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Mons. Delpini invita a camminare insieme
“Camminare insieme, animati da stima vicendevole e avendo stima di noi stessi, costruendo insieme una comunione più evidente e più lieta nelle nostre comunità. La partecipazione all’eucaristia, l’ascolto dalla parola di Dio ci insegnino le vie per una pratica sinodale delle decisioni, per un ardore condiviso per la missione. Ci offrano gli strumenti per resistere alla tentazione di sottovalutarci e di disprezzare gli altri, preferendo il cammino del protagonista”: all’inizio dell’anno pastorale 2025-2026, nel pontificale nel duomo ambrosiano, che ne segna l’apertura ufficiale, l’8 settembre, solennità della Natività della Beata Vergine Maria, mons. Mario Delpini ha delineato lo stile con cui vivere quanto ha scritto nella proposta pastorale ‘Tra voi però non sia così. Per la ricezione diocesana del cammino sinodale’.
A tutti si è rivolta l’omelia, che ha preso avvio dal vangelo di Matteo con la genealogia di Gesù e dai molti nomi che la compongono: “Gli eruditi, secondo quello che capisco io, sono un po’ indispettiti da Abiùd Eliachim Azor Sadoc. Infatti gli eruditi si lamentano con Abiùd Eliachim Azor Sadoc: ‘Ma voi chi siete? Che cosa avete fatto nella vostra vita? Avete compiuto qualche cosa che meriti di essere ricordato in qualche enciclopedia? Avete dato un contributo alla vita del paese, alla cultura, al benessere? Avete scritto qualche cosa?’ Gli eruditi sono indispettiti perché sono nomi a cui non corrispondono notizie e racconti, imprese e pensieri”.
Ma i nomi raccontano una storia, quella scritta da Dio: “Ciascuno di noi naturalmente ha avuto la sua storia, i giorni di salute e quelli di malattia, i grattacapi per far quadrare i conti e la fierezza dei risultati conseguiti, ciascuno ha avuto i suoi peccati, i suoi momenti di fervore.
Ma tutto quello che abbiamo fatto è passato e nessuno se ne ricorda più e non merita di essere ricordato, come le vicende di quasi tutti i figli degli uomini quando passano gli anni. Una cosa si ricorda di noi: siamo quelli dentro la genealogia, quelli da cui è nato Giuseppe, lo sposo di Maria dalla quale è nato Gesù, chiamato Cristo. Questa solo è la nostra fierezza e la nostra gloria”.
Nomi anonimi se non fossero scritti nella gloria di Dio: “Anche noi, come voi, nei giorni del nostro pellegrinaggio sulla terra, siamo vissuti nella persuasione di essere persone qualsiasi, un frammento insignificante di un mondo insensato, senza sapere dove andare, che cosa fare, che cosa sperare, eccetto l’attesa di colui che è stato promesso dai profeti.
Poi, considerando la storia dal punto di vista di Dio, dal punto di vista in cui ora abitiamo nella gloria dei santi, ringraziamo e lodiamo per l’eternità per la rivelazione: per quanto siamo gente insignificante, siamo però quell’umanità in cui il Verbo si è fatto uomo, siamo quell’immensa moltitudine che nessuno può contare, alla quale però il Padre si rivolge chiamando ciascuno per nome: Abiùd Eliachim Azor Sadoc”.
Per questo l’arcivescovo ha sottolineato l’importanza di vivere nel tempo della salvezza: “Perciò, se volete ascoltare il nostro messaggio, non sottovalutatevi mai. La vita di ciascuno è una vocazione a scrivere il proprio nome nella storia della salvezza, nella storia del desiderio di Dio di salvare tutti, ogni generazione, persino questa generazione che si aggira smarrita sulla terra.
Nella mentalità del mondo contano il prestigio, la fama, la ricchezza, la notorietà. Tra voi però non sia così: quello che conta è abitare quel frammento che è la vita di ciascuno perché viva la propria vocazione a rendere presente Gesù, chiamato Cristo, figlio di Maria”.
E vivere nella salvezza significa avere una stima reciproca: “Perciò, se volete ascoltare il messaggio di noi sconosciuti, Abiùd Eliachim Azor Sadoc, abbiate stima degli altri, non disprezzate nessuno. Nella mentalità del mondo ci sono rivalità e discussioni su chi sia più importante, ci sono pretese di sedere alla destra e alla sinistra del Signore nel suo regno…
Anche se ti dai tanta importanza, anche tu sei un fratello, una sorella. Contemplando la beata vergine Maria, cantata umile ed alta più che creatura, riconosci quale sia la strada per entrare nel regno, la porta stretta che si apre ai bambini. Non disprezzate nessuno, abbiate stima gli uni degli altri”.
Per questo l’arcivescovo ambrosiano ha invitato a camminare insieme: “Camminare insieme sia il convenire di persone libere che si fanno avanti per servire la comunione e la missione della Chiesa in questo tempo, in questo mondo, in questa terra. Perciò ringraziamo questi nostri fratelli che chiedono di essere ammessi tra i candidati al ministero ordinato, come diaconi e come presbiteri: anche per loro è effusa la grazia di essere dentro la genealogia di Gesù perché sia formato il Cristo in tutti. Grazie del vostro farvi avanti, grazie alle famiglie e alle comunità che vi accompagnano perché questo è il dono che noi riceviamo: essere forse gente qualsiasi eppure chiamati per nome per entrare nella storia della salvezza”.
Ecco, in conclusione il ringraziamento a chi dedica la vita per la Chiesa: “Perciò ringraziamo anche quelli che si sono preparati in questi anni e prossimamente verranno istituiti nei ministeri istituiti, uomini e donne al servizio della Chiesa. Perciò esprimo il mio augurio, la mia gratitudine per tutti coloro che amano questa Chiesa e la sua missione e la servono senza pretendere di essere famosi, senza l’ambizione di essere i primi. Benedico, ringrazio e incoraggio tutti quelli che vogliono scrivere il loro nome insieme con quelli di Abiùd Eliachim Azor Sadoc”.
(Foto: Chiesa di Milano)
Papa Francesco: Gesù Cristo è la speranza
“Preghiamo per la pace, non dimentichiamo la gente che soffre per la guerra, la Palestina, Israele, tutti coloro che stanno soffrendo, Ucraina, Myanmar, non dimentichiamo di pregare per la pace, chiediamo al Principe della pace, il Signore, che ci dia la pace nel mondo, la guerra sempre è una sconfitta”: come in ogni udienza generale anche in questa odierna papa Francesco ha rivolto un appello a pregare per la pace, ripetendo l’appello anche nella lingua polacca con l’invito a “continuare a ricordare soprattutto i poveri, le persone sole, le vittime delle alluvioni e le sorelle e i fratelli dell’Ucraina”.
Mentre in lingua italiana ha sottolineato il valore del Natale: “Il Natale è ormai vicino e amo pensare che nelle vostre case ci sia il presepe: questo elemento importante della nostra spiritualità e della nostra cultura è un modo suggestivo per ricordare Gesù che è venuto ad abitare in mezzo a noi”. Ed ai fedeli di lingua francese ha chiesto di pregare per la popolazione colpita dal ciclone:
“Esprimo la mia vicinanza a tutti gli abitanti dell’arcipelago di Mayotte devastato da un ciclone e assicuro loro le mie preghiere. Dio conceda il riposo a coloro che hanno perso la vita, l’assistenza necessaria a quanti sono nel bisogno e il conforto alle famiglie che sono state colpite. Il recente viaggio in Corsica, dove sono stato accolto così calorosamente, mi ha particolarmente colpito per il fervore della gente, dove la fede non è un fatto privato, e per il numero di bambini presenti: una grande gioia e una grande speranza!”
Papa Francesco, nell’udienza generale che prepara al Natale, ha iniziato una nuova catechesi sulla speranza, che si svilupperà nell’Anno Giubilare, ‘Gesù Cristo nostra speranza’; oggi ha meditato sul tema: ‘L’infanzia di Gesù – Genealogia di Gesù’: “I Vangeli dell’infanzia raccontano il concepimento verginale di Gesù e la sua nascita dal grembo di Maria; richiamano le profezie messianiche che in Lui si compiono e parlano della paternità legale di Giuseppe, che innesta il Figlio di Dio sul ‘tronco’ della dinastia davidica.
Ci è presentato Gesù neonato, bambino e adolescente, sottomesso ai suoi genitori e, nello stesso tempo, consapevole di essere tutto dedito al Padre e al suo Regno. La differenza tra i due Evangelisti è che mentre Luca racconta gli eventi con gli occhi di Maria, Matteo lo fa con quelli di Giuseppe, insistendo su una paternità così inedita”.
In questa catechesi il papa ha sottolineato l’importanza della genealogia di Gesù: “Appare poi la verità della vita umana che passa da una generazione all’altra consegnando tre cose: un nome che racchiude un’identità e una missione uniche; l’appartenenza a una famiglia e a un popolo; e infine l’adesione di fede al Dio d’Israele.
La genealogia è un genere letterario, cioè una forma adatta a veicolare un messaggio molto importante: nessuno si dà la vita da sé stesso, ma la riceve in dono da altri; in questo caso, si tratta del popolo eletto e chi eredita il deposito della fede dei padri, nel trasmettere la vita ai figli, consegna loro anche la fede in Dio”.
In questa genealogia si inseriscono anche le donne: “Diversamente però dalle genealogie dell’Antico Testamento, dove appaiono solo nomi maschili, perché in Israele è il padre a imporre il nome al figlio, nella lista di Matteo tra gli antenati di Gesù compaiono anche le donne. Ne troviamo cinque: Tamar, la nuora di Giuda che, rimasta vedova, si finge prostituta per assicurare una discendenza a suo marito;
Racab, la prostituta di Gerico che permette agli esploratori ebrei di entrare nella terra promessa e conquistarla; Rut, la moabita che, nel libro omonimo, resta fedele alla suocera, se ne prende cura e diventerà la bisnonna del re Davide; Betsabea, con cui Davide commette adulterio e, dopo aver fatto uccidere il marito, genera Salomone; e infine Maria di Nazaret, sposa di Giuseppe, della casa di Davide: da lei nasce il Messia, Gesù”.
Ed ha sottolineato la loro condizione di ‘straniere’: “Le prime quattro donne sono accomunate non dal fatto di essere peccatrici, come a volte si dice, ma di essere straniere rispetto al popolo d’Israele… Mentre le quattro donne precedenti sono menzionate accanto all’uomo che è nato da loro o a colui che l’ha generato, Maria, invece, acquista particolare risalto: segna un nuovo inizio, è lei stessa un nuovo inizio, perché nella sua vicenda non è più la creatura umana protagonista della generazione, ma Dio stesso”.
Infine ha sottolineato che Maria ha generato Gesù, che è il tratto ‘coniugante’ tra ‘stranieri’ ed israeliti: “Lo si vede bene dal verbo ‘è nato’: ‘Giacobbe generò Giuseppe, lo sposo di Maria, dalla quale è nato Gesù, chiamato Cristo’. Gesù è figlio di Davide, innestato da Giuseppe in quella dinastia e destinato ad essere il Messia d’Israele, ma è anche figlio di Abramo e di donne straniere, destinato quindi ad essere la ‘Luce delle genti’ ed il ‘Salvatore del mondo’… Vero Dio e vero uomo”.
(Foto: Santa Sede)



























