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Enzo Romeo racconta il papa delle ‘cose nuove’
La rivoluzione digitale che stiamo vivendo è l’ultima delle tante conosciute dall’umanità, specie negli ultimi due secoli, vedi la rivoluzione industriale. Oggi, però, il quadro è molto più complesso e mette in discussione l’umanità dalle sue fondamenta. Una sfida che chiama in causa anche la Chiesa e il papa. Come papa Leone XIII, l’omonimo predecessore a cui si ispira, anche papa Leone XIV non vuole sottrarsi al confronto col proprio tempo e rilancia la dottrina sociale cattolica, che ha avuto avvio con l’enciclica ‘Rerum Novarum’.
Nel libro ‘Il Papa delle Cose Nuove, Leone XIV e la rivoluzione digitale’ il giornalista della Rai e direttore della rivista culturale dell’Azione Cattolica Italiana, ‘Dialoghi’, Enzo Romeo offre dati, spunti e riflessioni, oltre al dialogo con ‘esperti’ che, alla luce della propria esperienza, propongono una lettura originale del cambiamento in atto e delle attese che suscita l’attuale pontificato. Gli interventi sono quelli del priore degli Agostiniani, p. Joseph Farrell, del fondatore di Libera, don Luigi Ciotti, del fondatore della Comunità di Sant’Egidio, Andrea Riccardi, del direttore della Fondazione per le scienze religiose, Alberto Melloni, del segretario del Dicastero vaticano per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, suor Alessandra Smerilli, della docente ed esperta di nuove tecnologie dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, Ivana Pais, della segretaria generale della Cisl, Daniela Fumarola, e del direttore della rivista di gepolitica ‘Limes’, Lucio Caracciolo.
Per quale motivo papa Leone XIV è il ‘Papa delle cose nuove’?
“Le ‘cose nuove’ sono riferite all’enciclica ‘Rerum Novarum’ di papa Leone XIII, il predecessore che ha ispirato a Prevost il nome pontificale. Come papa Pecci volle affrontare con quella lettera la sfida della rivoluzione industriale, così Leone XIV è consapevole che occorre dare risposte alle tante incertezze legate alla rivoluzione digitale in atto”.
Quali sono esattamente le ‘cose nuove’ che ha davanti papa Leone XIV?
“Innanzi tutto l’intelligenza artificiale, su cui egli si è già espresso parecchie volte e che sarà probabilmente uno dei temi della sua prima enciclica. L’IA non va demonizzata, offre tante opportunità, come ammette lo stesso Leone XIV, che però segnala pure il rovescio inquietante della medaglia: l’umanità rischia di robotizzarsi e di perdere il controllo su se stessa e sul mondo. Ma l’elenco delle ‘cose’ che oggi richiedono attenzione è lungo: la virtualità della ‘società liquida’ che ci rende tutti connessi e che però accresce la solitudine; il ritorno della forza bruta quale sistema di rapporto tra le persone e tra le nazioni, come dimostrano tanti inquietanti fenomeni, dai femminicidi alle guerre; la troppo sottovalutata crisi ecologica e climatica, provocata dalla squilibrata crescita planetaria…”.
Quale posto ha la dottrina sociale della Chiesa negli insegnamenti di papa Leone XIV?
“Come detto, il riferimento esplicito di papa Prevost all’enciclica ‘Rerum Novarum’ è già un’indicazione chiara: l’attuale pontefice vuol rilanciare la cosiddetta dottrina sociale, il cui inizio viene fatto risalire proprio a quella enciclica. Per la prima volta un papa entrava nelle questioni più vive del suo tempo e dava una visione alternativa a quella delle teorie allora maggiormente diffuse, il capitalismo liberista da un lato e il comunismo marxista dall’altro. Ora non c’è un quadro ideologico netto e questo rende ancor più difficile per il magistero della Chiesa dare precise indicazioni di rotta”.
In quale modo il papa affronta la ‘rivoluzione digitale’?
“Prevost è il primo pontefice ad avere dimestichezza col digitale; da sempre usa il computer e comunica tramite mail. Dunque conosce la ‘macchina’ e sa quali sono opportunità e limiti della rivoluzione digitale. Da lui stanno venendo indicazioni sulla ‘postura’ che dobbiamo tenere di fronte a questo sistema, mai cedendo all’inganno che fa confondere il mezzo, ovvero i congegni tecnologici, con il fine, che è quello di una coesistenza che abbia sempre al primo posto la persona umana”.
Nelle scorse settimane si è svolta la Giornata mondiale delle Comunicazioni Sociali: come è possibile per il papa custodire voci e volti umani?
“Avendo chiaro che un mezzo elettronico non sostituisce mai il rapporto diretto con le persone. Le chat che alimentiamo con i nostri smartphone, per quanto utili, non hanno il valore di una stretta di mano, di uno sguardo negli occhi, di un rapporto fisico con l’altra o con l’altro. Il cristianesimo è la fede dell’incarnazione e basta aprire il Vangelo per capire quanto siano stati importanti per Gesù gli ‘incontri’, sia con i suoi amici (gli apostoli) e sia con i suoi avversari (i farisei e la casta sacerdotale di Gerusalemme)”.
Per quale motivo per il papa l’informazione è un ‘bene pubblico’?
“Come sottolinea la professoressa Ivana Pais, uno degli esperti con i quali dialogo nel libro, mentre la società industriale era centrata sulla produzione materiale, quella digitale si fonda sulla ‘elaborazione dell’informazione’, che diventa perciò elemento chiave per l’organizzazione della vita, a tutti i livelli. Pensiamo agli annunci che i potenti del mondo lanciano attraverso i social e che sono capaci di influenzare in un attimo i mercati finanziari o l’assetto geopolitico mondiale. Ecco perché l’informazione va considerata ‘bene pubblico’. Ricevendo in udienza noi del Tg2, per i 50 anni del nostro telegiornale, papa Leone XIV ha detto che, specie in tempi di guerra come quelli attuali, l’informazione deve guardarsi dal rischio di trasformarsi in propaganda e i giornalisti da quello di farsi megafono del potere. Una bella sfida”.
(Foto: Ancora)
Rivoluzione famiglia: a dialogo con il presidente del Forum delle Famiglie, Adriano Bordignon
“Per definizione, un ecosistema è l’insieme degli organismi viventi, i componenti biotici, e delle sostanze non viventi, i componenti abiotici, che interagiscono tra loro scambiandosi materiali ed energia, all’interno di un ambiente definito, come un lago, un bosco, un prato. Animali, piante, rocce, acqua, luce, terra, temperatura, batteri, funghi: tutti elementi che, attraverso le loro relazioni, rendono possibile la vita. Gli ecosistemi si basano sull’equilibrio tra tutti questi elementi, pertanto se uno di essi venisse a mancare oppure a modificarsi, automaticamente anche l’intera stabilità dell’ecosistema verrebbe intaccata rendendo necessario cercare di ristabilire un nuovo equilibrio”: con questa definizione il presidente del Forum delle Famiglie, Adriano Bordignon, presenta il suo libro ‘Rivoluzione famiglia: ecosistema per il futuro’.
Uguale logica è applicata alla famiglia: “Allo stesso modo, anche la famiglia (vista come un organismo vivente) è caratterizzata da una sua omeostasi: una tendenza naturale a mantenere quell’equilibrio interno, sia a livello chimico-fisico sia comportamentale, che accomuna tutti gli organismi viventi. Il sistema famiglia cerca costantemente di mantenere il suo equilibrio interno adattandosi alle pressioni esterne, ai cambiamenti sociali, attraverso la modificazione dei ruoli interni e delle pratiche quotidiane al fine di rispondere alle trasformazioni sociali”.
Quindi per capire cosa è ‘famiglia’ oggi gli chiediamo di darci una definizione: “E’ diffusa l’idea che la famiglia sia in crisi, ma chi osserva i fenomeni sociali sa che questo allarme ‘lampeggia’ da diversi decenni e anche che la famiglia, vivendo nel contesto storico, non può astrarsi dalle contraddizioni che coinvolgono questa nostra epoca. Troppi alzano bandiera bianca di fronte alle enormi sfide dell’oggi e la famiglia è vittima di due grandi errori di valutazione, sia politicamente che pastoralmente.
Da un lato, non le si riconosce una ‘soggettività’ sui generis, cioè l’essere qualcosa di diverso dal mero aggregato dei componenti che la costituiscono. Dall’altro, il focus sulla famiglia è sempre in chiave problematica: rileva solo quando è il luogo delle povertà economiche, educative sociali, ma anche pastorali. La famiglia, invece, è il perno strategico dell’educazione, della solidarietà ed anche del civismo e dello sviluppo economico. Se indossiamo gli occhiali giusti, sappiamo avvicinare questa potenziale fonte di bene affinché non si insterilisca o ripieghi su se stessa”.
In cosa consiste questa “Rivoluzione famiglia”?
“La rivoluzione non è fatta di slogan, ma di sguardi nuovi. ‘Rivoluzione famiglia’ nasce dall’urgenza di cambiare prospettiva: non parlare della famiglia, ma a partire dalla famiglia. E’ un invito a considerarla non come un tema settoriale o un problema da gestire, bensì come un organismo vivente, connesso al resto della società. In essa si apprendono la fiducia, la solidarietà, la gratuità: valori fondanti di ogni convivenza civile. In un tempo segnato da individualismo e fragilità relazionali, la famiglia può diventare la forza più rivoluzionaria perché insegna la reciprocità e la cura. È un bene comune, non un affare privato”.
Il sottotitolo parla di “Ecosistema per il futuro”: perché la famiglia è un ecosistema?
“La famiglia vive in equilibrio dinamico con ciò che la circonda: come un ecosistema naturale, respira, cresce, si adatta. Al suo interno tutto è legato, come nel corpo umano o nella Creazione stessa. Se il suolo delle relazioni è fertile di fiducia e dono, la famiglia fiorisce; se il clima sociale o economico è ostile, anche le famiglie più forti fanno fatica. E come ogni ecosistema, anche la famiglia ha bisogno di nutrienti (politiche pubbliche, servizi, lavoro, istruzione) e di luce, quella dimensione spirituale che le permette di riconoscersi parte di un disegno più grande. Guardare la famiglia come ecosistema significa comprendere che la vita è relazione: nessuno cresce da solo”.
Quindi la famiglia non è un’emergenza?
“No, non lo è. Parlare di emergenza rischia di ridurla a un problema da risolvere, mentre la famiglia è una risorsa da valorizzare. Certo, molte famiglie vivono difficoltà reali (economiche, educative, relazionali) ma la via d’uscita non è trattarle come pazienti da curare, bensì come soggetti attivi di cambiamento. Ogni giorno, nelle case e nei territori, le famiglie generano solidarietà, si prendono cura dei fragili, educano alla responsabilità. Sono il primo laboratorio di democrazia e di speranza. Non chiedono assistenza, ma fiducia e condizioni per poter fare ciò che già sanno fare: generare vita e futuro”.
Perché è necessario guardare la società con gli occhi della famiglia?
“Significa indossare ‘gli occhiali della famiglia’, cioè adottare uno sguardo generativo e relazionale su ogni ambito: economia, ambiente, scuola, politica. È necessario chiedersi, prima di ogni scelta pubblica o privata: questa decisione rafforza o indebolisce le relazioni? Favorisce la solidarietà tra generazioni? Rende possibile la cura reciproca? Guardare con gli occhi della famiglia è un atto politico e spirituale insieme: rimette al centro l’umano, fa emergere la verità che ci lega gli uni agli altri. Come ricorda la filosofia africana dell’ubuntu, ‘io sono perché noi siamo’: la persona si realizza nella relazione, non nella solitudine”.
Attraverso quali riforme economiche e sociali è possibile valorizzare la risorsa famiglia?
“Servono riforme che riconoscano la famiglia come motore di sviluppo umano ed economico: una fiscalità equa che tenga conto dei carichi familiari, un welfare che sostenga la genitorialità, politiche abitative e lavorative che permettano di conciliare tempi di vita e di cura. Ma non bastano le leggi: occorre un cambiamento culturale. In un Paese che invecchia e fatica a generare futuro, investire sulla famiglia è la prima e più concreta politica industriale. La ‘Rivoluzione famiglia’ è, in fondo, un atto di speranza: credere che ricostruendo le relazioni possiamo ricostruire anche la società”.
A proposito di famiglia la vicenda di quella di Palmoli ha rimesso in discussione parole come affido ed adozione: perché il Forum delle Famiglie ha ’lanciato’ il progetto ‘Casa’?
“Con il progetto ‘Casa’, cioè Comunità, alleanze, solidarietà, accoglienza, che il Forum delle Famiglie sta realizzando in tutta Italia, ci rendiamo conto di quanto poco si conoscano le differenze tra affidamento familiare e adozione. Vale la pena rispiegarle: la dichiarazione di adottabilità segna la cessazione della responsabilità genitoriale dei genitori e quindi implica la necessità di una famiglia che accolga il bambino per sempre. Il ricorso all’affido, o comunque ad una struttura residenziale, avviene quando la responsabilità genitoriale è al massimo sospesa, spesso solo limitata, proprio perché si intravede una necessità di verifica e una possibilità di rientro in famiglia d’origine del bambino”.
Cosa rivela questa vicenda sul rapporto tra famiglie e istituzioni?
“Sulla vicenda specifica non ritengo di avere le informazioni sufficienti per esprimerci. Tuttavia come Forum delle Famiglie siamo persuasi che non esiste famiglia che possa vivere al di fuori da un contesto sociale ed istituzionale, soprattutto nel far fronte alle difficoltà. Sarebbe opportuno riuscire a rinforzare l’alleanza tra le famiglie (anche in reti associative) e le istituzioni. Alleanza che si basa sulla responsabilità, sulla comunicazione, sulla solidarietà. Una postura alternativa allontana, spaventa, inaridisce le comunità. Con ‘Casa’ stiamo lavorando anche su questo: dare fiducia, speranza alle famiglie perché accompagnate dalle associazioni e dalle istituzioni possano essere rigenerate per un’altra famiglia e per se stesse”.
(Tratto da Aci Stampa)
Papa Leone XIV invita alla rivoluzione dell’amore
“Il Vangelo di oggi inizia con una bellissima domanda posta a Gesù: ‘Maestro, che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?’ Queste parole esprimono un desiderio costante nella nostra vita: il desiderio di salvezza, cioè di un’esistenza libera dal fallimento, dal male e dalla morte. Ciò che il cuore dell’uomo spera viene descritto come un bene da ‘ereditare’: non si tratta di conquistarlo con la forza, né di implorarlo come servi, né di ottenerlo per contratto. La vita eterna, che Dio solo può dare, viene trasmessa in eredità all’uomo come dal padre al figlio”: prima della recita dell’Angelus papa Leone XIV ha ricordato l’importanza della vita eterna.
Però per avere la vita eterna occorre guardare a Gesù: “Fratelli e sorelle, guardiamo a Lui! Gesù è la rivelazione del vero amore verso Dio e verso l’uomo: amore che si dona e non possiede, amore che perdona e non pretende, amore che soccorre e non abbandona mai. In Cristo, Dio si è fatto prossimo di ogni uomo e di ogni donna: perciò ciascuno di noi può e deve diventare prossimo di chi incontra lungo il cammino.
Sull’esempio di Gesù, Salvatore del mondo, anche noi siamo chiamati a portare consolazione e speranza, specialmente a chi è scoraggiato e deluso. Per vivere in eterno, dunque, non occorre ingannare la morte, ma servire la vita, cioè prendersi cura dell’esistenza degli altri nel tempo che condividiamo. Questa è la legge suprema, che viene prima di ogni regola sociale e le dà senso”.
Mentre nella parrocchia di San Tommaso da Villanova papa Leone XIV ha riflettuto sulla parabola del buon Samaritano: “Questo racconto continua a sfidarci anche oggi, interpella la nostra vita, scuote la tranquillità delle nostre coscienze addormentate o distratte, e ci provoca contro il rischio di una fede accomodante, sistemata nell’osservanza esteriore della legge ma incapace di sentire e di agire con le stesse viscere compassionevoli di Dio. La compassione, infatti, è al centro della parabola. E se è vero che nel racconto evangelico essa viene descritta dalle azioni del samaritano, la prima cosa che il brano sottolinea è lo sguardo”.
Poi il papa ha invitato a porre attenzione sullo sguardo dei protagonisti: “Cari fratelli e sorelle, lo sguardo fa la differenza, perché esprime ciò che abbiamo nel cuore: si può vedere e passare oltre oppure vedere e sentire compassione. C’è un vedere esteriore, distratto e frettoloso, un guardare facendo finta di non vedere, cioè senza lasciarci toccare e senza farci interpellare dalla situazione; e c’è un vedere, invece, con gli occhi del cuore, con uno sguardo più profondo, con un’empatia che ci fa entrare nella situazione dell’altro, ci fa partecipare interiormente, ci tocca, ci scuote, interroga la nostra vita e la nostra responsabilità”.
E’ stato un invito a guardare con gli occhi della misericordia: “Il primo sguardo di cui la parabola vuole parlarci è quello che Dio ha avuto verso di noi, perché anche noi impariamo ad avere i suoi stessi occhi, colmi di amore e compassione, gli uni verso gli altri. Il buon samaritano, infatti, è anzitutto immagine di Gesù, il Figlio eterno che il Padre ha inviato nella storia proprio perché ha guardato all’umanità senza passare oltre, con occhi, con cuore, con viscere di commozione e compassione.
Come il tale del Vangelo che scendeva da Gerusalemme a Gerico, l’umanità discendeva negli abissi della morte e, ancora oggi, spesso deve fare i conti con l’oscurità del male, con la sofferenza, con la povertà, con l’assurdità della morte; Dio, però, ci ha guardati con compassione, ha voluto fare Lui stesso la nostra strada, è disceso in mezzo a noi e, in Gesù, buon samaritano, è venuto a guarire le nostre ferite, versando su di noi l’olio del suo amore e della sua misericordia”.
E sono ritornate le parole di papa Francesco: “Comprendiamo, allora, perché la parabola sfida anche ciascuno di noi: poiché Cristo è manifestazione di un Dio compassionevole, credere in Lui e seguirlo come suoi discepoli significa lasciarsi trasformare perché anche noi possiamo avere i suoi stessi sentimenti: un cuore che si commuove, uno sguardo che vede e non passa oltre, due mani che soccorrono e leniscono ferite, le spalle forti che si prendono il carico di chi è nel bisogno”.
Questa è la ‘rivoluzione dell’amore’ che Gesù chiede: “Fratelli e sorelle, oggi c’è bisogno di questa rivoluzione dell’amore. Oggi, quella strada che da Gerusalemme discende verso Gerico, una città che si trova sotto il livello del mare, è la strada percorsa da tutti coloro che sprofondano nel male, nella sofferenza e nella povertà; è la strada di tante persone appesantite dalle difficoltà o ferite dalle circostanze della vita; è la strada di tutti coloro che ‘scendono in basso’ fino a perdersi e toccare il fondo; ed è la strada di tanti popoli spogliati, derubati e saccheggiati, vittime di sistemi politici oppressivi, di un’economia che li costringe alla povertà, della guerra che uccide i loro sogni e le loro vite”.
L’esempio del buon samaritano è una parabola anche per noi: “Vediamo e passiamo oltre, oppure ci lasciamo trafiggere il cuore come il samaritano? A volte ci accontentiamo soltanto di fare il nostro dovere o consideriamo nostro prossimo solo chi è della nostra cerchia, chi la pensa come noi, chi ha la stessa nazionalità o religione; ma Gesù capovolge la prospettiva presentandoci un samaritano, uno straniero ed eretico che si fa prossimo di quell’uomo ferito. E ci chiede di fare lo stesso”.
Infine con una citazione di papa Benedetto XVI, papa Leone XIV ha invitato ad imitare il buon Samaritano: “Vedere senza passare oltre, fermare le nostre corse indaffarate, lasciare che la vita dell’altro, chiunque egli sia, con i suoi bisogni e le sofferenze, mi spezzino il cuore. Questo ci rende prossimi gli uni degli altri, genera una vera fraternità, fa cadere muri e steccati. E finalmente l’amore si fa spazio, diventando più forte del male e della morte”.
(Foto: Santa Sede)
Papa Francesco al mondo artistico: raccontate la bellezza del Vangelo
“Oggi in Vaticano è stata celebrata l’Eucaristia dedicata in particolare agli artisti venuti da varie parti del mondo per vivere le Giornate giubilari. Ringrazio il Dicastero per la Cultura e l’Educazione per la preparazione di questo appuntamento, che ci ricorda l’importanza dell’arte come linguaggio universale che diffonde la bellezza e unisce i popoli, contribuendo a portare armonia nel mondo e a far tacere ogni grido di guerra. Oggi in Vaticano è stata celebrata l’Eucaristia dedicata in particolare agli artisti venuti da varie parti del mondo per vivere le Giornate giubilari.”: oggi è stato letto il testo preparato da papa Francesco, che di consueto viene detto prima della recita dell’Angelus, in occasione del Giubileo degli artisti, a cui non ha potuto partecipare a causa di una bronchite, per cui è stato ricoverato al Policlinico Gemelli.
Però nel breve testo ha ringraziato i fedeli ed ha invitato a pregare per la pace: “Ringrazio il Dicastero per la Cultura e l’Educazione per la preparazione di questo appuntamento, che ci ricorda l’importanza dell’arte come linguaggio universale che diffonde la bellezza e unisce i popoli, contribuendo a portare armonia nel mondo e a far tacere ogni grido di guerra”.
Mentre nell’omelia per la celebrazione eucaristica de Giubileo degli Artisti, letta dal card. Josè Tolentino de Mendonça, il papa ha riflettuto sul loro ruolo di ‘custodi della bellezza’, capaci di ‘chinarsi sulle ferite del mondo’, come è scritto nel brano evangelico odierno: “Nel Vangelo che abbiamo appena ascoltato, Gesù proclama le Beatitudini davanti ai suoi discepoli e a una moltitudine di gente. Le abbiamo ascoltate tante volte eppure non cessano di stupirci…
Queste parole ribaltano la logica del mondo e ci invitano a guardare la realtà con occhi nuovi, con lo sguardo di Dio, che vede oltre le apparenze e riconosce la bellezza, persino nella fragilità e nella sofferenza… Il contrasto tra ‘beati voi’ e ‘guai a voi’ ci richiama all’importanza di discernere dove riponiamo la nostra sicurezza”.
Rivolgendosi direttamente agli artisti li ha invitati a ‘trasformare il dolore in speranza’ “Voi, artisti e persone di cultura, siete chiamati a essere testimoni della visione rivoluzionaria delle Beatitudini. La vostra missione è non solo di creare bellezza, ma di rivelare la verità, la bontà e la bellezza nascoste nelle pieghe della storia, di dare voce a chi non ha voce, di trasformare il dolore in speranza”.
Il loro compito consiste di ‘aiutare l’umanità’: “Viviamo un tempo di crisi complessa, che è economica e sociale e, prima di tutto, è crisi dell’anima, crisi di significato. Ci poniamo la questione del tempo e quella della rotta. Siamo pellegrini o erranti? Camminiamo con una meta o siamo dispersi nel vagare? L’artista è colui o colei che ha il compito di aiutare l’umanità a non perdere la direzione, a non smarrire l’orizzonte della speranza”.
In questo compito l’arte diventa un incontro: “Ma attenzione: non una speranza facile, superficiale, disincarnata. No! La vera speranza si intreccia con il dramma dell’esistenza umana. Non è un rifugio comodo, ma un fuoco che brucia e illumina, come la Parola di Dio. Per questo l’arte autentica è sempre un incontro con il mistero, con la bellezza che ci supera, con il dolore che ci interroga, con la verità che ci chiama. Altrimenti, ‘guai’! Il Signore è severo nel suo appello”.
Infatti la missione dell’artista consiste nel raccontare la ‘grandezza’ di Dio: “Questa è la missione dell’artista: scoprire e rivelare quella grandezza nascosta, farla percepire ai nostri occhi e ai nostri cuori… L’artista è sensibile a queste risonanze e, con la sua opera, compie un discernimento e aiuta gli altri a discernere tra i differenti echi delle vicende di questo mondo.
E gli uomini e le donne di cultura sono chiamati a valutare questi echi, a spiegarceli e a illuminare la strada su cui ci conducono: se sono canti di sirene che seducono oppure richiami della nostra umanità più vera. Vi è chiesta una sapienza per distinguere ciò che è come ‘pula che il vento disperde’ da ciò che è solido ‘come albero piantato lungo corsi d’acqua’ ed è capace di dare frutto”.
In questo senso gli artisti sono i ‘custodi’ della bellezza: “Cari artisti, vedo in voi dei custodi della bellezza che sa chinarsi sulle ferite del mondo, che sa ascoltare il grido dei poveri, dei sofferenti, dei feriti, dei carcerati, dei perseguitati, dei rifugiati. Vedo in voi dei custodi delle Beatitudini! Viviamo in un’epoca in cui nuovi muri si alzano, in cui le differenze diventano pretesto per la divisione anziché occasione di arricchimento reciproco. Ma voi, uomini e donne di cultura, siete chiamati a costruire ponti, a creare spazi di incontro e dialogo, a illuminare le menti e a scaldare i cuori”.
Per questo ha sottolineato che l’arte è necessaria per il mondo: “L’arte non è un lusso, ma una necessità dello spirito. Non è fuga, ma responsabilità, invito all’azione, richiamo, grido. Educare alla bellezza significa educare alla speranza. E la speranza non è mai scissa dal dramma dell’esistenza: attraversa la lotta quotidiana, le fatiche del vivere, le sfide di questo nostro tempo”.
E’ stato un invito agli artisti a partecipare alla ‘rivoluzione’ delle Beatitudini: “Nel Vangelo che abbiamo ascoltato oggi, Gesù proclama beati i poveri, gli afflitti, i miti, i perseguitati. È una logica capovolta, una rivoluzione della prospettiva. L’arte è chiamata a partecipare a questa rivoluzione. Il mondo ha bisogno di artisti profetici, di intellettuali coraggiosi, di creatori di cultura”.
Quest’omelia letta si è conclusa con l’appello ad annunciare ‘un mondo nuovo’: “Lasciatevi guidare dal Vangelo delle Beatitudini, e la vostra arte sia annuncio di un mondo nuovo. La vostra poesia ce lo faccia vedere! Non smettete mai di cercare, di interrogare, di rischiare. Perché la vera arte non è mai comoda, offre la pace dell’inquietudine. E ricordate: la speranza non è un’illusione; la bellezza non è un’utopia; il vostro dono non è un caso, è una chiamata. Rispondete con generosità, con passione, con amore”.
(Foto: Santa Sede)
Papa Francesco a Roma: il cristianesimo è stato una rivoluzione
“Vengo a incontrare voi e, tramite voi, l’intera città, che pressoché dalla sua nascita, circa 2.800 anni fa, ha avuto una chiara e costante vocazione di universalità. Per i fedeli cristiani questo ruolo non è stato frutto del caso, ma è corrisposto a un disegno provvidenziale. Roma antica, a causa dello sviluppo giuridico e delle capacità organizzative, e della costruzione lungo i secoli di istituzioni solide e durature, divenne un faro a cui molti popoli si rivolgevano per godere di stabilità e sicurezza. Tale processo le ha permesso di essere un centro irradiante di civiltà e di accogliere persone provenienti da ogni parte del mondo e di integrarle nella sua vita civile e sociale, fino a far assumere a non pochi di loro le più alte magistrature dello Stato”.
Così papa Francesco si è rivolto questa mattina al sindaco Roberto Gualtieri e al Consiglio comunale di Roma, nella sua visita in Campidoglio, a pochi mesi dall’apertura del Giubileo, sottolineando l’apporto del cristianesimo: “Questa cultura romana antica, che sperimentava indubbiamente molti buoni valori, aveva d’altro canto bisogno di elevarsi, di confrontarsi con un messaggio di fraternità, di amore, di speranza e di liberazione più grande.
L’aspirazione di quella civiltà, giunta al culmine del suo fiorire, offre una ulteriore spiegazione del rapido diffondersi nella società romana del messaggio cristiano. La fulgida testimonianza dei martiri e il dinamismo di carità delle prime comunità di credenti intercettava il bisogno di ascoltare parole nuove, parole di vita eterna: l’Olimpo non bastava più, bisognava andare sul Golgota e presso la tomba vuota del Risorto per trovare le risposte all’anelito di verità, di giustizia e di amore”.
Il cristianesimo ha offerto alla cultura romana una ‘rivoluzione’ culturale:”Questa Buona Novella, ossia la fede cristiana, col tempo avrebbe permeato e trasformato la vita delle persone e delle stesse istituzioni. Alle persone avrebbe offerto una speranza ben più radicale e inaudita; alle istituzioni la possibilità di evolvere a uno stadio più elevato, abbandonando a poco a poco, per esempio, un istituto come quello della schiavitù, che anche a tante menti colte e a cuori sensibili era parso come un dato naturale e scontato, per nulla suscettibile di essere abolito”.
Alla schiavitù il cristianesimo propose la carità: “Questo della schiavitù è un esempio molto significativo del fatto che anche raffinate civiltà possono presentare elementi culturali così radicati nella mentalità delle persone e dell’intera società da non essere più avvertiti come contrari alla dignità dell’essere umano. Fatto che si verifica anche ai nostri giorni, quando, quasi inconsapevolmente, si rischia a volte di essere selettivi, parziali nella difesa della dignità umana, emarginando o scartando alcune categorie di persone, che finiscono per ritrovarsi senza adeguata protezione”.
E proprio la carità cristiana allargò i confini dell’inclusione: “Alla Roma dei Cesari è succeduta la Roma dei Papi, successori dell’Apostolo Pietro, che ‘presiedono nella carità’ a tutta la Chiesa e che, in alcuni secoli, dovettero anche svolgere un ruolo di supplenza dei poteri civili nel progressivo disfacimento del mondo antico, e alcune volte, con comportamenti non felici.
Molte cose cambiarono, ma la vocazione all’universalità di Roma venne confermata ed esaltata. Se infatti l’orizzonte geografico dell’Impero Romano aveva il suo cuore nel mondo mediterraneo e, benché molto vasto, non coinvolgeva tutto l’Orbe, la missione della Chiesa non ha confini su questa terra, perché deve far conoscere a tutti i popoli Cristo, la sua azione e le sue parole di salvezza”.
Quindi un pensiero all’imminente Giubileo: “Tale evento è di carattere religioso, un pellegrinaggio orante e penitente per ottenere dalla misericordia divina una più completa riconciliazione con il Signore. Esso, tuttavia, non può non coinvolgere anche la città sotto il profilo delle attenzioni e delle opere necessarie ad accogliere i tanti pellegrini che la visiteranno, aggiungendosi ai turisti che vengono ad ammirare il suo immenso tesoro di opere d’arte e le grandiose tracce dei secoli passati”.
Il papa ha ricordato l’ospitalità della città: “Questo spirito vuole essere al servizio della carità, al servizio dell’accoglienza e dell’ospitalità. Pellegrini, turisti, migranti, quanti si trovano in gravi difficoltà, i più poveri, le persone sole, quelle malate, i carcerati, gli esclusi siano i più veritieri testimoni di questo spirito (per questo ho deciso di aprire una Porta Santa in un carcere); e questi possano testimoniare che l’autorità è pienamente tale quando si pone al servizio di tutti, quando usa il suo legittimo potere per venire incontro alle esigenze della cittadinanza e, in modo particolare, dei più deboli, degli ultimi. E questo non è solamente per voi politici, è anche per i preti, per i vescovi. La vicinanza, vicinanza al popolo di Dio per servirlo, per accompagnarlo”.
E’ stato un incitamento a valorizzare la città: “Continui Roma a manifestare il suo volto, volto accogliente, ospitale, generoso, nobile… L’immenso tesoro di cultura e di storia adagiato sui colli di Roma è l’onore e l’onere della sua cittadinanza e dei suoi governanti, e attende di essere adeguatamente valorizzato e rispettato. Rinasca in ciascuno la consapevolezza del valore di Roma, del simbolo che essa rappresenta in tutti i continenti (non dimentichiamo il mito dell’origine di Roma come rinascita dalle rovine di Troia); e si confermi, anzi cresca la reciproca fattiva collaborazione tra tutti i poteri che vi risiedono, per un’azione corale e costante, che la renda ancora più degna del ruolo che il destino, o meglio la Provvidenza, le ha riservato”.
(Foto: Santa Sede)
La rivoluzione di sabbia del Sahel
Mamon o Mammona, secondo l’etimologia aramaica, significa ciò su cui si può contare, qualcosa che dà certezza e sicurezza. Questo è stato il dio denaro e potere scelto come protagonista nella fase politica del Niger prima che avvenisse l’ultimo colpo di stato militare nel passato 26 luglio. Molti osservatori concordano nel definirlo, all’inizio, un colpo di stato da ‘palazzo’ e cioè concepito all’interno del sistema stesso.
‘The Economy of Francesco’: online da Assisi
Oggi ad Assisi inizia ‘The Economy of Francesco’, evento internazionale che ha come protagonisti giovani economisti e imprenditori di tutto il mondo, che si terrà in diretta streaming sul portale www.francescoeconomy.org con la presenza virtuale conclusiva di papa Francesco. Per l’occasione, sabato 21 novembre alle 23 (ora italiana), il monumento al Cristo Redentore a Rio de Janeiro sarà illuminato con i colori simbolo di ‘The Economy of Francesco’: verde, marrone e giallo.



























