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Caritas Italiana lancia la sfida del contrasto alla povertà

In occasione della presentazione, avvenuta a Roma mercoledì 8 ottobre, del Rapporto dedicato alle politiche di contrasto alla povertà, Caritas Italiana offre un primo bilancio sull’Assegno di Inclusione (ADI), introdotto a gennaio 2024. La riforma, che ha sostituito il Reddito di Cittadinanza, ha segnato un cambio di paradigma: dal principio universalistico dell’aiuto a tutti i poveri a un approccio categoriale, riservato solo ad alcune tipologie familiari.

Infatti la povertà ha molte dimensioni (economica, lavorativa, abitativa, familiare, sanitaria e psicologica) e non ha cause né soluzioni semplici. I dati Caritas lo confermano, ma ciò non significa arrendersi né frammentare le risposte pubbliche. Occorre invece partire da alcuni punti fermi emersi dal monitoraggio Caritas: l’obiettivo è mettere le persone in grado di plasmare il proprio destino (libertà positiva) combinando sostegno economico immediato e servizi di accompagnamento in un unico percorso di inclusione.

Quindi i dati raccolti da Caritas evidenziano una contrazione della platea dei beneficiari del 40-47%, senza che questo abbia migliorato l’efficacia nel raggiungere i più fragili. Sono infatti escluse molte famiglie in età da lavoro senza figli, lavoratori poveri, stranieri e nuclei residenti nel Centro-Nord. In particolare, le famiglie straniere (pur con un allentamento del requisito di residenza) risultano ulteriormente penalizzate dalla nuova scala di equivalenza.

Perciò secondo Caritas una delle strade percorribili per ridurre gli stanziamenti sulla povertà avrebbe potuto essere quella di indirizzare maggiormente il sostegno pubblico verso i più deboli, incrementando la percentuale di poveri tra i beneficiari della misura pubblica e correggendo così i limiti del Reddito di Cittadinanza nella capacità di raggiungere gli ultimi. In altre parole, si sarebbe potuto modificare la misura con un intervento verticale, cioè concentrando le risorse verso i più poveri; al contrario, si è scelto un approccio orizzontale, che ha ristretto la platea con criteri categoriali (presenza di figli minori, di persone con disabilità e non autosufficienza, over 67 anni), indipendentemente dal livello di povertà e lasciando così nuclei fragili scoperti:

“Come effetto si è avuta la drastica riduzione della platea di beneficiari del 40-47%, che non si è tradotta in un miglior indirizzamento delle risorse economiche verso i più fragili fra i fragili. A essere maggiormente penalizzati dalla riforma sono le famiglie in età da lavoro senza figli minori, i lavoratori poveri, gli stranieri e chi vive nel Centro-Nord. Si tratta spesso di segmenti già molto deboli del tessuto sociale e, in questi casi, l’esclusione dal beneficio può tradursi in un aumento delle famiglie effettivamente in povertà che restano senza sostegno.

Al tempo stesso, i criteri categoriali adottati non sembrano ridurre in modo significativo l’accesso da parte di famiglie non povere. In altre parole, alcune famiglie vulnerabili restano escluse, mentre altre, non necessariamente povere, riescono comunque a ricevere il sussidio. L’intenzione di riservare alle famiglie con responsabilità di cura una protezione particolare, in ragione delle loro specificità, è condivisibile ma non può ledere il diritto di ognuno a ricevere un aiuto da parte dello Stato, indipendentemente da caratteristiche anagrafiche, familiari o di altro tipo”.

Per questo la Caritas conferma, come già accadeva con il Reddito di Cittadinanza, una forte discrepanza tra la distribuzione geografica dei poveri e quella dei beneficiari: nel Nord si trova oggi il 41% delle famiglie povere assolute, ma solo il 15% delle famiglie che ricevono l’assegno di inclusione: “Nel 2024, con l’attivazione dell’ADI, l’Italia è diventata l’unico Paese europeo senza una misura di reddito minimo rivolta a tutti i poveri in quanto tali e non solo ad alcune categorie, come le famiglie con figli o senza componenti occupabili. Si è passati, in sintesi, dal principio dell’universalismo (aiutare tutti i poveri) a quello della categorialità familiare (aiutare solo alcuni poveri, individuati in base alle caratteristiche della loro famiglia)”.

Il Rapporto sottolinea come, in questo scenario, Caritas sia tornata a svolgere un ruolo di ‘paracadute’ sociale, registrando un aumento delle richieste di aiuto per beni primari come cibo, affitto e utenze. Un’inversione di tendenza preoccupante che rischia di ridurre lo spazio per l’accompagnamento personalizzato verso l’autonomia: “Il problema, però, non riguarda solo la quantità dell’impegno richiesto alle Caritas, ma anche la sua natura. Se con il RDC molte famiglie riuscivano a coprire almeno le spese essenziali (affitto, bollette, alimentari) e si rivolgevano alla Caritas soprattutto per supporti integrativi o per la gestione di specifiche emergenze, ora si sta assistendo a un ritorno alle esigenze primarie”.

Le richieste ai centri Caritas sono tornate a concentrarsi su beni di prima necessità: pacchi alimentari, pagamento di utenze, contributi per l’affitto, materiale scolastico per i figli. Un simile spostamento rischia di schiacciare l’azione della Caritas verso un’assistenza prevalentemente materiale e burocratica: “Esiste il pericolo, in vari territori è già realtà, che venga messo in secondo piano un obiettivo fondamentale dell’approccio Caritas, cioè l’accompagnamento personalizzato della persona verso l’autonomia. Caritas sembra sollecitata ad assumere soprattutto un ruolo di paracadute per evitare che chi sta cadendo in povertà precipiti al suolo rispetto a un ruolo di trampolino verso una vita migliore, attraverso opportuni percorsi di accompagnamento”.

Nel passaggio dal RDC all’ADI si è ammorbidito il requisito di residenza sul territorio nazionale necessario per fare domanda, da 10 anni previsti dal RDC ai 5 anni stabiliti dall’ADI. Tuttavia, la nuova scala di equivalenza dell’ADI penalizza fortemente le famiglie numerose, spesso straniere, e questo effetto ha più che compensato l’allentamento del vincolo sulla residenza: “Tra luglio 2023 (RDC) e giugno 2025 (ADI) infatti la riduzione percentuale nel numero di nuclei beneficiari è stata maggiore per gli stranieri (-40%) rispetto agli italiani (-35%), indicando una maggiore penalizzazione del primo gruppo rispetto al secondo con le nuove misure. Considerando quindi l’evoluzione delle misure nazionali, si è passati da una esclusione sistematica degli stranieri, determinata da un criterio molto severo sugli anni di residenza (10 anni) col RDC, a una esclusione che può risultare ancora più marcata coll’ADI, generata dall’inasprimento degli altri criteri di accesso (composizione familiare)”.

Infine anche il Supporto per la Formazione e il Lavoro (SFL) mostra alcuni limiti: bassa partecipazione, percorsi poco incisivi e scarse opportunità occupazionali stabili. Più che un trampolino verso l’inclusione, rischia di essere percepito come un sostegno temporaneo e inefficace.

Per questo Caritas Italiana richiama l’attenzione sulla necessità di politiche inclusive, coordinate e basate sui reali bisogni delle persone, per garantire a tutti, e non solo ad alcuni, il diritto a un’esistenza dignitosa.

(Foto: Caritas Italiana)

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