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Papa Leone XIV invita a promuovere una memoria ‘riconciliata’

“E’ una grande gioia per me incontrarvi. Grazie della vostra accoglienza! E prima di tutto esprimo la mia gratitudine a tutti coloro che hanno servito e servono il Vangelo in Angola: grazie per l’opera di evangelizzazione compiuta in questo Paese, per la speranza di Cristo seminata nel cuore del popolo, per la carità verso i più poveri. Grazie perché continuate con perseveranza a contribuire al progresso di questa Nazione sulle solide fondamenta della riconciliazione e della pace. Un saluto speciale ai miei fratelli Vescovi, che presiedono all’annuncio della fede e al servizio della carità. Grazie, Mons. José Manuel, Arcivescovo di Saurimo, per le parole che mi ha rivolto a nome della Conferenza Episcopale”: . nell’incontro dell’ultimo giorno in Angola papa Leone XIV ha incontrato i vescovi, clero, religiosi ed operatori pastorali, evidenziando il coraggio della Chiesa angolana nel ‘denunciare il flagello della guerra’.

Ha ‘elogiato’ la vitalità della Chiesa angolana: “E se spetta a me, a nome della Chiesa universale, riconoscere in questo momento la vitalità cristiana che pulsa nelle vostre comunità, spetta al Signore darvi la ricompensa. Egli non viene meno alle sue promesse!..

Carissimi, il Signore conosce la generosità con cui avete abbracciato la vostra vocazione e non è indifferente a tutto ciò che, per amore suo, fate per nutrire il vostro popolo con la verità del Vangelo. Vale quindi la pena aprire interamente il cuore a Cristo! Potrebbe forse sorgere la tentazione di pensare che Egli venga a togliervi qualcosa, la tentazione di esitare a lasciargli prendere le redini della vostra vita”.

Riprendendo le parole di papa Benedetto XVI il papa ha fatto l’invito a non avere paura: “Non abbiate paura di dire ‘sì’ a Cristo, di modellare completamente la vostra vita sulla sua! Non abbiate paura del domani: voi appartenete totalmente al Signore. Vale la pena seguirlo nell’obbedienza, nella povertà, nella castità. Egli non toglie nulla! L’unica cosa che toglie a noi e prende su di sé è il peccato. Sì, da Lui ricevete tutto: questa terra e la famiglia in cui siete nati; il Battesimo, che vi ha inseriti nella grande famiglia della Chiesa”.

E’ stato un invito ad essere missionari: “Cari fratelli e sorelle, il Signore vi dona la gioia di essere suoi discepoli-missionari, la forza per vincere le insidie del maligno, la speranza della vita eterna. Tutto questo è vostro, tutto questo è dono. Dono che nobilita e rende grandi, che impegna e responsabilizza. E il dono più grande è lo Spirito Santo che, riversato nei vostri cuori nel Battesimo, in vista della missione vi ha conformati in modo speciale a Cristo, il quale vi ha inviati affinché, a partire dal Vangelo, edifichiate una società angolana libera, riconciliata, bella e grande. In questa missione, quanto è importante il ministero dei catechisti! Proprio in Africa è un’espressione fondamentale della vita della Chiesa, che può essere di ispirazione per le comunità cattoliche in ogni parte del mondo”.

Riprendendo l’insegnamento di san Paolo il papa ha ricordato di essere ‘sale’: “A cinquant’anni dall’indipendenza del vostro Paese, queste parole dell’Apostolo ci dicono che il presente e il futuro dell’Angola vi appartengono, ma voi appartenete a Cristo. Tutti gli angolani, senza eccezioni, hanno il diritto di costruire questo Paese, beneficiandone in modo equo; tuttavia, i discepoli del Signore hanno il dovere di farlo secondo la legge della carità.

Alla base del vostro agire c’è l’essere discepoli di Gesù. Spetta a tutti voi essere la sua immagine e, in questo compito, nessuno può sostituirvi. Qui risiede la vostra unicità! Voi siete sale e luce di questa terra perché siete membra del Corpo di Cristo e, per questo, i vostri gesti, le vostre parole e le vostre azioni, rispecchiando la sua carità, costruiscono le comunità dall’interno ed edificano per l’eternità”.

Ciò si ottiene con l’unità attraverso la cura della formazione: “Ciò che si chiede ai discepoli di Cristo è di rimanere strettamente uniti a Lui. Il resto verrà da sé. So che siete nel mezzo di un triennio pastorale dal motto ‘Discepoli fedeli, discepoli gioiosi’, dedicato alla preghiera e alla riflessione sul ministero ordinato e sulla vita consacrata. Quali vie il Signore apre alla Chiesa in Angola? Saranno certamente molte! Cercate di seguirle tutte! Ma la prima via è quella della fedeltà a Cristo. A tale scopo, continuate a valorizzare la formazione permanente, vigilate sulla coerenza della vita e, soprattutto in questi tempi, perseverate nell’annuncio della Buona Novella della pace”.

Tutto ciò è un invito alla vita contemplativa: “Questo ci ricorda la dimensione contemplativa della formazione permanente. Conoscere Cristo passa, senza dubbio, attraverso una buona formazione iniziale, con l’accompagnamento personale dei formatori; passa attraverso l’adesione ai programmi delle vostre diocesi, congregazioni e istituti; passa attraverso uno studio personale serio, per illuminare i fedeli che vi sono affidati salvandoli soprattutto dalla pericolosa illusione della superstizione”.

Ma essa ha un ampio respiro: “Tuttavia, la formazione è molto più ampia: riguarda l’unità della vita interiore, la cura di noi stessi e del dono di Dio che abbiamo ricevuto, ricorrendo alla letteratura, alla musica, allo sport, alle arti in generale, e soprattutto alla preghiera di adorazione e contemplazione… Senza questa dimensione contemplativa, cessiamo di essere coerenti con il Vangelo e di rispecchiare la potenza della Risurrezione”.

Altro punto è la fedeltà: “La fedeltà di Cristo, che ci ha amato sino alla fine, è il vero impulso della nostra fedeltà. Una fedeltà che è facilitata dall’unità dei presbiteri con il proprio vescovo e con i confratelli del presbiterio, dei consacrati e delle consacrate con il proprio superiore e tra di loro. Cari fratelli e sorelle, alimentate la fraternità tra di voi con franchezza e trasparenza, non cedete alla prepotenza e all’autoreferenzialità, non staccatevi dal popolo, specialmente dai poveri, rifuggite la ricerca dei privilegi”.

Infine è stato un invito alla denuncia delle ingiustizie: “E’ quindi decisivo che, interpretando la realtà con saggezza, non smettiate di denunciare le ingiustizie, offrendo proposte secondo la carità cristiana. Continuate ad essere una Chiesa generosa, che coopera allo sviluppo integrale del vostro Paese. Per questo è stato ed è determinante tutto ciò che realizzate nei campi dell’istruzione e della sanità”.

Da qui l’esortazione alla testimonianza nelle difficoltà: “In questo senso, quando sopraggiungeranno le difficoltà, ricordatevi dell’eroica testimonianza di fede degli angolani e delle angolane, missionari e missionarie nati qui o venuti dall’estero, che hanno avuto il coraggio di dare la vita per questo popolo e per il Vangelo, preferendo la morte al tradimento della giustizia, della verità, della misericordia, della carità e della pace di Cristo. Anche voi, carissimi, a partire da ogni Eucaristia, siete corpo offerto e sangue versato per la vita e la salvezza dei vostri fratelli”.

(Foto: Santa Sede)

Con la resurrezione papa Leone XIV invita a dare vita ad un mondo nuovo

“Così, cari fratelli e sorelle, il diacono, all’inizio di questa celebrazione, ha inneggiato alla luce di Cristo Risorto, simboleggiata nel Cero pasquale. Da quest’unico Cero tutti abbiamo acceso i nostri lumi e, ciascuno portando una fiammella attinta allo stesso fuoco, abbiamo illuminato questa grande basilica. E’ il segno della luce pasquale, che ci unisce nella Chiesa come lampade per il mondo. All’annuncio del diacono abbiamo risposto ‘amen’, affermando il nostro impegno ad abbracciare questa missione, e tra poco ripeteremo il nostro ‘sì’ rinnovando le Promesse battesimali”: riprendendo il preconio pasquale papa Leone XIV ha presieduto la veglia pasquale con l’invito a non avere paura di rimuovere le pietre che ci chiudono nei sepolcri e che sembrano inamovibili.

Una veglia che è memoriale: “Questa, carissimi, è una Veglia piena di luce, la più antica della tradizione cristiana, detta ‘madre di tutte le veglie’. In essa riviviamo il memoriale della vittoria del Signore della vita sulla morte e sugli inferi. Lo facciamo dopo aver percorso, nei giorni scorsi, come in un’unica grande celebrazione, i misteri della Passione del Dio fatto per noi ‘uomo dei dolori’, ‘disprezzato e reietto dagli uomini’, torturato e crocifisso”.

Ma Dio non abbandona le sue creature: “C’è una carità più grande? Una gratuità più totale? Il Risorto è lo stesso Creatore dell’universo che, come ai primordi della storia dal nulla ci ha dato l’esistenza, così sulla croce, per mostrarci il suo amore senza limiti, ci ha donato la vita.

Ed anche quando, con il peccato, l’uomo non ha corrisposto a tale progetto, il Signore non l’ha abbandonato, ma gli ha rivelato in modo ancora più sorprendente, nel perdono, il suo volto misericordioso. Il ‘santo mistero di questa notte’, allora, affonda le sue radici anche là dove si è consumato il primo fallimento dell’umanità, e si stende lungo i secoli come cammino di riconciliazione e di grazia”.

Questo è il senso delle letture di questa veglia: “In tutti questi momenti della storia della salvezza abbiamo visto come Dio, alla durezza del peccato che divide e uccide, risponde con la potenza dell’amore che unisce e ridona vita. Li abbiamo rievocati insieme, intercalandone il racconto con salmi e preghiere, per ricordarci che, per la Pasqua di Cristo,.. consacrati nel Battesimo all’amore del Padre, uniti nella comunione dei santi, fatti per grazia pietre vive per la costruzione del suo Regno”.

La Pasqua è la vittoria sul peccato: “Questo è il peccato: una barriera pesantissima che ci chiude e ci separa da Dio, cercando di far morire in noi le sue Parole di speranza. Maria di Magdala e l’altra Maria, però, non se ne sono lasciate intimidire. Sono andate al sepolcro e, grazie alla loro fede e al loro amore, sono state le prime testimoni della Risurrezione.

Nel terremoto e nell’angelo, seduto sul masso ribaltato, hanno visto la potenza dell’amore di Dio, più forte di qualsiasi forza del male, capace di ‘dissipare l’odio’ e di ‘piegare la durezza dei potenti’. L’uomo può uccidere il corpo, ma la vita del Dio dell’amore è vita eterna, che va oltre la morte e che nessun sepolcro può imprigionare”.

Ed anche oggi ci sono ‘sepolcri da aprire’: “Sorelle, fratelli, non mancano anche ai nostri giorni sepolcri da aprire, e spesso le pietre che li chiudono sono così pesanti e ben vigilate da sembrare inamovibili. Alcune opprimono l’uomo nel cuore, come la sfiducia, la paura, l’egoismo, il rancore; altre, conseguenza di quelle interiori, spezzano i legami tra noi, come la guerra, l’ingiustizia, la chiusura tra popoli e nazioni. Non lasciamocene paralizzare!”

E’ un invito rivolto a noi: “Tanti uomini e donne, nel corso dei secoli, con l’aiuto di Dio, le hanno rotolate via, magari con molta fatica, a volte a costo della vita, ma con frutti di bene di cui ancora oggi beneficiamo… Lasciamoci muovere dal loro esempio e in questa Notte santa facciamo nostro il loro impegno, perché ovunque e sempre, nel mondo, crescano e fioriscano i doni pasquali della concordia e della pace”.

(Foto: Santa Sede)

Papa Leone XIV invita i monegaschi a tenere lo sguardo fisso su Gesù

Nella tarda mattinata papa Leone XIV aveva incontrato i giovani ed i catecumeni nella chiesa di santa Devota, patrona del Principato di Monaco, e dopo aver ascoltato le testimonianze di alcuni giovani ha parlato di lei, come “giovane coraggiosa, che ha saputo testimoniare la sua fede di fronte alla violenza dei persecutori, fino al martirio. Il suo corpo, dalla Corsica, è provvidenzialmente arrivato fin qui, su quella che oggi è la costa monegasca”.

La sua vita è testimonianza capace di produrre ‘frutti’: “Volevano annientarla, cancellare ogni suo ricordo, e invece il suo sacrificio ha portato il messaggio di pace e d’amore del Vangelo ancora più lontano. Questo ci aiuta a riflettere sul fatto che il bene è più forte del male, anche quando, a volte, sembra nell’immediato avere la peggio. Non solo, ma ci ricorda anche che la testimonianza della fede è un seme che può raggiungere e fecondare cuori e luoghi lontani, ben oltre le nostre stesse aspettative e possibilità”.

Ed accanto a santa Devota ha proposto san Carlo Acutis: “In questa chiesa, recentemente, alla memoria della santa Martire Devota si è unita quella di san Carlo Acutis, altro giovane innamorato di Gesù, fedele all’amicizia con Cristo fino alla fine, pur in tempi e con modalità completamente diversi: nella carità, nell’apostolato sul web, di cui lo veneriamo patrono, e da ultimo nella malattia”.

Da qui l’invito ad imitarli: “Carissimi giovani, questi due santi ci incoraggiano e ci spingono a imitarli. Anche oggi, infatti, come è stato ricordato, la fede incontra sfide e ostacoli, ma nulla può offuscarne la bellezza e la verità. Ne sono prova i tanti uomini e donne di ogni età che, in numero crescente, desiderano conoscere il Signore e chiedono il Battesimo”.

E, citando il card. Martini, ha invitato i giovani a sperimentare l’amore di Dio: “Ma ciò che dà solidità alla vita è l’amore: l’esperienza fondamentale dell’amore di Dio, prima di tutto, e poi, di riflesso, quella illuminante e sacra dell’amore vicendevole. Ed amarsi, se da una parte richiede apertura a crescere e dunque a cambiare, dall’altra esige fedeltà, costanza, disponibilità al sacrificio nella quotidianità”.

Con l’amore di Dio l’inquietudine dei giovani si acquieta: “Solo così l’inquietudine trova pace (anche noi desideriamo la pace!) e si riempie il vuoto interiore di cui parlava Andreia, non con cose materiali e passeggere, nemmeno con i consensi virtuali di migliaia di like, o con appartenenze condizionanti, artificiali, a volte persino violente.

Da queste cose bisogna sgomberare la porta del cuore, perché l’aria sana e ossigenante della grazia possa tornare a rinfrescarne e vitalizzarne le stanze, e perché il vento forte dello Spirito Santo possa riprendere a gonfiare le vele della nostra esistenza, spingendola verso la felicità vera”.

Ecco l’invito a vivere la Settimana Santa, porta della Pasqua: “E se questo conta per la vita spirituale e per la preghiera, allo stesso modo vale per l’esercizio della carità… Le parole e i gesti della testimonianza e della speranza non si improvvisano e non ce li diamo da noi stessi: vengono da un profondo rapporto con Dio, in cui noi per primi troviamo le risposte fondamentali della vita. Se il canale del suo agire in noi è aperto, e se è aperto lo scambio reciproco, con cui facciamo di tale rapporto d’amore un dono comune e condiviso, possiamo avere fiducia che le parole giuste e la forza necessaria ad agire verranno, al momento opportuno”.

Ed ecco l’invito a vivere la frase di sant’Agostino (‘Ama e fa ciò che vuoi’) nella quotidianità: “Cari giovani, non abbiate paura di donare tutto, il vostro tempo, le vostre energie, a Dio e ai fratelli, di spendervi fino in fondo per il Signore e per gli altri. Solo così troverete un gusto sempre nuovo e un senso sempre più profondo nella vita. Il mondo ha bisogno della vostra testimonianza, per superare le derive del nostro tempo e affrontarne le sfide, e soprattutto per riscoprire il sapore buono dell’amore di Dio e del prossimo…

Portate il Vangelo nelle scelte del vostro lavoro, nell’impegno sociale e politico, per dare voce a chi non l’ha, diffondendo la cultura della cura. Fate di tutto un dono a Dio e vivete tutto come una missione, che vi vuole gli uni per gli altri amici in Cristo e fedeli compagni di cammino”.

Mentre nella celebrazione dell’Ora Media con la comunità cattolica il papa aveva evidenziato il dono della comunione: “Gesù Cristo, il giusto, intercedendo per l’umanità presso il Padre, ci riconcilia con Lui e tra di noi… Il suo tratto compassionevole e misericordioso lo rende ‘avvocato’ a difesa dei poveri e dei peccatori, non certo per assecondare il male, ma per liberarli dall’oppressione e dalla schiavitù e renderli figli di Dio e fratelli tra di loro.

Non è un caso che i gesti compiuti da Gesù non si limitano alla guarigione fisica o spirituale della persona, ma comprendono anche una dimensione sociale e politica importante: la persona guarita viene reintegrata, in tutta la sua dignità, nella comunità umana e religiosa dalla quale, spesso proprio per la sua condizione di malattia o di peccato, era stata esclusa”.

Ed ecco la Chiesa a difesa dell’umanità: “Penso allora a una Chiesa chiamata a farsi ‘avvocato’, cioè a difendere l’uomo: tutto l’uomo e tutti gli esseri umani. Si tratta di un cammino di discernimento critico e profetico teso a promuovere ‘uno sviluppo integrale dell’umanità, che ne rispetti la dignità e l’identità autentica, come anche il fine ultimo, che rimanda a un mistero di comunione piena col Dio Trinità e tra noi’.

Questo è il primo servizio che l’annuncio del Vangelo deve rendere: illuminare la persona umana e la società affinché, alla luce di Cristo e della sua Parola, scoprano la propria identità, il significato della vita umana, il valore delle relazioni e della solidarietà sociale, lo scopo ultimo dell’esistenza e il destino della storia”.

Quindi è stato un invito a tenere fisso lo sguardo su Gesù: “Carissimi, tenere lo sguardo fisso su Gesù Cristo, nostro avvocato presso il Padre, genera una fede radicata nel rapporto personale con Lui, una fede che si fa testimonianza, capace di trasformare la vita e rinnovare la società. Questa fede ha bisogno di essere annunciata con strumenti e linguaggi nuovi, anche digitali, e ad essa tutti devono essere introdotti e formati con continuità e creatività. Ciò vale in particolare per coloro che si stanno aprendo all’incontro con Dio, ai catecumeni e ai ricomincianti, verso i quali vi raccomando un’attenzione particolare”.

(Foto: Santa Sede)

Missionari Martiri: gente di primavera

Oggi, nella data in cui si fa memoria dell’assassinio di mons. Oscar Romero, arcivescovo di San Salvador, avvenuto il 24 marzo 1980, ricorre la 34^ Giornata dei Missionari Martiri, a causa del suo impegno accanto al popolo salvadoregno in lotta contro un regime indifferente alle condizioni dei più deboli e dei lavoratori, unito alla sua testimonianza di vita cristiana autentica in ascolto della Parola di Dio e allo stesso tempo così vicina e attenta agli ultimi e audace, l’hanno reso un punto di riferimento:

“Questo giorno ci invita a ricordare coloro che hanno donato la propria vita nel servizio e nel Vangelo e a riconoscere la presenza viva e operante di testimoni che hanno scelto di portare il Vangelo nei luoghi dove la vita e la dignità umana sono maggiormente minacciate”.

Questa ricorrenza invita pertanto a ricordare coloro che hanno donato la propria vita nel servizio e nel Vangelo e a riconoscere la presenza viva e operante di testimoni che hanno scelto di portare il Vangelo nei luoghi dove la vita e la dignità umana sono maggiormente minacciate.

Il tema della Giornata dei Missionari Martiri di quest’anno, ‘Gente di primavera’, si ispira al Messaggio per la Giornata Missionaria Mondiale dello scorso anno in cui papa Francesco ricordava che la missione è un’azione comunitaria: tutta la Chiesa è chiamata a dare continuità alla missione di Cristo. Superando difficoltà e debolezze, essa è spinta dall’amore di Cristo a camminare unita a Lui e a farsi carico, insieme a Lui, del grido che sale dall’umanità:

“Siamo battezzati nella morte e risurrezione redentrice di Cristo, nella Pasqua del Signore che segna l’eterna primavera della storia. Siamo allora ‘gente di primavera’, con uno sguardo sempre pieno di speranza da condividere con tutti perché in Cristo crediamo e sappiamo che la morte e l’odio non sono le ultime parole sull’esistenza umana”.

Nell’introdurre questa giornata Elisabetta Vitali, segretaria nazionale di ‘Missio Giovani’, ha evidenziato il lascito dei missionari martiri: “La loro testimonianza diventa seme fecondo e ci interpella, spingendoci a rinnovare il nostro impegno battesimale, a vivere la nostra fede con più coraggio, coerenza e carità, specialmente verso chi è ai margini. Ci insegna che la vera missione è spendersi totalmente per amore e che il Vangelo si vive e si testimonia nelle periferie esistenziali e geografiche, mostrandoci la via di una fede che non ha paura di sporcarsi le mani e che si mette a servizio dei fratelli e delle sorelle”.

Secondo il rapporto dell’Agenzia Fides nello scorso anno sono stati uccisi nel mondo 17 missionari e missionarie: sacerdoti, religiose, seminaristi, laici. La ripartizione continentale evidenzia che il numero più elevato di operatori pastorali uccisi nell’anno  si è registrato in Africa, dove sono stati assassinati 10 missionari (6 sacerdoti, 2 seminaristi, 2 catechisti). Nel Continente americano sono stati uccisi 4 missionari (2 sacerdoti, 2 religiose), in Asia 2 (un sacerdote, un laico). In Europa è stato ucciso un sacerdote. Inoltre dal 2000 al 2025 il totale dei missionari ed operatori pastorali uccisi è di 626, un dato che è in aumento a causa dei recenti conflitti.

Inoltre in questa giornata ‘Missio Giovani’ sostiene il progetto ‘Napenda Kuishi’ nella parrocchia di Kariobangi, situata nelle periferie di Nairobi per accompagnare i ragazzi di strada, offrendo loro nuove opportunità di rinascita: “Lo slogan della Giornata dei Missionari Martiri ci ha guidato in questa esperienza concreta: vogliamo infatti essere gente che porta speranza e amore in questi contesti, soprattutto dove giovani nostri coetanei vivono in situazioni di grande difficoltà.

Il sogno e la speranza per questi giovani è che, attraverso questo progetto, diventino un segno tangibile di chi sceglie di non abituarsi alle ingiustizie, alla povertà, e che possano essere proprio loro testimoni del coraggio di scegliere un futuro migliore e più dignitoso. In Quaresima, mentre preghiamo per i missionari che hanno testimoniato il Vangelo con la vita, ci sentiamo chiamati a tradurre il loro esempio in azioni concrete”.

(Foto: Missio Giovani)

Quinta domenica di Quaresima: Io sono la risurrezione e la vita

I brani del Vangelo delle domeniche di Quaresima sono immagini vive con le quali Gesù indica il Battesimo: il sacramento che ci conferisce la luce vera, il sacramento che disseta per la vita eterna, il sacramento che conferisce la vera vita (la vita eterna). Davanti a Dio esiste la vita, l’uomo vivo: gli uomini vivi, prima della morte del corpo, gli uomini vivi ,dopo la morte del corpo. La nostra vita ha due momenti: uno terreno, l’altro celeste; ma l’uomo è sempre vivo davanti a Dio, che ci ha creati e redenti per possedere la vita eterna.

Il miracolo riportato nel Vangelo: ‘la risurrezione di Lazzaro’ è un segno eclatante di questa verità; Gesù dice a Maria: ‘Io sono la risurrezione e la vita, chi crede in me non muore ma  vive per la vita eterna’. Alla vigilia della sua passione e morte in croce, Gesù evidenzia questa verità con la risurrezione di Lazzaro: se credi vedrai trasformarsi  la tomba in un giardino, le tenebre in luce, la morte in vita eterna. Gesù evidenzia così la verità di Dio, la nuova realtà. Ecco perché la risurrezione di Lazzaro è una lezione di vita che Gesù fa non solo alle due sorelle Marta e Maria  ma anche ai suoi dodici Apostoli e alla sua Chiesa.

Da qui diventa comprensibile l’agire di Gesù nel racconto del brano biblico: l’amico Lazzaro ammalato stava per morire e Gesù non trovò di meglio che indugiare. Il ritardo di Dio non è mai un ritardo d’amore ma è la maniera di rivelare il suo vero amore. A Betania l’incontro di Gesù con le due sorelle è drammatico ed anche pieno di tenerezza; Marta dice: ‘Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto’. Le sorelle piangono, Gesù si commuove e ricorda che Dio è il Dio della vita: ‘Io sono la risurrezione e la vita; se credi, tuo fratello risorgerà’.

Gesù annuncia la risurrezione vera, autentica; la risurrezione di Lazzaro vuole essere un segno chiaro che Gesù ha vinto la morte, questa perciò non deve fare paura all’uomo che crede perché è stato creato per la vita eterna. Può sembrare strano ma a Gesù non interessa tanto riportare Lazzaro in vita quanto ridestare in Maria e Marta la fede nella risurrezione. La paura della morte non deve avere il sopravvento sull’angoscia del dolore ma farci prendere coscienza che Dio è grande e misericordioso.

Lazzaro oggi può risuscitare ed essere restituito alla vita e alla famiglia; ma se oggi risuscita, un altro giorno morirà; ma l’amore di Dio ha creato l’uomo per la felicità eterna. Gesù, d’amico, vero Dio, interviene, consola le due sorelle e dà la prova eclatante della sua affermazione: ‘Io sono la risurrezione e la vita’; ciò che necessita è la fede in Dio e l’amore verso Dio e i fratelli in nome di Dio. 

Con il Battesimo ci siamo innestati a Cristo per diventare una grande famiglia; alla sua Chiesa Gesù invita a pregare ‘Padre nostro che sei nei cieli’; allora come Gesù ebbe a dire ai suoi ‘andiamo a Gerusalemme, là il Figlio dell’uomo sarà dato in mano ai suoi nemici, condannato a morte, flagellato e crocifisso, però il terzo giorno risusciterò’ così sarà per ogni uomo che crede ed ama. La risurrezione di Lazzaro vuole essere un segno chiaro della verità di Dio. Dio è il Dio della vita, Gesù viene per salvare l’uomo e dargli la vita eterna.

L’intervento di Dio si manifesta, come in Lazzaro, in tre momenti: a) togliere la pietra, b) l’intervento di Dio; c) liberatelo e lasciatelo andare. E’ necessario scandire questi tre momenti, come tre gradini, per entrare nella vita eterna. Gesù, dice il Vangelo, si fa accompagnare dalle due sorelle alla tomba: c’è tanta gente accorsa per consolare le due sorelle rimaste prive dell’unico fratello. Gesù, come uomo, piange l’amico Lazzaro, tanto che la gente esclama: vedi come l’amava!

Gesù interviene ora come Figlio di Dio: a) togliete la pietra; rotolate via i macigni del vostro cuore, le pietre sotto le quali tante volte giace la vostra anima: egoismo, orgoglio, incapacità di perdonare, mancanza di amore. Aprite il cuore e rivestitevi dell’abito della purezza e della santità: l’abito bianco del battesimo. B) Lazzaro, vieni fuori!

E’ un comando perentorio, un comando divino; Lazzaro, lascia le tenebre e vieni dove c’è la luce, il sole, la primavera. Vieni dove c’è la vita. Una mamma non partorisce un figlio perché un giorno possa morire ma nella gioia, nell’abbraccio materno. Così Gesù chiama Lazzaro per restituirlo alla famiglia, alla società, all’amore. C) Liberatelo e lasciatelo andare: oggi Gesù invita ciascuno di noi a spiegare le ali al vento, liberare l’anima dalla maschera, dalle grette paure e con fede vera e profonda invita a seguire Cristo che ci ripete: ‘Io sono la Via, la Verità e la Vita’. 

Tre momenti che fanno dell’uomo l’autentico cristiano, seguace di Cristo che con voce alta e forte avvisa: ‘Io sono la risurrezione e la vita, chi crede in me ha la vita eterna’.  La morte fisica, la morte del corpo è solo il momento del passaggio dalla vita limitata nello spazio e nel tempo, alla vita eterna. Le sofferenze fisiche, la stessa morte non è un segno di punizione divina perché Dio è padre e misericordia infinità. 

Come Cristo, divenuto nostro fratello è risorto, anche noi, dopo aver salito il Calvario della nostra esperienza terrena, risusciteremo. Ecco perché Gesù ci ripete: ‘Non temere, piccolo gregge, io sarò con voi sino alla fine del mondo. Non vi lascio orfani. Certo ,siamo uomini e la morte è il punto di demarcazione tra la terra e il cielo: se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, non diventerà mai una florida spiga. La risurrezione di Lazzaro ci accompagnerà alla settimana santa che si conclude non il Venerdì santo con la crocifissione, ma con la Domenica di risurrezione: la Pasqua di Cristo risorto.

Papa Leone XIV: il popolo di Dio partecipa alla missione di Cristo

“Saluto i fedeli di lingua araba, in particolare quelli provenienti dal Medio Oriente. Il cristiano è chiamato ad essere strumento di pace, amore e riconciliazione, affinché la vera pace possa prevalere tra tutti i popoli. Il Signore vi benedica tutti e vi protegga ‎sempre da ogni male!”: al termine dell’udienza generale in lingua araba papa Leone XIV ha rinnovato l’appello perché la pace possa prevalere tra tutti i popoli, rivolgendosi in particolare ai fedeli provenienti dal Medio Oriente li ha incoraggiati ad essere strumenti di riconciliazione.

Nella catechesi ha proseguito la riflessione sul documento del Concilio Vaticano II ‘Lumen gentium’, riflettendo sulla comunità ecclesiale quale ‘popolo sacerdotale e profetico’: “Il popolo messianico riceve da Cristo la partecipazione all’opera sacerdotale, profetica e regale in cui si attua la sua missione salvifica. I Padri conciliari insegnano che il Signore Gesù ha istituito mediante la nuova ed eterna Alleanza un regno di sacerdoti, costituendo i suoi discepoli in un sacerdozio regale”.

Quindi è un sacerdozio a cui tutti sono chiamati attraverso il Battesimo: “Questo sacerdozio comune dei fedeli viene donato con il Battesimo, che ci abilita a rendere culto a Dio in spirito e verità ed a ‘professare pubblicamente la fede ricevuta da Dio mediante la Chiesa’. Inoltre, attraverso il sacramento della Confermazione o Cresima, tutti i battezzati ‘vengono vincolati più perfettamente alla Chiesa, sono arricchiti di una speciale forza dallo Spirito Santo e in questo modo sono più strettamente obbligati a diffondere e a difendere la fede con la parola e con l’opera, come veri testimoni di Cristo’. Questa consacrazione sta alla radice della comune missione che unisce i ministri ordinati e i fedeli laici”.

Quindi il sacerdozio è esercitato in molti modi: “L’esercizio del sacerdozio regale avviene in molti modi, tutti tesi alla nostra santificazione, anzitutto partecipando all’offerta dell’Eucaristia. Mediante la preghiera, l’ascesi e la carità operosa testimoniamo così una vita rinnovata dalla grazia di Dio”.

E chi partecipa a tale sacerdozio partecipa anche alla missione di Gesù: “I Padri conciliari insegnano poi che il popolo santo di Dio partecipa anche della missione profetica di Cristo. In questo contesto introduce il tema importante del senso della fede e del consenso dei fedeli… Il senso della fede appartiene dunque ai singoli fedeli non a titolo proprio, ma quali membra del popolo di Dio nel suo insieme”.

Tale aspetto è messo in luce dal documento conciliare: “La totalità dei fedeli, che hanno ricevuto l’unzione dal Santo non può sbagliarsi nel credere e manifesta questa sua proprietà particolare mediante il senso soprannaturale della fede di tutto il popolo, quando dai vescovi fino agli ultimi fedeli laici esprime l’universale suo consenso in materia di fede e di morale”.

Per questo la Chiesa non erra nella fede: “La Chiesa, dunque, come comunione dei fedeli che include ovviamente i pastori, non può errare nella fede: l’organo di questa sua proprietà, fondato sull’unzione dello Spirito Santo, è il soprannaturale senso della fede di tutto il popolo di Dio, che si manifesta nel consenso dei fedeli. Da questa unità, che il Magistero ecclesiale custodisce, consegue che ciascun battezzato è soggetto attivo di evangelizzazione, chiamato a dare coerente testimonianza di Cristo secondo il dono profetico che il Signore infonde a tutta la sua Chiesa”.

E’ questa la vitalità carismatica, a cui il papa invita: “Una dimostrazione peculiare di tale vitalità carismatica è offerta dalla vita consacrata, che continuamente germoglia e fiorisce per opera della grazia. Anche le forme associative ecclesiali sono esempio luminoso della varietà e della fecondità dei frutti spirituali per l’edificazione del Popolo di Dio. Carissimi, risvegliamo in noi la consapevolezza e la gratitudine di aver ricevuto il dono di far parte del popolo di Dio; e anche la responsabilità che questo comporta”.

In precedenza ricevendo i partecipanti al convegno ‘Oggi chi è il mio prossimo?’, il papa ha chiesto cure accessibili per tutti: “In molte Nazioni le diseguaglianze in campo sanitario stanno crescendo: meno persone possono curarsi con i servizi offerti. Uno sguardo urgente va posto anche sulla salute mentale delle persone, in particolare dei giovani, perché le ferite invisibili della psiche non sono meno pesanti di quelle visibili”.

Quindi ha riaffermato il diritto di ciascuno alla salute: “La salute non può essere un lusso per pochi, ma è una condizione essenziale per la pace sociale. Una copertura sanitaria universale non è soltanto un obiettivo tecnico da raggiungere, è prima di tutto un imperativo morale per le società che vogliono definirsi giuste. La tutela e la cura della salute devono essere accessibili ai più vulnerabili, perché ciò è richiesto dalla loro dignità e anche per evitare che un’ingiustizia diventi seme di conflitti”.

Per il cristiano il prossimo è il ‘centro’ delle sue domande: “La domanda che sta al centro del tema di questa giornata, tratta dal Vangelo di Luca, interpella tutti; non per giustificarsi, come fa il dottore della legge, ma per lasciarsi pienamente interrogare. E’ una domanda sempre attuale, che non ha una risposta unica e univoca, ma chiede a ciascuno di rispondere in modo concreto e puntuale. Pertanto, possiamo domandarci: per me, in questo momento della mia vita, chi è il prossimo? Nelle diverse situazioni in cui ci troviamo a vivere, le risposte sono differenti; ciò che non cambia è l’invito ad andare verso l’altro, soprattutto verso chi soffre”.

Infine per il cristiano non è ammessa l’indifferenza: “La distanza, la distrazione, l’assuefazione alla visione della violenza e delle sofferenze altrui ci spingono verso l’indifferenza. Ogni uomo e donna, in particolare il cristiano, è chiamato a fissare lo sguardo su chi soffre, sul dolore delle persone sole, su quanti per vari motivi vengono emarginati e considerati come ‘scarti’, perché senza di loro non potremo costruire società giuste, a misura di persona.

E’ illusorio pensare che, ignorando questi fratelli e queste sorelle, sia più facile raggiungere una condizione di felicità. Soltanto insieme potremo costruire comunità solidali e capaci di prendersi cura di ognuno, nelle quali si sviluppino benessere e pace, a beneficio di tutti. Curare l’umanità altrui aiuta a vivere la propria”.

(Foto: Santa Sede)

Quarta domenica di Quaresima: Signore, fa’ che io veda

Il brano del Vangelo continua la catechesi battesimale; il Battesimo è il sacramento che ci fa ‘uomini nuovi’, veri figli di Dio. Questa domenica è detta ‘lastre’, la domenica della gioia nella quale vediamo la luce e scopriamo la nuova dignità di figli di Dio. Perché la luce di Cristo risplenda in noi è necessario l’amore di Dio e avere il coraggio e la buona volontà di immergerci nella ‘piscina di Siloe’, il sacramento della riconciliazione.

Nel Vangelo il protagonista oggi è un mendicante, cieco dalla nascita; un uomo che non ha mai veduto né il sole, né la pioggia; non ha visto con i suoi occhi né il papà, né la mamma, un uomo costretto a vivere ai margini della società. Gesù lo vede, si commuove; fa un poco di fango con la saliva, spalma il fango negli occhi e lo invia alla piscina: ‘Vai, lavati ed avrai la vista’. Il cieco credette, andò, si lavò ed ebbe finalmente la vista. La salvezza operata da Gesù non è mai un atto magico, ma è sempre un atto relazionale: ognuno deve fare la sua parte: Dio opera ma l’uomo deve avere fede in Dio.

Ecco perché al cieco Gesù ordina: ‘Vai a Siloe e lavati!’, il cieco obbedì, andò, si lavò e tornò che ci vedeva. Per i farisei presenti quanto è successo non è motivo di stupore, di riconoscenza a Dio, ma la convinzione che Gesù è un peccatore  per avere agito così in giorno di sabato. Al centro invece dell’agire di Cristo Gesù non c’è una norma di legge, ma c’è l’uomo e il suo bisogno. Ogni legge è scritta per servire l’uomo e riscattarlo nella sua dignità di persona umana.

Il miracolo operato da Gesù evidenzia una verità fondamentale: la preziosità della vista, non solo la vista fisica degli occhi, del corpo, ma soprattutto dell’anima, dello spirito. La vista fisica ci permette di cogliere l’apparenza delle cose: ciò che appare, che si può toccare con le mani, sentire con gli orecchi, cogliere anche nei suoi aspetti variopinti.  La vista dell’anima ci fa cogliere l’essenza delle cose, la verità che Dio ha profuso in esse; ci porta al cuor, ci porta a Dio. Chi non ha la luce della fede si ferma all’apparenza e si accontenta di essa; chi ha fede vede le cose in Dio, che ha creato tutta le realtà e l’uomo a sua immagine e somiglianza.

L’episodio del Vangelo è singolare: davanti a Gesù c’è quel povero cieco ormai guarito: una guarigione nel giorno di sabato, giorno di preghiera e del Signore; dall’altra parte ci sono i farisei, i dottori della legge. Quelli che si fermano alla lettera, all’apparenza, ed interrogano il guarito: chi sei?, come ci vedi?, chi ti ha dato la vista?, perché ti sei lavato in giorno di sabato? E’ peccato!  I farisei stimano il guarito un imbroglione ed interrogano i suoi genitori: è vostro figlio?, era cieco?, come ora ci vede? In giornata di sabato non si va in piscina a lavarsi.

Sembra un interrogatorio di quarto grado ed i genitori se ne lavano subito le mani per non essere coinvolti e rispondono: è nostro figlio, era cieco, chiedetelo a lui come ci vede; noi non lo sappiamo. Il cieco guarito ha ormai la vista degli occhi ma anche quella dell’anima e risponde da maestro: se Gesù è peccatore, io non lo so; so di certo che ero cieco ed ora ci vedo; ma, penso, può Dio operare miracoli attraverso un peccatore’ ? a meno che voi volete diventare suoi discepoli.

Ora il cieco è divenuto vero maestro destando l’ira dei farisei che dubitano della sua cecità; vorrebbero svuotare il miracolo dicendo: ‘Non è il cieco nato, ma uno che gli somiglia’; ma il cieco guarito ribatte: sono proprio io; mi ha guarito Gesù ma non so ora dove Egli sia. Nel cieco guarito i farisei vedono ora crollare tutti i loro sogni di grandezza, di un Dio tutto proprio perché si ritengono sani, saggi, pagano le tasse e sono rispettati dalla gente.

Ai farisei interessava la reputazione della gente; a Gesù interessa l’uomo, l’uomo creato ad immagine di Dio, l’uomo che deve essere salvato e riportato alla sua dignità: interessa salvare l’uomo. Sconfitti e delusi, i farisei si allontanano, mentre Gesù si avvicina al guarito; seppe che lo avevano cacciato fuori come peccatore e gli rivolge la domanda: ‘Tu credi nel Figlio dell’uomo?’ e il cieco guarito chiede: ‘Chi è Signore’? e Gesù aggiunge: ‘E’ colui che parla con te’; il guarito si prostrò e l’adorò. Il cieco guarito imbocca la strada della fede; scopre la luce vera, si prostra ed adora.

Nel cammino della vita l’uomo è chiamato a scoprire l’opera divina, che si impone senza compromessi, sempre per chiarezza e splendore. Il sabato, i comandamenti di Dio, la legge del Signore non mirano a schiavizzare l’uomo ma a renderlo veramente libero per amare Dio e i fratelli. Dio guarda sempre il cuore; il cuore deve essere sempre puro e libero.

Il Battesimo ci ha fatto rinascere a vita nuova e ci insegna una cosa: Amare perché Dio è amore. Con il Battesimo abbiamo ricevuto con lo Spirito Santo i tre semi teologali: la Fede, la Speranza e la Carità; come ogni seme la Fede deve crescere per segnare  la strada e la meta da raggiungere: luce vera che guida l’uomo nella giustizia e verità di Dio. Andiamo verso la Pasqua di risurrezione; ma sarà vera Pasqua se nel cuore regna l’amore.       

A Melegnano la settimana di animazione missionaria dal 15 al 22 marzo

La comunità pastorale ‘Dio Padre del Perdono’ di Melegnano, in provincia di Milano, ospiterà dal 15 al 22 marzo 2026 la settimana di animazione missionaria, promossa dai Missionari del Preziosissimo Sangue attraverso il Servizio di pastorale giovanile e vocazionale. L’iniziativa coinvolgerà parrocchie, scuole e realtà educative del territorio con un ricco calendario di celebrazioni, catechesi e incontri dedicati in particolare a giovani, adulti e famiglie. Il tema scelto, ‘Chi è freddo non riscalda’, prende spunto da una frase del fondatore della congregazione, san Gaspare del Bufalo: un invito a vivere la fede con passione e a riscoprire la dimensione missionaria della comunità cristiana.

La settimana missionaria si aprirà domenica 15 marzo alle ore 10.30 presso la parrocchia San Gaetano, con la celebrazione durante la quale verrà conferito il mandato missionario all’équipe. La Santa Messa sarà presieduta da mons. Franco Agnesi, vicario generale della diocesi di Milano. Durante tutta la settimana i missionari visiteranno le scuole del territorio e incontreranno giovani e adulti attraverso momenti di dialogo e catechesi.

Ogni giorno sono inoltre previsti momenti di preghiera e celebrazioni Eucaristiche. Immancabile anche l’appuntamento quotidiano con il Grande Oratorio Missionario, dedicato a bambini e ragazzi delle scuole elementari e medie. Tra gli appuntamenti principali, venerdì 20 marzo alle ore 21.00 si svolgerà la Via Crucis per le strade della città, mentre sabato 21 marzo, sempre alle ore 21.00, avrà luogo la veglia Eucaristica. La conclusione della settimana di animazione missionaria è prevista domenica 22 marzo alle ore 10.30 presso la parrocchia san Gaetano.

“Nei giorni dell’animazione missionaria – condivide don Valerio Volpi, Missionario del Preziosissimo Sangue e direttore dell’ufficio di pastorale giovanile e vocazionale – abitiamo fisicamente tutti i luoghi della comunità, per cercare di guardare negli occhi e stringere la mano a ‘vicini’ e ‘lontani’. Ai vicini, perché insieme a noi possano riscoprire la bellezza della dimensione missionaria del loro battesimo, perché nelle loro fatiche si sentano confermati e possano riprendere slancio nella loro vita pastorale.

L’animazione è per questi una sorta di grande ‘defibrillatore’ che possa renderli più consapevoli e responsabili del tesoro che il Signore ha loro affidato con il dono della fede. ‘Non veniamo a far da padroni sulla vostra fede – ripetiamo con san Paolo a tutti coloro che ci accolgono nelle loro comunità – siamo piuttosto collaboratori della vostra gioia’ (2 Cor 1,24).

Ai ‘lontani’ invece, a quelli che hanno perso il gusto del loro battesimo, o a quei fratelli e sorelle che portano nel cuore ferite tanto grandi da avere a volte oscurato la gioia del Vangelo, ci piace farci compagni di viaggio. Volti amici e sorrisi che con il passare del tempo, durante una settimana, divengono ‘familiari’, perché il calore umano diventi il primo mezzo per suscitare domande.

‘Non parlare di Dio a chi non te lo chiede – diceva san Francesco di Sales – ma vivi in modo che prima o poi te lo chieda’. All’animazione missionaria prenderanno parte tre sacerdoti, due suore Adoratrici del Sangue di Cristo, tre seminaristi dei Missionari del Preziosissimo Sangue e sette giovani laici, tra ragazzi e ragazze”.

Seconda domenica di Quaresima: ‘Questi è mio Figlio, l’amato; ascoltatelo’

E’ iniziata la Quaresima. Tempo forte, che conduce alla Pasqua di risurrezione; non è un itinerario da scoprire, è un cammino da percorrere, passo dopo passo, perché l’uomo è oggetto dell’azione misericordiosa di Dio Padre. Aiutati dalla Parola di Dio, non bastano solo i quaranta giorni che vanno dal ‘mercoledì della ceneri al giovedì santo’, ma sono necessari il Pentimento dei peccati e il servizio: una vita nuova caratterizzata dall’amore verso Dio e verso i fratelli; è necessario riscoprire il nostro Battesimo, che ci ha costituiti figli di Dio, e vivere da veri figli di Dio.

Dopo avere vinto le tentazioni di Satana, siamo chiamati oggi a salire sul monte Tabor (il monte della Trasfigurazione di Gesù) per arrivare al pozzo di Sicar, alla grazia che proviene solo da Cristo Gesù e dissetarci all’acqua che zampilla per la vita eterna. La salvezza non è una idea, una illusione, è invece la storia dell’amore misericordioso di Dio, che inizia con Abramo, l’uomo della Fede, che credette ed iniziò il suo cammino verso la Terra promessa: ‘Vattene dalla tua terra, disse Dio, dalla tua parentela, dalla casa di tuo padre, verso la terra che io ti darò; farò di te una grande nazione’; Abramo partì ed oggi è il padre delle tre grandi religioni monoteistiche: cristiana, ebraica, musulmana.

Come Abramo l’uomo di ieri e di oggi è invitato ad iniziare il proprio cammino. L’episodio della Trasfigurazione di Gesù è la dimostrazione che Egli è il vero Messia atteso, il Messia glorioso che l’umanità aspettava, desiderava; ma il cammino verso la gloria passa attraverso la Croce: dal monte Tabor al monte Calvario dove Gesù si offre come vittima per la salvezza dell’umanità, ma, vero Dio, risuscita il terzo giorno. La gloria della Trasfigurazione (del Tabor) è confermata nell’episodio biblico dalla presenza, accanto a Gesù, di Mosè ed Elia; il Padre celeste interviene per rassicurare gli apostoli: ‘Questi è il mio Figlio, l’amato; ascoltatelo!’

Gesù è infatti l’unica vera e completa rivelazione di Dio a noi. La Trasfigurazione evidenzia la visione del cielo, della gloria, in contrapposizione alla tragedia che si svolgerà a Gerusalemme: la crocifissione, sono due momenti dell’imprevedibile disegno dell’amore divino: ‘ad astra per aspera’, al cielo attraverso il viaggio del Calvario. Sul monte Gesù aveva voluto i tre apostoli. Pietro, Giacomo e Giovanni come veri testimoni sia della gloria della Trasfigurazione come della tragedia del Calvario. Gesù ci ricorda: chi vuole essere mio discepolo prenda la croce e mi segua; hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi.

La luce che sfolgora il volto di Cristo (che brillò come il sole e le vesti divennero candide come la neve), e la nube che avvolse Cristo e gli apostoli sono segni del cielo, segni della presenza del divino; proprio da questa luce viene fuori la voce del Padre: ‘Questi è il mio Figlio, l’amato; in Lui ho posto il mio compiacimento: ascoltatelo!’

Ascoltare Gesù anche quando i suoi annunci appaiono troppo forti; è la condizione essenziale per la salvezza; questa è la risultante di due componenti: una divina, l’altra umana: Cristo Gesù dà la sua vita per noi; è l’agnello che toglie i peccati del mondo; è la vittima che si offre al padre per la salvezza dell’uomo.

A questa deve fare seguito la componente umana: il nostro ‘sì’, responsabile e fermo a Dio, un ‘sì’ od ‘eccomi’ non astratto e labiale ma che si concretizza nell’amare Dio e il prossimo in nome di Dio; prendere la croce e seguire Cristo, l’amato dal Padre. Non esiste, caro amico, un ‘Vangelo comodo’, fatto a misura delle nostre velleità, un vangelo dove Dio compie quello che all’uomo piace. L’apostolo Pietro voleva scegliere la gloria della trasfigurazione senza passare dal Calvario.

‘E’ bello per noi, Signore, stare qui, facciamo tre tende’, ma il Padre interviene: ‘Questi è mio Figlio, ascoltatelo!’ e Gesù esorta i suoi discepoli: non parlate a nessuno di questa visione prima che il Figlio dell’uomo non sia risorto dai morti. Noi oggi, come Abramo, dobbiamo uscire dalla terra dei nostri sogni, dei nostri egoismi per incamminarci verso la terra che Dio ci mostra per mezzo di Gesù. Il Maestro divino ci chiama ad attuare la nostra vocazione attraverso la croce e l’amore; da questo il Padre ci riconoscerà come suoi figli.

Attuare concretamente la nostra vocazione, conforme ai talenti e ai carismi ricevuti con il Battesimo perché si realizzi il Regno di Dio nel mondo; come gli apostoli che lasciarono tutto, lo seguirono e furono chiamati a regnare sulle dodici tribù di Israele. E’ difficile? Umanamente sì, ma nella Chiesa Gesù stesso ci offre i mezzi per riuscire: l’Eucaristia e i sacramenti ed inoltre Maria, sua madre, come madre nostra. ‘Siete stanchi, affaticati, oppressi, prendete e mangiate: questo è il mio corpo’, ecco il dono dell’Eucaristia che ci porta la domenica a messa.

Morente in croce, Gesù dice a Maria: donna, ecco tuo figlio, Giovanni e con lui quanti crederanno in me e ti invocheranno ‘rivolgi a noi, Madre, i tuoi occhi misericordiosi’. Amici, con gioia e fede profonda iniziamo il nostro cammino quaresimale con la riscoperta del nostro Battesimo, il pentimento sincero dei nostri peccati, una vita di amore verso Dio e i fratelli. Allora e solo allora sarà Pasqua di risurrezione.

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