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San Francesco e l’idea di riforma

Riflettendo sull’idea di rinnovamento della Chiesa, secondo Francesco d’Assisi, si sceglie di considerare due aspetti particolarmente caratteristici della sua riflessione ecclesiologica: a) l’immagine della casa e, quindi, l’aspetto materno della Chiesa; b) la dimensione dell’annuncio del Vangelo.

Innanzitutto si può affermare che è la Chiesa la sua casa, la sua madre e la sua famiglia. Essa, infatti, è lo spazio di vita nel quale si compiva la sua speranza. La Chiesa quindi è la grande «fraternità» chiamata a raggiungere tutti, perché tutti diventino veri fratelli con Gesù Cristo: non è un concetto, né un’organizzazione con una storia passata, ma è la Madre in cui si riflette l’immenso amore di Dio.

La Chiesa infatti si mostra «madre» camminando in questo mondo tra speranze e difficoltà, con uomini santi e peccatori e vivendo la sua storia nell’ottica della donazione totale del Cristo e ciò potrebbe consentire ad essa di manifestare la sua bellezza come istituzione unita, serva e povera, nella continua lode di Dio e intenta a mostrare la via salvifica del Vangelo.

In tale contesto di un sempre più crescente ‘fervore’ riformatore, ad opera di tanti movimenti sorti tra il XII‑XIII secolo (catari, valdesi…), nacquero una serie di gruppi che cercavano sinceramente di essere fedeli al Vangelo e condurre una vita autenticamente cristiana e questa situazione storica ed ecclesiale influì fortemente sul modo di concepire la Chiesa da parte di Francesco d’Assisi.

Per il Poverello esiste una sola Chiesa, cioè quella che si siede alla mensa con Cristo per celebrare l’Eucaristia. Ciò che ripeteva continuamente ai frati era di essere saldi nella fede cattolica e di vivere cattolicamente. Questa in realtà fu la prima conseguenza dell’opzione fondamentale proposta da Francesco: ‘vivere in conformità al santo Vangelo’, nella Chiesa, per preservare l’unità e conservare la Parola, secondo il volere di Cristo. In questo cammino emerge chiaramente la dimensione della comunione, che può essere definita concretamente come la buona notizia, e come rimedio donato dal Signore contro la solitudine.

Proprio su questo tema Benedetto XVI affermava che “l’insistenza sulla comunione fraterna, ci orienta a vedere nella koinonia dello Spirito Santo non solo la ‘partecipazione’ alla vita divina quasi singolarmente, ognuno per sé, ma anche logicamente la ‘comunione’ tra i credenti che lo Spirito stesso suscita come suo artefice e principale agente”.

Pertanto la Chiesa è una comunità di fedeli chiamati a vivere la parola di Dio in comunione fraterna, servendosi l’un l’altro secondo il comandamento nuovo (cf. Gv 13,34), dando testimonianza del Signore risorto, e celebrando nel tempo la sua memoria fino al suo ritorno (cf. 1Cor 11,23‑26).

La seconda caratteristica ‘rinnovatrice’ della visione ecclesiologica di Francesco consiste sicuramente nella chiamata all’annuncio evangelico. Riprendendo l’espressione di Paolo VI, per il quale ‘la Chiesa esiste per evangelizzare’ (EN 14), viene riaffermata l’imprescindibile vocazione e il dovere che è chiamata a svolgere nel mondo: per Francesco, figlio fedele della Chiesa, il suo primo compito è quello di portare la Buona Novella a tutti gli uomini, trasformando il cuore della stessa umanità.

Per il Poverello si tratta di annunciare pubblicamente l’opera della salvezza compiuta da Dio con la morte e risurrezione del Figlio: è la proclamazione del mistero pasquale a tutte le genti e lo Spirito è colui che ispira, dirige e anima a porre nel cuore degli uomini il messaggio evangelico. L’annuncio suscita la ricerca delle ragioni per credere, l’esperienza di vita cristiana, la celebrazione dei sacramenti, la testimonianza missionaria. Il vangelo è per gli uomini e, più che un’esigenza, è un’offerta gioiosa di vita in povertà, missione e itineranza.

In diversi passaggi dei suoi Scritti Francesco parla del proprio rapporto con la Chiesa, ma vanno ricordate principalmente le dichiarazioni all’inizio delle due Regole (cf. Rb 1,2 in FF 76; Rnb 3‑4 in FF 3). Egli utilizza di proposito l’espressione singolare ‘fede’ (nei sacerdoti, nei chierici, nelle Chiese) proprio per esplicitare la radice e il fondamento divino della sua scelta e appartenenza a tale istituzione. A cui aggiunge, come ulteriore elemento che esprime questo legame istituzionale, la ‘figura del cardinale protettore’.

Riassumendo, si può dire che il movimento francescano prese forma all’interno di due correnti, che caratterizzarono fortemente l’Occidente nel corso del XII secolo: da un lato il desiderio generale di ‘ritornare’ alle origini, dall’altro la volontà di ‘rinnovare’ la Chiesa attraverso un’interpretazione letterale delle Scritture.

Di conseguenza Francesco d’Assisi, in quel ‘secolo della rinascita’, potrebbe essere considerato come un apostolo e profeta dell’epoca d’oro della Scolastica. Non sarebbe quindi fuori luogo concludere affermando in modo verace che la proposta di Francesco e dell’Ordine minoritico, ancora viva e attuale, è un dono dello Spirito alla Chiesa in quanto ripropone la necessità di uno stretto legame tra minorità, fraternità e missionarietà per ridare ad essa vitalità. Egli, da itinerante, inviava i suoi frati nel mondo in obbedienza alla chiamata di Dio che lo orientava solamente al Vangelo.

Joseph Ratzinger, parlando di Francesco, come figura ancora attuale, ha affermato che “egli non fu propriamente il fondatore di un Ordine […]. Sapeva che il compito che lo attendeva era molto più radicale: egli voleva raccogliere un novus populus che seguisse il Discorso della montagna sine glossa, trovando in esso la sua unica e immediata regola”.

Per concludere storicamente l’analisi di questa epoca, è opportuno menzionare alcuni concili che hanno rappresentato una tappa fondamentale nella storia della riforma ecclesiale: il Lateranense IV (1215) che fu convocato proprio con questo intento; il Concilio di Vienne (1311-1312) che sancì il principio di Durando ‘reformatio in capite et in membris’, per sottolineare che la riforma andava compiuta a partire dalla gerarchia; e il Concilio di Costanza (1415) che provò a risolvere il grave scisma d’Occidente e ristabilire l’unità ecclesiale.

L’aspirazione di una ‘riforma’, da un punto di vista ecclesiologico, aprì le porte della modernità, dando vita a movimenti culturali che trovarono in Martin Lutero il suo principale rappresentante.

(Tratto da SettimanaNews)

Papa Francesco esalta Pio VII

800 pellegrini giunti a Roma dalle diocesi di Cesena-Sarsina, Tivoli, Savona-Noli ed Imola sono stati ricevuti in udienza da papa Francesco a 200 anni dalla morte di papa Pio VII – Barnaba Chiaramonti, a 200 anni dalla morte, avvenuta nel 1823, definendolo ‘esempio di buon pastore’ in questa domenica dedicata alla parabola del buon pastore:

“Papa Chiaramonti è stato ed è per tutti noi un grande esempio di buon pastore che dà la vita per il suo gregge. Era un uomo di notevole cultura e pietà, era pio. Monaco, Abate, Vescovo e Papa, in tutti questi ruoli ha sempre mantenuto intatta, anche a costo di grandi sacrifici, la sua dedizione a Dio e alla Chiesa.

Come nel drammatico momento del suo arresto quando, a chi gli offriva una via di fuga dalla prigionia in cambio di compromessi circa le sue responsabilità pastorali, rispondeva: ‘non dobbiamo, non possiamo, non vogliamo’, confermando, a prezzo della sua libertà personale, quanto aveva promesso di fare, con l’aiuto di Dio, il giorno della sua elezione”.

Ed ha ricordato tre valori importanti della sua vita, quali la testimonianza, la misericordia e la comunione, di cui papa Pio VII è sempre stato un sostenitore: “Papa Pio VII ne è stato un convinto sostenitore e difensore in tempi di lotte e divisioni feroci. I disordini causati dalla rivoluzione francese e dalle invasioni napoleoniche avevano prodotto e continuavano a fomentare spaccature dolorose, sia all’interno del popolo di Dio che nelle sue relazioni col mondo circostante: ferite sanguinanti sia morali che fisiche. Anche il Papa pareva dovesse esserne travolto. E invece, con la sua pacata e tenace perseveranza nel difendere l’unità”,

Per questo papa Pio VII è stato sempre attento a non lacerare la comunità: “Ne emerse una comunità materialmente più povera, ma moralmente più coesa, forte e credibile. E il suo esempio sprona noi ad essere, nel nostro tempo, anche a costo di rinunce, costruttori di unità nella Chiesa universale, in quella locale, nelle parrocchie e nelle famiglie: a fare comunione, a favorire la riconciliazione, a promuovere la pace, fedeli alla verità nella carità!”

E’ questa la testimonianza offerta nella carità: “Uomo di indole mite, Papa Chiaramonti è stato un annunciatore coraggioso del Vangelo, con la parola e con la vita… E di fatto egli ha realizzato questo suo ideale di profezia cristiana, vivendolo e promuovendolo con dignità nella buona e nella cattiva sorte, sia a livello personale che ecclesiale, anche quando ciò lo ha portato a scontrarsi con i potenti del suo tempo”.

Infine la misericordia verso i più deboli attraverso le iniziative sociali: “Nonostante i pesanti ostacoli posti alla sua opera dalle vicende napoleoniche, Papa Pio VII concretizzò la sua attenzione per i bisognosi distinguendosi per alcune riforme e iniziative sociali di ampia portata, innovative nel suo tempo, come la revisione dei rapporti di ‘vassallaggio’, con conseguente emancipazione dei contadini poveri, l’abolizione di molti privilegi nobiliari, delle ‘angherie’, delle regalie, dell’uso della tortura e l’istituzione di una cattedra di chirurgia presso l’Università La Sapienza per il miglioramento dell’assistenza medica e l’incremento della ricerca”.

Per questo era intelligente e furbo: “Era un uomo molto intelligente, molto pio e furbo. Sapeva portare avanti anche la sua prigionia con furbizia. A volte mandava dei messaggi nascosti nella biancheria; e così riusciva a guidare la Chiesa, tramite la biancheria! Ed è una cosa bella: è un uomo intelligente, furbo e che vuole portare avanti il compito di governare che il Signore gli aveva dato, questo è bello”.

Ma anche ‘grande’ (definito così da papa Francesco) nella carità: “Era anche un uomo di carità, come dimostrò poi, in ambito diverso, nei confronti dei suoi persecutori: pur denunciandone senza mezzi termini gli errori e i soprusi, cercò di mantenere aperto con loro un canale di dialogo e soprattutto offrì sempre il suo perdono. Fino a concedere ospitalità negli stati della Chiesa, dopo la restaurazione, proprio ai familiari di quel Napoleone che pochi anni prima lo aveva fatto incarcerare e chiedendo per lui, ormai sconfitto, un trattamento mite nella prigionia”.

Queste sono le caratteristiche segnalate da papa Francesco, che anche oggi non si devono dimenticare: “Cari fratelli e sorelle, sono molti i valori a cui ci richiama la memoria del Servo di Dio Pio VII: l’amore per la verità, l’unità, il dialogo, l’attenzione agli ultimi, il perdono, la ricerca tenace della pace, e quella furbizia evangelica che il Signore ci raccomanda.

Ci farà bene meditarli, farli nostri e testimoniarli, perché in noi e nelle nostre comunità crescano lo stile di mansuetudine e la disponibilità al sacrificio. Ma questo non vuol dire che siamo stupidi, no, quella non è mansuetudine. Mansuetudine sì, ma furbi come il Signore ci raccomanda. Semplici come la colomba ma furbi come il serpente”.

(Foto: Santa Sede)

Papa Sisto V: un riformatore attuale

In occasione del V Centenario della nascita di Sisto V, la Scuola di Giurisprudenza dell’Università di Camerino, città cui questo papa era legato per ragioni familiari, nello scorso mese di novembre ha organizzato un importante convegno sull’attività normativa di papa Felice Peretti: ‘Sisto V, papa marchigiano, legislatore universale’, al quale sono intervenuti di persona relatori dalla Spagna, dalla Francia e dalla Croazia, ed il presidente della Cei, card. Matteo Maria Zuppi.

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