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Con suor Chiara Grazia Centolanza alla scoperta di Audite poverelle

“Audite, poverelle dal Signore vocate, ke de multe parte et provincie sete adunate: vivate sempre en veritate ke en obedientia moriate. Non guardate a la vita de fore, ka quella dello spirito è migliore. Io ve prego per grand’amore k’aiate discrecione de le lemosene ke ve dà el Segnore. Quelle ke sunt adgravate de infirmitate et l’altre ke per loro suò adfatigate, tutte quante lo sostengate en pace Ka multo venderi(te) cara questa fatiga, ka cascuna serà regina en celo coronata cum la Vergene Maria”: lo scorso anno è ricorso l’ottavo centenario delle ‘Parole con melodia’ che san Francesco scrisse per santa Chiara e le sue sorelle conosciuto come ‘Audite poverelle’, rinvenuto nel 1976  tra i codici conservati dalle Clarisse di Novaglie,

A 50 anni dalla scoperta a suor Chiara Grazia Centolanza, sorella povera di santa Chiara del monastero ‘Santissima Trinità’ di Gubbio, chiediamo di spiegarci per quale motivo san Francesco scrisse questo testo: “Di questo testo e delle circostanze della sua gestazione ci narra con dovizia di particolari la ‘Compilazione di Assisi, uno scritto di carattere compilatorio e testimone prezioso e affidabile degli ultimi anni di vita di Francesco. Siamo probabilmente nella primavera del 1225 durante la quale Francesco dimorò a san Damiano, prostrato da una malattia molto dolorosa agli occhi che lo costringeva a stare sempre nell’oscurità non potendo sopportare né la luce naturale né quella del fuoco, e da una prova interiore che si protraeva da tempo.

Durante una notte, anche spirituale, riflettendo alle sue tante tribolazioni, fu mosso a pietà verso se stesso e implorò l’aiuto del Signore, il quale lo consolò dandogli la certezza che possedesse fin d’ora il suo regno: ‘Fratello, rallegrati e giubila pienamente nelle tue infermità e tribolazioni; d’ora in poi vivi nella serenità, come se tu fossi già nel mio regno’. Al mattino, colmo di gratitudine e di letizia, annunciò ai fratelli di voler comporre, a lode della Trinità, a propria consolazione e a edificazione del prossimo, una lauda del Creatore riguardo alle sue creature, il ‘Cantico di frate Sole’, che egli stesso poi intonava o ‘faceva cantare dai suoi compagni per riuscire a dimenticare, nella considerazione della lode di Dio, l’acerbità delle sue malattie e delle sue sofferenze’.

In quegli stessi giorni ‘fece anche alcune sante parole con melodia a maggior consolazione delle povere signore del monastero di San Damiano, soprattutto perché le sapeva molto contristate per la sua infermità… In esse egli volle manifestare alle sorelle, allora e per sempre, la sua volontà’. Lo scritto nasce dal cuore ormai pacificato di Francesco, che consolato della consolazione del Padre delle misericordie desidera recare loro sollievo sapendole condurre una vita dura e povera”.

Quale è il tema centrale del testo francescano?

“Questo testo è solo apparentemente semplice, in realtà è ricco di tematiche teologico-spirituali, che forse trovano un punto di irradiazione nello sguardo ormai fisso di Francesco sul paradiso: tutta la vita è orientata alla gloria divina, a cui le sorelle sono chiamate a partecipare ‘cum la Vergene Maria’. Una vita, quella umana, intessuta di fatica, infermità, tribolazione, nella quale però è possibile sperimentare quella logica ribaltata e liberante delle Beatitudini.

Chiara stessa in un passo del suo Testamento, ripreso poi anche nella ‘Forma vitae’, racconterà che ‘Francesco, osservando attentamente che, pur essendo deboli e fragili nel corpo, non ricusavamo nessuna indigenza, povertà, fatica, tribolazione o ignominia e disprezzo del mondo, anzi, al contrario, li ritenevamo grandi delizie sull’esempio dei santi e dei suoi fratelli, avendoci esaminato frequentemente, molto se ne rallegrò nel Signore’: in loro egli vedeva compiersi nuovamente il mistero pasquale di Gesù Cristo, che solo poteva rendere dolce all’animo e al corpo ciò che era amaro e molesto.

Questo era accaduto quando il Signore lo aveva condotto tra i lebbrosi ed egli aveva fatto con loro misericordia; questo era ciò che desiderava accadesse anche in queste sue figlie poverelle, perché è il cuore pulsante e vitale del vangelo: Gesù Cristo non ha ritenuto un tesoro geloso la sua natura divina, ma proprio perché ha assunto la condizione umana fino a prendere la forma del servo, è stato esaltato dal Padre che gli ha dato un Nome eterno.

Audite: un incipit dal sapore giullaresco, oltre che biblico. Non potendo visitare personalmente le sorelle, egli non invia loro uno scritto, ma manda alcuni fratelli perché cantino loro queste sue parole di esortazione. Allora ecco l’invito solenne: Audite, ascoltate. L’uomo biblico nasce nell’ascolto amoroso di una Parola che lo crea e ricrea: ‘Ascolta, Israele’; e Gesù stesso parlerà del cuore umano come di un terreno che prenderà forma diversa a seconda del tipo di ascolto e accoglienza che darà alla parola seminata: ‘Ascoltate. Ecco, il seminatore uscì a seminare’.

 Francesco aveva invitato i suoi fratelli al guardarsi dall’essere ‘la terra lungo la strada, o terra sassosa o invasa dalle spine’, ed ad impegnarsi ad inclinare l’orecchio del cuore per obbedire alla voce del Figlio di Dio, per conservare le sue parole, la sua vita, il suo insegnamento e il suo santo Vangelo: da uomo biblico qual era, sapeva che l’obbedire non è meramente conseguenza cronologica dell’ascoltare, ma sua profonda verità.

Le poverelle sono vocate ed adunate, forme verbali passive, a dire che è opera di un Altro, che chiama, appunto, e raduna de multe parte et provincie in unità. Non solo luoghi fisici, ma pure esistenziali. E’ il mistero della Chiesa, che è ‘multiformemente’ una perché scaturisce dalla sovrabbondanza della Somma Trinità e Santa Unità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Se san Damiano è chiesa in rovina che custodisce l’immagine crocifissa del Figlio di Dio, ecco che la comunità di sorelle che vi risiede è adunata per riflettere al mondo, proprio nella povertà del suo insieme e in quella di ciascun membro, l’umiltà sublime di Dio che ama nascondersi in poca apparenza di pane e nel campo del mondo e dei cuori umani.

Così nel mistero del nascondimento di Dio, che si rivela velandosi nella carne del Verbo, si comprendono le parole: Non guardate a la vita de fore ka quella dello spirito è migliore. Sembrano riecheggiare le parole di Paolo nella seconda Lettera ai Corinzi: ‘Per questo non ci scoraggiamo, ma, se anche il nostro uomo esteriore si va disfacendo, quello interiore si rinnova di giorno in giorno. Infatti, il momentaneo, leggero peso della nostra tribolazione ci procura una quantità smisurata ed eterna di gloria: noi non fissiamo lo sguardo sulle cose visibili, ma su quelle invisibili, perché le cose visibili sono di un momento, quelle invisibili invece sono eterne. Le sorelle, se sapranno usare con discrezione delle elemosine di cui vivono insieme al loro lavoro manuale, se sapranno portare e sopportare le proprie e altrui malattie e tribolazioni, venderanno a Dio ‘cara questa fatiga, ka cascuna serà regina en celo coronata cum la Vergene Maria’.

All’inizio della sua conversione, un mattino d’inverno, in risposta al fratello carnale che lo scherniva vedendolo mendico e al freddo della strada, il santo aveva risposto, inondato dalla gioia dei salvati: ‘Venderò questo sudore, e molto caro, al mio Signore’. La ricompensa dei poveri evangelici, che attendono dall’alto la consolazione per le tribolazioni sopportate nella pace del Risorto. Tema che troviamo magnificamente cantato nel Cantico di frate Sole: ‘Laudato sì, mi’ Signore, per quelli ke perdonano per lo Tuo amore e sostengo infirmitate e tribulazione. Beati quelli ke ‘l sosterranno in pace, ka da Te, Altissimo, sirano incoronati’. San Francesco guardava le poverelle e, secondo la logica capovolta del Vangelo, già le vedeva regine. Così accadrà alla pianticella Chiara, che prossima al suo transito sarà visitata da uno stuolo di vergini e dalla Madre poverella, che abbracciandola la rivestirà di sé, preparandola all’incontro con lo Sposo”.

(Tratto da Aci Stampa)

’Audite poverelle’ di san Francesco 800 anni dopo

Nella primavera di quest’anno ricorreva l’ottavo centenario della composizione di un testo noto, dalle sue prime parole, come l’Audite poverelle: l’ultima volontà del Poverello di Assisi, lasciata a Chiara, alle donne di San Damiano e alle loro seguaci sparse ormai in diversi monasteri.

L’obbiettivo di questo volume è quello di studiare il canto di Francesco sia nelle circostanze della sua composizione, sia nei contesti legati alla sua trasmissione, analizzando in particolare l’ambiente delle Clarisse veronesi, dove furono prodotti e conservati i due testimoni manoscritti di questo testo. Si presenta perciò un vasto panorama della presenza clariana nel territorio della Provincia minoritica di Sant’Antonio (inizialmente detta della Marca Trevigiana).

Si risponde anche all’esigenza, sottolineata più volte da Jacques Dalarun, di studiare non solo i singoli testi, ma rileggerli insieme con i loro ‘compagni di viaggio’, cogliendo l’intenzione di chi ha organizzato l’intero corpus delle opere contenute in un determinato codice. La seconda parte del volume offre quindi l’edizione integrale di tutti e tre i manoscritti delle Clarisse veronesi, conservati ora a Novaglie. Per quanto possibile, i testi sono stati collazionati con altri testimoni.

La terza parte del volume raccoglie nove studi sul contenuto dei codici. Quattro saggi sono dedicati alla legislazione che determinava la vita dei monasteri clariani di Verona; uno esamina l’aspetto iconografico del Codice 1 di Novaglie, paragonando le sue immagini con altre rappresentazioni coeve di Francesco e Chiara. Finalmente, quattro saggi rileggono, da varie angolature, il testo dell’Audite poverelle e le sue origini.

Al volume hanno contribuito: Felice Accrocca, Milvia Bollati, Cristina Campo, Maria Flavia Cavazzana, Chiara Grazia Centolanza, Marco Guida, Aleksander Horowski, Alessia Luvisotto, Antonio Montefusco e Monica Benedetta Umiker.

http://www.istcap.org/component/k2/bsc-117.html

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