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Di Mattei (ordine degli psicologi Lombardia): attivato il gruppo di lavoro psicotraumatologia e crisi umanitarie

Le notizie delle guerre in corso – in Ucraina, a Gaza, e le crescenti tensioni in Iran – stanno alimentando un senso diffuso di incertezza, vulnerabilità e impotenza. Non si tratta solo di scenari geopolitici lontani: questi conflitti entrano ogni giorno nelle nostre case attraverso le immagini, i racconti, i social media, e riattivano paure antiche, ferite mai del tutto rimarginate, ansie individuali e collettive.

“Viviamo immersi in una narrazione di emergenza permanente. Eventi drammatici come le guerre, anche se apparentemente lontani, generano un’onda lunga che colpisce le nostre comunità e lascia segni profondi. La nostra professione ha il compito – e la responsabilità – di leggere questi segnali e offrire risposte all’altezza delle sfide del presente. In questo scenario, l’OPL ha attivato il gruppo di lavoro Psicotraumatologia e Crisi Umanitarie, coordinato dal dott. Ivan Giacomel, con un focus specifico sui traumi complessi legati a guerre, migrazioni forzate e conflitti armati.

Gli obiettivi sono ambiziosi ma necessari: costruire un ‘Libro Bianco’ di buone pratiche psicologiche per contesti di guerra e post-conflitto; mappare le realtà operative lombarde che lavorano sul campo o in ambito di accoglienza; rafforzare la formazione degli psicologi dell’emergenza, promuovendo competenze aggiornate e capaci di rispondere in modo etico ed efficace a situazioni altamente traumatiche; contribuire a sviluppare una cultura professionale integrata, sistemica e sensibile alle crisi contemporanee”, osserva Valentina Di Mattei, presidente dell’Ordine degli Psicologi della Lombardia.

“Occorre uno sguardo lucido e insieme compassionevole, conclude Di Mattei. Serve la capacità di collegare il singolo disagio alla sua cornice storica, sociale, culturale. È questa la direzione in cui vogliamo muoverci come Ordine: consapevoli che la salute psicologica non può più essere letta come un fatto individuale, ma come parte di un ecosistema complesso, vulnerabile e interdipendente.

Questo vale in particolare per i traumi, che spesso affondano le radici in esperienze collettive o sistemiche, e che richiedono risposte non solo cliniche ma anche sociali, educative e politiche. Riconoscerne la portata e costruire contesti di cura e prevenzione è una responsabilità che ci interpella tutti”.

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