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‘La pace sia con te!’: in dialogo con Maurizio Certini sulla realtà della pace
“La pace sia con te! Questo antichissimo saluto, ancora oggi quotidiano in molte culture, la sera di Pasqua si è riempito di nuovo vigore sulle labbra di Gesù risorto. ‘Pace a voi’ è la sua Parola che non soltanto augura, ma realizza un definitivo cambiamento in chi la accoglie e così in tutta la realtà. Per questo i successori degli Apostoli danno voce ogni giorno e in tutto il mondo alla più silenziosa rivoluzione: ‘La pace sia con voi!’ Fin dalla sera della mia elezione a Vescovo di Roma, ho voluto inserire il mio saluto in questo corale annuncio. E desidero ribadirlo: questa è la pace del Cristo risorto, una pace disarmata e una pace disarmante, umile e perseverante. Proviene da Dio, Dio che ci ama tutti incondizionatamente”.
Così scrive papa Leone XIV ha scritto all’inizio del suo primo messaggio per la Giornata mondiale, intitolato ‘La pace sia con tutti voi. Verso una pace disarmata e disarmante’, che sono anche le prime parole che ha pronunciato appena eletto papa: “La pace sia con tutti voi. Questo è il primo saluto del Cristo risorto, il buon Pastore. Vorrei che la pace raggiungesse le vostre famiglie, tutti i popoli, tutta la terra. La pace sia con voi. Una pace disarmata, disarmante, umile. Dio ci ama tutti, incondizionatamente”.
Parole sempre al centro del magistero papale: a Maurizio Certini, consigliere della Rete ‘MareNostrum Consiglio dei giovani del Mediterraneo’ e della Fondazione ‘Giorgio La Pira’, che lo scorso anno ha ‘festeggiato’ 50 anni di attività, chiediamo di indicarci in quale modo una pace disarmata può essere disarmante: “La pace disarmante è l’atteggiamento di san Francesco di Assisi di fronte al lupo, o di Gesù che invita san Pietro a riporre la spada nel fodero; ma estendendo è anche l’atteggiamento di un Gandhi o di un Luther King, con il quale si sceglie di perseguire la via della nonviolenza e del negoziato, come azione trasformativa di fronte alla violenza strutturale della società in cui si vive. Certamente è una via rischiosa, ma quanto più rischiosa è la scelta della violenza e della guerra e quanto dolorose per tutti le sue conseguenze?
E’ un atteggiamento che muove da un cuore pacificato che guarda l’altro negli occhi e che, decentrandosi, cerca di capire le ragioni dell’altro, perché è il riconoscimento dell’altro che ci umanizza. La violenza è sempre disumana e non può mai risolvere i conflitti. La pace disarmata è l’atteggiamento evangelico in virtù del quale ci si fa prossimo all’altro, per proseguire insieme il cammino della pace. E’ un percorso che tende alla reciprocità e che per questo accetta di correre dei rischi decidendo di fare il primo passo, con il cuore, ma anche con l’intelligenza e con la ragione”.
Questa pace, che il papa descrive, può cambiare il nostro sguardo sulla realtà?
“Il messaggio del Santo Padre del primo gennaio è molto chiaro. E’ un invito ad andare alla radice del Vangelo ed è anche una denuncia fortissima della pericolosa corsa al riarmo presente in tutto il mondo, con un aumento esponenziale delle spese per il comparto militare che porta a una pericolosissima spirale della violenza, peraltro a scapito del sostegno alla scuola, alla sanità, all’ambiente. Il papa si pone peraltro in modo fortemente critico rispetto alle ragioni che invocano la deterrenza nucleare od il ‘diritto della forza’ rispetto alla forza del diritto internazionale. Sollecita il rafforzamento delle Istituzioni sovranazionali come garanti del diritto dei popoli alla pace e del dovere degli Stati di perseguirla mirando al bene comune di tutta l’umanità.
Mette in guardia dalle stratosferiche concentrazioni degli interessi finanziari che orientano verso il riarmo e dalla strumentalizzazione della religione che benedice o giustifica la guerra e i nazionalismi che riportano indietro le lancette dell’orologio della storia. Chiama tutto ciò ‘Blasfemia che oscura il nome di Dio’. Detto questo, con molto realismo, il papa ci riporta alla forza mite del Vangelo e ci ricorda come la pace sia un processo permanente che prende vita dal cuore di ciascuno, dal cortile di casa fino ai confini della Terra, invitando le comunità religiose a operare in tal senso per orientare la politica verso strategie di giustizia e di pace”.
Nell’Angelus di venerdì 26 dicembre papa Leone XIV ha affermato chiaramente ‘Chi oggi crede alla pace e ha scelto la via disarmata di Gesù e dei martiri è spesso ridicolizzato, spinto fuori dal discorso pubblico e non di rado accusato di favorire avversari e nemici’. Perché chi crede alla pace è ridicolizzato?
“Perché si parte da un pregiudizio che inficia la dignità stessa dell’essere umano. Cioè che la realtà umana è fatta in un certo modo e che occorre l’uso della forza come metodo quando il fine che si vuol perseguire si ritiene sia giusto. Ma il fine non giustifica i mezzi. Gandhi poneva un paragone: ‘…il mezzo può essere paragonato a un seme, il fine a un albero: tra il fine e il mezzo vi è la stessa inviolabile relazione che vi è tra il seme e l’albero’. Ma Gandhi, come La Pira, avevano capito che la pace non è solo un’opzione etica, ma una necessità pratica perché alla pace non c’è alternativa”.
Allora a quale compito di pace è chiamato il cristiano?
“In ogni circostanza, all’interno dei propri ‘mondi vitali’ il cristiano è un ‘costruttore di pace’ o non è”.
‘La risposta è evidente: la pace, l’amicizia, la solidarietà reciproche fra questi popoli e queste nazioni. La pace, l’amicizia e la solidarietà fra Israele e Ismaele; la pace, l’amicizia e la solidarietà fra i popoli prima colonizzati e quelli prima colonizzatori; la pace, l’amicizia e la solidarietà fra tutte le nazioni cristiane, arabe e la nazione di Israele. Questa pace del Mediterraneo sarà inoltre come l’inizio e il fondamento della pace fra tutte le nazioni del mondo”: questa frase del venerabile Giorgio La Pira chiudeva il suo primo discorso di apertura del Primo Colloquio Mediterraneo (3 ottobre 1958) con l’invito alle religioni ad essere via di pace: in quale modo le religioni possono condurre nella via della pace?
“L’opera di Giorgio La Pira è stata sempre all’avanguardia. Riferendosi alle tre religioni del Libro, parlava di famiglia abramitica e della necessità del dialogo. Vedeva nella pace di Gerusalemme l’anticipazione della pace mondiale. Aveva capito che c’è un ruolo fondamentale delle religioni nella promozione di forme organizzate di cooperazione internazionale, di reciproca solidarietà, che coinvolgono direttamente porzioni vaste della società civile e oltrepassano i confini degli Stati, orientando all’idea del ‘mondo unito’, alla costruzione della ‘casa comune’.
La Pira non era un ingenuo. Vedeva come la politica del disarmo dovesse essere strettamente connessa con la politica dello sviluppo comune, rispettoso dell’ambiente, inserito in una profonda trasformazione dell’intero sistema economico mondiale di cooperazione tra i popoli: un rapporto non accomodante, né rinunciatario, né inerte: una scelta che implica da una parte il rinnovamento delle strutture (‘strutture di peccato’), dall’altra una profonda ‘metanoia’ dei singoli e delle comunità”.
‘La scelta apocalittica è inevitabile: o la pace millenaria o la distruzione del genere umano e del pianeta’, scriveva nel 1971 il venerabile Giorgio La Pira. Riprendendo il titolo di un suo libro (‘L’utopia salverà la storia’) per quale motivo per Giorgio La Pira la pace è l’utopia che salverà il mondo?
“L’utopia salverà la storia, sono parole di papa san Paolo VI. Per La Pira, dopo Hiroshima, ci troviamo di fronte ad una alternativa: la pace oppure la distruzione del pianeta. Occorre scegliere. La Pira diceva con sano realismo che Utopia significa ‘rendere possibile il futuro probabile’. Allora occorre chiedersi: ‘Quale futuro vogliamo per i nostri figli e per nostri nipoti? Quale mondo lasciamo alle generazioni future?’… ed agire di conseguenza.
Il mondo così com’è non lo ha fatto un genio maligno, ma lo hanno fatto gli uomini. Gli stessi uomini ne possono costruire uno migliore. E ciascuno, come diceva La Pira, può dare il proprio colpo di remo alla ‘barca della Storia’, sulla quale si trova tutto il genere umano, per condurla verso il porto della pace”.
(Foto: Rete Mare Nostrum)
Per Zamagni è necessario un ministero per la pace
La pace è un progetto di democrazia che ha bisogno di un luogo istituzionale dedicato. L’economista Stefano Zamagni spiega perché è urgente dare vita al Ministero della Pace. Attacchi militari, distruzione, morte di civili, perdite di soldati: si parla continuamente degli effetti delle guerre ma mai delle cause generatrici e di come disinnescarle. E’ un problema culturale. Oggi, per avere la pace, bisogna cambiare le regole del gioco.
E’ questo un punto centrale nell’analisi della situazione attuale fatta da Stefano Zamagni, economista, presidente emerito della Pontificia Accademia delle Scienze sociali e docente di Economia politica all’Università di Bologna, nei giorni scorsi a Padova per una lectio magistralis dal titolo ‘La pace contesa’, tenuta in apertura del corso di perfezionamento ‘Antropologia, Bibbia, Religioni: un approccio multidisciplinare (ABRAM)’ frutto di una partnership fra l’Università di Padova e la Facoltà teologica del Triveneto.
In questa occasione ha rilasciato un’intervista, un dialogo che parte dal tema della pace per affrontare poi gli aspetti fondamentali dell’economia civile, di cui Zamagni è una delle voci più autorevoli, e infine sottolineare il contributo che la riflessione teologica può dare nel processo di ‘rifondazione’ dell’economia.
Ecco un estratto dell’intervista pubblicata nel sito della Facoltà (www.fttr.it): “Oggi nel mondo sono in corso 56 conflitti armati e il Sipri-Istituto internazionale di ricerche sulla pace di Stoccolma informa che le spese militari a livello mondiale nel 2024 sono state di 2718 miliardi di dollari, a fronte dei 1290 miliardi del 2001: ‘E’ una situazione insostenibile’.
Professor Zamagni, come legge questa corsa al riarmo?
“La tesi della deterrenza (la logica del dissuadere mediante la minaccia) non funziona più. Essa è valida solo se il conflitto è fra due parti; oggi i contendenti sono almeno sei. Il riarmo di uno Stato per accrescere la sua sicurezza viene interpretato come una minaccia dagli Stati rivali, che saranno spinti a fare altrettanto, anzi di più. In questo contesto, inoltre, assistiamo al fenomeno della “privatizzazione della guerra”: per millenni la gestione dei conflitti armati è stata prerogativa dei re, degli imperatori, degli Stati; oggi invece la guerra è stimolata dal cosiddetto complesso militare-tecnologico, dalle imprese private che ottengono profitti dalla vendita delle armi. Se durante i conflitti gli indicatori di borsa aumentano il valore, è evidente che più armi vengono usate più il processo di generazione delle stesse è destinato a continuare”.
Per tentare di uscire da questa situazione è necessario anche un passaggio culturale?
“Bisogna capire che il potere dissuasivo oggi sta nella capacità innanzitutto di comprendere e poi di intervenire sulle ragioni profonde che innescano il conflitto. C’è una pace negativa (assenza della violenza diretta, il cessate il fuoco) e una pace positiva (tesa a ridurre o eliminare le cause della guerra): si deve passare dal peace-making al peace-building, dal fare al costruire la pace. Papa Francesco ha avuto il coraggio di denunciare questa situazione e papa Leone XIV l’ha ripresa parlando nella sua prima apparizione pubblica di pace disarmata e disarmante”.
Come si costruisce la pace?
“Occorre creare istituzioni di pace, politiche o economico-finanziarie. Paolo VI aveva individuato nello sviluppo il 0nuovo nome della pace’. Attenzione che lo sviluppo non è la mera crescita, anche una pianta cresce, ma tiene in armonia anche la dimensione socio-relazionale e quella spirituale. Qui si differenziano i due paradigmi ‘si vis pacem para bellum’ (la teoria della deterrenza, da Eraclito a Hobbes a Schmitt e von Clausewitz: la guerra è un dato di natura e l’uomo non può che contenerla) e ‘si vis pacem para civitatem’ (il riconoscimento che all’inizio c’è il logos, da cui deriva il dia-logos, sulla linea di Aristotele, Agostino, Tommaso, Maritain: la capacità di eliminare le cause della guerra, preparando la civilizzazione, oggi diremmo le istituzioni di pace)”.
Lei si è fatto sostenitore della creazione di un Ministero della Pace. Di che cosa si tratta?
“La pace è un progetto di democrazia e, in quanto tale, necessita di un luogo istituzionale a ciò dedicato. Già nel secondo dopoguerra Alcide De Gasperi sostenne l’idea di dare vita al Ministero della Pace, mentre il Ministero della Guerra veniva sostituito dai Ministeri della Difesa e degli Interni. Negli anni Ottanta don Oreste Benzi scrisse che ‘gli uomini hanno sempre organizzato la guerra; è ora di organizzare la pace’ e l’associazione Papa Giovani XXIII da lui fondata con altri rappresentanti di associazioni cattoliche e laiche ne ha raccolto il testimone”.
Quali funzioni avrebbe questa istituzione?
“Innanzitutto, dovrebbe riscrivere i libri di storia del liceo e dell’università, perché parlano solo delle guerre e mai della pace ed è lì che gli studenti, a partire dai 14 anni, formano le loro categorie di pensiero. Dovrebbe inoltre predisporre i corsi per la diplomazia – in Italia non abbiamo neanche una scuola superiore della diplomazia – perché qui si formerebbe la capacità di negoziare. Infine, potrebbe organizzare i corpi civili della pace come espressioni della società civile organizzata, cattolica e non. Fra le 73 università italiane una sola, Padova, ha un dottorato di ricerca in peace studies. Fra le 40300 scuole nel nostro paese solo 700 hanno programmi di educazione civica dedicati alla pace. Sono convinto che si possono realizzare istituzioni di pace ed è necessario farlo, perché, citando Wright, ‘due autentiche democrazie mai si faranno la guerra’: dove c’è vera democrazia non c’è guerra”.




























