riportato alcuni numeri di tale cooperazione: “Estesa è la rete di partner a livello globale con oltre 600 università in 82 paesi; in particolare sottolineo le collaborazioni consolidate con 36 dei primi 100 atenei del mondo (QS University Ranking 2024). Sono qualificati e numerosi i programmi di doppia laurea (attualmente 112 accordi), come pure gli scambi di docenti e i progetti di ricerca congiunti. Tutte iniziative che consolidano la nostra reputazione globale e potenziano le opportunità per gli studenti”.
Ecco il motivo per cui l’Università Cattolica è un’eccellenza: “Il nostro Ateneo si conferma come un centro di eccellenza nella ricerca scientifica in Italia e in Europa, con un portafoglio di circa 1.400 progetti attivi per un valore complessivo di € 140.000.000 ed un censimento di 4.300 pubblicazioni scientifiche nel 2024. Sono più di 160 i progetti finanziati dall’Unione europea (di cui la metà con Horizon 2020 e Horizon Europe) e che hanno assicurato all’Università finanziamenti per oltre € 44.000.000 dal 2018 al 2023.
Ricerca e terza missione, con un approccio transdisciplinare, si sono spesso intersecate generando benefici per la collettività attraverso le iniziative dei 39 Dipartimenti, delle 8 Alte scuole, dei 4 Centri di Ateneo e dell’alleanza strategica SACRU, all’interno della più ampia rete della FIUC – Federazione Internazionale delle Università Cattoliche”.
In conclusione ha tracciato alcune linee programmatiche affinchè l’Università Cattolica resti una delle migliori nel mondo: “Per riassumere, se l’Università Cattolica del Sacro Cuore vuole essere l’Università migliore per il mondo dovrà convintamente ispirarsi alle tre linee ideali appena tracciate: servire il sapere con uno sguardo lungo e integrale per elaborare nuovi paradigmi, far dialogare le discipline per evitare di cadere nella parcellizzazione, educare donne e uomini di valore per insegnare a riconoscere la verità…
Il primo attiene al loro ruolo: siamo convinti che non siano utenti ai quali offrire un servizio, come una consolidata tendenza ci indurrebbe a fare, quanto piuttosto persone animate dalla speranza di vivere un’esperienza educativa che valorizzi le loro intelligenze multiple, ossia i tre linguaggi della testa, del cuore e delle mani spesso evocati da papa Francesco. Il secondo tema riguarda il loro futuro: riteniamo che le università debbano preparare le classi dirigenti e le generazioni del domani nella consapevolezza che la professionalizzazione non è in alcun modo in sé sufficiente e, soprattutto, che non è il solo fine da indicare come orizzonte del percorso universitario”.
Questi sono i motivi principali per l’attivazione di un ‘Piano Africa’: “Il primo banco di prova dell’efficacia di questa proposta potrà essere il Piano Africa dell’Università Cattolica del Sacro Cuore. Si tratta di una struttura d’azione, in coerenza con quell’indirizzo di apertura dell’Ateneo che prima ricordavo, che mira a porre il continente africano al cuore delle progettualità educative, di ricerca e di terza missione.
Secondo uno spirito di reciprocità, l’Ateneo intende ampliare i percorsi per la formazione di giovani africani in loco o nel nostro paese, diventare polo educativo per i giovani africani di seconda generazione che vivono in Europa, spesso ai margini, pur rappresentando una parte rilevante del nostro futuro, nonché rendere sempre più sistematiche le esperienze curriculari di volontariato per i nostri studenti.
L’aspirazione è diventare l’Università europea con la più rilevante presenza in Africa, attraverso partnership con atenei e istituzioni locali, nell’ottica di un arricchimento vicendevole, per la formazione integrale delle persone e la promozione della fratellanza e, non da ultimo, della pacifica convivenza sociale”.
La cerimonia è proseguita con le prolusioni affidate al Premio Nobel Leymah Gbowee, fondatrice della fondazione ‘Gbowee Peace Foundation Africa’ (GPFA), che ha sede a Monrovia in Liberia: “Sono convinta che l’educazione sia un’assicurazione sulla vita e l’istruzione un investimento a 360 gradi. Perché non si studia solo per arricchirsi, ma per trasformare sé stessi e il mondo, per dare dignità alle persone, per capire che, indipendentemente dal colore della pelle, siamo tutti esseri umani e dobbiamo rispettarci…
L’essenza della pace non è assenza di guerra, ma creazione di condizioni che diano dignità a tutti. Se ciascuno in un paese può dire di vivere in dignità allora in quel paese c’è la pace. Il valore della formazione sta nel riconoscere l’umanità dell’altro. E’ importante, in quest’ottica, lo scambio tra l’Università Cattolica e l’Africa per il confronto intellettuale, la ricerca e il riconoscimento dei doni e dei talenti reciproci”.
Di investimento sulle giovani generazioni africane ha parlato anche il presidente del Consiglio di amministrazione dell’African Economic Research Consortium, già segretario generale dell’African Research Universities Alliance, Ernest Aryeetey, secondo cui “le strutture economiche di molti Paesi dell’Africa subsahariana non si sono trasformate a sufficienza per creare un numero di posti di lavoro adeguato a soddisfare la crescente domanda della popolazione giovanile.
Inoltre, molte iniziative trascurano lo sviluppo di competenze trasversali essenziali. E spesso anche le barriere culturali limitano la partecipazione delle donne al mercato del lavoro. La necessità di approcci trasformativi a lungo termine che affrontino queste sfide strutturali sta diventando sempre più urgente. Per affrontare efficacemente la crisi della disoccupazione giovanile in Africa è necessario uno sforzo comune che affronti direttamente le principali sfide strutturali del continente”.
Nel saluto iniziale mons. Claudio Giuliodori, assistente ecclesiastico generale dell’Università Cattolica, ha sottolineato il valore di quest’apertura verso l’Africa: “Guidato da questa visione, il cuore grande del nostro Ateneo si apre sempre più al mondo e in questo anno guarda in modo particolare all’Africa, Continente martoriato e ancora segnato da gravi squilibri e difficoltà, ma anche cuore pulsante del pianeta che coltiva le energie più giovani e le speranze più grandi. Con questo sguardo concreto e solidale vogliamo contrastare la sfiducia e la stanchezza che spesso solcano i nostri volti e amareggiano la nostra vita”.
Mentre l’arcivescovo di Milano, mons. Mario Delpini, ha invitato gli studenti a combattere le banalità: “La banalità è l’esito di un sapere che si riduce a raccolta di una attrezzatura e l’Università Cattolica contrasta la banalità, la riduzione del sapere ad attrezzatura perché propone di intendere il sapere come un fattore della sapienza, che contempla, interpreta, utilizza e criticamente ripensa l’utilizzo e non rinuncia a sognare”.
Tale banalità può essere contrastata perché la conoscenza è relazione: “La banalità è frutto di quel modo di informarsi sul mondo che si riduce a raccogliere e analizzare dati, fotografie, bibliografie. L’Università Cattolica contrasta la banalità perché intende la conoscenza come relazione. E gli interventi di questa inaugurazione sono un segno di questo modo di conoscere situazioni, problematiche, speranza del continente africano non solo accumulando dati, ma piuttosto coltivando relazioni”.
Ugualmente nell’omelia della celebrazione eucaristica, che ha concluso la giornata inaugurale, l’arcivescovo ambrosiano ha riflettuto sulla degenerazione interpretativa del ‘sabato’, prendendo spunto dalla guarigione operata da Gesù nel giorno di riposo: “La degenerazione del comandamento del sabato fa riflettere sulla degenerazione della burocrazia: la burocrazia, strumento irrinunciabile per evitare l’arbitrio e consentire la verifica della correttezza può degenerare in un groviglio di cavilli, in un’ossessione per la procedura, in un’imposizione di adempimenti e di rendicontazioni.
E tutto diventa noia e tutto può diventare arma per sorprendere l’inadempienza e fare lo sgambetto a chi corre avanti. E l’alluvione dei moduli, delle firme, delle certificazioni riduce le persone a raccogliere dati e scarica le responsabilità sull’algoritmo”.
Per questo ha invitato l’Università ad ‘alzarsi’ per essere ‘missionaria’: “Così l’animo umano, così la comunità dell’università cattolica, così la cultura possono raccogliere con prontezza il comando di Gesù. Egli si alzò e lo seguì. E forse anche noi possiamo metterci alla sequela del Signore. Una cultura che si alza in piedi, perché trova noioso, frustrante, insoddisfacente stare seduta…
Una cultura che si alza in piedi e segue Gesù, disponibile a essere impopolare come lo è stato Gesù, perseguitata, come hanno perseguitato Gesù, missionaria, come è stato missionario Gesù. Una cultura che si alza in piedi e segue Gesù e ascolta la cultura del tempo e apprezza ogni singola scintilla di luce e cammina insieme con tutti i fratelli e le sorelle per attraversare il tempo e cercarne il compimento”.
(Foto: Università Cattolica)
Da Tallin un messaggio di speranza per l’Europa
“Da molti anni la comunità ecumenica di Taizé guida il pellegrinaggio di fiducia sulla Terra, un filo ininterrotto di incontri in molti Paesi che si è fermato più volte in Francia. Così, su iniziativa dell’Arcivescovo di Parigi e su invito delle Chiese cristiane di Parigi e della sua regione, il prossimo incontro europeo dei giovani si svolgerà nella capitale francese dal 28 dicembre 2025 al 1° gennaio 2026”: questo annuncio è stato dato al termine dell’incontro europeo dei giovani, svoltosi a Tallin, in Estonia, a fine dicembre, in un comunicato congiunto dal metropolita Dimitrios, presidente dei vescovi ortodossi francesi, dal pastore Christian Krieger, presidente della federazione protestante francese, e da mons. Éric de Moulins-Beaufort, presidente della conferenza episcopale francese.
Nell’annuncio i co-presidenti del Consiglio delle Chiese Cristiane di Francia, hanno dato il loro ‘pieno’ sostegno a questa scelta della comunità di Taizé, che nei mesi precedenti hanno effettuato diversi incontri per pianificare l’incontro annuale, invitando i giovani nella capitale francese: “Questo incontro sarà una grande opportunità per incontrarci in uno spirito di preghiera e di fraternità, di condivisione e di celebrazione, e per stabilire così una testimonianza cristiana di unità nel cuore di un mondo attraversato da tante tragedie e crisi. E’ a nome delle Chiese cristiane presenti in Francia che noi, leader cattolici, ortodossi e protestanti, vi invitiamo a venire a Parigi. In effetti, anche noi parliamo con una sola voce”.
Nel messaggio conclusivo hanno richiamato la lettera di frére Matthew, che è stato il filo conduttore dell’incontro appena terminato, per ‘sperare oltre ogni speranza’: “E crediamo che questo incontro a Parigi ci permetterà di sperimentare in modo molto concreto come l’ospitalità condivisa sia un segno bello e vero di speranza. Cari giovani, ne siamo convinti: sarete accolti con calore dai credenti delle nostre rispettive comunità cristiane, e anche dalle persone di buona volontà che decideranno di aprirvi le loro porte… E fino ad allora, la nostra comunione fraterna ci rafforzi reciprocamente per un migliore servizio a Dio e ai nostri fratelli e sorelle in Cristo, al servizio dell’annuncio del Vangelo in un mondo che ha tanto bisogno di speranza”.
Infatti nell’ultima meditazione frére Matthew ha ringraziato i giovani per le loro testimonianze di comunione con l’invito a condividere nei propri Paesi di origine ciò che hanno vissuto in questi giorni: “Ciò che avete condiviso insieme vi preparerà per il viaggio di ritorno, perché sebbene ciò che viviamo in questi giorni qui a Tallinn sia importante, il suo valore aumenta quando influenza la nostra vita quotidiana”.
La sfida è quella di testimoniare Dio, che è speranza, nel mondo: “La sfida per tutti noi è come discernere la presenza di Dio nel mezzo delle nostre lotte. Pur provenendo da situazioni molto diverse, come possiamo restare persone di speranza? Nella lingua kikuyu dell’Africa orientale, uno degli attributi di Dio è che Egli è ‘degno di speranza’, il Dio in cui possiamo riporre la nostra speranza”.
Tale speranza si concretizza nella resurrezione di Cristo: “Ciò si manifesta soprattutto nella vita, morte e risurrezione di Gesù. Eppure Gesù ha veramente sperimentato la durezza dell’esistenza umana e perfino la morte. Non è scappato da lei. Perché la nostra speranza cresca veramente, significa che dobbiamo affrontare la realtà così com’è, ma vederla alla luce delle promesse di Dio. Niente, nemmeno la morte, può separarci dall’amore fedele di Dio”.
Dopo essere risorto Gesù ha invitato i discepoli ad andare in Galilea, che anche oggi è inizio per testimoniare Gesù nel mondo contemporaneo: “Gesù li precede in Galilea, dove ha avuto inizio il Vangelo. Ciò suggerisce un nuovo inizio, ma anche un ritorno alle origini. Ma le donne fuggono dal sepolcro, prese dal terrore e dallo stupore. Questo è il motivo per cui, ci viene detto, non lo hanno detto a nessuno…
In questi giorni, provenienti da contesti, Paesi, Chiese ed epoche diverse, non abbiamo sperimentato un segno della speranza che ci promette la fiducia in Cristo risorto? Poiché Cristo è la nostra pace e ci dona questa pace, da pellegrini di speranza diventiamo anche pellegrini di pace”.
L’incontro è concluso con l’invito alla preghiera: “La pace senza giustizia non è vera pace, ma esiste anche una libertà interiore che deriva dalla fiducia più semplice, che chiamiamo fede. Mentre lottiamo per una pace giusta ovunque viviamo, faremo tutto ciò che è in nostro potere per rimanere liberi dentro di noi? Ogni venerdì a Taizé preghiamo in silenzio per la pace nel nostro mondo. Potremmo non avere le risposte che desideriamo, ma stare alla presenza di Dio può far sorgere in noi intuizioni. Alcune di queste intuizioni, condividendole con gli altri, ci porteranno forse ad agire”.
Un invito all’azione come ha fatto Gesù in quanto commosso dalla folla che lo seguiva: “La sua emozione si tradurrà in un’azione gentile ed efficace. Per prima cosa guarì i malati tra la folla. Ma la notte comincia a calare. I suoi amici vogliono mandare via la folla in cerca di cibo. Gesù, invece di essere d’accordo con loro, chiede ai suoi amici di guardare quello che già hanno. Trovarono cinque pani e due pesci, il che sembrò insufficiente data la grandezza del compito.
Ringrazia per quel poco che hanno trovato, spezza il pane e gli amici distribuiscono il cibo alla folla. E ciò che resta va oltre i loro bisogni. Gesù rifiuta di rassegnarsi ad una situazione che sembra impossibile. Il pasto che segue è un assaggio di ciò che avverrà in pieno nel futuro di Dio. La nostra fame e sete saranno soddisfatte ad ogni livello”.
Frère Matthew ha invitato i giovani ad avere fiducia in Gesù ed ad agire nello stesso modo: “Questa storia può plasmare la nostra speranza che, come è scritto nella Lettera, diventa ‘come l’ancora di una barca’. Ci tiene stretti quando infuria la tempesta. Ci permette di sperimentare piccoli segni della nostra fedeltà alla chiamata che abbiamo ricevuto e alle persone che ci sono state affidate”.
Ciò che è stato ascoltato e vissuto nella capitale estone è possibile vivere anche nelle proprie comunità locali: “Inizi a pensare al tuo ritorno a casa. Quanto poco avete da offrire a Gesù affinché la speranza fiorisca nelle vostre comunità locali, nelle vostre Chiese e cappellanie? I segni più piccoli significano molto. Il profeta Geremia aveva acquistato un campo nella sua città, nonostante la minaccia della sua distruzione. Segni di speranza danno coraggio a tutti, speranza per la famiglia umana, speranza per la buona creazione di Dio”.
Il racconto è proseguito con la sua visita natalizia in Libano: “Ho trascorso la settimana scorsa in Libano. Con uno dei miei fratelli di quel Paese abbiamo visitato i cristiani in diversi luoghi per festeggiare con loro il Natale. Sapete che il Medio Oriente è attualmente dilaniato dalla guerra. Abbiamo tanti amici lì e la nostra visita è stata un piccolo segno di solidarietà nei loro confronti”.
Quindi ha raccontato l’accoglienza offerta dal popolo libanese: “La generosità dell’accoglienza in un Paese dove c’è stata tanta distruzione mi ha tolto il fiato. In molte parti del Paese gli edifici sono in rovina, ma le persone stanno dimostrando un’incredibile resilienza. Questa resilienza è un modo per resistere alla violenza che è stata scatenata. C’è tanta incertezza oggi. La guerra potrebbe tornare. Nonostante ciò, le persone che abbiamo incontrato hanno condiviso la gioia del Natale. La loro fede è la luce che splende nelle tenebre”.
Ma nonostante la guerra i giovani libanesi non hanno perso la speranza: “Abbiamo anche incontrato uno sceicco musulmano nel sud del Paese. La sua casa è stata distrutta e alcuni villaggi vicini sono ancora inaccessibili. Le bombe cadevano ancora quando seppellì anche i morti cristiani aspettando che il sacerdote venisse a compiere i riti necessari.
Quando ho parlato con i giovani libanesi durante i recenti bombardamenti, ho potuto percepire la loro speranza per un futuro di pace e giustizia. Il loro coraggio era palpabile, anche se la disperazione non era lontana… Questo è quello che ho sentito molto forte ascoltando questi giovani. Gli incontri della scorsa settimana hanno confermato ciò che avevo sentito in precedenza”.
Però l’invito del priore di Taizè è stato quello di non scoraggiarsi: “Gesù stesso è nato nella povertà, in un tempo in cui nulla era chiaro nel paese in cui avrebbe vissuto. Anche noi possiamo trovarci in situazioni in cui non vediamo la strada da seguire. Potremmo sentirci arrabbiati e impotenti riguardo a certe realtà, ma questo può spingerci all’azione?.. I gesti più semplici possono diventare indicatori del nostro desiderio di speranza”.
A tale meditazione è seguita la testimonianza di Marta ed Andriana, provenienti da Leopoli: “Sarò sincero, non è sempre facile mantenere la speranza quando vediamo questa ingiustizia che dura da così tanto tempo… Ma ciò che ci aiuta a non perderla è la fede. Crediamo che ciò che non è possibile per gli esseri umani sia possibile per Dio. C’è sempre l’alba dopo una notte buia. Crediamo che Lui sia sempre con chi soffre e che senta anche il nostro dolore. Sappiamo anche che Egli non ci lascia soli in questa difficile situazione”.
Mentre Marta ha chiesto di intensificare la preghiera: “Pregate per tutte le persone che hanno perso la vita a causa di questa guerra crudele e ingiusta, che hanno perso i loro cari e le loro case, per i nostri soldati che ci proteggono ogni giorno a rischio della loro vita. Possa ogni famiglia ritrovarli sani e salvi a casa. Per tutti coloro che sono stati catturati, feriti, dispersi, che provano dolore fisico o mentale, sofferenti e bisognosi. Grazie per le vostre preghiere, le sentiamo tutti!”
Le meditazioni di questo incontro europeo si sono basate sulla lettera scritta dal priore di Taizé, ‘Sperare oltre la speranza’: “In un tempo in cui è facile lasciarsi scoraggiare da ciò che vediamo nel mondo e nella società, siamo disposti ad ascoltarci gli uni gli altri e a scoprire cosa è stato depositato gli uni nei cuori degli altri? Per scrivere questa lettera ho passato molto tempo ad ascoltare i giovani che vivono in zone di guerra. Sono rimasto colpito dal loro coraggio e dalla loro resistenza. Molti dei miei interlocutori mi hanno raccontato l’importanza della loro fede di fronte alla dura realtà della loro esistenza”.
Perciò la riflessione si è concentrata sulla preghiera del Magnificat, in cui la Madre di Dio si trova ad affrontare una situazione, in cui è chiesto di dare una risposta: “Vivendo in un paese occupato, capì l’importanza della fede in Dio e seppe dire ‘sì’ a ciò che Dio le chiedeva. Va a trovare sua cugina Elisabeth, anche lei in attesa di un parto improbabile. Come Maria, ognuno di noi ha bisogno di persone come Elisabetta che confermino ciò che abbiamo capito che Dio ci chiedeva, ma non abbiamo osato credere”.
La Sua risposta è conseguenza di una ‘visione’ della realtà, che permette di vivere la speranza: “La conferma della cugina suscita in Maria il suo canto di lode. Vede che Dio esalterà gli umili e che i potenti saranno rovesciati dai loro troni. La sua visione è quella di un mondo che, sotto il segno dell’amore misericordioso di Dio, sia un mondo di giustizia e di pace dove a nessuno manca nulla. Quando sento queste parole, qualcosa in me osa credere che le situazioni possano cambiare e la mia speranza rinasce”.
Un’ultima sottolineatura; le decorazioni della pista di pattinaggio di Tondiraba, luogo delle preghiere serali, sono state ispirate dal lavoro dell’artista estone Anu Raud: “I formati e i motivi utilizzati per la decorazione ci immergono nell’inverno e nel freddo, riunendo diversi elementi della campagna e della cultura estone. Al centro di tutto c’è una scena semplice: la nascita di Gesù. Nel freddo e nella neve, una casa calda, una mangiatoia accogliente. La culla diventa il centro che ci riunisce per una preghiera comune, il calore che ci avvolge nel cuore dell’inverno. Siamo nel bel mezzo dei giorni bui di novembre in Estonia, e stiamo aspettando la luce, stiamo aspettando la nascita di un re, la nascita di Gesù”.
(Tratto da Aci Stampa)
Papa Francesco: la speranza di Cristo va annunciata
“Vi do il benvenuto e sono felice che siate riusciti a organizzare questo vostro pellegrinaggio in questo Anno Giubilare, incentrato sulla speranza. E’ un Anno in cui Dio vuole concederci grazie speciali”: con questo saluto papa Francesco ha accolto i bambini ospiti della Clinica di Oncologia Pediatrica di Wrocław in Polonia.
Il papa ha espresso loro la gioia per questo incontro: “Mentre venivo a incontrarvi, sentivo una gioia nel cuore perché abbiamo la possibilità di donarci speranza e amore a vicenda, gli uni agli altri. E c’è anche un altro motivo: voi, cari bambini e ragazzi, per me siete segni di speranza. E perché? Perché sono sicuro che in voi è presente Gesù. E dove c’è Lui, c’è la speranza che non delude! Gesù ha preso su di sé le nostre sofferenze, per amore, e allora anche noi, attraverso il suo amore, possiamo unirci a Lui quando soffriamo”.
Questa è l’amicizia offerta da Gesù: “E questa è una prova di amicizia. Voi lo sapete: quando si è veramente amici, la gioia dell’altro è anche la mia gioia, e il dolore dell’altro è anche il mio dolore. Una volta Gesù disse ai suoi discepoli: ‘Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamato amici’. Anche voi siete amici, voi siete i suoi amici, e potete condividere con Lui gioie e dolori”.
Un’altra prova dell’amicizia di Gesù sono i genitori: “E un’altra prova dell’amicizia di Gesù verso di voi è l’amore e la presenza costante dei vostri genitori, è il sorriso gentile e tenero dei medici, degli infermieri, dei fisioterapisti, che vi curano e lavorano per migliorare la vostra salute, perché non perdiate i vostri sogni e le vostre speranze.
Anch’io vi chiamo amici: voi siete amici! E vorrei chiedervi di aiutarmi a servire la Chiesa. E come? Offrendo, qualche volta, le vostre preghiere, le vostre sofferenze per le intenzioni del Papa”.
Infine ha invitato a pregare per quei bambini che non hanno l’opportunità di curarsi: “E poi vi invito a pregare insieme a me per quei bambini – sono tanti purtroppo! – che non hanno la possibilità di curarsi: sono malati, oppure feriti, e non ci sono medicine, non c’è ospedale, non ci sono medici né infermieri. Ricordiamoci di loro, siamo loro vicini! Cari ragazzi, grazie di essere venuti, siete coraggiosi! E così siete testimoni di speranza per noi adulti e per i vostri coetanei”.
In prima mattinata il papa ha ricevuto i promotori del progetto ‘Écoles de Vie(s)’: “Ogni vita umana ha una dignità inalienabile. Con il vostro impegno, voi proclamate che nessuno è inutile, nessuno è indegno, che ogni esistenza è un dono di Dio da accogliere con amore e rispetto”.
Nel suo ministero Gesù ha sempre accolto gli esclusi: “Questo è ciò che Gesù stesso ci insegna con il suo esempio. Nel suo ministero è sempre andato incontro ai malati, ai rifiutati, a coloro che erano esclusi dalla società del suo tempo. E ha toccato i lebbrosi, ha parlato con gli emarginati e ha accolto con amore coloro che sembravano non avere un posto nella società… Questo è importante: il rapporto con Dio sempre fa rifiorire le persone, sempre!”
Per questo il papa ha elogiato l’azione di questo progetto: “Accogliendo tutti con le loro fragilità e mettendo in relazione un gran numero di attori, voi incarnate quella Chiesa in uscita che ho spesso auspicato, una Chiesa aperta, una Chiesa accogliente, capace di farsi vicina ad ognuno e di curare le ferite di chi soffre, di accarezzare con tenerezza chi è privo di affetto e di rialzare chi è caduto a terra. Pensate che in una sola situazione è lecito guardare una persona dall’alto in basso: per aiutarla a sollevarsi. I giovani in particolare, malgrado i loro limiti, sono ricchi di potenzialità insospettate”.
E’ una questione educativa: “Sono lieto che il vostro progetto si collochi decisamente nella visione dell’educazione proposta nel Patto Educativo Globale: un’educazione integrale che non si limita a trasmettere conoscenze, ma cerca di formare uomini e donne capaci di compassione e amore fraterno”.
Solo in questo modo è possibile la costruzione di una società giusta: “In questo anno giubilare della speranza, vi incoraggio a perseverare con determinazione, perché solo restituendo centralità alla persona umana, integrando le sue dimensioni spirituali, potremo costruire una società veramente giusta e solidale. La vostra iniziativa è una risposta concreta a questa aspirazione: restituisce alle persone, a tutte le persone, emarginate dalla disabilità o dalla fragilità il loro posto all’interno di una comunità fraterna e gioiosa”.
Ed ai responsabili ai responsabili di ‘Congrès Mission’ ha sottolineato che Cristo è ‘nostra speranza’; “La gioia, cari amici, è inseparabile dalla speranza ed è anche inseparabile dalla missione; una gioia che non si riduce all’entusiasmo del momento, ma che nasce dall’incontro con Cristo e ci orienta verso i fratelli. Essere pellegrini significa camminare insieme nella Chiesa, ma anche avere il coraggio di uscire, di andare incontro agli altri. E portare la speranza significa offrire al mondo una parola viva, una parola radicata nel Vangelo, che consola e apre strade nuove”.
E’ stato un invito a ‘portare’ ovunque la speranza cristiana: “Questo significa andare dove gli uomini e le donne vivono le loro gioie e i loro dolori. E’ così che voi portate la speranza, sia nelle vostre comunità sia nei luoghi in cui la Chiesa sembra a volte stanca o ritirata. Grazie per tutto quello che fate, grazie per il vostro dinamismo e il vostro entusiasmo, per la fraternità missionaria che tessete con pazienza e con fede attraverso la Francia…
Ma noi cristiani portiamo una certezza: Cristo è la nostra speranza. Lui è la porta della speranza, sempre. Egli è la buona notizia per questo mondo! E questa speranza (è curioso) non ci appartiene: la speranza non è un possesso da mettere in tasca. No, non ci appartiene. E’ un dono da condividere, una luce da trasmettere. E se la speranza non si condivide, cade”.
E’, quindi, stato un invito ad incoraggiare i giovani: “I giovani sono i primi pellegrini della speranza! Hanno sete di significato, di autenticità e di incontri veri. Ma state attenti, cercate che i giovani si incontrino con gli anziani, perché anche gli anziani sono testimoni della speranza. I giovani, quando vanno dagli anziani, ricevano qualche missione speciale. Fate questo lavoro, che è molto importante. Aiutate i giovani a scoprire Cristo, perché Cristo è la risposta.
Aiutateli a crescere nella fede, a osare scelte coraggiose e a diventare anch’essi discepoli missionari di Gesù, testimoni viventi del Vangelo. Trasmettete loro l’audacia di sognare un mondo più fraterno e accompagnateli, affinché diventino artigiani di speranza nelle loro famiglie, nelle scuole e nei luoghi di lavoro”.
(Foto: Santa Sede)
Il diavolo odia il Matrimonio
Il diavolo odia il matrimonio e fa di tutto per distrugge l’unione tra un uomo e una donna in Cristo Gesù. Lo fa in vari modi, tramite l’azione ordinaria delle tentazioni che colpisce ognuno di noi, ma anche con azioni straordinarie: possessioni, vessazioni e ossessioni. Dobbiamo dire che gli sposi che amano il proprio coniuge nella gratuità, senza aspettarsi nulla in cambio o vivono l’amore più grande che è quello di essere disposti a ‘dare la vita per il proprio coniuge’, non hanno nulla da temere dal demonio.
Ma siccome la maggior parte di noi non viviamo queste vette d’amore siamo a rischio tentazioni. Qui a seguire metteremo in evidenza alcune trappole che ci fanno finire a grave rischio demoniaco: 1) Le sedute spiritiche, pozioni magiche, magia bianca e nera. Papa Benedetto XVI ha sottolineato la pericolosità di queste pratiche: “Nel tentativo di dominare il futuro o influenzare eventi al di fuori della volontà divina, l’uomo si apre a forze oscure che lo portano lontano da Dio. Solo la luce di Cristo libera dal potere delle tenebre”. Queste attività, spesso mascherate da innocue curiosità, sono in realtà porte spalancate verso l’occultismo e il demonio.
2) Cartomanti, occultisti e guaritori, a cui ci si rivolge per risolvere problemi di lavoro, salute e amore. Oltre a spillare soldi al malcapitato (in media circa 500 euro all’anno, ma anche molto di più), chi si rivolge a loro può finire in una trappola occultistica. Nei primi momenti sembra anche di stare risolvendo i problemi, si trova il denaro, l’amore, ma poi si finisce legati mani e piedi: truffe, minacce, rituali a sfondo sessuale, manipolazioni mentali. Ben 12.000.000 di persone in Italia si rivolgono a queste figure. Il 90% delle persone si interfaccia a questo mondo dell’occulto tramite i social e internet, solo il 10% in presenza (tutti questi dati sono dell’Osservatorio Antiplagio Italiano).
3) La televisione può essere un canale dell’occultismo tramite: maghi, stregoni, astrologi, cantanti. Nelle emittenti locali si vedono operare cartomanti ogni sorta di imbonitore, ma anche su canali nazionali.
4) La rete internet, i social sono dei grandi contenitori dove si può incontrare rock satanico, varie diramazioni del mondo dell’occultismo. Papa Francesco ha messo in guardia contro l’uso improprio del web: “Internet è un dono di Dio, ma quando diventa un veicolo di odio, menzogna o pratiche che offendono Dio, si trasforma in uno strumento del maligno”.
5) Tatuaggi e piercing, nel mondo occidentale spesso sono delle vie dove vi è occultismo, esoterismo e satanismo. Lo spiega molto bene il giornalista Carlo Climati: “Il tatuaggio è un simbolo, che ha le sue radici nelle non-culture pagane e tribali di un tempo e promuove una cultura non cristiana. Pertanto, i tatuaggi e i piercing, non sono altro – conclude Carlo Climati- che riti di iniziazione” per invitare i ragazzi a far parte di un culto tribale e primitivo. Sono i nuovi ‘battesimi’ amministrati dalla non-cultura esoterica di oggi. Attraverso la ‘modifica’ del corpo, i giovani aderiscono, consapevolmente o inconsapevolmente, alla nuova era pagana, piena di dei e priva del senso del peccato”.
6) La pornografia è una porta per sviarci dai rapporti sani coniugali, fino ad arrivare ad una vera e propria ribellione al progetto di Dio sugli sposi. Non vi è limite alle perversioni sessuali nei siti porno, dove ogni piacere diventa lecito, fino ad incontrare anche il satanismo. Si resta talmente invischiati da non provare più piacere in un rapporto sano, ma solo in aberrazioni sessuali.
7) La massoneria è pericolosa sia per chi ne fa parte sia per chi la frequenta e si avvantaggia con dei favori dei massoni. L’ex massone Maurice Caillet racconta in varie testimonianze in trasmissioni su Tv 2000 che nelle sedi massoniche spesso si usano azioni magiche e che ha letto in vari scritti massoni che si venera Lucifero come dio del bene.
8) La maledizione generazionale da parte dei genitori verso dei figli che non fanno la loro volontà, ci sono più casi di genitori che per dare più forza a queste maledizioni si rivolgono a maghi e fattucchieri.
9) La separazione coniugale è una grande sciagura e pone fuori (in genere) dai piani di Dio gli sposi, in alcuni casi il risentimento è talmente forte che c’è chi si rivolge a maghi per colpire con disturbi malefici l’ex coniuge.
10) “Halloween- dichiara Padre Francesco Bamonte, vice presidente dell’associazione internazionale esorcisti- serve a far familiarizzare i bambini, gli adolescenti, i giovani con mentalità occulte e magiche. La mia esperienza come quella di altri esorcisti, mostra come la ricorrenza di Halloween incluso il tempo che la prepara, sia di fatto per alcuni giovani, un momento privilegiato con realtà varie o comunque legate al mondo dell’occultismo, con conseguenze gravi non solo sul piano spirituale, ma anche sul piano dell’integrità psicofisica”. “Trasmette e istiga al male, -sottolinea Fratel Biagio – all’orrore, alla violenza e così danneggia e inganna i bambini plagiandoli e illudendoli che è una festa come tutte le altre ed invece è tenebre ed un rito satanico”.
Queste sono alcune delle trappole che ci possono irretire, dobbiamo essere sempre vigilanti e radicarci, fonderci in Gesù Cristo e Maria. Bisogna avere l’umiltà di rivolgersi agli esorcisti in modo da affrontare correttamente i disturbi fisici e mentali a cui non ci sono spiegazioni mediche. Questi sono tempi di prova, di consolazione, di speranza e di una grande professione di fede nella Signoria cosmica di Cristo Signore, siamo in piena Apocalisse, alziamo il capo perché la nostra liberazione è vicina. Siccome Gesù è infinitamente buono, ci ha donato nuove esagerazioni d’amore tramite i Libri di Cielo vergati da Luisa Piccarreta per darci lo strumento per fonderci completamente in Lui e sconfiggere definitivamente il demonio.
Nel volume 17 del 22 settembre 1924 dice: “Figlia mia sono proprio loro ( i demoni); vorrebbero che non scrivessi sulla mia Volontà e quando ti veggono scrivere Verità importanti sul vivere nel mio Volere, soffrono un doppio inferno e tormentano di più i dannati; temono tanto che potessero uscire questi scritti sulla mia Volontà, perché si veggono perduto il loro regno sulla terra, acquistato da loro quando l’uomo, sottraendosi dalla Volontà Divina, diedero libero il passo alla sua volontà umana”.
Che meraviglia! Entriamo nella Volontà Divina leggendo i 36 volumi– Libro di Cielo-, facendo diventare ogni verità di Gesù la nostra vita ed entriamo nell’Avvento del Regno di Dio!
Fonti per questo articolo:
L’omicida sconfitto, libro, autore Fra Benigno esorcista
La mia esperienza di esorcista, libro, autore Cataldo Migliazzo (sacerdote ora in Cielo)
Il diavolo e i suoi attacchi al Matrimonio, libro, autore Fra Benigno
Libro di Cielo, volume 17, diario della Piccola figlia della Divina Volontà Luisa Piccarreta
Testimonianza di un ex massone Maurice Caillet: https://www.youtube.com/watch?v=Y62cFFgmYEg&t=994s
Intervista a Padre Francesco Bamonte presidente dell’Associazione internazionale esorcisti su Hallowen: https://archivio.agensir.it/2018/10/31/halloween-e-una-festa-pericolosa-parlano-gli-esorcisti-non-e-un-gioco-innocente-ma-un-progetto-contro-il-cristianesimo/
Osservatorio Antiplagio: https://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2024/05/17/osservatorio-antiplagio-20-degli-italiani-si-rivolge-ai-maghi_4da5ebec-aeb5-40c7-bd6e-18cd563fc582.html
(Tratto da Adveniat Regnum Tuum)
Il presidente della Repubblica Italiana indica persone per vivere l’anno nuovo
Anno nuovo con il presidente della Repubblica Italiana, Sergio Mattarella, che domenica scorsa, a sorpresa, si è recato a Caivano, partecipando alla celebrazione eucaristica, officiata da don Maurizio Patriciello, nella chiesa dei Santissimi Apostoli della parrocchia del Parco Verde, ringraziando il parroco per l’opera che svolge nella comunità di Caivano: “Gli auguri non sono soltanto per l’anno che è appena cominciato ma sono per il futuro. Specialmente per i bambini e i ragazzi, su di loro ci sono le speranze della comunità. A loro auguriamo un futuro di crescita, di serenità, di lavoro e cultura”.
Al termine della visita don Maurizio Patriciello ha ringraziato il presidente Mattarella per aver testimoniato la presenza dello Stato: “Non me l’aspettavo. Si è presentato mezz’ora prima della Messa il prefetto dicendomi che oggi ci sarebbe stata una sorpresa. Fino a qualche tempo fa dicevo che lo Stato è un signore distinto ma distante. Oggi dico che lo Stato è un signore distinto ma non più distante”.
Una presenza dello Stato manifestata anche nel discorso del presidente della Repubblica italiana di fine anno, ricordando le difficoltà di vivere la pace: “Nella notte di Natale si è diffusa la notizia che a Gaza una bambina di pochi giorni è morta assiderata. Nella stessa notte di Natale feroci bombardamenti russi hanno colpito le centrali di energia delle città dell’Ucraina per costringere quella popolazione civile al buio e al gelo. Gli innocenti rapiti da Hamas, e tuttora ostaggi, vivono un secondo inizio di anno in condizioni disumane. Queste forme di barbarie non risparmiano neppure il Natale e le festività più sentite. Eppure mai come adesso la pace grida la sua urgenza”.
Ed ha sottolineato la necessità per i cittadini di conoscere la Costituzione italiana: “Abbiamo il dovere di osservare la Costituzione che indica norme imprescindibili sulla detenzione in carcere. Il sovraffollamento vi contrasta e rende inaccettabili anche le condizioni di lavoro del personale penitenziario. I detenuti devono potere respirare un’aria diversa da quella che li ha condotti alla illegalità e al crimine. Su questo sono impegnati generosi operatori, che meritano di essere sostenuti”.
Inoltre è importante non dimenticare persone che nello scorso anno hanno prospettato traiettorie importanti per la vita: “Ho incontrato valori e comportamenti positivi e incoraggianti nel volto, nei gesti, nelle testimonianze di tanti nostri concittadini. Li ho incontrati nel coraggio di chi ha saputo trasformare il suo dolore, causato da un evento della vita, in una missione per gli altri. Li ho letti nelle parole di Sammy Basso che insegnano a vivere una vita piena, oltre ogni difficoltà”.
Ma anche nei ragazzi e nelle ragazze che ogni giorno lottano per difendere la dignità della persona: “Si trovano nel rumore delle ragazze e dei ragazzi che non intendono tacere di fronte allo scandalo dei femminicidi. Siamo stati drammaticamente coinvolti nell’orrore per l’inaccettabile sorte di Giulia Cecchettin e, come lei, di tante altre donne uccise dalla barbarie di uomini che non rispettano la libertà e la dignità femminile e, in realtà, non rispettano neppure sé stessi”.
Questi sono alcuni esempi di chi crede nel bene comune che invitano a non ‘cadere’ nell’indifferenza: “Ho fatto riferimento ad alcuni esempi di persone che hanno scelto di operare per il bene comune perché è proprio questa trama di sentimenti, di valori, di tensione ideale quel che tiene assieme le nostre comunità e traduce in realtà quella speranza collettiva che insieme vogliamo costruire.
E’ questa medesima trama che ci consentirà di evitare quelle divaricazioni che lacerano le nostre società producendo un deserto di relazioni, un mondo abitato da tante solitudini. Siamo tutti chiamati ad agire, rifuggendo da egoismo, rassegnazione o indifferenza”.
Senza dimenticare il messaggio del presidente della Repubblica a papa Francesco per ringraziare del messaggio in occasione del messaggio per la Giornata mondiale per la pace con l’invito a ‘seguire’ i suoi suggerimenti: “Affinché, come Ella auspica, il 2025 possa essere un anno in cui ‘cresca la pace’, Vostra Santità suggerisce gesti urgenti e coraggiosi.
Spetta a ciascuno, individualmente e nel contesto sociale di riferimento, raccogliere questo invito a credere nel dialogo e nella pace, a fare di più per gestire con efficacia il fenomeno strutturale delle migrazioni, il degrado ambientale, i rischi e le opportunità connessi alle nuove tecnologie. Tutti temi che investono il futuro dell’umanità e sui cui quali il Suo alto Magistero pone massima attenzione”.
Auguri di buon anno!!!
(Foto: facebook don Patriciello)
Dalla Lettonia un invito alla speranza con il canto del Magnificat
A Tallinn si sono riuniti molti giovani per contribuire a ridare speranza all’Europa ed al mondo, come ha sottolineato nelle meditazioni serali frère Matthew, priore di Taizè: “Siamo molto felici di essere riuniti in questi giorni a Tallinn. Siete venuti in Estonia come pellegrini, da quasi tutti i paesi d’Europa ed oltre, per pregare e condividere, segno di speranza nel nostro continente oggi. Sei stanco per i lunghi viaggi, quindi prometto di non parlare troppo a lungo”.
Ed ha ricordato la sua prima visita molti anni fa: “Ricordo la mia prima visita a Tallinn trent’anni fa. Quando arrivai alla stazione di Baltijaam con un altro fratello, un gruppo di giovani ci stava aspettando. Cantavano e portavano fiori. Il calore della loro accoglienza mi ha toccato molto e non l’ho mai dimenticato”.
Le parole del priore di Taizé è stato un invito ai giovani a non sentirsi appagati: “Viviamo in un’altra epoca, ma non c’è ancora dentro di noi il desiderio di uscire dalla nostra zona di comfort, che esprime la nostra aspirazione alla comunione con gli altri? Ci aiuta a comprendere che siamo chiamati a qualcosa di più grande di ciò che vediamo a prima vista”.
Le meditazioni di questo incontro europeo si baseranno sulla sua lettera ‘Speranza oltre la speranza’: “In un tempo in cui è facile lasciarsi scoraggiare da ciò che vediamo nel mondo e nella società, siamo disposti ad ascoltarci gli uni gli altri e a scoprire cosa è stato depositato gli uni nei cuori degli altri? Per scrivere questa lettera ho passato molto tempo ad ascoltare i giovani che vivono in zone di guerra. Sono rimasto colpito dal loro coraggio e dalla loro resistenza. Molti dei miei interlocutori mi hanno raccontato l’importanza della loro fede di fronte alla dura realtà della loro esistenza”.
La riflessione si è concentrata sulla preghiera del Magnificat, in cui la Madre di Dio si trova ad affrontare una situazione, in cui è chiesto di dare una risposta: “Vivendo in un paese occupato, capì l’importanza della fede in Dio e seppe dire ‘sì’ a ciò che Dio le chiedeva. Va a trovare sua cugina Elisabeth, anche lei in attesa di un parto improbabile. Come Maria, ognuno di noi ha bisogno di persone come Elisabetta che confermino ciò che abbiamo capito che Dio ci chiedeva, ma non abbiamo osato credere”.
La risposta è conseguenza di una ‘visione’ della realtà, che permette di vivere la speranza: “La conferma della cugina suscita in Maria il suo canto di lode. Vede che Dio esalterà gli umili e che i potenti saranno rovesciati dai loro troni. La sua visione è quella di un mondo che, sotto il segno dell’amore misericordioso di Dio, sia un mondo di giustizia e di pace dove a nessuno manca nulla. Quando sento queste parole, qualcosa in me osa credere che le situazioni possano cambiare e la mia speranza rinasce”.
Attraverso una citazione del teologo Gutierrez frère Matthew ha invitato i giovani a ‘cantare’ il Magnificat: “In questi giorni vi invito a cantare il canto di Maria. Mentre lo cantate, pregae per le situazioni che vorreste vedere cambiate. Ricordiamo le persone che vivono sotto regimi oppressivi e che desiderano giustizia e pace. Ricordo bene la rivoluzione cantata del 1991 che permise all’Estonia di riconquistare la propria indipendenza. Molti giovani con cui ho parlato durante la preparazione della Lettera mi hanno parlato dell’importanza del canto per rinnovare la speranza e dare loro il coraggio di perseverare”.
Quindi sperare vuol dire anche ricordare: “Ci vuole coraggio per sperare… Non possiamo dimenticare il passato, ma possiamo guardarlo per costruire l’oggi e costruire passo dopo passo il nostro futuro. Non è così che Dio opera? Attraverso lo Spirito Santo, Dio è costantemente all’opera in noi e intorno a noi, trasforma le nostre ferite e corona le nostre gioie. Non dimentichiamo il passato, ma osiamo sperare oltre ogni speranza”.
Inoltre molto sono stati i messaggi inviati; il patriarca Bartolomeo ha invitato i giovani ad essere speranza nel mondo: “In un mondo segnato da divisioni, conflitti e incertezze, voi siete portatori di nuova speranza. Riunendovi per pregare, condividere e riflettere insieme, manifestate la realtà dell’amore di Dio, che trascende i confini e unisce i cuori in autentica comunione. Attraverso il vostro esempio mostrate che la fede cristiana è una forza trasformatrice capace di portare pace e speranza anche nei momenti più bui. Inoltre, vi invitiamo a pregare in particolare per i paesi e le regioni devastati dalla guerra e dai conflitti, in particolare per l’Ucraina e il Medio Oriente”.
E’ stato un invito ad essere ‘costruttori di comunione’: “Siete chiamati ad essere artigiani di comunione, a costruire ponti dove ci sono muri e ad illuminare il mondo con le vostre azioni e le vostre parole. Preghiamo affinché questo Incontro Europeo sia fonte di ispirazione, rinnovamento spirituale e abbondanti grazie per ciascuno di voi. Il Signore vi guidi e vi rafforzi nel vostro cammino di fede e di testimonianza. Confidiamo che questa esperienza rafforzi in voi il desiderio di servire la Chiesa e la società con generosità e dedizione alla luce del nuovo anno che ci aspetta”.
Mentre il presidente dell’Estonia, Alar Karis, ha affermato che i giovani possono offrire un valido contributo per la ‘costruzione’ dell’Europa: “Voi giovani potete dare un contributo significativo affinché la fiducia nel futuro sia maggiore di quanto non lo sia oggi. La fiducia è la base di tutto, quindi è importante non solo parlarne, ma agire di conseguenza, ciascuno secondo le proprie possibilità. La fiducia alimenta anche la fiducia in se stessi e il coraggio di cui hanno bisogno i bambini, i giovani e gli adulti. Confidando gli uni negli altri e lavorando insieme, possiamo anche sperare che l’Europa di domani abbia il vostro volto e sia progettata da voi. Sarà unita e forte”.
Infine le decorazioni della pista di pattinaggio di Tondiraba, luogo delle preghiere serali, sono state ispirate dal lavoro dell’artista estone Anu Raud. Nata nel 1943, Anu Raud è una nota artista tessile estone. Vive e lavora in una fattoria nella campagna vicino a Tartu. Trae ispirazione dai motivi tradizionali del Paese, dall’osservazione dell’ambiente circostante e dalla vista fuori dalla finestra. E’ inoltre attivamente impegnata nella promozione dell’arte e della cultura popolare estone.
I formati e i motivi utilizzati per la decorazione ci immergono nell’inverno e nel freddo, riunendo diversi elementi della campagna e della cultura estone. Al centro di tutto c’è una scena semplice: la nascita di Gesù. Nel freddo e nella neve, una casa calda, una mangiatoia accogliente. La culla diventa il centro che ci riunisce per una preghiera comune, il calore che ci avvolge nel cuore dell’inverno.
Quando la comunità di Taizè ha presentato il progetto di decorazione ad Anu Raud, lei ha risposto: ‘Siamo nel bel mezzo dei giorni bui di novembre in Estonia, e stiamo aspettando la luce, stiamo aspettando la nascita di un re, la nascita di Gesù’.
(Foto: Comunità di Taizè)
‘Piazza dei Mestieri’ per realizzare i sogni dei giovani
“In questi 20 anni di attività ‘Piazza dei Mestieri’ ha seguito ed avviato al lavoro migliaia di giovani, coinvolgendo docenti, istituzioni locali, imprenditori e famiglie, creando una formula innovativa ed efficiente. Dalla città di Torino la ‘Piazza dei Mestieri’ si è allargata anche a Catania e Milano, dimostrando così l’efficacia di un modello. Il lavoro costituisce un cardine del patto di cittadinanza su cui si fonda la nostra Costituzione. E’, insieme, realizzazione personale e partecipazione al destino comune della Repubblica.
Senza occupazione non c’è dignità. Senza lavoro si piomba nella marginalità e nella solitudine. L riscoperta dei ‘mestieri’, in questo senso, rappresenta un tassello importante per dare prospettive certe ai giovani, rimuovendo le cause economiche e sociali che ne impediscono una piena partecipazione alla vita civile”: con questa lettera del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella che ha voluto raggiungere la Piazza dei Mestieri e tutti i partecipanti, si era conclusa a settembre la festa per il ventennale della fondazione.
Sono state oltre 2.500 le presenze al dialogo che si è dipanato attraverso 12 incontri in un dialogo in cui i giovani sono stati protagonisti interloquendo con le loro domande con gli autorevoli ospiti della settimana. Non sono mancati poi momenti di festa con serate dedicate alla musica (Jazz e Cabaret) e con eventi dedicati agli ex allievi per i quali in questi giorni è stata fondata un’associazione.
Un punto del modello ‘Piazza dei Mestieri’, che i relatori hanno sottolineato, è la sua capacità di essere stato capace di far emergere i talenti dei giovani accompagnandoli nel loro percorso educativo e di inserimento lavorativo, ma anche offrendo proposte per il loro tempo libero come, ad esempio, quelle del ricco cartellone di eventi culturali. Non basta vietare l’eccesso di uso del cellulare, ci vuole qualcosa cha attrae di più, servono luoghi che rispondano al desiderio di felicità dei giovani partendo da un abbraccio capace di accoglierli e di fargli sentire il loro valore, come ha concluso Dario Odifreddi, presidente del consorzio ‘Scuole Lavoro’ e fondatore di ‘Piazza dei Mestieri’:
“Creare un ponte tra formazione e lavoro per dar vita ai nuovi artigiani del futuro. E’ con questo obiettivo che nasceva a Torino ‘Piazza dei Mestieri’, un’esperienza purtroppo unica in Italia. Ogni anno ‘Piazza dei Mestieri’ prepara per il mondo del lavoro cuochi, parrucchieri, maitre di sala, tecnici Ict e grafici, con un occhio attento anche alla prevenzione del disagio giovanile e alla lotta alla dispersione scolastica, perché il lavoro serve per l’educazione… Occorre trasmettere la passione al lavoro, perché esso educa alla libertà ed insegnare un lavoro forma ad essere uomo”.
Era il 26 ottobre 2004 quando a Torino si inaugurava la ‘Piazza dei Mestieri’. In questi vent’anni la ‘Piazza’ è diventata non solo un luogo di educazione e di crescita dei più giovani, ma anche un luogo di incontro per le famiglie e per gli adulti del territorio, un luogo di accoglienza per stranieri e persone in difficoltà, un luogo di cultura e di buon cibo, riproducendo così il modello di piazza dei comuni della tradizione italiana.
Ogni anno la Piazza dei Mestieri, nelle sedi di Torino (2004), Catania (2012) e Milano (2022), accoglie migliaia di giovani italiani e stranieri, che vogliono imparare un mestiere e trovare un lavoro. Nascono così i panettieri, i cioccolatieri e i birrai, i cuochi e i camerieri, i grafici e gli informatici, le acconciatrici ed i barber del futuro:
“Per raggiungere questi risultati sono stati necessari la passione, la dedizione, il lavoro e la gratuità delle tante persone che ogni giorno lavorano fianco a fianco con i ragazzi, veri e propri ‘Maestri’ che si implicano totalmente con la loro vita e con le loro problematiche. Altrettanto decisiva è stata, e sarà, l’alleanza con gli imprenditori e le istituzioni del territorio con cui si è costruita una grande alleanza affinché educazione e lavoro diventino parte di un unico processo educativo”.
Negli anni ‘Piazza dei Mestieri’ ha creato sia un ristorante, finito sulla guida Michelin, che un pub, premiato per le sue birre; poi anche un centro di acconciatura ed estetica; inoltre con ‘Piazza dei Mestieri’ è nato un Istituto Tecnico Superiore, premiato dal Ministero dell’Istruzione. E per favorire l’inserimento lavorativo degli allievi, è nato un Job Center, che segue i ragazzi nei due anni successivi al diploma:
“C’è un’enorme domanda di mestieri tradizionali… La differenza oggi è che vanno rivisti in chiave innovativa, moderna e tecnologica. Fare il maitre o lo chef non può essere uguale a 20 anni fa. I mestieri servono tantissimo, ma non serve riprodurre una cosa vecchia, in quanto oggi un cuoco deve conoscere anche le lingue e le intolleranze alimentari ed un idraulico i materiali più innovativi sul mercato”.
A lui chiediamo di raccontarci la responsabilità educativa degli adulti nei confronti dei ragazzi: “Sfidare la loro libertà, incoraggiarli a scoprire i loro talenti, aiutarli a percepirsi protagonisti della loro vita e di quella del tempo a cui appartengono. Dobbiamo stare nudi davanti a loro, senza uno sguardo moralista e scettico. Per questo la prima responsabilità di noi adulti non è quella verso i nostri giovani, ma quella verso noi stessi, perché siamo noi per primi che dobbiamo riscoprire la positività della vita e del reale”.
I giovani soffrono il ‘male di vivere’?
“Si, hanno molta paura del loro futuro, temono di restare delusi e di deludere le persone a cui vogliono bene. Così tante volte si ritirano dalle sfide che la realtà pone loro di fronte. E’ come se il naturale slancio della gioventù, desideroso di costruire, di scoprire cosa si sta a fare al mondo, di porsi le grandi domande sul senso della vita, fosse imbrigliato da una nebbia che oscura l’orizzonte”.
In quale modo è possibile non mortificare i ‘sogni’ dei giovani?
“Innanzitutto, noi adulti dobbiamo smetterla di lanciare segnali negativi, di dirgli che saranno una generazione che vivrà peggio di noi, che li aspetta un mondo di precarietà, che saranno sopraffatti dalle grandi transizioni in atto. Smettiamo di compiangerli, mettiamoci al loro fianco per aiutarli a scoprire che la vita è un dono destinato a una grande avventura e che nessuna contraddizione ci può togliere il gusto del vivere e di scoprire il nostro destino”.
Perché ‘Piazza dei Mestieri’?
“Venti anni fa ci accorgevamo che tanti adolescenti si perdevano per strada, bisticciavano con la scuola, entravano nel loop dell’abbandono scolastico, perdevano la fiducia nella vita e in molti casi finivano per vivere ai margini della società, talvolta scivolando verso le diverse forme di devianza e di dipendenza. Invece di fare analisi abbiamo deciso di mettere le mani in pasta e di farci compagni del loro cammino”.
Quali sono le origini di ‘Piazza dei Mestieri’?
“Risalgono a molo tempo fa quando con un gruppo di amici universitari che condividevano l’esperienza cristiana ci siamo trovati di fronte alla contraddizione. Nel 1986, in una gita in montagna con più di 300 universitari, il nostro amico più caro, Marco Andreoni, per il distacco di una grossa pietra su cui si trovava, precipitava e moriva. Dopo la rabbia ed il dolore si è fatto strada in noi il desiderio di spendere la vita per qualcosa che valesse la pena. Così il gruppo degli amici più cari ha sempre conservato nel cuore di fare qualcosa di utile da dedicare a Marco. Dopo la laurea siamo andati a lavorare in posti diversi e dopo diversi anni è nata l’occasione per costruire una realtà educativa. E’ nata così la Piazza dei mestieri Marco Andreoni”.
Dopo 20 anni, come si può descrivere ‘Piazza dei Mestieri’?
“Un luogo, a Torino a Catania e a Milano, per i giovani adolescenti, soprattutto per quelli più in difficoltà; un luogo in cui si sviluppano percorsi formativi incentrati sui Mestieri (panettieri, pasticceri, cioccolatieri, birrai, cuochi, camerieri, acconciatori, grafici, informatici) e in cui si può fare un’esperienza reale di lavoro grazie al fatto che abbiamo aperto un ristorante, un pub, un salone di acconciatura, e poi produciamo birra, pane, cioccolato, etc. Tutte attività aperte al pubblico. Un modello innovativo in cui educazione e lavoro vanno a braccetto. Questo è fondamentale per permettere un reale inserimento nel mondo del lavoro.
Un luogo di accoglienza per gli stranieri, di sostegno alla rete di scuole del territorio, un luogo dove si fa anche cultura (facciamo più di 70 eventi culturali ogni anno) e ci si diverte. Nel 2023 abbiamo accolto e accompagnato oltre 11.000 giovani. Ma soprattutto è una casa a cui si può sempre tornare (c’è anche l’associazione ex allievi). Perché ognuno dei nostri ragazzi è come una stella che incontra tante difficoltà nel suo cammino e che ha sempre bisogno di un luogo che la aiuta a riaccendersi a ripartire. Un luogo che ti aspetta e che ti abbraccia qualunque cosa tu abbia fatto o vissuto”.
(Foto: Piazza dei Mestieri)
Da Tallinn i giovani europei di Taizé per ‘sperare oltre ogni speranza’
“Cari giovani, è sulle rive del Baltico, a Tallinn, che vi incontrate quest’anno per il 47° Incontro europeo ospitato dalla comunità di Taizé. Papa Francesco invia i suoi cordiali saluti a voi, così come ai fratelli della comunità, ai leader delle diverse confessioni cristiane in Estonia e a tutte le persone di buona volontà che vi accoglieranno alla fine dell’anno”: così è iniziato il messaggio di papa Francesco inviato dal segretario di Stato vaticano, card. Pietro Parolin, in occasione del 47° Incontro Europeo guidato dalla Comunità di Taizé a Tallinn.
Nel testo si è fatto riferimento al viaggio apostolico nei tre Stati baltici nel 2018, quando “il Santo Padre ha incontrato i giovani della comunità luterana di Kaarli, a Tallinn, e ha avuto queste parole che descrivono anche ciò che state vivendo in questi giorni: è sempre bello riunirsi, condividere testimonianze di vita, esprimere ciò che stiamo vivendo testimonianze di vita, per esprimere ciò che pensiamo e ciò che vogliamo; ed è molto bello stare insieme, noi che crediamo in Gesù Cristo”.
Nel messaggio si è sottolineato lo spirito di fraternità dell’incontro: “Ritrovarsi in uno spirito di condivisione e fraternità: questo è tanto più importante nel contesto odierno, quando il nostro mondo sta attraversando sfide gravi. Molti paesi sono segnati dalla violenza e dalla guerra, molte persone sono vittime di trattamenti inumani e altre ancora sono disorientate dalle disuguaglianze nelle nostre società e dai pericoli ecologici”.
Il messaggio ha ripreso la lettera del priore di Taizè, che ha invitato a ‘sperare oltre ogni speranza’: “In questi giorni a Tallinn, però, si vuole ‘sperare oltre ogni speranza’, secondo il titolo della lettera che fratel Matthew, priore di Taizé, ha scritto per il prossimo anno. Questo appello, in sintonia con il tema dell’anno giubilare che segnerà quest’anno 2025, è rivolto anche a ciascuno di voi”.
Ed ha richiamato la fiduci della Chiesa nei giovani: “Cari giovani, il Santo Padre conta su di voi e ribadisce la fiducia che la Chiesa ripone in voi, perché la Chiesa universale ha bisogno di tutti voi per annunciare oggi la buona notizia dell’amore di Dio. Questo è anche il significato dell’approccio sinodale avviato dalla Chiesa cattolica e che ha dato luogo a grandi progressi nell’amicizia ecumenica con i nostri fratelli e sorelle di diverse confessioni cristiane”.
Infine ha affidato i giovani alla Madre di Dio: “Affidando ciascuno di voi e le vostre famiglie al Signore, per intercessione della Vergine Maria, papa Francesco vi concede di tutto cuore la benedizione apostolica e si affida alla vostra preghiera”.
Nella lettera di frére Matthew sono state riprese le riflessioni raccolte durante gli incontri con i giovani nell’anno: “Quando vorremmo confidare nell’amore di Dio, ciò che vediamo e sentiamo intorno a noi molto spesso sembra contraddire quell’amore. Siamo intrappolati tra ciò che è già successo e quanto deve ancora venire. Questa situazione non è sempre molto confortevole, quando però si apre ad una speranza di realizzazione, dentro di noi qualcosa si libera.
La speranza richiede pazienza. ‘Speriamo ciò che non vediamo’, dice l’apostolo Paolo. Orientati verso ciò che verrà in pienezza nel tempo di Dio, ma anche turbati da ‘battaglie all’esterno, conflitti all’interno’, oseremo rimanere in questa situazione scomoda anziché fuggire via?”
Ed ha citato la speranza di Abramo, che ha creduto a Dio: “Abramo, l’antenato dei credenti, osservò la promessa di Dio ben oltre ogni ragionevole speranza. Lui e sua moglie Sara hanno ricevuto ciò che sembrava loro impossibile. Mentre il suo paese era devastato dalla guerra, i suoi abitanti minacciati di esilio e lui stesso in prigione, il profeta Geremia investì nel futuro: comprò un campo, tanto era sicuro che Dio non avrebbe abbandonato il suo popolo”.
Quindi la speranza consente alla fede di essere reale: “Un gesto di speranza così sorprendente rende la fede più reale. E’ una ferma fiducia in ciò che è ancora invisibile e perfino incerto. Possiamo appoggiarci su questa speranza? Alla fine è questo che riapre la fonte della gioia. Anche nelle situazioni umane più complicate, ciò che non abbiamo mai osato sperare può diventare realtà. Oggi, in molti paesi in cui la guerra sta causando il caos, stanno emergendo straordinarie iniziative cariche di speranza”.
Occorre, perciò, ascoltare i testimoni della speranza: “Durante la mia visita in Ucraina con due dei miei fratelli, un responsabile della Chiesa ci ha detto: ‘La preghiera apre uno spazio che permette la guarigione’. Sono rimasto molto colpito da questa osservazione. Confrontandosi costantemente con la sofferenza del suo popolo, vede che proprio nella vita interiore i credenti possono rimanere aperti ad accogliere la novità.
Questo processo non produce necessariamente risultati immediati ma, anche supportato da altri mezzi, apre una porta per superare le ferite e il dolore e risveglia la speranza di un’umanità guarita. La preghiera dà la forza per restare saldi di fronte alle situazioni più complesse. Rompe le onde dello scoraggiamento quando l’oscurità sembra inghiottire tutto”.
Quindi ha chiesto ai giovani di sperare: “Come reagiamo quando i nostri piani vengono vanificati e le nostre speranze deluse? Gesù ci dà una chiave per rimanere persone di speranza. Di fronte a una folla numerosa di affamati, ha avuto per loro ‘compassione’, letteralmente ‘il suo cuore era compassionevole’ per loro. Ed ha trovato il modo di soddisfare i loro bisogni”.
La speranza consente di vivere nel ‘tempo’ di Dio: “Il rifiuto di rassegnarsi alle situazioni di disagio permette alla speranza di prendere forma dentro di noi. E’ il contrario dell’attesa passiva, è una lotta, non c’è altra via. Anche solo il nostro desiderio di speranza può portarci a superare il divario tra ciò che è umanamente possibile e ciò che è possibile per Dio”.
Taizè non si è mai rassegnata alla separazione tra i cristiani: “La Regola di Taizé parla di non rassegnarsi mai allo ‘scandalo della separazione dei cristiani, che confessano tutti così facilmente l’amore per il prossimo, ma restano divisi’. Per frère Roger, l’unità dei cristiani non è mai stata un semplice obiettivo in sé, ma un cammino che conduce alla pace all’interno della famiglia umana…
La natura lotta per sopravvivere, rispecchiando e incoraggiando la nostra lotta per la speranza. La speranza per la creazione e la speranza che riceviamo dalla buona creazione di Dio vanno di pari passo con la speranza per l’umanità”.
E’ stato un invito a rimanere persone di speranza: “Per custodire la speranza, abbiamo bisogno gli uni degli altri. La speranza fiorisce quando siamo attenti ai bisogni degli altri. Possiamo vedere persone che, anche in mezzo alle avversità più grandi, scelgono di vivere, sorridere e offrire ogni giorno quel poco che è possibile”.
Infatti essa è collegata alla verità: “La speranza è legata alla verità ed alla giustizia. E queste sono tutte caratteristiche di Dio. Non vediamo questo legame nella vita, morte e risurrezione di Gesù? Per nutrire la speranza, dobbiamo affrontare la realtà così com’è e vederla alla luce delle promesse di Dio”.
E’ stato un invito a vivere la speranza della Pasqua: “La speranza non si basa sull’analisi della situazione ma su quella che spesso è una vacillante fiamma di fiducia. Benché fragile, essa arde nella notte più profonda. E’ questa l’esperienza che hanno fatto gli amici di Gesù: molti lo avevano abbandonato durante la sua prova più grande ma il suo amore ha permesso loro di tornare…
Risorto dai morti, vivente in Dio, Gesù ci attira a sé. Incontrandoci nel profondo del nostro essere, pieno di tristezza o di gioia, Gesù risorto ci apre alla sua relazione con il Padre e alla comunione nello Spirito Santo. Non siamo più prigionieri della nostra disperazione, una nuova vita è possibile”.
Da tale speranza nascono i pellegrini della pace: “La fede nella risurrezione ha permesso a molte persone di aggrapparsi alla speranza in mezzo a situazioni di angoscia. E’ una fonte che ci porta a superare le nostre stesse impossibilità, ad aprire il nostro cuore agli altri e ad agire. La fede nella risurrezione di Gesù richiede molto coraggio e audacia. Implica lo sforzo per non lasciarci paralizzare dalla presenza di morte e di distruzione che oggi ci circonda”.
Ed è stato Gesù a lasciarci la ‘sua’ pace, che rende liberi: “Questa nuova vita ci aiuta ad alzarci, ci spinge a camminare con gli altri. Diventiamo pellegrini della speranza che portiamo dentro di noi… Come pellegrini di pace, siamo consapevoli che non esiste vera pace senza giustizia. La pace che portiamo dentro di noi, che nasce dalla speranza con cui viviamo, ci rende interiormente liberi. Ci permette di amare la vita e di resistere alle ingiustizie, perseverando sotto l’impulso dello Spirito Santo”.




























