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La Chiesa piemontese invita a celebrare con dignità l’Eucarestia

La Conferenza Episcopale di Piemonte e Valle d’Aosta, riunita a Pianezza, ha illustrato il cammino sinodale che la Chiesa italiana e quindi ogni singola diocesi dovrà avviare nei prossimi mesi. Mentre l’altro punto all’ordine del giorno è quello della stesura di una nota della CEP a partire dal motu proprio ‘Traditionis Custodes’, emanato nello scorso luglio.

La Marcia della pace compie 60 anni

“Eravamo in tanti ieri tra Perugia ed Assisi. Tanti, colorati e belli. Come sempre. Più di sempre. Più di quanti ce ne fossero 60 anni fa al seguito del genio nonviolento di Aldo Capitini. Ciascuno con le proprie istanze di pace, ciascuno con la propria bussola nel cuore, ciascuno con le sue parole. Personalmente ho scelto di seguire la marcia dietro lo striscione della Cgil e insieme alla rappresentanza di quel sindacato. ‘Partigiani sempre’, soprattutto nei momenti in cui i segnali contro la democrazia si fanno gravi e minacciosi. Poi tanti cartelli che trascrivono a mano pensieri, provocazioni, carezze e veri e propri schiaffi”.

In poche righe don Tonio Dall’Olio, presidente della Pro Civitate Christiana, l’affresco della marcia della pace da Perugia ad Assisi, svoltasi domenica 10 ottobre a 60 anni dalla prima edizione, a differenza di quello che avveniva a Roma con l’assalto alla sede della CGIL o la comparsa della stella a 5 punte delle BR, a Torino ed a Trieste con frasi ingiuriose al primo ministro, Mario Draghi.

Era il 24 settembre del 1961 quando, per iniziativa del filosofo della nonviolenza Aldo Capitini, oltre 20.000 persone si avviavano a piedi per coprire i 27 chilometri che separano il capoluogo umbro dalla città di san Francesco. Quest’anno il tema è stato ‘La cura è il nuovo nome della pace’, come ha concluso il coordinatore del comitato promotore, Flavio Lotti, chiedendo che essa sia dichiarata dall’Onu ‘patrimonio dell’umanità’:

“La pandemia è ancora in pieno corso con una crisi sociale ed economica molto pesante, specialmente per i più poveri e vulnerabili. E la crisi climatica sta peggiorando. Malgrado questo, ed è scandaloso, non cessano i conflitti armati e si rafforzano gli arsenali militari. E’ tempo di ricominciare a lavorare per la pace.

I prossimi 10 anni saranno decisivi per fermare il cambiamento climatico, impedire una nuova guerra mondiale, uscire dalla crisi sociale ed economica, effettuare la transizione ecologica, democratizzare la rivoluzione digitale e prevenire nuove grandi migrazioni”.

Aprendo la Marcia il presidente della Cei, card. Gualtiero Bassetti, ha sottolineato lo slogan dello striscione che apriva il fiume nonviolento: “I care – Cura è il nuovo nome della pace: Prendersi cura, chinarsi sugli altri, andare verso l’altro risponde a un grido che da più parti io sento levarsi: non lasciatemi solo. Prendersi cura, chinarsi, dice papa Francesco, è l’opposto dell’indifferenza e della cultura dello scarto…  

Don Tonino Bello diceva che la pace è una conquista, richiede lotta, impegno, sofferenza, tenacia. La pace prima che un traguardo è un cammino che tutti siamo chiamati a fare insieme. Ed è in salita, come da Santa Maria degli Angeli per arrivare alla Basilica di Assisi”.

Agli organizzatori sono pervenuti molti messaggi, tra cui quello di papa Francesco, che ha chiesto la messa al bando degli armamento: “La cura, infatti, è il contrario dell’indifferenza, dello scarto, del violare la dignità dell’altro, cioè di quell’anti-cultura che è alla base della violenza e della guerra.

Purtroppo ancora oggi, dopo le due immani guerre mondiali e le tante guerre regionali che hanno distrutto popoli e Paesi, ancora (ed è scandaloso) gli Stati spendono enormi somme di denaro per gli armamenti, mentre nelle Conferenze internazionali si proclama la pace, distogliendo di fatto lo sguardo dai milioni di fratelli e sorelle che mancano del necessario per vivere o trascinano un’esistenza indegna dell’uomo”.

Anche dal presidente della Repubblica italiana, Sergio Mattarella, ha sottolineato il segno di speranza della Marcia: “I valori che la ispirano e la partecipazione che continua a suscitare sono risorse preziose in questo nostro tempo di cambiamenti, ma anche di responsabilità… La pace non soltanto è possibile.

Ma è un dovere per tutti – Stati, popoli, istituzioni sovranazionali, imprese economiche, forze sociali, cittadini operare per costruirla… La marcia di quest’anno fa proprio il motto ‘I care’, che don Lorenzo Milani volle affiggere all’ingresso della scuola di Barbiana.

Avere a cuore il proprio destino come quello dell’altro che ci sta accanto, come quello della persona lontana che però sappiamo essere a noi legata da una rete invisibile ma robusta, è la scintilla della cultura di pace che può sconfiggere l’egoismo, l’indifferenza, la violenza, la rassegnazione all’ingiustizia”.

Il presidente del Parlamento europeo, David Maria Sassoli, ha sottolineato che tutto è connesso: “Questa stagione ci ha insegnato, infatti, che ‘tutto è connesso’ e che non è possibile affrontare le emergenze dei nostri tempi in solitudine. Essere costruttori di pace oggi vuol dire ‘prendersi cura’ l’uno dell’altro e, soprattutto, impegnarsi a ridurre quelle disuguaglianze che persistono nelle nostre società… Questo tempo ci dice che dobbiamo avere più coraggio e che è nell’interesse dei nostri cittadini rafforzarci insieme.

Come sapete, siamo di fronte ad una enorme trasformazione ecologica e digitale che cambierà nel profondo il nostro modo di essere e i nostri stili di vita. Non vogliamo tornare al mondo di prima e soprattutto non possiamo costruire una società più equa se non aggiustiamo i danni che abbiamo causato al pianeta e all’ambiente in cui viviamo. Grazie ai giovani e a tutti coloro che ogni giorno ci ricordano le nostre responsabilità!”

Fra Marco Moroni, custode del Sacro Convento di Assisi,  ha invitato ad usare la stessa cura di Assisi: “Ed allora va verso il lebbroso, verso il frate ammalato o in difficoltà, verso la vedova poverella, verso il sultano in Egitto, verso il lupo a Gubbio, verso i briganti a Montecasale. Se ne prende cura, così come si prende cura delle allodole e della cicala, delle erbacce spontanee alle quali lasciare uno spazio nell’orto. Coltiviamo la stessa cura, noi popolo della pace!”

E’ un invito a costruire una cultura della cura: “Costruiamo una cultura della cura e non delle mura! Una semplice consonante cambiata cambia il mondo! Non innalziamo mura di difesa, ma creiamo spazi di dialogo e di attenzione ai fratelli, alle sorelle e al creato. Oggi sembra che tutto possa diventare occasione di conflitto, come abbiamo potuto vedere tristemente nei fatti di ieri. Vogliamo che non sia così e anzi adoperiamoci per curare le ferite della società, nel nostro quotidiano, nei nostri ambienti di vita. Facciamo sì che questo impegno di oggi sia prassi quotidiana”.

(Foto di repertorio)

Zuppi: l’Anno di Nicodemo per passare dal buio alla luce

Attenzione primaria all’evangelizzazione e ri-evangelizzazione degli adulti, sulla scia di un cammino già iniziato e solo rallentato, ma non fermato, anzi in un certo senso favorito dalla pandemia; e inserimento nel cammino sinodale della Chiesa italiana e anche universale, che culminerà nel Sinodo generale dei vescovi del 2023.

10 ottobre: giornata della salute mentale e delle persone con sindrome di down

Domenica 10 ottobre si è celebrata la Giornata Mondiale della Salute Mentale, un’occasione per porre l’accento su un problema che ancora troppo spesso viene sottovalutato e su cui sempre più sportivi stanno cercando di sensibilizzare il pubblico, essendo stati spesso essi stessi vittime di problemi di natura psicologica che ne hanno fortemente condizionato le prestazioni e in alcuni casi li hanno costretti a prendersi delle pause per guarire prima di poter riprendere a gareggiare.

Il presidente delle Acli, Manfredonia, chiede un lavoro che non uccide

“Oggi ricorre la Giornata nazionale per le Vittime degli Incidenti sul Lavoro che, come ogni anno, vuole commemorare coloro che hanno perso la vita o hanno subito infortuni svolgendo la propria attività lavorativa. Una ferita sociale che non trova soluzione, ma purtroppo è sempre in aumento e diventa lacerante ogni volta che si apprendono, come in queste ultime settimane, quotidiani e drammatici aggiornamenti di incidenti avvenuti”.

Con questo messaggio il presidente della Repubblica Italiana, Sergio Mattarella, domenica 10 ottobre ha ricordato la giornata dei Lavoratori Mutilati e Invalidi del Lavoro, sottolineando che la Costituzione Italiana tutela la salute del lavoratore: “Affinché questo diritto sia effettivamente garantito, uno Stato democratico deve consentire a ognuno di svolgere la propria attività lavorativa, tutelandone la salute e assicurandone lo svolgimento nella più totale sicurezza.

Le tragedie a cui stiamo assistendo senza tregua sono intollerabili e devono trovare una fine, rafforzando la cultura della legalità e della prevenzione. Le leggi ci sono e vanno applicate con inflessibilità”.

Le denunce di infortunio sul lavoro presentate all’Inail entro agosto sono state 349.449, oltre 27.000 in più (+8,5%) rispetto alle 322.132 dei primi otto mesi dello scorso anno, sintesi di un decremento delle denunce osservato nel trimestre gennaio-marzo (-11%) e di un incremento nel periodo aprile-agosto (+26%) nel confronto tra i due anni.

I dati evidenziano un aumento a livello nazionale degli infortuni in itinere, occorsi cioè nel tragitto di andata e ritorno tra l’abitazione e il posto di lavoro (+20,6%, da 38.001 a 45.821 casi), che sono diminuiti del 32% nel primo bimestre di quest’anno e aumentati del 59% nel periodo marzo-agosto (complice il massiccio ricorso allo smart working nello scorso anno, a partire proprio dal mese di marzo), e un incremento del 6,9% (da 284.131 a 303.628) di quelli avvenuti in occasione di lavoro, che sono calati del 10% nel primo trimestre di quest’anno e aumentati del 22% nel periodo aprile-agosto.

Dall’analisi territoriale emerge una diminuzione delle denunce soltanto nel Nord-Ovest (-3,6%), al contrario delle Isole (+16,5%), del Sud (+14,9%), del Centro (+14,5%) e del Nord-Est (+13,6%). Tra le regioni si registrano decrementi percentuali solo in Valle d’Aosta, Piemonte, Lombardia e Provincia autonoma di Trento, mentre gli incrementi percentuali più consistenti sono quelli di Basilicata, Molise e Campania.

Partendo da questi dati chiediamo al presidente nazionale delle Acli, Emiliano Manfredonia,di spiegarci perché dopo la pandemia le morti sul lavoro sono continuate a crescere: “Sono continuate a crescere perché ci siamo assolti da molti doveri. Oltre a quello di proteggerci dalla pandemia, uno è quello di rispettare tutte le regole delle norme di sicurezza nei luoghi di lavoro. Poi c’è sempre la solita struttura di chi pensa che il profitto è fondamentale ed aldilà della vita delle persone. Dobbiamo insistere sulla tutela della persona, perché il lavoro è anche vita e bellezza e non può finire in tragedia”.

Quale effetto ha avuto la pandemia sul lavoro?

“La pandemia ha avuto effetti non solo sulle dinamiche occupazionali ma anche sulla composizione stessa del mercato del lavoro e su interi settori produttivi. La pandemia ha impresso una spinta repentina verso l’evoluzione di alcuni settori con una conseguente richiesta di profili professionali nuovi, o comunque ridisegnando la domanda di lavoro rispetto alle diverse professionalità nei diversi settori. E’ quindi necessario agire in ottica previsiva per conoscere i fabbisogni occupazionali del tessuto produttivo e agire sul sistema formativo per preparare, in tempi contenuti, i lavoratori di cui le imprese hanno bisogno”.

E quale lavoro si prospetta dopo la pandemia?

“Dopo la pandemia dobbiamo iniziare a cambiare il paradigma, perché le fragilità del lavoro si sono acuite. Prima c’era chi era più o meno tutelato, ma c’era anche chi non aveva lavoro. Poi, purtroppo, c’erano persone che dovevano entrare nel mondo del lavoro ed hanno avuto molte difficoltà. Dobbiamo lavorare sulle politiche attive, soprattutto alla formazione continua per i lavoratori, e più specifica per chi cerca un lavoro, perché le aziende cercano un lavoro specializzato. Occorre aiutare i giovani ad avere la formazione utile per la ricerca del lavoro”.

Come ritessere sviluppo ed occupazione?

“Occorre puntare sull’economia sociale e sull’economia della cura, anche per favorire la permanenza al lavoro e la carriera delle donne. Molta nuova occupazione può nascere ed è già cresciuta in settori che vedono protagonista il Terzo settore. Una strategia italiana per l’economia sociale, in particolare, deve guardare all’economia del prendersi cura anche introducendo, analogamente all’economia verde, agevolazioni fiscali per favorire l’implementazione dei servizi e l’occupazione, nonché far emergere (prevedendone una qualificazione) centinaia di migliaia di lavoratrici e lavoratori del settore domestico.

Proponiamo, a fianco della realizzazione della rete di protezione sociale e dei livelli essenziali delle prestazioni anche sociali, di prevedere una detrazione (o uno ‘sconto’ al fornitore o una elargizione equivalente per chi non ha reddito) a favore del lavoro sociale di assistenza familiare, o educativo con i minori, con persone non autosufficienti, di prevenzione e promozione della qualità della vita e della salute, dello sport”.

Fra pochi giorno a Taranto si svolgeranno le Settimane sociali dei cattolici sul tema della cura, ‘Il pianeta che speriamo: ambiente, lavoro, futuro’: in quale modo tutto #èconnesso?

“La Chiesa convoca i cattolici per la Settimana Sociale a Taranto, che è il luogo-simbolo, richiamandoci alla contraddizione tra il lavoro ed il rispetto della vita e dell’ambiente, in quanto rispetto vuol dire vivere in un luogo sano. Quindi mai più contraddizione tra lavoro ed ambiente; il lavoro non deve solo trasformare, ma deve curare i nostri territori e comunità. Dal lavoro si crea il valore di un’intera comunità. Da cattolici dobbiamo dare il contributo per rendere migliore l’Italia”.    

Pontificia Accademia per la Vita: essere in vita per prendersi cura

A fine settembre in Vaticano si è svolta l’assemblea plenaria della Pontificia Accademia per la Vita sul tema ‘Salute pubblica in prospettiva globale. Pandemia, Bioetica, Futuro-Public Health in Global Perspective. Pandemic Bioethics Future’, a cui papa Francesco aveva portato il saluto iniziale, affermando l’importanza dell’interconnessione:

Domani inizia il cammino sinodale

Nelle scorse settimane si è svolta la conferenza stampa di presentazione del Documento Preparatorio e del Vademecum per il Sinodo sulla Sinodalità: due strumenti elaborati dalla Segreteria Generale del Sinodo dei Vescovi per l’animazione della ‘prima fase dell’itinerario sinodale’ in vista della celebrazione della XVI Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi sul tema: ‘Per una Chiesa sinodale: comunione, partecipazione e missione’.

A Roma le religioni fondano la pace

Si è concluso con un minuto di silenzio in memoria delle vittime di tutte le guerre e con la consegna del messaggio di pace l’incontro internazionale ‘Popoli fratelli, Terra futura’ organizzato a Roma dalla Comunità di Sant’Egidio.

Il momento finale si è tenuto ieri  pomeriggio al Colosseo con la preghiera ecumenica per la pace presieduta dal papa alla presenza dei rappresentanti delle Chiese e delle comunità cristiane e la cerimonia conclusiva introdotta da Andrea Riccardi con l’intervento della cancelliera tedesca Angela Merkel; quindi i messaggio di pace di Ahmad al-Tayyeb, grande imam di al-Azhar in Egitto, di Bartolomeo I, patriarca ecumenico di Costantinopoli, di Pinchas Goldschmidt, presidente della Conferenza dei rabbini europea, di Shoten Minegishi, monaco buddista Soto Zen in Giappone, di Lakshmi Vyas, presidentessa dello Hindu Forum of Europe, di Jaswant Singh, Gurdwara Shri Kalgidhar Sahib.

Nell’appello finale i rappresentanti delle religioni hanno sottolineato l’orrore delle guerre: “I popoli soffrono. Soffrono i profughi della guerra e della crisi ambientale, gli scartati, i deboli, gli indifesi. Spesso donne offese e umiliate, bambini senza infanzia, anziani abbandonati. I poveri, spesso invisibili, oggi invece partecipano in modo speciale alla nostra riunione: invocano per primi la pace. Ascoltarli, fa comprendere meglio la follia di ogni conflitto e violenza”.

 Ed hanno ribadito il ruolo delle religioni:  “Le Religioni possono fondare la pace ed educare ad essa. Le Religioni non possono essere utilizzate per la guerra. Solo la pace è santa e nessuno usi il nome di Dio per benedire il terrore e la violenza. Se vedete intorno a voi le guerre, non rassegnatevi! I popoli desiderano la pace.

La fraternità tra le religioni compie progressi, nonostante le difficoltà. Ringraziamo tutti gli amici del dialogo nel mondo e diciamo loro: coraggio! Il futuro del mondo dipende da questo: che ci riconosciamo fratelli. I popoli hanno un destino da fratelli sulla terra”.

Un appello al disarmo nucleare per costruire la pace: “Occorre fare la pace. La pace è anche rispettare il pianeta, la natura e le creature. La distruzione dell’ambiente è dovuta all’arroganza di un essere umano che si sente proprietario. Un io padrone diventa un io predatore, pronto al dominio e alla guerra”.

 Terra e popolo è un legame indissolubile: “La pandemia ha mostrato quanto gli esseri umani siano sulla stessa barca, legati da fili profondi. Il futuro non appartiene all’uomo dello spreco e dello sfruttamento, che vive per sé stesso e ignora l’altro.

Il futuro appartiene a donne e uomini solidali e a popoli fratelli. Possa Dio aiutarci a ricostruire la comune famiglia umana e a rispettare la madre terra. Davanti al Colosseo, simbolo di grandezza ma anche di sofferenza, ribadiamo con la forza della fede che il nome di Dio è pace”.

 Papa Francesco ha sottolineato la necessità della fraternità: “Lo diciamo avendo alle spalle il Colosseo. Questo anfiteatro, in un lontano passato, fu luogo di brutali divertimenti di massa: combattimenti tra uomini o tra uomini e bestie. Uno spettacolo fratricida, un gioco mortale fatto con la vita di molti. Ma anche oggi si assiste alla violenza e alla guerra, al fratello che uccide il fratello quasi fosse un gioco guardato a distanza, indifferenti e convinti che mai ci toccherà. Il dolore degli altri non mette fretta…

Oggi, nella società globalizzata che spettacolarizza il dolore ma non lo compatisce, abbiamo bisogno di ‘costruire compassione’. Di sentire l’altro, di fare proprie le sue sofferenze, di riconoscerne il volto. Questo è il vero coraggio, il coraggio della compassione, che fa andare oltre il quieto vivere, oltre il non mi riguarda e il non mi appartiene.

Per non lasciare che la vita dei popoli si riduca a un gioco tra potenti. No, la vita dei popoli non è un gioco, è cosa seria e riguarda tutti; non si può lasciare in balia degli interessi di pochi o in preda a passioni settarie e nazionaliste”.

Ed ha ricordato l’intuizione di san Giovanni Paolo II nel 1986: “Perché i popoli siano fratelli, la preghiera deve salire incessante al Cielo e una parola non può smettere di risuonare in terra: pace. San Giovanni Paolo II, che per primo invitò le religioni a pregare concordi per la pace ad Assisi nel 1986, sognò un cammino comune dei credenti, che si snodasse da quell’evento verso il futuro.

Cari amici, siamo in questo cammino, ciascuno con la propria identità religiosa, per coltivare la pace in nome di Dio, riconoscendoci fratelli. Papa Giovanni Paolo ci indicò questo compito, affermando: ‘La pace attende i suoi profeti. La pace attende i suoi artefici’.

Ad alcuni parve vuoto ottimismo. Ma negli anni è cresciuta la condivisione e sono maturate storie di dialogo tra mondi religiosi diversi, che hanno ispirato percorsi di pace. E’ questa la via. Se c’è chi vuole dividere e creare scontri, noi crediamo nell’importanza di camminare insieme per la pace: gli uni con gli altri, mai più gli uni contro gli altri”.

Infine ha sottolineato che occorre riscoprire la preghiera per curare il mondo: “La preghiera e l’azione possono riorientare il corso della storia. Coraggio! Abbiamo davanti agli occhi una visione, che è la stessa di tanti giovani e uomini di buona volontà: la terra come casa comune, abitata da popoli fratelli. Sì, sogniamo religioni sorelle e popoli fratelli! Religioni sorelle, che aiutino popoli a essere fratelli in pace, custodi riconciliati della casa comune del creato”.

(Foto: Comunità di Sant’Egidio)

Concorso Carlo Castelli premia i racconti dei detenuti

Si terrà venerdì 8 ottobre la XIV edizione del Premio ‘Carlo Castelli’ per la solidarietà, concorso letterario destinato ai detenuti delle carceri italiane, promosso dalla Federazione Nazionale Società di San Vincenzo De Paoli,con i patrocini di Camera, Senato, Ministero della Giustizia, Università Europea di Roma e con uno speciale riconoscimento del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella.

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