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Per non dimenticare Srebrenica

Durante la guerra del 1992-95, Srebrenica, cittadina situata nella Bosnia orientale, era un’enclave sotto il controllo dell’esercito bosniaco attorniata da città serbe, che ospitava migliaia di musulmani bosniaci. Nel 1993 divenne una zona demilitarizzata sotto la tutela della missione Unprofor delle Nazioni Unite. Tuttavia, nel luglio del 1995 le forze militari serbe invasero la città, uccidendo circa 7-8000 uomini ed espellendo sistematicamente donne, bambini e anziani.

Il Tribunale penale internazionale per la ex Iugoslavia (Icty), istituito nel 1993 dalle Nazioni Unite al fine di giudicare coloro che si fossero macchiati di crimini di guerra e contro l’umanità dopo il 1° gennaio 1991, ha incriminato 21 persone per i delitti commessi a Srebrenica. Tra questi, Radislav Krsti´c è stato il primo a essere giudicato colpevole, nel 2001. I processi contro Radovan Karadži´c, Zdravko Tolimir, Jovica Staniši´c, Franko Simatovi´c sono pendenti. Ratko Mladi´c, a capo dell’esercito dei Serbo-Bosniaci nel 1995, è stato arrestato nel maggio 2011 in Serbia.

Joshua Evangelista, responsabile della comunicazione di ‘Gariwo – Giardino dei Giusti’, ha scritto: “Quel genocidio fu l’apice di una campagna sistematica di pulizia etnica condotta dalle truppe di Ratko Mladić contro la popolazione musulmana bosniaca. In pochi giorni, vennero separati uomini e donne, i bambini strappati alle madri, le donne stuprate, le famiglie annientate. Eppure, mentre la storia ha fissato quei giorni tra i più oscuri dell’Europa contemporanea, la politica e il revisionismo lavorano ancora oggi per oscurarli di nuovo”.

Da questo sterminio iniziò il ‘fallimento’ dell’ONU e dell’Europa: “E in tutto questo, le Nazioni Unite c’erano, ma non agirono. Srebrenica era stata dichiarata safe area dell’ONU nel 1993. A proteggerla, un contingente olandese dell’UNPROFOR, male armato, privo di mandato offensivo, abbandonato dalla comunità internazionale. Quando, nel luglio 1995, le truppe di Mladić sfondarono le linee e iniziarono la separazione sistematica degli uomini dalle donne, i caschi blu non spararono un colpo.

Assistettero inermi. Non ci fu evacuazione, non ci fu intervento aereo, non ci fu resistenza. Fu un fallimento totale della diplomazia e del multilateralismo, che ha lasciato una macchia profonda sull’autorità morale delle Nazioni Unite. Una macchia che ancora oggi attende un’assunzione piena di responsabilità.

Ma non fu solo un fallimento delle Nazioni Unite. Fu anche una disfatta dell’Europa e dell’Occidente. Le richieste d’intervento aereo furono ignorate. I governi occidentali (francesi, britannici, statunitensi) avevano deciso che la neutralità era preferibile alla verità. Che l’equilibrio tra le parti contava più della vita delle persone. Così, il genocidio si consumò sotto gli occhi del mondo. E il mondo guardò altrove”.

Nel discorso alle Nazioni Unite il direttore del Memoriale di Srebrenica, Dott. Emir Suljagić, ha sottolineato il valore del ricordo: “Ricordare e onorare Srebrenica oggi, per noi, significa riconoscere un tempo in cui ci è stata negata l’umanità. Significa riconoscere l’arduo cammino che abbiamo dovuto intraprendere per affermare la nostra dignità umana e il nostro diritto al ricordo e al lutto. La nostra lotta continua ancora oggi. Stiamo ancora combattendo per il possesso della nostra narrazione, per assicurarci che Srebrenica non venga relegata ai margini della storia, ridotta a un evento minore in un’epoca altrimenti pacifica e prospera”.

Mentre nel sito dell’Osservatorio dei Balcani e Caucaso la giornalista Nicole Corritore ha parlato di una ferita ancora aperta: “Delle ufficiali 8372 vittime del genocidio di Srebrenica, mancano all’appello ancora un migliaio di persone. In caso di resti già identificati tramite l’analisi del DNA, alcuni familiari preferiscono aspettare per la tumulazione, nella speranza di ricostruire gli scheletri dei loro cari allora occultati in fosse comuni primarie, secondarie, terziarie… Mentre per altri o non si è trovato ancora alcun resto, oppure giacciono senza un nome nei centri di identificazione.

Accanto a Fata verranno tumulati due giovani di 19 anni, Senajid Avdić e Hariz Mujić, accanto a Hasib Omerović (34), Sejdalija Alić (47), Rifet Gabeljić (31) e Amir Mujčić (31). I resti di queste persone sono stati esumati negli anni passati in diverse fosse comuni nelle zone di Liplje, Baljkovica, Suljići, Kameničko brdo e nella maggior parte dei casi di loro verranno tumulate l’11 luglio solo poche ossa”.

E’ interessante che alcuni giorni del massacro di Srebenica Alex Langer scriveva che l’Europa sarebbe morta e rinata a Sarajevo: “Se la situazione attuale è il risultato delle politiche disordinate, rinunciatarie e contraddittorie dei nostri governi, l’Unione europea in quanto tale è rimasta muta, impotente, assente. Bisogna che l’Europa testimoni e agisca!

Bisogna che grazie all’Europa l’integrità del territorio bosniaco e la sicurezza delle sue frontiere siano finalmente garantite. Ma ciò non è, non è più sufficiente. Per recuperare un credito assai largamente consumato, l’Unione europea deve oggi dar prova di un coraggio e un’immaginazione politica senza precedenti nella sua storia. L’Europa può farlo, l’Europa deve farlo. Lo deve tanto ai bosniaci quanto a se stessa. Perché ciò è condizione della sua rinascita”.

(Foto: Memoriale di Srebenica)

Papa Francesco: Gesù ci attende in Galilea

Papa Francesco ha celebrato  nella basilica di san Pietro la veglia pasquale, ricordando il passaggio raccontato le donne che, smarrite, sono protagoniste di un evento che ha cambiato la storia con l’apertura all’eternità attraverso la vittoria della vita sulla morte:

Papa Francesco invita a mettere al centro della vita Gesù

Oggi nell’omelia della messa celebrata nella Basilica di Sainte-Anne-de-Beaupré, lungo il fiume san Lorenzo, a 30 km dalla città di Québec, il più antico luogo di pellegrinaggio del Nord America papa Francesco ha preso spunto dal brano evangelico dei discepoli che vanno verso Emmaus per raccontare il cammino personale e quello ecclesiale:

Camille Eid: in Afghanistan è fallita la democrazia

Ad un mese dal ritiro degli eserciti occidentali dell’Afghanistan i taleban hanno scoperto un’altra delle loro carte, ripristinando le esecuzioni dei condannati per omicidio e le amputazioni delle mani e dei piedi dei condannati per furto, applicando con severità le pene previste dalla sharia, come Arabia Saudita e Iran.

Papa Francesco: la croce è la gloria di Dio

Celebrando la santa messa della Divina Liturgia di San Giovanni Crisostomo, davanti a più di 30.000 fedeli cattolici di rito bizantino, riuniti nel piazzale antistante il palazzetto dello sport di Presov, papa Francesco ha chiesto di non ridurre la Croce a semplice simbolismo politico, come ha dichiarato san Paolo nella Prima Lettera ai Corinzi:

“La croce era strumento di morte, eppure da lì è venuta la vita. Era ciò che nessuno voleva guardare, eppure ci ha rivelato la bellezza dell’amore di Dio. Per questo il santo Popolo di Dio la venera e la Liturgia la celebra nella festa odierna.

Il Vangelo di San Giovanni ci prende per mano e ci aiuta a entrare in questo mistero. L’evangelista, infatti, stava proprio lì, sotto la croce. Contempla Gesù, già morto, appeso al legno, e scrive: ‘Chi ha visto ne dà testimonianza’. San Giovanni vede e testimonia”.

Ma cosa ha visto l’apostolo Giovanni?, ha chiesto il papa: “Certamente quello che hanno visto gli altri: Gesù, innocente e buono, muore brutalmente tra due malfattori. Una delle tante ingiustizie, uno dei tanti sacrifici cruenti che non cambiano la storia, l’ennesima dimostrazione che il corso delle vicende nel mondo non muta: i buoni vengono tolti di mezzo e i malvagi vincono e prosperano”.

Per questo la croce sembra un fallimento: “Agli occhi del mondo la croce è un fallimento. E anche noi rischiamo di fermarci a questo primo sguardo, superficiale, di non accettare la logica della croce; non accettare che Dio ci salvi lasciando che si scateni su di sé il male del mondo.

Non accettare, se non a parole, il Dio debole e crocifisso, e sognare un dio forte e trionfante. E’ una grande tentazione. Quante volte aspiriamo a un cristianesimo da vincitori, a un cristianesimo trionfalistico, che abbia rilevanza e importanza, che riceva gloria e onore. Ma un cristianesimo senza croce è mondano e diventa sterile”.

Invece san Giovanni vi ha visto l’opera di Dio: “Ha riconosciuto in Cristo crocifisso la gloria di Dio. Ha visto che Egli, malgrado le apparenze, non è un perdente, ma è Dio che volontariamente si offre per ogni uomo. Perché lo ha fatto? Avrebbe potuto risparmiarsi la vita, avrebbe potuto tenersi a distanza dalla nostra storia più misera e cruda. Invece ha voluto entrarci dentro, immergersi in essa. Per questo ha scelto la via più difficile: la croce”.

Dio ha scelto la croce per essere vicino all’uomo: “Perché non ci deve essere in Terra nessuna persona tanto disperata da non poterlo incontrare, persino lì, nell’angoscia, nel buio, nell’abbandono, nello scandalo della propria miseria e dei propri sbagli.

Proprio lì, dove si pensa che Dio non possa esserci, Dio è giunto. Per salvare chiunque è disperato ha voluto lambire la disperazione, per fare suo il nostro più amaro sconforto ha gridato sulla croce: ‘Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?’. Un grido che salva. Salva perché Dio ha fatto suo perfino il nostro abbandono. E noi, ora, con Lui, non siamo più soli, mai”.

Ed ecco che il papa ha svelato come si ‘adora’ il Crocifisso: “Non si contano i crocifissi: al collo, in casa, in macchina, in tasca. Ma non serve se non ci fermiamo a guardare il Crocifisso e non gli apriamo il cuore, se non ci lasciamo stupire dalle sue piaghe aperte per noi, se il cuore non si gonfia di commozione e non piangiamo davanti al Dio ferito d’amore per noi.

Se non facciamo così, la croce rimane un libro non letto, di cui si conoscono bene il titolo e l’autore, ma che non incide nella vita. Non riduciamo la croce a un oggetto di devozione, tanto meno a un simbolo politico, a un segno di rilevanza religiosa e sociale”.

Da questa contemplazione nasce la testimonianza: “Se si immerge lo sguardo in Gesù, il suo volto comincia a riflettersi sul nostro: i suoi lineamenti diventano i nostri, l’amore di Cristo ci conquista e ci trasforma. Penso ai martiri, che hanno testimoniato in questa nazione l’amore di Cristo in tempi molto difficili, quando tutto consigliava di tacere, di mettersi al riparo, di non professare la fede.

Ma non potevano, non potevano non testimoniare. Quante persone generose hanno patito e sono morte qui in Slovacchia a causa del nome di Gesù! Una testimonianza compiuta per amore di Colui che avevano lungamente contemplato. Tanto da somigliargli, anche nella morte”.

E’ un invito a non cadere nella mediocrità della testimonianza: “La croce esige invece una testimonianza limpida. Perché la croce non vuol essere una bandiera da innalzare, ma la sorgente pura di un modo nuovo di vivere… Il testimone della croce non ricorda i torti del passato e non si lamenta del presente.

Il testimone della croce non usa le vie dell’inganno e della potenza mondana: non vuole imporre sé stesso e i suoi, ma dare la propria vita per gli altri. Non ricerca i propri vantaggi per poi mostrarsi devoto: questa sarebbe una religione della doppiezza, non la testimonianza del Dio crocifisso. Il testimone della croce persegue una sola strategia, quella del Maestro: l’amore umile”.

In conclusione ha invitato a conservare il ricordo dei testimoni: “Conservate il ricordo caro di persone che vi hanno allattato e cresciuto nella fede. Persone umili e semplici, che hanno dato la vita amando fino alla fine. Sono loro i nostri eroi, gli eroi della quotidianità, e sono le loro vite a cambiare la storia.

I testimoni generano altri testimoni, perché sono donatori di vita. E’ così che si diffonde la fede: non con la potenza del mondo, ma con la sapienza della croce; non con le strutture, ma con la testimonianza…

Con Giovanni, sul Calvario, c’era la Santa Madre di Dio. Nessuno come lei ha visto aperto il libro della croce e l’ha testimoniato attraverso l’amore umile. Per sua intercessione, chiediamo la grazia di convertire lo sguardo del cuore al Crocifisso. Allora la nostra fede potrà fiorire in pienezza, allora matureranno i frutti della nostra testimonianza”.

(Foto: Santa Sede)

A Paliano con le maglie bianche per Willy Monteiro

Ieri tutti uniti insieme a Paliano per le esequie di Willy Monteiro, ucciso a calci e pugni nello scorso fine settimana a Colleferro, anche i ragazzi con lo stendardo dell’Azione cattolica diocesana e un altro gruppo arrivato da Alatri, celebrate da mons. Mauro Parmeggiani, vescovo di Tivoli e Palestrina, che nell’omelia ha chiesto di non sottovalutare il Vangelo delle Beatitudini:

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