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La Chiesa ti ascolta negli ambienti digitali: in dialogo con Paolo Curtaz

Nello scorso dicembre a Roma è stato presentato il volume ‘La Chiesa ti ascolta. I missionari digitali si presentano’, curato da Paolo Curtaz e Rosy Russo, che raccoglie riflessioni e testimonianze di missionari e missionarie digitali, maturate nel cammino sinodale degli ultimi anni.

Nell’incontro il curatore Paolo Curtaz aveva inquadrato il contesto nel quale nasce l’esperienza raccontata nel libro: ‘Il 65% della popolazione mondiale ha un profilo social. Un dato che interpella direttamente la Chiesa, chiamata a interrogarsi su come stare in quell’ambiente’. Curtaz ha ricordato anche il Giubileo dei missionari digitali e influencer cattolici e il dato emerso in Francia, dove ‘il 75% dei nuovi battezzati adulti ha ammesso di essersi avvicinato alla fede attraverso un social’.

Mons. Lucio Ruiz, segretario del Dicastero per la Comunicazione, intervenuto con un video-messaggio, aveva spiegato che il libro “non è una pubblicazione sulla comunicazione, né un manuale di social network, ma la testimonianza di Chiesa che nel Sinodo ha deciso di ascoltare. La missione digitale non è una strategia di marketing, ma nasce dal battesimo ed è chiamata a confrontarsi con solitudine, ansia, esclusione, violenze simboliche”.

Invece Rosy Russo aveva ricostruito la genesi del progetto ‘La Chiesa ti ascolta’, avviato nel 2022 in accompagnamento al cammino sinodale: ‘Non c’era un budget, non c’era una strategia, non c’era niente, c’era solo il desiderio grande di essere missionari anche in questo luogo’.

Centrale l’esperienza dell’ascolto online, che ha portato alla raccolta di oltre 100.000 questionari nel mondo, di cui 10.000 in Italia: ‘Il 35% delle risposte arrivava da persone che non erano della Chiesa… Mi fa piacere che la Chiesa ascolti perché ne ha un gran bisogno’.

Il libro è il frutto di alcuni momenti forti del percorso della nuova missione digitale: ‘La Chiesa ti ascolta’ era nato dal Sinodo, che aveva dedicato spazio alla riflessione sulle nuove tecnologie. Il cammino della riflessione aveva avuto una tappa decisiva nel Giubileo dei missionari digitali e degli influencer cattolici nello scorso luglio, in cui papa Leone XIV aveva detto:

“Questa è la missione della Chiesa: annunciare al mondo la pace! .. E’ la missione che la Chiesa oggi affida anche a voi; che siete qui a Roma per il vostro Giubileo; venuti a rinnovare l’impegno a nutrire di speranza cristiana le reti sociali e gli ambienti digitali”.

Questo era il compito affidato da papa Leone XIV ai missionari digitali. Al teologo e ‘cercatore di Dio’, Paolo Curtaz, chiediamo se il compito affidato da papa Leone XIV ai missionari digitali di ‘nutrire’ di speranza cristiana le reti social è un compito difficile:

“Sì, lo è perché il mondo sembra avere smarrito la speranza. La percezione che abbiamo del mondo che ci circonda, alimentata peraltro dalla diffusione globale dei social che amplificano eventi e paure, è quella di una follia generalizzata, della fine del multilateralismo, il dilagare della forza, ignorando quanto faticosamente costruito negli ultimi ottant’anni. Contrapposizioni, polarizzazioni, linguaggi aggressivi rendono tutto complicato. Ed è proprio questo il momento in cui fare la differenza, abitando la rete rendendo ragione della speranza che è in noi, come scrive san Pietro nella Prima Lettera, Cristo risorto Signore della Storia”.

In quale modo la Chiesa ti ascolta?

“La Chiesa siamo noi: uomini e donne che hanno incontrato o che cercano il Dio di Gesù, che lo accolgono come da sempre, a partire dagli apostoli, ci è stato raccontato. Comunità che rendono presente il Regno, sostenute dallo Spirito, con il compito di annunciare il Vangelo in attesa della venuta definitiva di Gesù nella gloria. Ed in questo tempo di mezzo, in questa terra di mezzo, siamo chiamati a diventare profezia di una nuova umanità, per far vedere che è possibile vivere custodendo la diversità senza contrapposizioni, svelando che esiste un mistero nascosto nei secoli.

E questa Chiesa, cioè noi, abita il mondo anche se non gli appartiene e a questo mondo si rivolge. Lungo la storia le comunità si sono articolate in diversi modi: seguendo l’intuizione di un santo, abitando un territorio, condividendo una spiritualità particolare… Fra queste opportunità oggi esiste anche la rete; abitandola ascoltiamo le gioie e le speranze delle persone, secondo la Costituzione pastorale ‘Gaudium et Spes, e proponiamo un orizzonte”.

Quale differenza corre tra influencer e missionari digitali?

“Una differenza linguistica minima, dal mio punto di vista. Diciamo che in Italia il termine influencer viene associato a personaggi diventati famosi (Chiara Ferragni, Fedez…) ma molto divisivi. Perciò, correttamente, i sinodali hanno usato sia il termine influencer cattolici che missionari digitali. Quest’ultimo termine mette a fuoco il compito di ogni battezzato che è missionario, cioè dice di Dio, ma lo fa anche nell’ambiente digitale”.

Come comunicare la fede da ‘digitale’ a ‘digitale’?

“”Bisogna ricordarsi che digitale è uno strumento e nulla più. Ciò che fa la differenza è il contenuto. Oggi il 73% degli italiani ha un profilo social, in media si passano 100 minuti al giorno a vedere contenuti video, per i giovani ovviamente questi tempi aumentano. Come può la Chiesa abitare questa nuova Galilea? Facendolo con stile proprio, con contenuti approfonditi, sapendo di essere un ago in un pagliaio, sapendo che ci sono degli interrogativi da affrontare (chi certifica che quanto viene detto è in linea con la Tradizione apostolica?) ma starne fuori sarebbe imperdonabile.

Poi, come ricordato già da papa Benedetto XVI, la fede passa necessariamente attraverso un incontro personale ma la scintilla può partire dalla rete. Lo testimonia il fatto che sui 10800 catecumeni francesi che hanno ricevuto il battesimo lo scorso anno a Pasqua, il 75% ha affermato di avere conosciuto il cristianesimo sui social… Quindi un primo approccio virtuale per comunicare una fede reale”.

Nel messaggio per la giornata delle comunicazioni sociali appena trascorsa, ‘Custodire voci e volti umni’, papa Leone XIV ha invitato ad un’alleanza con l’innovazione digitale: è possibile?

“Si, certo: ad esempio facendo in modo che chi è missionario digitale almeno condivida i toni e lo stile del manifesto ‘parole_o stili’ per una comunicazione non aggressiva”.

Allora nell’era digitale è possibile ‘custodire’ voci e volti che non siano avatar?

“Certamente: non è un mondo virtuale ma reale, le interazioni, le persone che dialogano, le relazioni che si creano sono reali e possono davvero essere un modo di evangelizzare”.

Papa Leone XIV: annunciare il Vangelo nell’essenzialità

“E’ quanto abbiamo la grazia di constatare in diversi modi, anche in un tempo come il nostro, segnato dalla complessità. L’ho sperimentato direttamente nelle mie recenti visite a Pompei, a Napoli e ad Acerra. Molti segni ci parlano di stanchezza, di frammentazione, di solitudine. Nelle nostre comunità possiamo talvolta avvertire la fatica di trasmettere la fede, la difficoltà di coinvolgere le nuove generazioni. Ma il Vangelo ci riscuote”: oggi papa Leone XIV ha ricevuto i vescovi italiano, a conclusione dell’82^ assemblea generale della Cei, con un ringraziamento per l’apprezzamento dell’enciclica.

Il discorso del papa verte intorno al ‘seminatore’ instancabile quale è Dio: “Seminatore instancabile, Dio esce ogni giorno nel mondo e sparge con generosità nei cuori il desiderio dell’infinito, di una vita piena, di una salvezza che libera. Sì, grazie a Dio, la messe è molta. Il nostro primo compito è questo: fare nostro lo sguardo del Signore. Non lamentarci soltanto dei terreni induriti né soffermarci semplicemente ai dati statistici, ma saper vedere, con gli occhi del Risorto, il raccolto che Dio stesso ci prepara. Fratelli carissimi, lo Spirito Santo ci doni cuori ardenti dello slancio di Cristo e susciti numerosi e santi operai per lavorare con noi”.

Riprendendo i testi di san Francesco d’Assisi, il papa ha invitato i vescovi ad annunciare il Vangelo: “Perché è dal Vangelo che nasce la fede, come incontro vivo con Cristo, morto e risorto, presente nella sua Chiesa. Oggi, nel contesto in cui siamo chiamati a operare, confrontandoci con altre prospettive di vita e con sfide antropologiche inedite, riportare al centro il Vangelo è il dono che dà entusiasmo alla nostra vita di Vescovi e l’urgenza che ci spinge”.

Ed ecco che l’iniziazione cristiana non è solo limitata ai sacramenti: “Ecco, dunque, la rinnovata attenzione all’iniziazione cristiana, che non può essere pensata solo come preparazione ai Sacramenti. Essa è il ‘grembo’ in cui una comunità genera alla fede e introduce nella vita pasquale, nella comunione con il Signore, nella fraternità ecclesiale. Si tratta di riscoprire il Battesimo come realtà viva ed esistenziale… Una Chiesa che, mentre gioisce stupita di fronte ai catecumeni giovani e adulti, è poi capace di sostenere la loro perseveranza dopo lo slancio iniziale”.

E’ stato un invito a ‘coltivare’ la comunità: “La fede viene trasmessa e cresce dove ci sono comunità vive e ospitali, capaci di pregare e di ascoltare; comunità nelle quali la Parola di Dio non resta ai margini, ma illumina le scelte, dove l’Eucaristia è davvero fonte e culmine, dove i poveri non sono destinatari esterni di un servizio, ma fratelli e sorelle nei quali il Signore ci parla; dove i giovani sono volti e voci e storie con cui dialogare; dove le famiglie non sono lasciate sole e le ferite non vengono nascoste, ma portate davanti al Signore con umiltà; dove la fede diventa impegno effettivo nella società, nella politica, nella cultura”.

La comunità, quindi, è viva, quando c’è ascolto: “Proprio per questo, noi Vescovi siamo chiamati a un ascolto profondo: ascoltare la Parola di Dio, ascoltare il Popolo di Dio, e quindi ascoltare i segni dei tempi, ascoltare anche ciò che mette in discussione le nostre abitudini pastorali. Dove l’ascolto è vero, la comunità non si chiude in sé stessa, ma diventa luogo di discernimento e di missione e, a tal fine, sa rinnovarsi”.

Ed il cammino sinodale è lo stile a cui la Chiesa è chiamata: “Chiesa sinodale è quella in cui ciascuno, secondo la propria vocazione, può offrire il dono ricevuto dallo Spirito per l’edificazione comune. La partecipazione, dunque, non è una concessione: è un’esigenza della comunione e della missione e, perciò, deve diventare metodo, responsabilità, verifica, nel coinvolgimento dei diversi carismi e ministeri e nel rispetto del compito proprio del Vescovo”.

Stile sinodale come missione: “Non si tratta di imitare schemi organizzativi esterni, né di ridurre tutto a efficienza amministrativa, ma di domandarsi quale fisionomia aiuti oggi i Pastori e le Chiese locali ad annunciare meglio il Vangelo, a camminare insieme, a rendere possibile una partecipazione effettiva, ordinata e feconda. Quando è vissuta nello Spirito, questa verifica non indebolisce la comunione ma la purifica”.

Per questo ha invitato i vescovi al coraggio dell’essenziale: “Abbiamo il coraggio dell’essenziale! Il coraggio di comunità meno preoccupate di conservare tutto e più libere di annunciare Cristo. Il coraggio di una catechesi che sia cammino di iniziazione e formazione permanente alla vita cristiana. Il coraggio di parrocchie accoglienti e missionarie, in cui le famiglie si ritrovano e si rinnovano con la linfa del Vangelo. Il coraggio di organismi di partecipazione vivi. Il coraggio di ascoltare i giovani senza addomesticarne le domande. Il coraggio di lasciarci evangelizzare dai poveri. Il coraggio di una struttura nazionale sempre più al servizio della comunione missionaria delle Chiese in Italia”.

In precedenza aveva incontrato i partecipanti alla plenaria del Dicastero per l’Evangelizzazione, ringraziandoli per il lavoro giubilare svolto con l’invito ad annunciare il Vangelo: “L’evangelizzazione chiede di continuare a essere la motivazione fondamentale di ogni azione della Chiesa universale e delle comunità locali; solo così la fede stessa viene riscoperta sempre di nuovo nella sua bellezza ed esprime al meglio la sua credibilità. L’annuncio del Vangelo, che infonde speranza, non è una proposta utopica: è una testimonianza che attrae in quanto manifesta la chiamata all’amore e alla verità”.

Per evangelizzare, però, è necessario capire i ‘segni dei tempi’: “La trasmissione della fede, in tale contesto, passa necessariamente attraverso l’incontro con persone e comunità che esprimono la gioia della fede cristiana e la coerenza di uno stile di vita evangelico. Non è certo annacquando i contenuti e ammorbidendo le esigenze che si può rendere attraente il cristianesimo, ma testimoniando con umiltà e coraggio ‘la via, la verità e la vita’ che ha convertito e santificato tante persone.. La santità della vita, pertanto, rimane sempre la forma più convincente della bellezza della fede cristiana che supera i tempi e si propone ad ogni cultura”.

Il papa ha terminato l’incontro con la richiesta di una maggior ‘attenzione’ al sacramento del battesimo: “Un’attenzione peculiare è dovuta nei confronti dei catecumeni, che in numero sempre più significativo chiedono il Battesimo. Il gioioso servizio della comunità nell’accogliere e accompagnare i catecumeni non può concludersi con la celebrazione del Sacramento. Altrettanta responsabilità richiede il compito successivo, quello cioè di offrire un ambiente nel quale trovino riscontro le attese che hanno portato ad aderire a Cristo e alla sua Chiesa”.

In questo modo si garantisce la crescita spirituale: “Il dovere di mantenere viva la scelta di fede compiuta con il Battesimo comporta, in particolare per le comunità parrocchiali, l’esigenza di tendere sempre alla misura alta della vita cristiana, per assicurare ai nuovi battezzati uno spazio di crescita coerente, frutto di relazioni interpersonali vissute nell’amore e nel servizio reciproco”.

(Foto: Santa Sede)

Solennità di Pentecoste: Vieni, Santo Spirito!

‘Pentecoste’ termine di origine greca, indica un periodo di cinquanta giorni, è una festa assai antica che nel mondo ebraico veniva celebrata il 50° giorno dopo la Pasqua. Era una festa del mondo dell’agricoltura. Per il mondo cristiano è qualcosa di diverso perché tale ricorrenza coincide con l’attuazione della promessa di Gesù: ‘Non vi lascerò orfani, ma vi invierò lo Spirito Consolatore’. Lo Spirito Santo è la Terza persona divina che guida la Chiesa per volontà divina. Il suo arrivo è descritto negli atti degli apostoli.

Anzi lo stesso anno liturgico è scandito proprio da queste tre solennità: Natale (festa in onore del Padre, che ha creato il cielo e la terra), in essa ringraziamo Dio che ci ha creato a sua immagine e somiglianza. Pasqua (la festa nella quale ringraziamo il Figlio, il Verbo eterno, Gesù che è morto in croce per salvarci e riconciliarci con Dio). Pentecoste (l’arrivo dello Spirito Santo che guida la Chiesa in mezzo al mondo). Gli Atti degli Apostoli descrivono l’irruzione dello Spirito Santo nel giorno della Pentecoste ebraica sugli Apostoli riuniti nel Cenacolo, dove Gesù aveva mangiato con i suoi l’ultima cena e dove Gesù Risorto era apparso ai suoi Apostoli e discepoli.

La descrizione negli Atti (At. 2, 1-11) è ricca di dettagli: il Cenacolo, dove erano radunati gli apostoli e quanti vi abitavano: gli Apostoli sono elencati per nome ed insieme ad essi i discepoli e Maria, la madre di Gesù e madre della Chiesa nascente. La presenza di questo nuovo Israele, di questo popolo della Nuova alleanza era costituito all’incirca di centoventi persone, numero multiplo di dodici (collegio apostolico).

La Chiesa, questo nuovo Israele, viene ad essere costituito non da volontà umana ma dalla forza dello Spirito Santo; ecco perché sant’Agostino la chiama ‘Societas Spiritus’ e sant’Ireneo dirà: ‘Dove c’è la Chiesa, c’è lo spirito di Dio’. Una Chiesa che ha come prerogativa quella di essere cattolica, cioè destinata ad abbracciare i popoli   di tutte le nazioni. La Pentecoste infatti, la discesa dello Spirito Santo nel momento in cui erano presenti popoli di tutte le nazioni, si può considerare come il battesimo della Chiesa, Gesù stesso aveva ordinato ai discepoli di rimanere a Gerusalemme dove ‘sarete battezzati dallo Spirito santo tra non molti giorni’.

La Pentecoste segna perciò il Battesimo della Chiesa che intraprende la sua missione nel mondo, una missione a dimensione personale e comunitaria: l’ ‘io’ del vero discepolo ed il ‘noi’ della Chiesa-comunità; due dimensioni che si intrecciano perché nella Chiesa di Cristo siamo tutti fratelli, invochiamo Dio ‘Padre nostro che sei nei cieli’, costituiamo insieme quell’ovile in cui Gesù è il buon pastore. Questa unità costituisce il cosiddetto: Corpo mistico di Cristo in cui Gesù è il capo, noi siamo le membra.

Nasce il nuovo popolo di Dio, grazie all’azione dello Spirito santo, nel quale alla vecchia logica del mondo subentra quella nuova logica, i cui valori sono la fraternità, la pace, la misericordia e l’amore. In questo regno si entra con il Battesimo, si cresce con i sacramenti nei quali opera lo Spirito santo con i doni della fede, Speranza e carità, con i sette doni conferiti nella Cresima e con i carismi: chiamati tutti e ciascun cristiano ad essere apostoli e testimoni di Cristo Risorto.  

Laddove babele era diventata il simbolo della disgregazione e dispersione, la Pentecoste ricostruisce l’unità del popolo di Dio in chiave di amore e servizio con la potenza dello Spirito Santo. Il Regno di Dio dove Gesù dà vita alla Nuova Alleanza: Egli è l’atteso attorno al quale si riuniscono in unità i figli e le figlie del nuovo Israele.  Lo Spirito santo aiuta l’uomo a superare la debolezza e la fragilità non accusando o ricattando con la minaccia della giustizia divina ma mostrando una strada nuova, regia: quella della misericordia infinita di Dio, la strada della misericordia e del perdono: ‘A chi rimetterete i peccati saranno rimessi, a chi non li rimettete, resteranno non rimessi’.

Davanti a Dio ormai non c’è più ebreo o pagano, amico o nemico, ma c’è l’uomo redento da Cristo Gesù con il sacrificio della croce. Lo Spirito santo che intervenne nell’incarnazione di Gesù nel seno verginale di Maria, che illuminò la fede di Abramo e fece di lui il padre del primo popolo di Dio; lo stesso Spirito conferisce ora ai credenti i suoi doni, la sua illuminazione, la forza di amare e perdonare ed è principio di coesione e di unità nella Chiesa per tutti gli uomini amati dal Signore e redenti dal sacrificio in croce di Cristo Gesù.

Tutti infatti siamo chiamati ad accogliere questo fuoco divino come Maria, che ascoltò la voce dell’Angelo e per opera dello Spirito Santo accolse nel suo cuore e nel suo corpo il Verbo eterno. Maria Santissima, la Vergine dell’ascolto, la santa madre di Gesù e della Chiesa, ottenga per tutte e comunità e per ogni credente una rinnovata effusione dello Spirito consolatore: ‘Manda il tuo Spirito, Signore, e sarà rinnovata la faccia della terra’.

VI Domenica di Pasqua: ‘Vado, ma non vi lascerò orfani!’

Nel cuore di ogni cristiano alberga una certezza: Gesù non ci lascia orfani, non ci abbandona, non ci lascia soli; anzi Egli stesso ci assicura: ‘Sarò con voi sino alla fine del mondo’. E’ necessario però che si verifichi una condizione: amare ed osservare i suoi comandamenti. A queste condizioni Gesù invia alla sua Chiesa il ‘Consolatore’: lo Spirito santo, che è il dono mirabile di Dio alla sua chiesa. ‘Io vado al Padre, dice Gesù, e non mi vedrete più, ma il Padre vi darà un atro Consolatore: lo Spirito di verità’.

Chi è lo Spirito Santo? E’ l’amore eterno di Dio.  Come Gesù, Verbo eterno, è la sapienza eterna di Dio, così lo Spirito Santo è l’amore eterno di Dio, che dà origine alla terza persona divina. Parlare dell’Amore di Dio non è facile; si entra nel grande mistero della Santissima Trinità, che noi conosciamo per rivelazione; è proprio Gesù che ce lo ha rivelato. Nessuno di noi ha mai visto Dio; conosciamo la sua esistenza anche filosoficamente perché tutto proviene da Dio e ritorna a Dio, ma la sua natura intima ci sfugge perché Dio è infinito ed eterno, noi siamo finiti e circoscritti, siamo limitati nello spazio e nel tempo.

Dalla Bibbia, parola di Dio, sappiamo di essere stati creati a sua immagine e somiglianza; ma la differenza tra noi e Dio è qualitativa: noi finiti e limitati, Dio infinito ed eterno. La nostra somiglianza con Dio sta nel fatto che Dio ama e pensa; noi  abbiamo la capacità di amare e pensare; Dio è Sapienza eterna (o Verbo) ed Amore eterno (Spirito santo); noi, come uomini, abbiamo la capacità di pensare ( di conoscere) e di amare.

Queste due prerogative in Dio danno origine alle tre divine Persone: Padre, Figlio (o Verbo o sapienza eterna) e Spirito santo (o Amore infinito di Dio o Consolatore, come lo chiama Gesù). Come vedi, di Dio noi possiamo parlare solo per analogia impropria; Dio è infinito, noi siamo finiti; la differenza non è quantitativa ma qualitativa: l’uomo pensa ed ama con la sua attività spirituale; Dio invece, realtà viva ed infinita, genera il Pensiero eterno ( o Verbo) e l’Amore eterno (o Spirito santo) da tutta l’eternità. 

Dio nella sua infinita misericordia ci ha creato a sua immagine per essere felici con Lui; il peccato ha rotto questo rapporto di amore con Lui; la misericordia divina sempre grande ed infinita non ha abbandonato l’uomo e nella pienezza dei tempi ‘il Verbo si fece carne’, assunse la nostra natura umana per salvare l’uomo e ripristinare la nostra dignità. Dio è amore, se vogliamo salvarci ed essere felici con Lui, dobbiamo amare; ed ecco il Padre, dopo che Gesù è morto e risorto, non ci lascia soli ma invia il Consolatore, lo Spirito d’amore o Spirito santo. 

Amore con amore si paga, per potere rispondere al suo amore lo Spirito santo guida questa grande famiglia (la Chiesa), non l’abbandona mai anzi ci sprona, ci parla di Dio, ci apre il cuore e ci rivela la profondità dell’amore di Dio ( nel rispetto sempre della nostra libertà perché così ci ha creato Dio). Per messo del Consolatore noi conosciamo il padre ed impariamo a conoscere sempre meglio il Figlio. 

L’Amore di Dio (il Consolatore) all’inizio operò l’incarnazione del Verbo, che assunse la natura umana nel seno della Vergine Maria; l’angelo infatti disse a Maria: quello che avverrà in te è opera dello Spirito santo. Lo Spirito santo venendo in noi con il Battesimo distribuisce a ciascuno i suoi doni, i suoi talenti, i suoi carismi per il bene del singolo e per il bene di tutta la comunità. Lo Spirito Santo ha ispirato alcuni a scrivere i libri che costituiscono la sacra Bibbia ed assiste il Magistero della Chiesa, alla quale Gesù ha affidato l’interpretazione autentica della Parola di Dio (cfr. Gv. 16, 16-17).

Questo Consolatore, inviato dal padre, è l’autore della nostra santificazione, nel rispetto sempre della libertà di ciascuno. Egli trasforma l’uomo elevandolo a figlio di Dio per cui possiamo pregare. ‘Padre nostro che sei nei cieli’. Come il fuoco rende incandescente il metallo, scrive il papa san Giovanni Paolo II, come l’acqua sorgiva disseta, così opera la grazia in noi per opera dello Spirito Santo attraverso i sacramenti che accompagnano l’uomo dalla nascita (il Battesimo) per tutta la vita sino alla morte fisica.

Ecco perché è chiamato: dolce ospite dell’anima: abita in noi ed è l’animatore delle scelte coraggiosa, delle energie segrete, della fedeltà incrollabile. Dove c’è il Padre, c’è sempre lo Spirito consolatore, c’è Cristo Gesù buon Pastore delle anime, Pastore che prevede l’avvenire, conosce le sue pecorelle e le chiama per nome, le ama e le sostiene. Il cristiano è uno che è amato da Dio a prezzo del suo sangue e diventa amante di Dio da costituire quasi una stessa unità: (il corpo mistico di Cristo dove lui è il capo e noi le membra).

L’amore crea sempre una connessione e Gesù ci dà un nuovo comandamento: amatevi come Io vi ho amato! Il Consolatore ci dà inoltre una nuova connessione anche con i fratelli: siamo tutti una grande famiglia, la famiglia di Dio per i quali Gesù ha preparato un posto nel Regno dei cieli. Da parte dell’uomo è necessario perciò imparare a dire il nostro ‘sì’ al Signore, come Maria all’Angelo, come Abramo a Dio: Maria obbedì e divenne la madre di Gesù, la nuova Eva dell’umanità redenta; Abramo rispose ‘eccomi’ e divenne il capo del nuovo popolo di Dio ed oggi fanno riferimento a  lui le tre religioni monoteiste: la cristiana, l’ebraica, la musulmana.  

Dio mantiene sempre la sua promessa; Egli non è una forza impersonale, non è l’alito, ma è una vera ‘Persona’ e con il Verbo eterno e lo Spirito Consolatore è il Dio nel quale noi crediamo, il Dio che dobbiamo amare e servire. Tu lo cerchi?, vuoi sapere dove si trova?  Diceva il grande filosofo e dottore della Chiesa, sant’Agostino: ‘Non uscire fuori di te, rientra in te e nel tuo io più profondo ti incontri proprio con Lui: Dio è la Verità che cerchi’. Dio è la Via che non ti fa sbagliare la meta; Dio è la Vita eterna verso la quale siamo tutti diretti ed auspichiamo di arrivare. Vuoi un aiuto? Invoca la vergine Maria!!! Ti senti debole: ricevi l’Eucaristia: è il pane vivo disceso dal cielo.           

Quinta Domenica di Pasqua: Io sono la Via, la Verità, la Vita

Quando si è smarriti, disorientati, si vivono momenti esistenziali terribili. Anche gli apostoli provarono sentimenti simili, ma fortunatamente intervenne Gesù: “Non siate turbati, abbiate fiducia, io vado a prepararvi un posto; poi verrò e dove sono io, sarete anche voi”. Il Padre vi ama; Io vado al Padre, poi verrò di nuovo e sarò sempre con voi. A guidare l’uomo, a guidare questa Chiesa sarà sempre Gesù e l’amore di Dio (lo Spirito Santo). Noi talvolta ci lamentiamo, ma la Liturgia ci presenta la Chiesa già nel suo nascere alle prese con un ‘malcontento’.

Essa è costituita infatti da uomini ed ognuno ha i suoi limiti; è naturale perciò il dissapore, il malcontento, la critica: tutte cose valide se servono per farci crescere, se si riesce a superare l’individualismo e si realizza la carità attraverso il dialogo, la fiducia, l’amore. La Chiesa di Cristo è costituita da uomini: ieri c’erano gli Apostoli e l’assemblea del popolo di Dio; oggi distinguiamo i Chierici (il Papa, i vescovi, i Sacerdoti) dai Laici (il popolo di Dio); da qui la necessità del dialogo.

Papa Francesco ha indetto il ‘sinodo del popolo di Dio’ perché lo Spirito Santo guida la Chiesa e questa è costituita da Clero e Laicato e tutti abbiamo ricevuto con il Battesimo il diritto di chiamare Dio: ‘Padre nostro che sei nei cieli’ e abbiamo ricevuto i carismi necessari per servire  questa Chiesa di Dio. Nella Chiesa non deve esserci mai  il despota che comanda ma fratelli che si amano, da qui le parole dell’apostolo Pietro che esorta a stringersi attorno a Cristo, che ha istituito la Chiesa con le sue finalità e a sentirsi tutti corresponsabili, ciascuno secondo il proprio ruolo, i propri carismi e talenti ricevuti da Dio.

Questa è la Chiesa di Gesù: non una costruzione di mattoni bensì un edificio spirituale dove ogni cristiano è pietra viva e, come tale, responsabile. Chiesa siamo tutti e ciascuno con ruoli diversi; non ruolo di comando ma di servizio. Da qui le parole di Gesù: ‘Non sia turbato il vostro cuore; abbiate fiducia in Dio, abbiate fiducia in me’. Il Padre celeste vi ama, dice Gesù, perché avete creduto in me. L’apostolo Filippo ingenuamente chiede a Gesù: ‘Maestro, mostraci il Padre’ e Gesù di rincalzo: Filippo, chi vede me, vede il Padre! allora non hai capito nulla.

Non abbiamo, amici, tre divinità ma un solo Dio; le tre divine persone Padre, Figlio, Spirito santo sono l’unico Dio; è il grande mistero dell’unità e trinità di Dio per cui il grande poeta Dante Alighieri canterà: ‘Fecimi la Divina Potestate (Padre), la Somma Sapienza (Figlio) e il Primo Amore (Spirito Santo)’. Perciò a ragione dirà Gesù: io sono la Via, la Verità e la Vita. Affermazione mirabile che porta a riconoscere nel Cristo la fonte della vera felicità.

La vita infatti è un viaggio: il viaggio della vita, viaggio arduo per cui non ti è lecito sbagliare strada perché tu non sei la via, tu non possiedi la via; l’unica Via diritta che ti porta al Padre, dice Gesù, sono io, il Cristo. Tu cerchi la verità: se la cerchi vuol dire che non la possiedi perché è fuori di te; sai dove si trova, dice Gesù: Io sono la Verità che cerchi. Tu ami la vita, tu vuoi vivere, ma la vita è movimento; non puoi restare chiuso in te stesso, esci fuori da te, non appoggiarti al tuo io ma, dice Gesù: ‘Io sono la Vita’, io do la Vita eterna.

Allora, amico che ascolti, in una società o in una Chiesa dove talvolta emergono malcontenti, discussioni, punti di vista diversi, Gesù è l’unica Via da seguire; quella che è superiore anche alla stella polare che indica la direzione o la cometa che guidò i Magi; la strada da percorrere è quel terreno battuto dalle orme di chi è passato prima di te e ti assicura che tu non sei mai solo, devi camminare come Abramo a cui dice Dio: lascia tutto e non tornare mai indietro, sempre avanti perché Io sono con te; è la via dell’amore perché Dio è amore; non siamo in balia del nulla, senza meta, ma siamo chiamati a percorrere la via tracciata da Cristo, è la via sicura.

Abbiamo una meta che è grande, sublime, eccelsa, trascendente; questa meta non è la morte o il nulla o il cimitero, la meta è la luce, la gloria, il regno dei cieli. La Via che conduce al Padre è una sola Cristo Gesù. ‘Io sono la verità’ dice Gesù: non dice conosco la verità e te la insegno, ma la Verità sono Io. ‘Io sono la Vita’: con questo termine intende tutto ciò che determina la vita: il futuro, l’amore, la gioia, il riposo, l’abbraccio; ecco perché dice il Signore: ‘Nessuno potrà togliervi la vostra gioia!’;  la gioia che dà Gesù non conosce tramonto, non corre rischio, è al sicuro perché non è legata ai beni terreni che possono sparire, essere rubati: è la gioia prodotta dalla sua presenza divina.

Tu puoi incontrare sposi delusi, giovani nauseati della vita che nel suicidio cercano la salvezza, ma non troverai mai santi, amici di Dio che sono infelici: sempre tranquilli nei pericoli, sorridenti nella fatica, lieti anche nella povertà. Amico, invoca Maria, è la Madre di Gesù e nostra, Lei ti darà una mano, un sorriso, darà significato vero alla tua solitudine, debolezza e fragilità.

Papa Leone XIV invita a promuovere una memoria ‘riconciliata’

“E’ una grande gioia per me incontrarvi. Grazie della vostra accoglienza! E prima di tutto esprimo la mia gratitudine a tutti coloro che hanno servito e servono il Vangelo in Angola: grazie per l’opera di evangelizzazione compiuta in questo Paese, per la speranza di Cristo seminata nel cuore del popolo, per la carità verso i più poveri. Grazie perché continuate con perseveranza a contribuire al progresso di questa Nazione sulle solide fondamenta della riconciliazione e della pace. Un saluto speciale ai miei fratelli Vescovi, che presiedono all’annuncio della fede e al servizio della carità. Grazie, Mons. José Manuel, Arcivescovo di Saurimo, per le parole che mi ha rivolto a nome della Conferenza Episcopale”: . nell’incontro dell’ultimo giorno in Angola papa Leone XIV ha incontrato i vescovi, clero, religiosi ed operatori pastorali, evidenziando il coraggio della Chiesa angolana nel ‘denunciare il flagello della guerra’.

Ha ‘elogiato’ la vitalità della Chiesa angolana: “E se spetta a me, a nome della Chiesa universale, riconoscere in questo momento la vitalità cristiana che pulsa nelle vostre comunità, spetta al Signore darvi la ricompensa. Egli non viene meno alle sue promesse!..

Carissimi, il Signore conosce la generosità con cui avete abbracciato la vostra vocazione e non è indifferente a tutto ciò che, per amore suo, fate per nutrire il vostro popolo con la verità del Vangelo. Vale quindi la pena aprire interamente il cuore a Cristo! Potrebbe forse sorgere la tentazione di pensare che Egli venga a togliervi qualcosa, la tentazione di esitare a lasciargli prendere le redini della vostra vita”.

Riprendendo le parole di papa Benedetto XVI il papa ha fatto l’invito a non avere paura: “Non abbiate paura di dire ‘sì’ a Cristo, di modellare completamente la vostra vita sulla sua! Non abbiate paura del domani: voi appartenete totalmente al Signore. Vale la pena seguirlo nell’obbedienza, nella povertà, nella castità. Egli non toglie nulla! L’unica cosa che toglie a noi e prende su di sé è il peccato. Sì, da Lui ricevete tutto: questa terra e la famiglia in cui siete nati; il Battesimo, che vi ha inseriti nella grande famiglia della Chiesa”.

E’ stato un invito ad essere missionari: “Cari fratelli e sorelle, il Signore vi dona la gioia di essere suoi discepoli-missionari, la forza per vincere le insidie del maligno, la speranza della vita eterna. Tutto questo è vostro, tutto questo è dono. Dono che nobilita e rende grandi, che impegna e responsabilizza. E il dono più grande è lo Spirito Santo che, riversato nei vostri cuori nel Battesimo, in vista della missione vi ha conformati in modo speciale a Cristo, il quale vi ha inviati affinché, a partire dal Vangelo, edifichiate una società angolana libera, riconciliata, bella e grande. In questa missione, quanto è importante il ministero dei catechisti! Proprio in Africa è un’espressione fondamentale della vita della Chiesa, che può essere di ispirazione per le comunità cattoliche in ogni parte del mondo”.

Riprendendo l’insegnamento di san Paolo il papa ha ricordato di essere ‘sale’: “A cinquant’anni dall’indipendenza del vostro Paese, queste parole dell’Apostolo ci dicono che il presente e il futuro dell’Angola vi appartengono, ma voi appartenete a Cristo. Tutti gli angolani, senza eccezioni, hanno il diritto di costruire questo Paese, beneficiandone in modo equo; tuttavia, i discepoli del Signore hanno il dovere di farlo secondo la legge della carità.

Alla base del vostro agire c’è l’essere discepoli di Gesù. Spetta a tutti voi essere la sua immagine e, in questo compito, nessuno può sostituirvi. Qui risiede la vostra unicità! Voi siete sale e luce di questa terra perché siete membra del Corpo di Cristo e, per questo, i vostri gesti, le vostre parole e le vostre azioni, rispecchiando la sua carità, costruiscono le comunità dall’interno ed edificano per l’eternità”.

Ciò si ottiene con l’unità attraverso la cura della formazione: “Ciò che si chiede ai discepoli di Cristo è di rimanere strettamente uniti a Lui. Il resto verrà da sé. So che siete nel mezzo di un triennio pastorale dal motto ‘Discepoli fedeli, discepoli gioiosi’, dedicato alla preghiera e alla riflessione sul ministero ordinato e sulla vita consacrata. Quali vie il Signore apre alla Chiesa in Angola? Saranno certamente molte! Cercate di seguirle tutte! Ma la prima via è quella della fedeltà a Cristo. A tale scopo, continuate a valorizzare la formazione permanente, vigilate sulla coerenza della vita e, soprattutto in questi tempi, perseverate nell’annuncio della Buona Novella della pace”.

Tutto ciò è un invito alla vita contemplativa: “Questo ci ricorda la dimensione contemplativa della formazione permanente. Conoscere Cristo passa, senza dubbio, attraverso una buona formazione iniziale, con l’accompagnamento personale dei formatori; passa attraverso l’adesione ai programmi delle vostre diocesi, congregazioni e istituti; passa attraverso uno studio personale serio, per illuminare i fedeli che vi sono affidati salvandoli soprattutto dalla pericolosa illusione della superstizione”.

Ma essa ha un ampio respiro: “Tuttavia, la formazione è molto più ampia: riguarda l’unità della vita interiore, la cura di noi stessi e del dono di Dio che abbiamo ricevuto, ricorrendo alla letteratura, alla musica, allo sport, alle arti in generale, e soprattutto alla preghiera di adorazione e contemplazione… Senza questa dimensione contemplativa, cessiamo di essere coerenti con il Vangelo e di rispecchiare la potenza della Risurrezione”.

Altro punto è la fedeltà: “La fedeltà di Cristo, che ci ha amato sino alla fine, è il vero impulso della nostra fedeltà. Una fedeltà che è facilitata dall’unità dei presbiteri con il proprio vescovo e con i confratelli del presbiterio, dei consacrati e delle consacrate con il proprio superiore e tra di loro. Cari fratelli e sorelle, alimentate la fraternità tra di voi con franchezza e trasparenza, non cedete alla prepotenza e all’autoreferenzialità, non staccatevi dal popolo, specialmente dai poveri, rifuggite la ricerca dei privilegi”.

Infine è stato un invito alla denuncia delle ingiustizie: “E’ quindi decisivo che, interpretando la realtà con saggezza, non smettiate di denunciare le ingiustizie, offrendo proposte secondo la carità cristiana. Continuate ad essere una Chiesa generosa, che coopera allo sviluppo integrale del vostro Paese. Per questo è stato ed è determinante tutto ciò che realizzate nei campi dell’istruzione e della sanità”.

Da qui l’esortazione alla testimonianza nelle difficoltà: “In questo senso, quando sopraggiungeranno le difficoltà, ricordatevi dell’eroica testimonianza di fede degli angolani e delle angolane, missionari e missionarie nati qui o venuti dall’estero, che hanno avuto il coraggio di dare la vita per questo popolo e per il Vangelo, preferendo la morte al tradimento della giustizia, della verità, della misericordia, della carità e della pace di Cristo. Anche voi, carissimi, a partire da ogni Eucaristia, siete corpo offerto e sangue versato per la vita e la salvezza dei vostri fratelli”.

(Foto: Santa Sede)

Con la resurrezione papa Leone XIV invita a dare vita ad un mondo nuovo

“Così, cari fratelli e sorelle, il diacono, all’inizio di questa celebrazione, ha inneggiato alla luce di Cristo Risorto, simboleggiata nel Cero pasquale. Da quest’unico Cero tutti abbiamo acceso i nostri lumi e, ciascuno portando una fiammella attinta allo stesso fuoco, abbiamo illuminato questa grande basilica. E’ il segno della luce pasquale, che ci unisce nella Chiesa come lampade per il mondo. All’annuncio del diacono abbiamo risposto ‘amen’, affermando il nostro impegno ad abbracciare questa missione, e tra poco ripeteremo il nostro ‘sì’ rinnovando le Promesse battesimali”: riprendendo il preconio pasquale papa Leone XIV ha presieduto la veglia pasquale con l’invito a non avere paura di rimuovere le pietre che ci chiudono nei sepolcri e che sembrano inamovibili.

Una veglia che è memoriale: “Questa, carissimi, è una Veglia piena di luce, la più antica della tradizione cristiana, detta ‘madre di tutte le veglie’. In essa riviviamo il memoriale della vittoria del Signore della vita sulla morte e sugli inferi. Lo facciamo dopo aver percorso, nei giorni scorsi, come in un’unica grande celebrazione, i misteri della Passione del Dio fatto per noi ‘uomo dei dolori’, ‘disprezzato e reietto dagli uomini’, torturato e crocifisso”.

Ma Dio non abbandona le sue creature: “C’è una carità più grande? Una gratuità più totale? Il Risorto è lo stesso Creatore dell’universo che, come ai primordi della storia dal nulla ci ha dato l’esistenza, così sulla croce, per mostrarci il suo amore senza limiti, ci ha donato la vita.

Ed anche quando, con il peccato, l’uomo non ha corrisposto a tale progetto, il Signore non l’ha abbandonato, ma gli ha rivelato in modo ancora più sorprendente, nel perdono, il suo volto misericordioso. Il ‘santo mistero di questa notte’, allora, affonda le sue radici anche là dove si è consumato il primo fallimento dell’umanità, e si stende lungo i secoli come cammino di riconciliazione e di grazia”.

Questo è il senso delle letture di questa veglia: “In tutti questi momenti della storia della salvezza abbiamo visto come Dio, alla durezza del peccato che divide e uccide, risponde con la potenza dell’amore che unisce e ridona vita. Li abbiamo rievocati insieme, intercalandone il racconto con salmi e preghiere, per ricordarci che, per la Pasqua di Cristo,.. consacrati nel Battesimo all’amore del Padre, uniti nella comunione dei santi, fatti per grazia pietre vive per la costruzione del suo Regno”.

La Pasqua è la vittoria sul peccato: “Questo è il peccato: una barriera pesantissima che ci chiude e ci separa da Dio, cercando di far morire in noi le sue Parole di speranza. Maria di Magdala e l’altra Maria, però, non se ne sono lasciate intimidire. Sono andate al sepolcro e, grazie alla loro fede e al loro amore, sono state le prime testimoni della Risurrezione.

Nel terremoto e nell’angelo, seduto sul masso ribaltato, hanno visto la potenza dell’amore di Dio, più forte di qualsiasi forza del male, capace di ‘dissipare l’odio’ e di ‘piegare la durezza dei potenti’. L’uomo può uccidere il corpo, ma la vita del Dio dell’amore è vita eterna, che va oltre la morte e che nessun sepolcro può imprigionare”.

Ed anche oggi ci sono ‘sepolcri da aprire’: “Sorelle, fratelli, non mancano anche ai nostri giorni sepolcri da aprire, e spesso le pietre che li chiudono sono così pesanti e ben vigilate da sembrare inamovibili. Alcune opprimono l’uomo nel cuore, come la sfiducia, la paura, l’egoismo, il rancore; altre, conseguenza di quelle interiori, spezzano i legami tra noi, come la guerra, l’ingiustizia, la chiusura tra popoli e nazioni. Non lasciamocene paralizzare!”

E’ un invito rivolto a noi: “Tanti uomini e donne, nel corso dei secoli, con l’aiuto di Dio, le hanno rotolate via, magari con molta fatica, a volte a costo della vita, ma con frutti di bene di cui ancora oggi beneficiamo… Lasciamoci muovere dal loro esempio e in questa Notte santa facciamo nostro il loro impegno, perché ovunque e sempre, nel mondo, crescano e fioriscano i doni pasquali della concordia e della pace”.

(Foto: Santa Sede)

Papa Leone XIV invita i monegaschi a tenere lo sguardo fisso su Gesù

Nella tarda mattinata papa Leone XIV aveva incontrato i giovani ed i catecumeni nella chiesa di santa Devota, patrona del Principato di Monaco, e dopo aver ascoltato le testimonianze di alcuni giovani ha parlato di lei, come “giovane coraggiosa, che ha saputo testimoniare la sua fede di fronte alla violenza dei persecutori, fino al martirio. Il suo corpo, dalla Corsica, è provvidenzialmente arrivato fin qui, su quella che oggi è la costa monegasca”.

La sua vita è testimonianza capace di produrre ‘frutti’: “Volevano annientarla, cancellare ogni suo ricordo, e invece il suo sacrificio ha portato il messaggio di pace e d’amore del Vangelo ancora più lontano. Questo ci aiuta a riflettere sul fatto che il bene è più forte del male, anche quando, a volte, sembra nell’immediato avere la peggio. Non solo, ma ci ricorda anche che la testimonianza della fede è un seme che può raggiungere e fecondare cuori e luoghi lontani, ben oltre le nostre stesse aspettative e possibilità”.

Ed accanto a santa Devota ha proposto san Carlo Acutis: “In questa chiesa, recentemente, alla memoria della santa Martire Devota si è unita quella di san Carlo Acutis, altro giovane innamorato di Gesù, fedele all’amicizia con Cristo fino alla fine, pur in tempi e con modalità completamente diversi: nella carità, nell’apostolato sul web, di cui lo veneriamo patrono, e da ultimo nella malattia”.

Da qui l’invito ad imitarli: “Carissimi giovani, questi due santi ci incoraggiano e ci spingono a imitarli. Anche oggi, infatti, come è stato ricordato, la fede incontra sfide e ostacoli, ma nulla può offuscarne la bellezza e la verità. Ne sono prova i tanti uomini e donne di ogni età che, in numero crescente, desiderano conoscere il Signore e chiedono il Battesimo”.

E, citando il card. Martini, ha invitato i giovani a sperimentare l’amore di Dio: “Ma ciò che dà solidità alla vita è l’amore: l’esperienza fondamentale dell’amore di Dio, prima di tutto, e poi, di riflesso, quella illuminante e sacra dell’amore vicendevole. Ed amarsi, se da una parte richiede apertura a crescere e dunque a cambiare, dall’altra esige fedeltà, costanza, disponibilità al sacrificio nella quotidianità”.

Con l’amore di Dio l’inquietudine dei giovani si acquieta: “Solo così l’inquietudine trova pace (anche noi desideriamo la pace!) e si riempie il vuoto interiore di cui parlava Andreia, non con cose materiali e passeggere, nemmeno con i consensi virtuali di migliaia di like, o con appartenenze condizionanti, artificiali, a volte persino violente.

Da queste cose bisogna sgomberare la porta del cuore, perché l’aria sana e ossigenante della grazia possa tornare a rinfrescarne e vitalizzarne le stanze, e perché il vento forte dello Spirito Santo possa riprendere a gonfiare le vele della nostra esistenza, spingendola verso la felicità vera”.

Ecco l’invito a vivere la Settimana Santa, porta della Pasqua: “E se questo conta per la vita spirituale e per la preghiera, allo stesso modo vale per l’esercizio della carità… Le parole e i gesti della testimonianza e della speranza non si improvvisano e non ce li diamo da noi stessi: vengono da un profondo rapporto con Dio, in cui noi per primi troviamo le risposte fondamentali della vita. Se il canale del suo agire in noi è aperto, e se è aperto lo scambio reciproco, con cui facciamo di tale rapporto d’amore un dono comune e condiviso, possiamo avere fiducia che le parole giuste e la forza necessaria ad agire verranno, al momento opportuno”.

Ed ecco l’invito a vivere la frase di sant’Agostino (‘Ama e fa ciò che vuoi’) nella quotidianità: “Cari giovani, non abbiate paura di donare tutto, il vostro tempo, le vostre energie, a Dio e ai fratelli, di spendervi fino in fondo per il Signore e per gli altri. Solo così troverete un gusto sempre nuovo e un senso sempre più profondo nella vita. Il mondo ha bisogno della vostra testimonianza, per superare le derive del nostro tempo e affrontarne le sfide, e soprattutto per riscoprire il sapore buono dell’amore di Dio e del prossimo…

Portate il Vangelo nelle scelte del vostro lavoro, nell’impegno sociale e politico, per dare voce a chi non l’ha, diffondendo la cultura della cura. Fate di tutto un dono a Dio e vivete tutto come una missione, che vi vuole gli uni per gli altri amici in Cristo e fedeli compagni di cammino”.

Mentre nella celebrazione dell’Ora Media con la comunità cattolica il papa aveva evidenziato il dono della comunione: “Gesù Cristo, il giusto, intercedendo per l’umanità presso il Padre, ci riconcilia con Lui e tra di noi… Il suo tratto compassionevole e misericordioso lo rende ‘avvocato’ a difesa dei poveri e dei peccatori, non certo per assecondare il male, ma per liberarli dall’oppressione e dalla schiavitù e renderli figli di Dio e fratelli tra di loro.

Non è un caso che i gesti compiuti da Gesù non si limitano alla guarigione fisica o spirituale della persona, ma comprendono anche una dimensione sociale e politica importante: la persona guarita viene reintegrata, in tutta la sua dignità, nella comunità umana e religiosa dalla quale, spesso proprio per la sua condizione di malattia o di peccato, era stata esclusa”.

Ed ecco la Chiesa a difesa dell’umanità: “Penso allora a una Chiesa chiamata a farsi ‘avvocato’, cioè a difendere l’uomo: tutto l’uomo e tutti gli esseri umani. Si tratta di un cammino di discernimento critico e profetico teso a promuovere ‘uno sviluppo integrale dell’umanità, che ne rispetti la dignità e l’identità autentica, come anche il fine ultimo, che rimanda a un mistero di comunione piena col Dio Trinità e tra noi’.

Questo è il primo servizio che l’annuncio del Vangelo deve rendere: illuminare la persona umana e la società affinché, alla luce di Cristo e della sua Parola, scoprano la propria identità, il significato della vita umana, il valore delle relazioni e della solidarietà sociale, lo scopo ultimo dell’esistenza e il destino della storia”.

Quindi è stato un invito a tenere fisso lo sguardo su Gesù: “Carissimi, tenere lo sguardo fisso su Gesù Cristo, nostro avvocato presso il Padre, genera una fede radicata nel rapporto personale con Lui, una fede che si fa testimonianza, capace di trasformare la vita e rinnovare la società. Questa fede ha bisogno di essere annunciata con strumenti e linguaggi nuovi, anche digitali, e ad essa tutti devono essere introdotti e formati con continuità e creatività. Ciò vale in particolare per coloro che si stanno aprendo all’incontro con Dio, ai catecumeni e ai ricomincianti, verso i quali vi raccomando un’attenzione particolare”.

(Foto: Santa Sede)

Missionari Martiri: gente di primavera

Oggi, nella data in cui si fa memoria dell’assassinio di mons. Oscar Romero, arcivescovo di San Salvador, avvenuto il 24 marzo 1980, ricorre la 34^ Giornata dei Missionari Martiri, a causa del suo impegno accanto al popolo salvadoregno in lotta contro un regime indifferente alle condizioni dei più deboli e dei lavoratori, unito alla sua testimonianza di vita cristiana autentica in ascolto della Parola di Dio e allo stesso tempo così vicina e attenta agli ultimi e audace, l’hanno reso un punto di riferimento:

“Questo giorno ci invita a ricordare coloro che hanno donato la propria vita nel servizio e nel Vangelo e a riconoscere la presenza viva e operante di testimoni che hanno scelto di portare il Vangelo nei luoghi dove la vita e la dignità umana sono maggiormente minacciate”.

Questa ricorrenza invita pertanto a ricordare coloro che hanno donato la propria vita nel servizio e nel Vangelo e a riconoscere la presenza viva e operante di testimoni che hanno scelto di portare il Vangelo nei luoghi dove la vita e la dignità umana sono maggiormente minacciate.

Il tema della Giornata dei Missionari Martiri di quest’anno, ‘Gente di primavera’, si ispira al Messaggio per la Giornata Missionaria Mondiale dello scorso anno in cui papa Francesco ricordava che la missione è un’azione comunitaria: tutta la Chiesa è chiamata a dare continuità alla missione di Cristo. Superando difficoltà e debolezze, essa è spinta dall’amore di Cristo a camminare unita a Lui e a farsi carico, insieme a Lui, del grido che sale dall’umanità:

“Siamo battezzati nella morte e risurrezione redentrice di Cristo, nella Pasqua del Signore che segna l’eterna primavera della storia. Siamo allora ‘gente di primavera’, con uno sguardo sempre pieno di speranza da condividere con tutti perché in Cristo crediamo e sappiamo che la morte e l’odio non sono le ultime parole sull’esistenza umana”.

Nell’introdurre questa giornata Elisabetta Vitali, segretaria nazionale di ‘Missio Giovani’, ha evidenziato il lascito dei missionari martiri: “La loro testimonianza diventa seme fecondo e ci interpella, spingendoci a rinnovare il nostro impegno battesimale, a vivere la nostra fede con più coraggio, coerenza e carità, specialmente verso chi è ai margini. Ci insegna che la vera missione è spendersi totalmente per amore e che il Vangelo si vive e si testimonia nelle periferie esistenziali e geografiche, mostrandoci la via di una fede che non ha paura di sporcarsi le mani e che si mette a servizio dei fratelli e delle sorelle”.

Secondo il rapporto dell’Agenzia Fides nello scorso anno sono stati uccisi nel mondo 17 missionari e missionarie: sacerdoti, religiose, seminaristi, laici. La ripartizione continentale evidenzia che il numero più elevato di operatori pastorali uccisi nell’anno  si è registrato in Africa, dove sono stati assassinati 10 missionari (6 sacerdoti, 2 seminaristi, 2 catechisti). Nel Continente americano sono stati uccisi 4 missionari (2 sacerdoti, 2 religiose), in Asia 2 (un sacerdote, un laico). In Europa è stato ucciso un sacerdote. Inoltre dal 2000 al 2025 il totale dei missionari ed operatori pastorali uccisi è di 626, un dato che è in aumento a causa dei recenti conflitti.

Inoltre in questa giornata ‘Missio Giovani’ sostiene il progetto ‘Napenda Kuishi’ nella parrocchia di Kariobangi, situata nelle periferie di Nairobi per accompagnare i ragazzi di strada, offrendo loro nuove opportunità di rinascita: “Lo slogan della Giornata dei Missionari Martiri ci ha guidato in questa esperienza concreta: vogliamo infatti essere gente che porta speranza e amore in questi contesti, soprattutto dove giovani nostri coetanei vivono in situazioni di grande difficoltà.

Il sogno e la speranza per questi giovani è che, attraverso questo progetto, diventino un segno tangibile di chi sceglie di non abituarsi alle ingiustizie, alla povertà, e che possano essere proprio loro testimoni del coraggio di scegliere un futuro migliore e più dignitoso. In Quaresima, mentre preghiamo per i missionari che hanno testimoniato il Vangelo con la vita, ci sentiamo chiamati a tradurre il loro esempio in azioni concrete”.

(Foto: Missio Giovani)

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