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Papa Leone XIV: la religione è contro la guerra

“Cari fratelli e sorelle! In un tempo per molti aspetti drammatico, nel quale le persone sono sottoposte a innumerevoli minacce alla loro stessa dignità, il 1700° anniversario del Primo Concilio di Nicea è un’occasione preziosa per chiederci chi è Gesù Cristo nella vita delle donne e degli uomini di oggi, chi è per ciascuno di noi”: questa giornata si è conclusa con un incontro ecumenico di preghiera presso gli scavi archeologici della basilica di san Neofito, dove si è svolto il primo Concilio di Nicea, salutato dal patriarca Bartolomeo I, che lo ha ringraziato per la presenza: “nonostante i tanti secoli trascorsi e tutti i rivolgimenti, le difficoltà e le divisioni che essi hanno portato con sé, ci avviciniamo comunque a questa sacra commemorazione con condivisa riverenza e un comune sentimento di speranza. Perché non siamo qui riuniti semplicemente per ricordare il passato. Siamo qui per rendere testimonianza viva della stessa fede espressa dai Padri di Nicea”.

La riflessione del papa si sofferma sulla professione di fede nicena: “Questa domanda interpella in modo particolare i cristiani, che rischiano di ridurre Gesù Cristo a una sorta di leader carismatico o di superuomo, un travisamento che alla fine porta alla tristezza e alla confusione. Negando la divinità di Cristo, Ario lo ridusse a un semplice intermediario tra Dio e gli esseri umani, ignorando la realtà dell’Incarnazione, cosicché il divino e l’umano rimasero irrimediabilmente separati. Ma se Dio non si è fatto uomo, come possono i mortali partecipare alla sua vita immortale?”

A Nicea è stata riaffermata la natura divina ed umana di Gesù: “Questo era in gioco a Nicea ed è in gioco oggi: la fede nel Dio che, in Gesù Cristo, si è fatto come noi per renderci ‘partecipi della natura divina’. Questa confessione di fede cristologica è di fondamentale importanza nel cammino che i cristiani stanno percorrendo verso la piena comunione: essa infatti è condivisa da tutte le Chiese e Comunità cristiane nel mondo, comprese quelle che, per vari motivi, non utilizzano il Credo Niceno-Costantinopolitano nelle loro liturgie”.

In questo momento di preghiera il papa ha chiesto il superamento delle ‘divisioni’: “Partendo dalla consapevolezza che siamo già legati da questo profondo vincolo, attraverso un cammino di adesione sempre più totale alla Parola di Dio rivelata in Gesù Cristo e sotto la guida dello Spirito Santo, nell’amore reciproco e nel dialogo, siamo tutti invitati a superare lo scandalo delle divisioni che purtroppo ancora esistono e ad alimentare il desiderio dell’unità per la quale il Signore Gesù ha pregato e ha dato la sua vita. Quanto più siamo riconciliati, tanto più noi cristiani possiamo rendere una testimonianza credibile al Vangelo di Gesù Cristo, che è annuncio di speranza per tutti, messaggio di pace e di fraternità universale che travalica i confini delle nostre comunità e nazioni”.

Un superamento che conduce alla comunione dei credenti: “La riconciliazione è oggi un appello che proviene dall’intera umanità afflitta da conflitti e violenze. Il desiderio di piena comunione tra tutti i credenti in Gesù Cristo è sempre accompagnato dalla ricerca di fraternità tra tutti gli esseri umani. Nel Credo Niceno professiamo la nostra fede ‘in un solo Dio Padre’; tuttavia, non sarebbe possibile invocare Dio come Padre se rifiutassimo di riconoscere come fratelli e sorelle gli altri uomini e donne, anch’essi creati a immagine di Dio”.

Ed ha concluso la riflessione affermando che va respinto l’uso della religione per giustificare la guerra: “C’è una fratellanza e sorellanza universale, indipendentemente dall’etnia, dalla nazionalità, dalla religione o dall’opinione. Le religioni, per loro natura, sono depositarie di questa verità e dovrebbero incoraggiare le persone, i gruppi umani e i popoli a riconoscerla e a praticarla. L’uso della religione per giustificare la guerra e la violenza, come ogni forma di fondamentalismo e di fanatismo, va respinto con forza, mentre le vie da seguire sono quelle dell’incontro fraterno, del dialogo e della collaborazione”.

(Foto: Santa Sede)

Papa Leone XIV scrive una Lettera apostolica per l’unità dei cristiani

“Nell’unità della fede, proclamata fin dalle origini della Chiesa, i cristiani sono chiamati a camminare concordi, custodendo e trasmettendo con amore e con gioia il dono ricevuto. Esso è espresso nelle parole del Credo: ‘Crediamo in Gesù Cristo, Unigenito Figlio di Dio, disceso dal cielo per la nostra salvezza’, formulate dal Concilio di Nicea, primo evento ecumenico della storia della cristianità, 1700 anni or sono”: così inizia la lettera apostolica ‘In Unitate Fidei’ scritta da papa Leone XVI in occasione del viaggio apostolico in Turchia nella prossima settimana.

La lettera ha lo scopo di ravvivare la fede: “Mentre mi accingo a compiere il Viaggio Apostolico in Türkiye, con questa lettera desidero incoraggiare in tutta la Chiesa un rinnovato slancio nella professione della fede, la cui verità, che da secoli costituisce il patrimonio condiviso tra i cristiani, merita di essere confessata e approfondita in maniera sempre nuova e attuale.

A tal riguardo, è stato approvato un ricco documento della Commissione Teologica Internazionale: Gesù Cristo, Figlio di Dio, Salvatore. Il 1700° anniversario del Concilio Ecumenico di Nicea. Ad esso rimando, perché offre utili prospettive per l’approfondimento dell’importanza e dell’attualità non solo teologica ed ecclesiale, ma anche culturale e sociale del Concilio di Nicea”.

Per questo è essenziale non dimenticare l’importanza del Concilio di Nicea: “E’ quindi una provvidenziale coincidenza che in questo Anno Santo, dedicato alla nostra speranza che è Cristo, si celebri anche il 1700° anniversario del primo Concilio Ecumenico di Nicea, che proclamò nel 325 la professione di fede in Gesù Cristo, Figlio di Dio. E’ questo il cuore della fede cristiana.

Ancor oggi nella celebrazione eucaristica domenicale pronunciamo il Simbolo Niceno-costantinopolitano, professione di fede che unisce tutti i cristiani. Essa ci dà speranza nei tempi difficili che viviamo, in mezzo a molte preoccupazioni e paure, minacce di guerra e di violenza, disastri naturali, gravi ingiustizie e squilibri, fame e miseria patita da milioni di nostri fratelli e sorelle”.

La lettera papale ripercorre il percorso bimillenario della Chiesa: “I tempi del Concilio di Nicea non erano meno turbolenti. Quando esso iniziò, nel 325, erano ancora aperte le ferite delle persecuzioni contro i cristiani. L’Editto di tolleranza di Milano (313), emanato dai due imperatori Costantino e Licinio, sembrava annunciare l’alba di una nuova epoca di pace. Dopo le minacce esterne, tuttavia, nella Chiesa emersero presto dispute e conflitti”.

Nei primi anni ‘turbolenti’ per la Chiesa ci fu questa importante professione di fede, che riconobbe Gesù come ‘Figlio di Dio’: “I Padri confessarono che Gesù è il Figlio di Dio in quanto è ‘dalla sostanza ( ousia) del Padre… generato, non creato, della stessa sostanza ( homooúsios) del Padre. Con questa definizione veniva radicalmente respinta la tesi di Ario.

Per esprimere la verità della fede, il Concilio ha usato due parole, ‘sostanza’ (ousia) e ‘della stessa sostanza’ ( homooúsios), che non si trovano nella Scrittura. Così facendo non ha voluto sostituire le affermazioni bibliche con la filosofia greca. Al contrario, il Concilio ha utilizzato questi termini per affermare con chiarezza la fede biblica distinguendola dall’errore ellenizzante di Ario”.

Quindi il cristianesimo non si ellenizzizò, ma si rifece alla tradizione biblica: “L’accusa di ellenizzazione non si applica dunque ai Padri di Nicea, ma alla falsa dottrina di Ario e dei suoi seguaci. In positivo, i Padri di Nicea vollero fermamente restare fedeli al monoteismo biblico e al realismo dell’incarnazione. Vollero ribadire che l’unico vero Dio non è irraggiungibilmente lontano da noi, ma al contrario si è fatto vicino e ci è venuto incontro in Gesù Cristo”.

Per questo il credo niceno testimonia che “il Figlio è ‘Dio vero da Dio vero’. In molti luoghi, la Bibbia distingue gli idoli morti dal Dio vero e vivente. Il vero Dio è il Dio che parla e agisce nella storia della salvezza: il Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe, che si è rivelato a Mosè nel roveto ardente, il Dio che vede la miseria del popolo, ascolta il suo grido, lo guida e lo accompagna attraverso il deserto con la colonna di fuoco, gli parla con voce di tuono e ne ha compassione”.

Quindi è una professione di fede: “Il Credo di Nicea non formula una teoria filosofica. Professa la fede nel Dio che ci ha redenti attraverso Gesù Cristo. Si tratta del Dio vivente: Egli vuole che abbiamo la vita e che l’abbiamo in abbondanza… Ciò rende chiaro che le affermazioni di fede cristologiche del Concilio sono inserite nella storia di salvezza tra Dio e le sue creature”.

E dopo molti secoli tale Credo richiama ancora la coscienza di ciascuno al rapporto con Dio: “Il Credo di Nicea ci invita allora a un esame di coscienza. Che cosa significa Dio per me e come testimonio la fede in Lui? L’unico e solo Dio è davvero il Signore della vita, oppure ci sono idoli più importanti di Dio e dei suoi comandamenti? Dio è per me il Dio vivente, vicino in ogni situazione, il Padre a cui mi rivolgo con fiducia filiale?

E’ il Creatore a cui devo tutto ciò che sono e che ho, le cui tracce posso trovare in ogni creatura? Sono disposto a condividere i beni della terra, che appartengono a tutti, in modo giusto ed equo? Come tratto il creato, che è opera delle sue mani? Ne faccio uso con riverenza e gratitudine, oppure lo sfrutto, lo distruggo, invece di custodirlo e coltivarlo come casa comune dell’umanità?”

Inoltre il Concilio di Nicea richiama l’importanza dell’ecumenismo: “Il movimento ecumenico, grazie a Dio, ha raggiunto molti risultati negli ultimi sessant’anni. Anche se la piena unità visibile con le Chiese ortodosse e ortodosse orientali e con le Comunità ecclesiali sorte dalla Riforma non ci è ancora stata donata, il dialogo ecumenico ci ha portato, sulla base dell’unico battesimo e del Credo niceno-costantinopolitano, a riconoscere i nostri fratelli e sorelle in Gesù Cristo nei fratelli e sorelle delle altre Chiese e Comunità ecclesiali e a riscoprire l’unica e universale Comunità dei discepoli di Cristo in tutto il mondo”.

L’ecumenismo è un richiamo alla pace: “Così, in un mondo diviso e lacerato da molti conflitti, l’unica Comunità cristiana universale può essere segno di pace e strumento di riconciliazione contribuendo in modo decisivo a un impegno mondiale per la pace. San Giovanni Paolo II ci ha ricordato, in particolare, la testimonianza dei tanti martiri cristiani provenienti da tutte le Chiese e Comunità ecclesiali: la loro memoria ci unisce e ci sprona ad essere testimoni e operatori di pace nel mondo”.

Ed ecco l’invito ad un cammino di unità: “Per poter svolgere questo ministero in modo credibile, dobbiamo camminare insieme per raggiungere l’unità e la riconciliazione tra tutti i cristiani. Il Credo di Nicea può essere la base e il criterio di riferimento di questo cammino. Ci propone, infatti, un modello di vera unità nella legittima diversità. Unità nella Trinità, Trinità nell’Unità, perché l’unità senza molteplicità è tirannia, la molteplicità senza unità è disgregazione”.

E l’unità si realizza con ‘et- et’:  “La dinamica trinitaria non è dualistica, come un escludente aut-aut, bensì un legame coinvolgente, un et–et: lo Spirito Santo è il vincolo di unità che adoriamo insieme al Padre e al Figlio. Dobbiamo dunque lasciarci alle spalle controversie teologiche che hanno perso la loro ragion d’essere per acquisire un pensiero comune e ancor più una preghiera comune allo Spirito Santo, perché ci raduni tutti insieme in un’unica fede e un unico amore”.

Ribadendo, però, l’impossibilità di un ritorno alle origini, papa Leone XIV esorta al dialogo, in quanto l’unità arricchisce: “Questo non significa un ecumenismo di ritorno allo stato precedente le divisioni, né un riconoscimento reciproco dell’attuale status quo della diversità delle Chiese e delle Comunità ecclesiali, ma piuttosto un ecumenismo rivolto al futuro, di riconciliazione sulla via del dialogo, di scambio dei nostri doni e patrimoni spirituali.

Il ristabilimento dell’unità tra i cristiani non ci rende più poveri, anzi, ci arricchisce. Come a Nicea, questo intento sarà possibile solo attraverso un paziente, lungo e talvolta difficile cammino di ascolto e accoglienza reciproca. Si tratta di una sfida teologica e, ancor più, di una sfida spirituale, che chiede pentimento e conversione da parte di tutti. Per questo abbiamo bisogno di un ecumenismo spirituale della preghiera, della lode e del culto, come accaduto nel Credo di Nicea e Costantinopoli”.

Tale lettera apostolica si chiude con una preghiera allo Spirito Santo per proseguire in questo cammino: “Santo Spirito di Dio, tu guidi i credenti nel cammino della storia. Ti ringraziamo perché hai ispirato i Simboli della fede e perché susciti nel cuore la gioia di professare la nostra salvezza in Gesù Cristo, Figlio di Dio, consostanziale al Padre. Senza di Lui nulla possiamo. Tu, Spirito eterno di Dio, di epoca in epoca ringiovanisci la fede della Chiesa.

Aiutaci ad approfondirla e a tornare sempre all’essenziale per annunciarla. Perché la nostra testimonianza nel mondo non sia inerte, vieni, Spirito Santo, con il tuo fuoco di grazia, a ravvivare la nostra fede, ad accenderci di speranza, a infiammarci di carità. Vieni, divino Consolatore, Tu che sei l’armonia, a unire i cuori e le menti dei credenti. Vieni e donaci di gustare la bellezza della comunione. Vieni, Amore del Padre e del Figlio, a radunarci nell’unico gregge di Cristo. Indicaci le vie da percorrere, affinché con la tua sapienza torniamo ad essere ciò che siamo in Cristo: una sola cosa, perché il mondo creda. Amen”.

Tempo del Creato: i vescovi europei per una vita sobria

“Sin dall’inizio della sua missione, il profeta Isaia si rese conto del desiderio di Dio di inviare un messaggero al Suo popolo. Nonostante il suo senso di inadeguatezza, si impegnò a dare voce umana al disegno di Dio. Predicando ad un popolo che viveva in una situazione disastrosa e fatiscente, sperimentò aspre resistenze e opposizioni; tuttavia, questa esperienza lo portò a una ferma determinazione per tutta la vita: era consapevole della frenetica esigenza di richiamare il suo popolo dall’orlo del pericolo e del declino”: così inizia la dichiarazione congiunta dei presidenti del Consiglio delle Conferenze Episcopali d’Europa (CCEE) e della Conferenza delle Chiese Europee (CEC) per il Tempo del Creato, che si svolge dal 1 settembre al 4 ottobre, esortando alla preghiera e all’azione per la  nostra casa comune.

La dichiarazione congiunta è firmata dall’arcivescovo Nikitas di Thyateira e Gran Bretagna, presidente della CEC, e dall’arcivescovo Gintaras Grušas, presidente del CCEE, con l’invito alla riflessione sulla visione del profeta Isaia di un ‘giardino di pace’, esortando le comunità ad abbracciare una vita sobria, rispettando i doni del creato e rifiutando lo sfruttamento delle persone e delle risorse naturali: “Nelle sue profezie, Isaia paragonava Dio a un agricoltore attento e diligente che, a volte adirato per i frutti selvatici dell’ingiustizia e della violenza che venivano prodotti, minacciava di togliere la sua cura e protezione”.

Nella dichiarazione i vescovi sottolineano l’impegno ad una vita sobria, nata dall’incontro con Dio: “Ma, rafforzato dall’incontro con la santità di Dio, Isaia offrì anche un’alternativa alla catastrofe: la sopravvivenza dipendeva dal ritorno a uno stile di vita che riflettesse fiducia e devozione verso Dio. Questo è un impegno quotidiano che richiede una vita sobria e il rispetto di tutto ciò che viene offerto come dono del creato, senza alcuna forma di sfruttamento ingiusto delle persone o delle risorse naturali. Questo è per Isaia l’unico modo per vivere in pace e prosperare, ed è ciò che noi chiamiamo pace con il creato”.

La dichiarazione è un richiamo al Concilio di Nicea: “Come Chiese Cristiane, questo è per noi un tempo di preghiera e di sincera conversione, che dà voce alla nostra professione di fede nel Dio che ‘ha creato il cielo e la terra’, come ogni comunità cristiana proclama da secoli con le parole formulate dal Concilio di Nicea, di cui quest’anno celebriamo il 1700° anniversario. Mentre proclamiamo la nostra fede in Dio creatore, preghiamo anche per i nostri fratelli e sorelle che sono vittime di diverse forme di ingiustizia ambientale e umana”.

Anche se il mondo è in preda alle guerre i vescovi europei invitano a ‘cercare la pace’: “Al giorno d’oggi, il nostro mondo difficilmente può essere considerato un giardino di pace. Al contrario, la distruzione umana e la morte causate dalle guerre e dai disordini sociali in diversi Paesi e popoli influenzano le nostre esperienze quotidiane. Tuttavia, come il profeta Isaia, crediamo fermamente di essere chiamati a cercare la pace con il creato e che ognuno di noi sia chiamato a onorare i tratti distintivi del datore di vita”.

Inoltre la dichiarazione sottolinea che il tema è in linea con la ‘Charta Oecumenica’ riveduta, la cui firma è prevista entro la fine dell’anno, rafforzando l’unità dei cristiani e impegnandosi a prendersi cura del creato in tutta Europa: “Abbiamo plasmato questo impegno spirituale anche in ogni pagina della ‘Charta Oecumenica’ riveduta, che sarà firmata entro la fine di quest’anno. Per oltre 20 anni questo accordo congiunto tra le Chiese cristiane in Europa ha ispirato le nostre riflessioni teologiche e il nostro lavoro pastorale. Ci auguriamo che la versione riveduta continui a dare forma al nostro ascolto della preghiera di Cristo, perché tutti siano una sola cosa”.

Infine, mentre le comunità cristiane di tutta Europa si uniscono a questo appello, il CCEE e la CEC invitano tutti i credenti a contribuire alla tutela della casa comune e promuovere un futuro giusto e sostenibile, in vista della Cop30: “Mentre si impegnano per la tutela del nostro clima, pregheremo per tutti i leader ed i partecipanti alla 30° Conferenza dei Partner sui cambiamenti climatici (COP30), organizzata dalle Nazioni Unite a Belém (Brasile), dal 10 al 21 novembre. Crediamo che l’attuale crisi climatica rappresenti un’opportunità per riconfigurare le relazioni internazionali verso il bene comune e per creare uno stile di vita più equo e sostenibile per l’intera umanità”.

E’ un appello, affinché il Tempo del Creato sia un tempo di cambiamento: “Auspichiamo inoltre che l’impatto delle politiche sui cambiamenti climatici sui poveri e sui vulnerabili rimanga ben presente nelle menti e nei cuori dei leader e degli esperti riuniti alla conferenza, considerando le sfide sociali e ambientali interconnesse del nostro tempo. Il Tempo del Creato ci chiama ad essere fedeli custodi di ciò che Dio ha creato e ci ha affidato, nelle nostre scelte quotidiane e nelle politiche pubbliche, affinché la nostra preghiera e il nostro stile di vita possano fare eco a ciò che crediamo e confessiamo: I cieli narrano la gloria di Dio; l’opera delle sue mani annuncia il firmamento”.

Papa Leone XIV andrà a Nicea

“Miei cari fratelli e sorelle, rivolgo un cordiale saluto a tutti voi, specialmente al Metropolita Elpidophoros e al Cardinale Tobin, che ringrazio per aver voluto organizzare questo incontro nell’ambito del vostro pellegrinaggio. Siete tutti benvenuti. Mi spiace di essere leggermente in ritardo. Stamattina ci sono stati diversi incontri in programma. Sono però molto felice di poter trascorrere con voi il presente momento in questo splendido luogo, Castel Gandolfo”: con queste parole papa Leone XIV ha ricevuto a Leone XIV riceve a Castel Gandolfo i partecipanti al pellegrinaggio ecumenico ortodosso-cattolico, provenienti dagli Stati Uniti d’America con nna promessa per i 1700 anni dal Concilio di Nicea (‘Spero di potervi incontrare di nuovo, tra qualche mese’).

La visita a Roma segna per i pellegrini un ritorno alle origini: “Questo è anche un modo per sperimentare in forma nuova e concreta la fede che nasce dall’ascoltare il Vangelo, sentire il Vangelo trasmessoci dagli Apostoli. E’ significativo che il vostro pellegrinaggio si svolga quest’anno, nel quale celebriamo i millesettecento anni del Concilio di Nicea. Il Simbolo della fede adottato dai Padri riuniti rimane (insieme alle aggiunte apportate dal Concilio di Costantinopoli del 381) patrimonio comune di tutti i cristiani, per molti dei quali il Credo è parte integrante delle celebrazioni liturgiche”.

Per questo ha ricordato la coincidenza pasquale di quest’anno: “Inoltre, per una provvidenziale coincidenza, quest’anno i due calendari in uso nelle nostre Chiese coincidono, così che abbiamo potuto cantare all’unisono l’Alleluia pasquale: ‘Cristo è risorto! E’ veramente risorto!’ Tali parole proclamano che le tenebre del peccato e della morte sono state vinte dall’Agnello immolato, Gesù Cristo nostro Signore. Questo ci ispira grande speranza, perché sappiamo che nessun grido delle vittime innocenti della violenza, nessun lamento delle madri in lutto per i loro figli rimarrà inascoltato. La nostra speranza è in Dio, e proprio perché attingiamo costantemente alla fonte inesauribile della sua grazia, siamo chiamati a esserne testimoni e portatori”.

Ed ha ricordato i ‘frutti’ di tali pellegrinaggi: “Il vostro pellegrinaggio è uno dei frutti abbondanti del movimento ecumenico volto a ristabilire la piena unità tra tutti i discepoli di Cristo, secondo la preghiera del Signore nell’Ultima Cena, quando Gesù disse: ‘perché tutti siano una sola cosa’. A volte diamo per scontati questi segni di condivisione e di comunione che, pur non significando ancora la piena unità, manifestano già il progresso teologico e il dialogo nella carità che hanno caratterizzato gli ultimi decenni”.

Pellegrinaggi resi possibili grazie ad un incontro: “Il 7 dicembre 1965, alla vigilia della conclusione del Concilio Vaticano II, il mio predecessore San Paolo VI e il Patriarca Atenagora firmarono una Dichiarazione Congiunta, cancellando dalla memoria e dal vissuto della Chiesa le sentenze di scomunica seguite agli eventi del 1054. Prima di allora, un pellegrinaggio come il vostro probabilmente non sarebbe stato nemmeno possibile. L’opera dello Spirito Santo ha creato nei cuori la disponibilità a compiere quei passi, come presagio profetico di piena e visibile unità. Anche noi, da parte nostra, dobbiamo continuare a implorare dal Paraclito, dal Consolatore, la grazia di percorrere la via dell’unità e della carità fraterna”.

In conclusione ha tracciato il cammino dell’unità attraverso le parole del profeta Isaia: “L’unità tra i credenti in Cristo è uno dei segni del dono divino della consolazione; la Scrittura promette che ‘a Gerusalemme sarete consolati’. Roma, Costantinopoli e tutte le altre Sedi non sono chiamate a contendersi il primato, per non rischiare di ritrovarci come i discepoli che lungo il cammino, proprio mentre Gesù annunciava la sua passione imminente, discutevano su chi di loro fosse il più grande…

Spiritualmente, tutti noi abbiamo bisogno di tornare a Gerusalemme, la Città della Pace, dove Pietro, Andrea e tutti gli Apostoli, dopo i giorni della passione e risurrezione del Signore, ricevettero lo Spirito Santo a Pentecoste, e da lì resero testimonianza a Cristo fino ai confini della terra”.

(Foto: Santa Sede)

Il Concilio di Nicea per rendere gloria a Dio

“Il 20 maggio 2025, la Chiesa cattolica e l’insieme del mondo cristiano fanno memoria con gratitudine e gioia dell’apertura del Concilio di Nicea del 325… Questo Concilio è rimasto nella coscienza cristiana principalmente attraverso il Simbolo che raccoglie, definisce e proclama la fede nella salvezza in Gesù Cristo e nel Dio Uno, Padre, Figlio e Spirito Santo. Il Simbolo di Nicea professa la buona notizia della salvezza integrale degli esseri umani operata da Dio stesso in Gesù Cristo.

Dopo 1700 anni, si tratta di celebrare questo avvenimento in una dossologia, che sia una lode alla gloria di Dio, dal momento che essa si è manifestata nell’inestimabile tesoro della fede espressa dal Simbolo: l’infinita bellezza di Dio Padre, che ci salva, l’immensa misericordia di Gesù Cristo nostro Salvatore, la generosità della redenzione che è offerta a ogni persona umana nello Spirito Santo. Uniamo le nostre voci a quelle dei Padri della Chiesa, come Efrem il Siro, per cantare questa gloria”.

Così inizia il documento della Commissione Teologica Internazionale, ‘Gesù Cristo, Figlio di Dio, Salvatore. 1700° anniversario del Concilio Ecumenico di Nicea (325-2025)’, presentato dal Dicastero della Dottrina della Fede, composto da quattro capitoli, un’introduzione ed una conclusione, ripetendo una preghiera di Efrem il Siro: ‘Gloria a Colui che è venuto presso di noi mediante il suo Primogenito! Gloria a quel Silente che ha parlato attraverso la sua voce! Gloria a quel Sublime divenuto visibile mediante la sua Epifania!  Gloria a quello Spirituale, che si è compiaciuto che suo Figlio divenisse corpo, affinché, attraverso questo corpo, divenisse tangibile la sua potenza e attraverso questo corpo avessero vita i corpi dei figli del Suo popolo!’

Articolato in 124 punti, il documento è frutto della decisione della Commissione Teologica Internazionale di approfondire uno studio sull’attualità dogmatica di Nicea. Il lavoro è stato condotto da una Sottocommissione presieduta dal sacerdote francese Philippe Vallin e composta dai vescovi Antonio Luiz Catelan Ferreira ed Etienne Vetö, dai sacerdoti Mario Angel Flores Ramos, Gaby Alfred Hachem e KarlHeinz Menke, e dalle professoresse Marianne Schlosser e Robin Darling Young. Il testo è stato votato e approvato in forma specifica all’unanimità nel 2024 e poi sottoposto all’approvazione del cardinale presidente Víctor Manuel Fernández, prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede, presso il quale è istituita la Commissione.

Il primo capitolo ‘Un Simbolo per la salvezza: dossologia e teologia del dogma di Nicea’ (nn. 7-47) è il più corposo, offrendo “una lettura dossologica del Simbolo, per metterne in evidenza le risorse soteriologiche e quindi cristologiche, trinitarie e antropologiche”, con l’intento di dare «nuovo slancio al cammino verso l’unità dei cristiani”. Rimarcando la portata ecumenica della fede di Nicea, il testo esprime la speranza di una data comune per la celebrazione della Pasqua, più volte auspicata dal papa. In proposito il n. 43 evidenzia infatti come quest’anno rappresenti per tutti i cristiani “un’occasione inestimabile per sottolineare che ciò che abbiamo in comune è molto più forte di ciò che ci divide: tutti insieme, noi crediamo nel Dio trinitario, nel Cristo vero uomo e vero Dio, nella salvezza in Gesù Cristo, secondo le Scritture lette nella Chiesa e sotto la mozione dello Spirito Santo. Insieme, noi crediamo la Chiesa, il battesimo, la risurrezione dei morti e la vita eterna”.

Ma accogliere la ricchezza di Nicea dopo 17 secoli porta anche a percepire come quel Concilio nutra e guidi l’esistenza cristiana quotidiana: ecco perché il secondo capitolo, ‘Il Simbolo di Nicea nella vita dei credenti’ (nn. 48-69), di tenore patristico, esplora come la liturgia e la preghiera siano state fecondate nella Chiesa dopo quell’avvenimento, che costituisce una svolta per la storia del cristianesimo. Il terzo capitolo, ‘Nicea come evento teologico e come evento ecclesiale’ (nn. 70-102), approfondisce il modo in cui il Simbolo e il Concilio ‘rendono testimonianza dello stesso avvenimento di Gesù Cristo, la cui irruzione nella storia offre un accesso inaudito a Dio e introduce una trasformazione del pensiero umano’ e come essi rappresentino anche una novità nel modo in cui la Chiesa si struttura e adempie la propria missione: “Convocato dall’imperatore per risolvere una contesa locale che si era estesa a tutte le Chiese dell’Impero romano d’Oriente e a numerose Chiese dell’Occidente, per la prima volta vescovi di tutta l’Oikouménè sono riuniti in Sinodo.

La sua professione di fede e le sue decisioni canoniche sono promulgate come normative per tutta la Chiesa. La comunione e l’unità inaudite suscitate nella Chiesa dall’evento Gesù Cristo sono rese visibili ed efficaci in modo nuovo da una struttura di portata universale, e l’annuncio della buona notizia di Cristo in tutta la sua immensità riceve anche esso uno strumento di un’autorità senza precedenti”.

Infine, nel quarto e ultimo capitolo ‘Custodire una fede accessibile a tutto il popolo di Dio’ (103-120) sono messe in luce ‘le condizioni di credibilità della fede professata a Nicea in una tappa di teologia fondamentale che mette in luce la natura e l’identità della Chiesa, in quanto essa è interprete autentica della verità normativa della fede mediante il Magistero e custode dei credenti, in special modo dei più piccoli e dei più vulnerabili’.

Secondo la Commissione Teologica Internazionale la fede predicata da Gesù ai semplici non è una fede semplicistica e il cristianesimo non si è mai considerato come una forma di esoterismo riservato a una élite di iniziati, al contrario Nicea sebbene dovuta all’iniziativa di Costantino rappresenta «una pietra miliare nel lungo cammino verso la ‘libertas Ecclesiae’, che è dovunque una garanzia di protezione della fede dei più vulnerabili di fronte al potere politico’. Nel 325 il bene comune della Rivelazione è realmente messo ‘a disposizione’ di tutti i fedeli, come conferma la dottrina cattolica dell’infallibilità ‘in credendo’ del popolo dei battezzati.

Ecco le conclusioni del documento con ‘un pressante invito’ ad ‘annunciare a tutti Gesù nostra Salvezza oggi’ a partire dalla fede espressa a Nicea in una molteplicità di significati. Anzitutto la perenne attualità di quel Concilio e del Simbolo da esso scaturito sta nel continuare a lasciarsi «stupire dall’immensità di Cristo, così che tutti ne siano meravigliati’ ed a ‘rianimare il fuoco del nostro amore per lui’ perché ‘in Gesù homooúsios (consustanziale) al Padre… Dio stesso si è legato all’umanità per sempre’.

Inoltre una giornata di studio su ‘Gesù Cristo, Figlio di Dio, Salvatore – 1700° anniversario del Concilio Ecumenico di Nicea (325-2025)’, si terrà il 20 maggio, alla Pontificia Università Urbaniana dalle 9 alle 19.30, con la partecipazione dei teologi e delle teologhe che hanno contribuito alla elaborazione del documento e di altri esperti della materia.

Papa Francesco invita alla comunione tra Chiese

In mattinata papa Francesco ha ricevuto in udienza il personale sanitario degli ospedali di Catanzaro, Cosenza, Crotone e Vibo Valentia, a cui ah consegnato il discorso a motivo di problemi salutari, nel quale ha ‘esaltato’ la professione delle ostetriche e dei ginecologi: “In effetti, in Italia, e anche in altri Paesi, sembra si sia perso l’entusiasmo per la maternità e la paternità; le si guarda come fonte di difficoltà e di problemi, più che come lo spalancarsi di un nuovo orizzonte di creatività e di felicità”.

E’ stato un appello ad invertire la ‘rotta’ della denatalità, soffermandosi su tre parole: “E questo dipende molto dal contesto sociale e culturale. Per questo voi, come Ordine professionale, vi siete dati un obiettivo programmatico: invertire la tendenza della denatalità. Bravi! Mi congratulo con voi. E allora vorrei riflettere con voi su tre ambiti complementari e interdipendenti della vostra vita e della vostra missione: la professionalità, la sensibilità umana e, per chi crede, la preghiera”.

Per il papa, innanzitutto, è necessario essere professionali: “Il continuo miglioramento delle competenze è parte non solo del vostro codice deontologico, ma anche di un cammino di santità laicale. La competenza è lo strumento con cui potete esercitare al meglio la carità che vi è affidata, sia nell’accompagnamento ordinario delle future mamme, sia affrontando situazioni critiche e dolorose. In tutti questi casi la presenza di professionisti preparati dona serenità e, nelle situazioni più gravi, può salvare la vita”.

Però, oltre la professionalità, occorre possedere la sensibilità: “In un momento cruciale dell’esistenza come quello della nascita di un figlio o di una figlia, ci si può sentire vulnerabili, fragili, e perciò più bisognosi di vicinanza, di tenerezza, di calore. Fa tanto bene, in tali circostanze, avere accanto persone sensibili e delicate. Vi raccomando perciò di coltivare, oltre all’abilità professionale, anche un grande senso di umanità”.

Infine ha invitato anche a mettere al centro della professione la preghiera: “E veniamo al terzo punto: la preghiera. E’ una medicina nascosta ma efficace che chi crede ha a disposizione, perché cura l’anima. A volte sarà possibile condividerla con i pazienti; in altre circostanze, la si potrà offrire a Dio con discrezione e umiltà, nel proprio cuore, rispettando il credo e il cammino di tutti…

Vi incoraggio perciò a sentire nei confronti delle mamme, dei papà e dei bambini che Dio mette sulla vostra strada, la responsabilità di pregare anche per loro, specialmente nella Santa Messa, nell’Adorazione eucaristica e nell’orazione semplice e quotidiana”.

Inoltre ha incontrato anche i sacerdoti ed i monaci delle Chiese Autocefale Orientali, a cui ha detto (sempre nel discorso consegnato) di essere contento della visita: “Questa è la quinta visita di studio per giovani sacerdoti e monaci ortodossi orientali organizzata dal Dicastero per la Promozione dell’Unità dei Cristiani. Visite simili per sacerdoti cattolici sono state preparate dal Catholicossato armeno di Etchmiadzin e dalla Chiesa Ortodossa Sira Malankarese. Sono molto grato per questo ‘scambio di doni’, promosso dalla Commissione mista internazionale per il dialogo teologico tra la Chiesa Cattolica e le Chiese Ortodosse Orientali, perché permette di affiancare il dialogo della carità al dialogo della verità”.

Quindi ha ricordato l’importanza del Concilio di Nicea: “La vostra visita ha una rilevanza particolare nell’anno in cui si celebra il 17° centenario del Concilio di Nicea, il primo Concilio ecumenico, che professò il Simbolo della fede comune a tutti i cristiani. Vorrei quindi riflettere con voi sul termine ‘Simbolo’, che ha una forte dimensione ecumenica, nel suo triplice significato.

In senso teologico, per Simbolo s’intende l’insieme delle principali verità della fede cristiana, che si completano e si armonizzano tra loro. In questo senso, il Credo niceno, che espone sinteticamente il mistero della nostra salvezza, è innegabile e ineguagliabile”.

Ed ha spiegato il significato ecclesiologico di questo Simbolo: “Tuttavia, il Simbolo ha anche un significato ecclesiologico: infatti, oltre alle verità, unisce anche i credenti. Nell’antichità, la parola greca symbolon indicava la metà di una tessera spezzata in due da presentare come segno di riconoscimento. Il Simbolo è quindi segno di riconoscimento e di comunione tra i credenti”.

Ecco l’importanza del Simbolo: “Ognuno possiede la fede come “simbolo”, che trova la sua piena unità solo assieme agli altri. Abbiamo dunque bisogno gli uni degli altri per poter confessare la fede, ed è per questo che il Simbolo niceno, nella sua versione originale, usa il plurale ‘noi crediamo’. Andando oltre in questa immagine, direi che i cristiani ancora divisi sono come dei ‘cocci’ che devono ritrovare l’unità nella confessione dell’unica fede. Portiamo il Simbolo della nostra fede come un tesoro in vasi d’argilla”.

Infine il terzo significato è quello ‘spirituale’: “Non dobbiamo mai dimenticare che il Credo è soprattutto una preghiera di lode che ci unisce a Dio: l’unione con Dio passa necessariamente attraverso l’unità tra noi cristiani, che proclamiamo la stessa fede. Se il diavolo divide, il Simbolo unisce! Come sarebbe bello che, ogni volta che proclamiamo il Credo, ci sentissimo uniti ai cristiani di tutte le tradizioni!”

Ed ha auspicato che tale ‘fede comune’ possa diventare comunione: “La proclamazione della fede comune, difatti, richiede prima di tutto che ci amiamo gli uni gli altri, come la liturgia orientale invita a fare prima della recita del Credo: ‘Amiamoci gli uni gli altri, affinché in unità di spirito, professiamo la nostra fede nel Padre, nel Figlio e nello Spirito Santo’.

Cari fratelli, auspico che la vostra presenza diventi un ‘simbolo’ della nostra comunione visibile, mentre perseveriamo nella ricerca di quella piena unità che il Signore Gesù ha ardentemente desiderato”.

(Foto: Santa Sede)

Papa Francesco invita le banche a lavorare nelle comunità territoriali

“Questo incontro ci dà occasione di riflettere sulle potenzialità e sulle contraddizioni dell’economia e della finanza attuale. La Chiesa ha dimostrato un’attenzione particolare alle esperienze bancarie a livello popolare, e in molti casi uomini e donne impegnati nella comunità ecclesiale hanno promosso e dato vita a Monti di pietà, banche, istituti di credito cooperativo, casse rurali. L’intento è sempre stato quello di dare opportunità a chi altrimenti non ne aveva. E’ bello questo: aprire la porta delle opportunità”: ricevendo in udienza le delegazioni di alcuni istituti bancari italiani papa Francesco ha evidenziato che quando nelle banche l’unico criterio è il profitto, ci sono conseguenze negative per l’economia.

Ed in breve ha ripercorso la storia economica del credito: “Nella prima metà del secolo XV, con la nascita dei Monti di pietà, il francescanesimo aveva dato concretezza a un’idea importante: la presenza di poveri in città è segno di una malattia sociale. E questo anche oggi, anche oggi è vero questo. Le banche, i Monti di pietà e i Monti frumentari hanno offerto credito a chi non poteva permetterselo e hanno consentito a molte famiglie di rialzarsi e di integrarsi nelle attività economiche e sociali della città”.

Mentre con l’enciclica ‘Rerum Novarum’ si evidenziò la necessità di un’economia a sostegno dello sviluppo territoriale: “Tra Otto e Novecento, anche in seguito alla pubblicazione dell’Enciclica ‘Rerum Novarum’ di Leone XIII, si è realizzato qualcosa di analogo nelle campagne italiane. Si è sviluppata un’economia legata al territorio grazie all’iniziativa di preti e laici illuminati. Il credito bancario ha potuto sostenere tante attività economiche, sia nel campo dell’agricoltura che in quello dell’industria e del commercio”.

Di conseguenza ha criticato quelle multinazionali che spostano attività in luoghi dove è più facile sfruttare il lavoro mettendo in difficoltà famiglie e comunità: “La memoria di queste vicende serve a leggere le contraddizioni in cui versa un certo modo di fare banca e finanza nel nostro tempo. Purtroppo, nel mondo globalizzato la finanza non ha più un volto e si è distanziata dalla vita della gente. Quando l’unico criterio è il profitto, abbiamo conseguenze negative per l’economia reale. Ci sono multinazionali che spostano attività in luoghi dove è più facile sfruttare il lavoro, per esempio, mettendo in difficoltà famiglie e comunità e annullando competenze lavorative che si sono costruite in decenni”.

Quindi ha condannato una finanza ‘usuraia’: “E c’è una finanza che rischia di servirsi di criteri usurai, quando favorisce chi è già garantito ed esclude chi è in difficoltà e avrebbe bisogno di essere sostenuto con il credito. Infine, il rischio che vediamo è la distanza dai territori. C’è una finanza che raccoglie fondi in un luogo e sposta quelle risorse in altre zone con l’unico scopo di aumentare i propri interessi. Così la gente si sente abbandonata e strumentalizzata. Quando la finanza calpesta le persone, fomenta le disuguaglianze e si allontana dalla vita dei territori, tradisce il suo scopo. Diventa, direi, un’economia incivile: le manca la civiltà”.

Di conseguenza ha ‘elogiato’ l’economia civile: “Avete storie e strutture differenti per rispondere a bisogni diversi delle persone. In effetti, senza sistemi finanziari adeguati, capaci di includere e di favorire la sostenibilità, non ci sarebbe uno sviluppo umano integrale. Gli investimenti e il sostegno al lavoro non sarebbero realizzabili senza il ruolo di intermediazione tipico delle banche e del credito, con la necessaria trasparenza. Ogni volta che l’economia e la finanza hanno ricadute concrete sui territori, sulla comunità civile e religiosa, sulle famiglie, è una benedizione per tutti”.

Riprendendo le parole di don Primo Mazzolari papa Francesco ha parlato della necessità della remissione del debito: “La finanza è un po’ il sistema circolatorio’, per così dire, dell’economia: se si blocca in alcuni punti e non circola in tutto il corpo sociale, si verificano infarti e ischemie devastanti per l’economia stessa. La finanza sana non degenera in atteggiamenti usurai, in pura speculazione e in investimenti che danneggiano l’ambiente e favoriscono le guerre”.

In conclusione, il Giubileo impone scelte coraggiose: “Care amiche, cari amici, gli istituti bancari hanno responsabilità grandi per incoraggiare logiche inclusive e per sostenere un’economia di pace. Il Giubileo alle porte ci ricorda la necessità di rimettere i debiti. E’ la condizione per generare speranza e futuro nella vita di molta gente, soprattutto dei poveri. Vi incoraggio a seminare fiducia. Non stancatevi di accompagnare e di tenere alto il livello di giustizia sociale”.

Al termine la presidente di Banca Etica, Anna Fasano, ha ringraziato il papa: “Siamo grati a papa Francesco per l’incoraggiamento che, con le sue parole di oggi, ma non solo, ha voluto porgere a chi mette in pratica una finanza inclusiva, capace di offrire speranza, al servizio delle persone, soprattutto le più fragili; una finanza che non mette il profitto prima di tutto ma che interpreta il suo ruolo al servizio di uno sviluppo economico e sociale inclusivo e sano. Siamo felici di aver avuto l’opportunità di portare il messaggio della finanza etica a Papa Francesco, al quale abbiamo voluto consegnare un’immagine che rappresenta l’impegno della finanza etica verso gli ultimi, e in particolare verso le persone migranti  insieme alle tante associazioni e organizzazioni che sono nostre compagne di viaggio”.

Ad inizio giornata il papa aveva ricevuto la comunità filippina: “I filippini sono uomini di fede, donne di fede. Qui in Vaticano lavorano alcuni di voi, è fantastico, è fantastica la fede che hanno, la testimonianza che danno. Continuate a rendere testimonianza in questa società che è diventata troppo ricca, troppo competente, troppo sufficiente”.

Inoltre con i rappresentanti del Consiglio Metodista mondiale si è soffermato sul significato del Concilio di Nicea: “Il prossimo anno, i cristiani di tutto il mondo celebreranno i millesettecento anni dal primo Concilio ecumenico, Nicea. Questo anniversario ci ricorda che professiamo la stessa fede e, quindi, abbiamo la stessa responsabilità di offrire segni di speranza che testimoniano la presenza di Dio nel mondo… Mi viene in mente una cosa che diceva il grande Zizioulas, quel Vescovo ortodosso, cioè che lui già sapeva la data dell’unione, lui sapeva la data dell’unità: sarebbe il giorno dopo il giudizio finale! Ma nel frattempo, dobbiamo camminare insieme, come fratelli, pregare insieme, fare la carità insieme, e andare avanti insieme nel dialogo. Era grande questo Zizioulas!”

(Foto: Santa Sede)

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