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Meeting di Rimini: alla scoperta degli spettacoli con Otello Cenci
Sono 17 gli spettacoli che fino a mercoledì 27 agosto animano le serate del Meeting dell’Amicizia tra i popoli a Rimini, che prende il titolo da una frase tratta da ‘I cori della Rocca’ di Eliot, ‘Nei luoghi deserti costruiremo con mattoni nuovi’, che al Teatro Galli di Rimini ha aperto venerdì 22 agosto con lo spettacolo, diretto dal regista statunitense Jared McNeill, ‘The Rock – Cori da La Rocca’ ed interpretato da Sergio Castellitto (già in sold out), questa 46^ edizione, a cui seguirà un ricco palinsesto di opere teatrali e musica.
Ispirato all’opera omonima di T.S. Eliot, lo spettacolo inaugurale è un omaggio, tra musica e recitazione, al poeta inglese, figura centrale della letteratura del XX secolo, ma è anche l’album di esordio dello stesso McNeill, realizzato in collaborazione con il compositore Claudio Scarabottini. Le musiche, che spaziano tra elettronica pop, gospel, blues e world music, si fondono con le voci intense degli interpreti, restituendo nuova forza ai versi di Eliot.
Sempre al Teatro Galli, domenica 24 agosto, è in programma ‘Joseph & Bros’, una raccolta di storie e frammenti di vita dal carcere che, in una cella dove la convivenza forzata tra tre uomini diventa occasione di confronto, mettono in discussione stereotipi, pregiudizi e distanze culturali.
Però, come ogni anno, gli spettacoli e i concerti del Meeting vanno in scena anche in Fiera: come ‘La fregatura di avere un’anima’ di e con Giacomo Poretti, che sabato 23 ha esplorato il mistero dell’essere genitori: uno spettacolo scritto e interpretato dall’attore milanese in occasione dei 50 anni di Tracce.
Mentre lunedì 25 agosto nell’Auditorium Isybank D3, si potrà ascoltare la ‘Serenata per archi’ di Dvořák, suonata dai giovani musicisti e professionisti dell’Orchestra Enzo Piccinini, un vero e proprio inno all’umano attraverso la musica classica; l’ensemble che dà vita a questo concerto porta il nome del medico scomparso nel 1999 al quale la storia del Meeting è legata tanto che l’anno scorso gli è stata dedicata una mostra.
Sempre in città, al Teatro Tarkovskij, gli studenti del liceo ‘Don Gnocchi’ di Carate Brianza (MB) portano in scena ‘La bottega dell’orefice’ (anche questo sold out) di Karol Wojtyla ed, alla Corte degli Agostiniani, il gruppo corale e strumentale ‘Ologramma’, fatto di musicisti, musicoterapeuti e ragazzi fragili, tutti accomunati dall’amore per la musica, propone ‘Peace rock: Step made of songs’, un viaggio sonoro ed umano, dove ogni brano diventa occasione per avvicinarsi e conoscersi. Al Teatro Galli si torna martedì 26 agosto per ascoltare brani da ‘Le Confessioni di sant’Agostino’ (altro sold out) con Alessandro Preziosi: un viaggio nel cuore dell’anima, grazie a un testo che è tra i più profondi e influenti della tradizione cristiana e della letteratura mondiale.
E poi ancora tanta musica dal vivo nelle Piscine della Fiera: da Zapotec di Francesco Picciano, ai The Sun, band rock con un’anima (e un seguito) incredibile, fino al concerto dei Rotattada, la band del CLU di Bologna, nata da una forte amicizia all’interno del movimento. Due eventi ricordano poi l’artista e l’uomo Lucio Dalla, la sua genialità e ironia: la lezione e spettacolo ‘Se io fossi un angelo’ di Cristiano Governa e la serata ‘Aspettiamo senza avere paura, domani’, tra racconto e canzone. Infine nella serata conclusiva un omaggio, con il concerto-tributo, a Claudio Chieffo nell’ottantesimo dalla nascita; e la quinta edizione del Meeting Music Contest, competizione musicale nata dalla sinergia con il Mei di Faenza, senza dimenticare la rassegna di spettacoli, ancora più ampia e varia degli anni scorsi, al Villaggio Ragazzi, serate comprese.
Per vedere meglio le opportunità ‘spettacolari’ offerte dal Meeting dell’Amicizia tra i popoli, abbiamo incontrato Otello Cenci, responsabile degli spettacoli: come è possibile costruire nei luoghi deserti con mattoni nuovi attraverso gli spettacoli?
“Il titolo, tratto dall’opera di T.S. Eliot del 1934, evoca la speranza di ricostruzione: là dove tutto sembra arido (relazioni, senso, comunità) la cultura e l’arte possono diventare ‘mattoni nuovi’. Gli spettacoli del Meeting non sono evasione, ma esperienze vive di incontro, bellezza e verità: momenti in cui l’arte riaccende lo sguardo, crea legami e restituisce memoria e fiducia”.
Infatti lo spettacolo inaugurale è stato ‘The Rock’: perché il Meeting ha accettato questa sfida?
“The Rock è uno spettacolo che intreccia musica, poesia e teatro, ispirato al celebre poema di Eliot ‘Choruses from The Rock’. Le musiche, che spaziano dall’elettronica al pop, dal gospel al blues e alla world music, sono firmate da Claudio Scarabottini, in collaborazione con l’artista statunitense Jared McNeill. E’ un progetto che unisce generazioni (giovani non professionisti e artisti di grande esperienza come Sergio Castellitto) per offrire al pubblico un’esperienza intensa e suggestiva, capace di far risuonare le domande provocatorie di quest’opera poetica”.
Inoltre il Meeting si chiude con un tributo a Claudio Chieffo: quanto ha costruito con mattoni nuovi in luoghi deserti?
“Claudio Chieffo ha costruito ovunque ‘mattoni nuovi’ con la vivacità di una vita piena di amicizia, gioia e condivisione. La sua arte, radicata nell’esperienza di fede nata in Comunione e Liberazione, si è espressa in decine di brani originali e profondi. La serata sarà una festa condotta dai figli Martino e Benedetto, che proporranno i pezzi più giocosi e divertenti del padre: un omaggio che celebra vita, libertà e amicizia autentica”.
In questo percorso il pubblico sarà aiutato da ‘Le Confessioni di sant’Agostino’ con Alessandro Preziosi: un testo che racconta che questa costruzione non è inutile?
“Le Confessioni sono un cammino di ricerca interiore, fragilità e grazia. Con la sensibilità di Alessandro Preziosi, il testo di Agostino diventa voce intensa di un’esperienza spirituale viva. Ci ricorda che ogni costruzione di verità e di bene, anche se silenziosa o nascosta, genera futuro e significato”.
In conclusione: una settimana piena di occasioni da non perdere?
“Assolutamente sì. Sarà una settimana ricca di appuntamenti, da scoprire sul sito del Meeting di Rimini, che coinvolgeranno l’intero territorio. Presso il Teatro Galli, oltre agli spettacoli già citati, andrà in scena il divertente e significativo ‘Joseph and Bros’, tratto dal testo di Ignazio De Francesco. Sul Palco delle Piscine della Fiera, tutte le sere, musica d’autore ed, in particolare, la serata finale della quinta edizione del Meeting Music Contest, organizzata in collaborazione con il MEI di Faenza, con centinaia di iscritti e sei finalisti che si esibiranno davanti a una giuria presieduta da Cristiano Godano, voce e leader dei Marlene Kuntz, e da Casadilego, vincitrice di X Factor 2020.
Nell’Auditorium della Fiera di Rimini si potrà assistere al capolavoro sinfonico di A. Dvořák, Serenata per archi op. 22, diretto dal maestro Emmanuele Lo Russo ed eseguito dall’Orchestra Piccinini, composta da giovani talenti provenienti da prestigiose formazioni italiane ed estere. Sempre in Auditorium, sarà proposto il monologo ‘semiserio’ di Giacomo Poretti ‘La fregatura di avere un’anima’. Un calendario ricco di appuntamenti per interrogarsi, divertirsi e iniziare a costruire con mattoni nuovi”.
(Foto: Meeting Amicizia tra i Popoli)
Meeting dell’Amicizia tra i popoli, il presidente Scholz: costruire con mattoni nuovi
‘Nei luoghi deserti costruiremo con mattoni nuovi’: questo è il titolo della 46^ edizione del Meeting dell’Amicizia tra i Popoli in programma alla Fiera di Rimini dal 22 al 27 agosto, tratto dai Cori da ‘La Rocca’ di T.S. Eliot, che esprime la speranza di una novità dentro la drammaticità della storia, il desiderio di costruire insieme luoghi in cui condividere la ricerca e l’esperienza di ciò che è vero, buono e giusto:
“Durante le ultime edizioni del Meeting è stato sorprendente osservare il fiorire di questo slancio vitale in risposta ai molti ‘deserti’ della contemporaneità: la solitudine esistenziale, la disperazione, la rassegnazione, il cinismo, la violenza e l’indifferenza. Uno slancio tangibile e incisivo.
Abbiamo incontrato tante persone che costruiscono relazioni autentiche e si prendono cura dei più bisognosi, che riscoprono il valore del lavoro e promuovono l’innovazione in contesti di apparente stagnazione, che collaborano nella ricerca di nuove prospettive laddove l’individualismo ha limitato la creatività. Sono testimonianze di chi si impegna a rispondere alla ricerca di senso in un’epoca in cui l’esistenza sembra aver smarrito la via verso la pienezza”.
Una manifestazione ricca di convegni, mostre, spettacoli, iniziative culturali, sportive e per ragazzi, trasmessa in diretta su più canali digitali e in più lingue, come ha sottolineato il presidente del Meeting, Bernhard Scholz, durante le presentazioni: “Siamo certi che le testimonianze negli incontri, nelle mostre e nelle numerose proposte di questa nuova edizione possano incoraggiare ad affrontare con fiducia le sfide difficili che ci attendono, per creare relazioni autentiche in un mondo sempre più frammentato e polarizzato”.
Ogni giornata dell’edizione del Meeting sarà arricchita dal contributo di personalità di primo piano dal mondo istituzionale, culturale, accademico e imprenditoriale, nonché esponenti della Chiesa e di fedi e culture diverse. Il primo incontro del Meeting sarà una testimonianza dalla Terra Santa di madri che hanno saputo trasformare in un cammino di riconciliazione il dolore per la perdita di un figlio nel conflitto. La relazione sul tema del Meeting sarà tenuta da mons. Erik Varden, vescovo di Trondheim e presidente della Conferenza episcopale della Scandinavia.
Sarà di grande rilievo la visita del patriarca ecumenico di Costantinopoli Sua Santità Bartolomeo I, che interverrà all’incontro sui 1700 anni del Concilio di Nicea insieme al card. Kurt Koch, prefetto del Dicastero per l’unità dei Cristiani. Sul tema della comunicazione nel contesto delle nuove tecnologie interverrà il prefetto del Dicastero per la Comunicazione Paolo Ruffini.
Parteciperanno al Meeting il presidente della Cei e arcivescovo di Bologna, card. Matteo Maria Zuppi, l’arcivescovo di Algeri, card. Jean-Paul Vesco, il vescovo cattolico di Kharkiv-Zaporizhia Pavlo Honcharuk, e il vescovo di Aleppo Hanna Jallouf. Interverranno anche due presidenti di movimenti ecclesiali: Margaret Karram del Movimento dei Focolari e Davide Prosperi della Fraternità di Comunione e Liberazione.
Estremamente significativa anche la presenza di scienziati, intellettuali, scrittori tra i quali Javier Cercas, Colum McCann e Katerina Gordeeva, vincitrice del premio Anna Politkovskaja 2022; inoltre ad 80 anni dall’esplosione della bomba atomica a Hiroshima e Nagasaki sarà al Meeting anche Toshiyuki Mimaki della Nihon Hidankyo Organization, premio Nobel per la Pace 2024.
Con il presidente Bernard Scholz siamo partiti dal titolo per farci spiegare in quale modo è possibile costruire nei luoghi deserti con mattoni nuovi: “Si può costruire, e si vuole costruire, quando si ha una speranza. Ci troviamo di fronte a tanti ‘deserti’ che chiedono una nuova o rinnovata costruzione: le guerre e i conflitti sempre più accesi a livello globale, la crescente solitudine esistenziale (anche tra i giovani), la diffusa oscillazione tra rassegnazione e ribellione in un mondo sempre più complesso da decifrare, l’incidenza accelerata e ambigua delle nuove tecnologie. Tutto questo, e tanto altro, ci interpella e ci invita alla riconciliazione, alla creazione di relazioni autentiche, a una comprensione più approfondita del contesto culturale, economico e politico in cui viviamo. Ma senza quella speranza alla quale ci invita il Giubileo di quest’anno, tutto questo non è possibile. Lo sforzo sarebbe troppo grande e le prospettive troppo cupe”.
Ma costruire in luoghi deserti non può sembrare una ‘fatica’ inutile?
“Certamente può essere faticoso superare l’odio quando si è profondamente feriti, entrare nel merito di questioni complesse e ostiche, creare relazioni quando prevalgono rancori e desideri di vendetta. Ma ogni impegno è prima di tutto un bene per chi lo intraprende, perché diventa sempre più libero e maturo, e poi per il bene che genera. Anche se spesso non ci sono riscontri immediati, ogni azione di bene lascia una traccia nel mondo che non scomparirà mai. Abbiamo tanti esempi dalla vita sociale e anche dal mondo economico che dimostrano che questa fatica ‘vale la pena’ e viene ricompensata al centuplo”.
E’ per questo motivo che il Meeting si apre subito con una testimonianza di due madri dalla Terra Santa: è una via per la pace?
“Le vie della pace sono (come ho appena detto) non sempre eclatanti, né visibili con effetti immediati su scala politica. Ma il rapporto fra queste due madri è un germoglio di pace che, con il tempo, darà frutto e coinvolgerà altre persone. Quando le armi taceranno, sarà il momento di incontrarsi, come si sono incontrati i popoli europei dopo la Seconda guerra mondiale. Senza persone che abbiano fatto questa esperienza e che siano esempio per tutti, è quasi impossibile. La riconciliazione rimane un appello astratto se non ci sono testimoni che la vivono”.
In quale modo è possibile realizzare relazioni autentiche?
“Essendo leali con se stessi. Nel profondo del nostro cuore desideriamo relazioni positive, costruttive, solidali, basate sul sostegno reciproco. Bisogna avere il coraggio di essere fedeli a questo desiderio e rompere le corazze della comodità che ci imprigionano nei nostri pregiudizi e nel nostro odio. Chi ama è libero, chi odia è schiavo di se stesso. Accogliere l’altro e accompagnarlo alla conoscenza di sé, del mondo e del proprio destino è la grande relazione educativa, che sarà al centro di tanti incontri del Meeting”.
Quindi si può dire che san Francesco è il ‘filo conduttore’ di questo Meeting?
“San Francesco è sicuramente una figura centrale di questo Meeting. Quando gli fu chiesto di ricostruire la Chiesa, pensò inizialmente alla chiesetta diroccata in cui si trovava, e cercò di farlo con i mattoni e il legno a sua disposizione. Ma poi comprese che si trattava di costruire relazioni alla ricerca del Bene, del Vero e del Bello. Così cominciò a creare una fratellanza fatta di ‘pietre vive’, un’esperienza che segna ancora oggi la storia della Chiesa e del mondo. Siamo particolarmente grati di poter presentare al Meeting la mostra su san Francesco”.
(Tratto da Aci Stampa)
Prima domenica di Quaresima: Gesù è tentato nel deserto
La Quaresima è l’operosa preparazione alla pasqua di risurrezione. Gesù, vero uomo e vero Dio, evidenzia al cristiano la via regia da seguire per una vera rinascita nello spirito. Le tentazioni, a cui volle sottoporsi Gesù, sono un insegnamento per noi e vertono su ciò che è essenziale per l’uomo: per i nostri progenitori, che obbedivano solo a Dio, satana li spinge a fare a meno di Dio: ”Se mangiate il frutto proibito, diventate come Dio: conoscitori del bene e del male!” ( un peccato di orgoglio e di superbia; e l’uomo scoprì infine solo di essere nudo, di avere perduto tutto).
Nei riguardi di Gesù le tentazioni vertono sulla sua vera identità: “Se sei figlio di Dio … se sei il Messia…: tre tentazioni che toccano il campo economico, politico e religioso: le tre strade che il mondo propone come essenziali all’uomo impreparato. La qualità di una persona si misura dalle tentazioni da cui è provato. Le tentazioni rivelano la misura della nostra fedeltà alla Parola di Dio; la vittoria sul male è garantita, come insegna Gesù, dal ricorso alla Parola di Dio.
La prima tentazione: Gesù è nel deserto, ha fame? ‘Se sei figlio di Dio, fa che queste pietre diventino pane’. Gesù non discute con il diavolo ma contrappone la parola di Dio: ‘Sta scritto: non di solo pane vive l’uomo!’ Sappiamo bene infatti che è proprio vero: senza pane non si vive; ma senza religione ci si ammazza! ‘homo homini lupus’. La seconda tentazione: Satana escogita la tentazione politica, la gloria umana: tutto è in mio potere; io te lo darò se ti prostri dinanzi a me e mi adori! Gesù risponde con la Parola di Dio: ‘Sta scritto: ti prostrerai solo davanti al Signore Dio tuo; lui solo servirai’. La terza tentazione: il tentatore conduce Gesù sul pinnacolo del Tempio e lo invita a qualcosa di spettacolare: gettati giù perchè sta scritto che Dio manderà i suoi angeli e ti sosterranno perchè il tuo piede non inciampi! Gesù risponde: ‘Sta scritto: non metterai alla prova il Signore Dio tuo’.
Il diavolo infine si allontanò da Lui. Gesù, come vedi, non dialoga con il tentatore ma alle sfide diaboliche risponde subito con la ‘Parola di Dio’. Non tentare giammai il Signore Dio tuo stando a braccia conserte o aspettando che venga a salvarti, ma agisci come se tutto dipendesse da te e, quando hai fatto tutto il possibile, come se tutto dipendesse da Lui. Dio infatti ha creato la persona umana con l’intelligenza e la volontà. Gesù non dialoga con il tentatore ma alle sfide diaboliche risponde solo con la parola di Dio.
Nel deserto Gesù ci insegna che il digiuno è necessario, ma il vero digiuno che vuole il Signore non è tanto quello corporale, che consiste solo nello astenersi da questo o da quel cibo, ma il vero digiuno è quello radicale che porta l’uomo a rinnegare se stesso perchè trionfi l’opera di Dio: ‘chiunque vuole essere mio discepolo, rinneghi se stesso’. Sono necessari fede ed umiltà, mettere da parte orgoglio e superbia nella piena consapevolezza di quello che abbiamo e siamo: siamo dono di Dio e a Dio l’onore e la gloria.
Questo è vero digiuno: pulizia ed iniziare una vita nuova alla luce della parola di Dio, che è l’anima dell’ascesi cristiana. La Quaresima è iniziata con l’imposizione della cenere e le parole scandite dalla Liturgia: ‘Ricordati, uomo, che sei polvere e polvere ritornerai’. Questo non per scoraggiarci, per deprimerci ma per aprire gli occhi e il cuore alla verità della vita e alla prospettiva della Pasqua di risurrezione. La Santissima Vergine, Madre di Gesù e nostra, che conservava la parola di Dio nel suo cuore, ci aiuti a riflettere sull’insegnamento di Gesù: via, verità e vita.
Marocco: una Chiesa in cammino
Lo spirito del Sinodo ci mette tutti in cammino. La coscienza sempre più viva di far parte di un unico mondo, in particolare nella regione Mediterranea, ancora di più. Siamo ormai vicini di casa, sull’altra sponda. Per questo la Chiesa del Marocco vi invita. Venite in pellegrinaggio da noi!
Da soli, in famiglia o in gruppo, lasciatevi condurre dallo Spirito e dal suo carisma: l’incontro con l’altro. Differente da noi per storia, cultura e religione. È il nostro cammino più difficile, evangelico e sorprendente… La sfida dell’incontro. Della fraternità.
Il monastero sull’altopiano a Midlt dei monaci di Tibhirine e la loro testimonianza – unica al mondo di preghiera, di fraternità e di martirio in terra d’Islam – vi attendono! Il nostro Centro pastorale diocesano “Notre Dame de la Paix” – una vera oasi nel cuore di Rabat – e le tre suore del Mali più che volentieri vi accolgono. Le varie comunità cristiane – per davvero cattoliche, perché di quasi cento nazionalità differenti – vi offriranno la loro testimonianza di servizio fraterno e di universalità.
‘Almowafaqa’, l’Istituto Teologico ecumenico e interreligioso di Rabat, con un corpo docente universitario misto, cioè cattolico, protestante e musulmano – una vera perla, un’autentica originalità di qui –, ha sempre per voi le porte aperte per una visita. La comunità italiana a Casablanca vi vedrà con gioia.
Città antiche e splendide come Fes, Marrakech, Essaouira, El Jadida… e suggestivi villaggi tradizionali, che si mettono in preghiera cinque volte al giorno, vi accoglieranno con entusiasmo: l’ospite qui è sacro.
Il deserto del Sahara vi incanterà per il silenzio, la solitudine, l’assoluto di Dio: vi darà la pace. E vi metterà sui passi di Charles de Foucauld: l’abbandono fiducioso all’Altro e la fraternità verso tutti. In fondo, vi sorprenderà incontrare una Chiesa viva, minoritaria, coraggiosa, a servizio di una società tanto differente in terra d’Islam. Testimone della forza del Vangelo. Ma, soprattutto, dell’amore di Dio per l’umanità che qui vive.
Imparerete il nostro atteggiamento interiore, quasi una regola d’oro: «parlare meno dei migranti, parlare di più con i migranti; parlare meno dei musulmani, parlare di più con i musulmani; parlare meno di Dio, parlare di più con Dio».
Conoscere e incontrare una tradizione, una storia, una fede differenti aiuta a crescere in apertura di mente e di cuore. Indispensabile, oggi, per affrontare le sfide del domani. Conoscere la nostra Chiesa, «sacramento dell’incontro» con l’altro e i suoi valori come la preghiera, la fraternità e l’umiltà, vi trasmetterà un grande dono di Dio: la gioia. Sì, venite e vedete! Vi attendiamo a braccia aperte.
Papa Francesco: mari e deserti spazi dove Dio apre strade di fraternità
“E pensiamo ai Paesi in guerra, tanti Paesi in guerra. Pensiamo alla Palestina, a Israele, alla martoriata Ucraina, pensiamo al Myanmar, al Nord Kivu e a tanti Paesi in guerra. Il Signore dia loro il dono della pace”: al termine dell’udienza generale odierna papa Francesco ha rinnovato gli appelli per la pace in quei Paesi martoriati dalla guerra e, ricevendo i partecipanti alla Plenaria dei Vescovi Latini nelle Regioni Arabe (C.E.L.R.A.), ha espresso ‘vicinanza’ per la crisi in Medio Oriente:
“Possiate tenere accesa la speranza! Essere voi stessi, per tutti, segni di speranza, presenza che alimenta parole e gesti di pace, di fratellanza, di rispetto. Una presenza che, di per sé stessa, invita alla ragionevolezza, alla riconciliazione, a superare con la buona volontà divisioni e inimicizie stratificate e indurite nel tempo, che si fanno sempre più inestricabili. Grazie perché siete la fiammella della speranza là dove questa sembra spegnersi!”
Mentre nell’udienza generale papa Francesco non ha svolto la catechesi ma ha offerto una meditazione sul tema ‘Mare e deserto’, tratto dal Salmo 107: “Oggi rimando la consueta catechesi e desidero fermarmi con voi a pensare alle persone che (anche in questo momento) stanno attraversando mari e deserti per raggiungere una terra dove vivere in pace e sicurezza”.
Il papa ha offerto una meditazione sul significato di ‘mare’ e di ‘deserto’: “queste due parole ritornano in tante testimonianze che ricevo, sia da parte di migranti, sia da persone che si impegnano per soccorrerli. E quando dico ‘mare’, nel contesto delle migrazioni, intendo anche oceano, lago, fiume, tutte le masse d’acqua insidiose che tanti fratelli e sorelle in ogni parte del mondo sono costretti ad attraversare per raggiungere la loro meta.
E ‘deserto’ non è solo quello di sabbia e dune, o quello roccioso, ma sono pure tutti quei territori impervi e pericolosi, come le foreste, le giungle, le steppe dove i migranti camminano da soli, abbandonati a sé stessi. Migranti, mare e deserto”.
E’ stato un richiamo alle migrazioni: “Le rotte migratorie di oggi sono spesso segnate da attraversamenti di mari e deserti, che per molte, troppe persone (troppe!), risultano mortali. Per questo oggi voglio soffermarmi su questo dramma, questo dolore. Alcune di queste rotte le conosciamo meglio, perché stanno spesso sotto i riflettori; altre, la maggior parte, sono poco note, ma non per questo meno battute”.
Per il papa il respingimento del migrante è un peccato grave: “E questo, quando è fatto con coscienza e responsabilità, è un peccato grave. Non dimentichiamo ciò che dice la Bibbia: ‘Non molesterai il forestiero né lo opprimerai’. L’orfano, la vedova e lo straniero sono i poveri per eccellenza che Dio sempre difende e chiede di difendere”.
Richiamando il prossimo messaggio per la Giornata del migrante il papa ha sottolineato il valore biblico del mare e del deserto: “In effetti, il mare e il deserto sono anche luoghi biblici carichi di valore simbolico. Sono scenari molto importanti nella storia dell’esodo, la grande migrazione del popolo guidato da Dio mediante Mosè dall’Egitto alla Terra promessa.
Questi luoghi assistono al dramma della fuga del popolo, che scappa dall’oppressione e dalla schiavitù. Sono luoghi di sofferenza, di paura, di disperazione, ma nello stesso tempo sono luoghi di passaggio per la liberazione (e quanta gente passa per i mari, i deserti per liberarsi, oggi), sono luoghi di passaggio per il riscatto, per raggiungere la libertà e il compimento delle promesse di Dio”.
Ed è stato molto chiaro affermando che i migranti non dovrebbero essere in mare o nel deserto: “Ma non è attraverso leggi più restrittive, non è con la militarizzazione delle frontiere, non è con i respingimenti che otterremo questo risultato. Lo otterremo invece ampliando le vie di accesso sicure e le vie di accesso regolari per i migranti, facilitando il rifugio per chi scappa da guerre, dalle violenze, dalle persecuzioni e dalle tante calamità; lo otterremo favorendo in ogni modo una governance globale delle migrazioni fondata sulla giustizia, sulla fratellanza e sulla solidarietà. E unendo le forze per combattere la tratta di esseri umani, per fermare i criminali trafficanti che senza pietà sfruttano la miseria altrui”.
Infine un ‘affondo’ sulla cultura dell’indifferenza: “E chi non può stare come loro ‘in prima linea’ (penso a tanti bravi che stanno lì in prima linea, a Mediterranea Saving Humans e tante altre associazioni), non per questo è escluso da tale lotta di civiltà: noi non possiamo stare in prima linea ma non siamo esclusi; ci sono tanti modi di dare il proprio contributo, primo fra tutti la preghiera.
E a voi domando: voi pregate per i migranti, per questi che vengono nelle nostre terre per salvare la vita? E ‘voi’ volete cacciarli via. Cari fratelli e sorelle, uniamo i cuori e le forze, perché i mari e i deserti non siano cimiteri, ma spazi dove Dio possa aprire strade di libertà e di fraternità”. (Foto: Santa Sede
Le frontiere migranti di Abdou Boubacar
Quelle esistenti tra il Niger dei colonnelli e il Benin di Patrice Talon, re del cotone indiscusso e presidente del Paese, sono vergognosamente chiuse. A causa delle sanzioni applicate in risposta al golpe militare di fine luglio dell’anno scorso,centinaia di camion e container sono bloccati dall’altra parte del ponte. Adesso è pure l’innocua piroga, che permetteva ai passeggeri di attraversare il fiume Niger, ad aver ricevuto l’ordine di arresto.
Ciò significa che, come in un lontano passato, le frontiere tra i due Paesi confinanti sono completamente chiuse o quasi. In effetti c’è il disputato oleodotto che trasporta petrolio ‘cinese’ dal Niger alla costa atlantica del Benin che mantiene ‘in vita’ una frontiera che altrimenti sarebbe del tutto invalicabile. Il libero movimento di persone e beni nello spazio dei Paesi dell’Africa Occidentale, in breve la tanto contestata CEDEAO, si allontana dalla realtà una volta di più.
Non affatto è il caso di Abdou Boubacar, uscito dall’ultima frontiera che lo ha imprigionato per quattordici mesi a causa di un reato mai commesso nella città di Dosso, non lontano dalla capitale Niamey. Dice di essere nato in Costa d’Avorio ma nel foglio di uscita del carcere c’è scritto Monrovia, la capitale della Liberia. Dice di aver studiato in Liberia dove si parla inglese ma il suo francese è quasi perfetto.
Afferma che, essendo sua madre ivoriana, passava le vacanze da lei e questo spiegherebbe tutto. Adolescente segue ii fratello maggiore fino in Mauritania per poi tornare in una patria a scelta del momento e delle circostanze. Abdou, secondo il foglio di rilascio, è nato nel 2003 circa e avrebbe dunque la bellezza di 23 anni e lo stesso numero di frontiere sedotte, se non di più. Decide di attraversare il mare e per questo parte dalla Liberia, passa la Guinea, il Mali e, navigato il deserto del Sahara, approda in Algeria.
Lavora per qualche mese ad Algeri nei cantieri edili come piastrellista, manovale e imbianchino. Il tempo necessario di andare in Libia e tentare finalmente il sogno del Mediterraneo per raggiungere l’Italia. Dopo un breve soggiorno a Tripoli paga 1700 E al ‘passeur’ per l’ultimo posto disponibile nel battello. Assicura che c’erano 113 passeggeri di tutte le nazionalità dell’Africa e altrove, comprese donne e bambini. Partiti all’imbrunire sono stati fermati dalla guardia costiera libica ad appena un centinaio di metri dalla costa.
Messo a lavorare per qualche mese gratuitamente da qualche capo, torna in Algeria dove, stavolta, le guardie e i militari lo arrestano e deportano sino al confine col Niger. Passa, con altri come lui, la frontiera invisibile tra i due Paesi la notte per raggiungere una cittadina abitata soprattutto da migranti espulsi chiamata Assamaka. Dopo un breve soggiorno, coi soldi nascosti nelle parte intime del suo corpo, raggiunge Arlit, Agadez e, nella cittadina di Dosso, passa la porta della prigione civile.
Esibisce il foglio di uscita del carcere come l’unico trofeo guadagnato in questi anni di trasgressioni delle frontiere. Quattordici mesi inutili di carcere per un giovane di poco più di vent’anni non sono pochi. Abdou si sorprende, affamato e sperduto, a contare il numero di frontiere che l’hanno attraversato da quando è nato non si sa dove, quando e perché. Forse tornerà dove era partito per tentare ancora la pazienza del deserto e l’incertezza del mare. Abdou chiederà la meta del suo viaggio alle frontiere che, finora, non l’hanno mai tradito.
Lasciate cadere le armi dalle vostre mani ossia il grido nel deserto
“… Basta ricordare che il sangue di milioni di uomini e innumerevoli e inaudite sofferenze, inutili stragi e formidabili rovine sanciscono il patto che vi unisce, con un giuramento che deve cambiare la storia futura del mondo: mai più la guerra, mai più la guerra! La pace, la pace deve guidare le sorti dei Popoli e dell’intera umanità! Se volete essere fratelli, lasciate cadere le armi dalle vostre mani. Non si può amare con armi offensive in pugno.
Le armi, quelle terribili, specialmente, che la scienza moderna vi ha date, ancor prima che produrre vittime e rovine, generano cattivi sogni, alimentano sentimenti cattivi, creano incubi, diffidenze e propositi tristi, esigono enormi spese, arrestano progetti di solidarietà e di utile lavoro, falsano la psicologia dei popoli”: era il 4 ottobre del 1965. Il papa Paolo VI indirizzava questo messaggio ai 166 Paesi rappresentati in quel momento all’Assemblea delle Nazioni Unite.
La quotata organizzazione svedese ‘Uppsala Conflict Data Program’ registrava, nel 2022, 55 conflitti armati nel mondo dei quali otto considerati come guerre. Ci risiamo! In tutti questi anni, nella complice adesione di Paesi e Comunità Internazionale, i fabbricanti di armi hanno pienamente risposto alle aspettative e attese delle elite politico-finanziarie che vogliono ad ogni costo perpetuarsi al potere.
Le guerre sono il mezzo privilegiato che garantisce perennità e guadagni alle industrie degli armamenti e all’ideologia letale che le crea. Non dovremmo però lasciarci illudere o fuorviare dalle necessarie analisi geopolitiche o macroeconomiche. Il Sistema di Dominazione che a tutt’oggi continua a governare il mondo, trova ispirazione e giustificazione in un malessere di natura che potremmo definire religiosa. Le divisioni e contraddizioni del mondo e delle strutture portanti delle società evidenziano le conseguenze di un rapporto distorto degli umani col loro destino. La rottura del legame con l’origine è il nostro dramma.
Il vuoto che, soprattutto nell’occidente, sembra condurlo al nichilismo, si esprime in particolare nel declino demografico che appare come uno dei sintomi della perdita del senso e fiducia nella vita. Ridurre le persone a meri consumatori, carne da cannone, elettori occasionali di una politica asservita al capitale, sudditi di un progetto imperiale, merce di scambio per un potere ammalato di arroganza o servitori volontari del dio denaro non può che condurre alla riarmamento del mondo. Si tratta, infatti, di una risposta violenta alla violenza radicale perpetrata sulla dignità della persona umana.
Ciò a cui assistiamo nello spazio del Sahel, da secoli luogo di convivenze serene e conflitti anche armati, non si distacca dalla prospettiva citata. Infatti, solo nel 2023 sono 11.643 i morti da attribuire alla violenza dei gruppi ‘islamisti’. I decessi sono triplicati dal 2020, data del primo colpo di stato giustificato proprio per motivi di sicurezza.
Da allora sono seguiti altri ‘putch’ con una graduale militarizzazione della vita politica e sociale. Le spese negli armamenti sono andate a scapito di quelle sociali e non casualmente sono i militari ad aver preso il potere in questi Paesi. Il totalitarismo nel pensiero sulle armi come unica salvezza è la storia antica di una sconfitta annunciata.
Maupal: il cammino quaresimale apre alla libertà
“Così si apre il Decalogo dato a Mosè sul monte Sinai. Il popolo sa bene di quale esodo Dio parli: l’esperienza della schiavitù è ancora impressa nella sua carne. Riceve le dieci parole nel deserto come via di libertà. Noi li chiamiamo ‘comandamenti’, accentuando la forza d’amore con cui Dio educa il suo popolo. E’ infatti una chiamata vigorosa, quella alla libertà”: questo è l’inizio del messaggio quaresimale, intitolato ‘Attraverso il deserto Dio ci guida alla libertà’, di papa Francesco.
Presentando il messaggio il card. Michael Czerny, prefetto del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, ha sottolineato che il messaggio propone una riflessione sul valore della libertà: “In un tempo in cui molte, troppe, difficoltà pesano enormemente su ognuno di noi, il Vangelo apre una strada nel deserto e ci annuncia che la nostra schiavitù è già finita, veramente finita. Il cammino dell’esodo è, infatti, necessariamente lungo, non solo per raggiungere la Terra Promessa, ma soprattutto per scegliere una libertà autentica. La libertà offerta deve essere desiderata e abbracciata. E questo nemmeno Dio può farlo al nostro posto”.
Alla presentazione del messaggio per la Quaresima era stato invitato anche l’artista Mauro Pallotta (in arte ‘Maupal’), che ha illustrato la prima opera d’arte per il cammino quaresimale: “In questa prima illustrazione, ho raffigurato il deserto usando l’immagine di papa Francesco mentre spinge una carriola che contiene un ‘sacco’ di fede.
E’ un deserto di chiodi che rappresentano idoli vecchi e nuovi, tutte le nostre prigionie. Questi pungenti ostacoli potrebbero bucare la ruota gommata della carriola ma, seguendo papa Francesco, che apre il sentiero con la forza della fede, spariscono: la strada diventa per tutti percorribile e la meta raggiungibile”.
Ha narrato il compito dell’arte: “Rappresentare i valori cristiani attraverso l’arte è da sempre uno dei maggiori compiti della pittura e della scultura. Inoltre, bisogna anche sottolineare che pittura, scultura ed altre forme d’arte, hanno innalzato la propria qualità e hanno acquisito una enorme importanza sociale e politica, proprio grazie alle rappresentazioni di tematiche cristiane”.
Quindi a lui chiediamo di raccontare come è nata l’idea di supportare con l’arte il cammino quaresimale di quest’anno: “L’idea non è mia ed è nata dal Dicastero dello Sviluppo Umano della Santa Sede. Sono stato contattato via mail e dopo qualche colloquio siamo arrivati con reciproca soddisfazione alla decisione di una collaborazione”.
Come ha tradotto in arte le parole del messaggio per la Quaresima?
“Tradurre le parole di papa Francesco attraverso il linguaggio dell’arte è una mia prerogativa. Il mio obiettivo principale è la sintesi, ma senza mai decadere nella superficialità o nella banalità. Un altro dei miei obiettivi è la semplicità con la speranza che anche un bambino di cinque anni possa capire il concetto che rappresento attraverso un tratto fumettistico e con una simbologia basica”.
Quale parola del messaggio della Quaresima risulta per lei più stimolante per la riflessione?
“Tutto il testo del Santo Padre è estremamente profondo e particolarmente stimolante per chi, come me, comunica attraverso una forma d’arte. La parola che ritengo più stimolante, benché la si usa spesso in modalità inflazionata, è ‘libertà’. Una libertà che va molto oltre ai vari significati che generalmente siamo abituati ad attribuirgli. Una libertà vera che pone ognuno di noi di fronte ad uno specchio, occhi negli occhi”.
Come è nata l’idea di ritrarre con umorismo il papa?
“L’ironia fa parte di me ed in qualsiasi argomento che affronto le mie rappresentazioni contengono spesso un pò di umorismo. Probabilmente è una eredità della mia profonda romanità, caratterizzata sempre da un pensiero sarcastico e dissacrante. Con Papa Francesco ho spesso usato queste caratteristiche ma non ho mai travalicato il confine della volgarità, ne del profondo rispetto che nutro verso il Santo Padre”.
E la prima opera street ‘SuperPope’?
“Sono passati esattamente dieci anni dal ‘SuperPope’. L’opera nacque quasi per caso e papa Francesco era salito sul trono di Pietro solo da poco tempo. Mi colpirono due cose in particolare: l’estrema somiglianza nel volto con il mio amato nonno Carlo che non c’era più da tanti anni e la grande empatia che riusciva da subito a trasmettere. Inoltre la sua grande applicazione verso i più deboli fece subito breccia nella mia sensibilità”.
Lei ha lavorato anche nelle carceri: per quale motivo chi ha vissuto l’inferno indica la via del paradiso?
“Da qualche anno svolgo dei laboratori di street art nelle scuole e nelle carceri e a volte unendo studenti e detenuti, per poi dipingere tutti insieme i muri delle carceri. Lavorare con le persone recluse porta ad avere un annullamento del pregiudizio che spesso è innato dentro noi essere umani. Si possono incontrare persone che hanno commesso errori, anche orribili, ed ora che sono reclusi fanno i conti con la propria coscienza. Io sono convinto che chi conosce il buio e il freddo, possa capire ed apprezzare nella totalità la bellezza e il calore della luce”.
(Tratto da Aci Stampa)
Kantiere Kairos, è online l’e-book ‘Diario di Quaresima’
“Il popolo sa bene di quale esodo Dio parli: l’esperienza della schiavitù è ancora impressa nella sua carne. Riceve le dieci parole nel deserto come via di libertà. Noi li chiamiamo “comandamenti”, accentuando la forza d’amore con cui Dio educa il suo popolo. E’ infatti una chiamata vigorosa, quella alla libertà. Non si esaurisce in un singolo evento, perché matura in un cammino”.
Dal messaggio di papa Francesco per la quaresima per la pop-rock band di musica cristiana Kantiere Kairòs, si apre una straordinaria sinergia: è online l’e-book ‘Diario di Quaresima (in cammino fra la polvere)’, uno straordinario mix di parole, illustrazioni e musica, che contiene le meditazioni del frate cappuccino p. Onofrio Farinola, le illustrazioni e la grafica di Alumera, la play list del gruppo insieme all’inedito ‘te o Me’ ‘che nasce da una domanda: scegli di guardare il male o scegli di guardare Me?’
Presentando questo cammino quaresimale Jo e Gabriele Di Nardo, fondatori della band calabrese, hanno spiegato il motivo di questa pubblicazione: “Un cammino che trova il senso solo se metti insieme i sensi: una Parola da gustare, una musica da ascoltare, un miracolo da vedere, polvere da toccare. Il deserto è il tempo per ritrovarsi e ritrovare. Ed è in questo tempo che si riscopre la bellezza dell’amore: l’amore nasce sempre nel deserto. Noi in questi giorni lo abbiamo sperimentato sulla nostra carne. Ci credevamo solitari erranti nel deserto e ci siamo ritrovati fratelli in cammino. Ed è proprio vero che ‘dove due o tre sono riuniti in Lui, Lui ci sarà’.
‘Kantiere Kairòs’è una pop/rock band di musica cristiana, fondata nel 2008 dai fratelli Jo e Gabriele Di Nardo e composta anche da Antonello Armieri, voce e chitarra acustica, e dal bassista Davide Capitano, per raccontare il loro cammino di fede, l’amore per la Santa Trinità, la piena fiducia in quell’unica Madre e Vergine che indica la strada verso il Figlio Salvatore, Maria.
Quindi da Antonello Armieri, autore dei brani di’Kantiere Kairòs’ ci facciamo raccontare la genesi di questo e-book: “Da un’idea di Alumera. Per una bellissima coincidenza, Alumera ha ascoltato il nostro nuovo brano, appunto ‘te o Me’, e ci ha proposto di associare alle meditazioni di p. Onofrio Farinola le nostre canzoni, fino a stilare una vera e propria playlist inserita poi nel suo bellissimo Diario di Quaresima”.
Perché la scelta tra ‘te o Me’?
“Soprattutto nel tempo di Quaresima siamo portati a mettere in discussione il rapporto che abbiamo (o non abbiamo) con Dio. Di che natura è la nostra relazione con Lui? Siamo certi di abbandonarci al Suo amore nonostante la nostra sporcizia, nonostante la nostra umanità inquinata, nonostante le nostre ipocrisie? Quale voce ascoltiamo in questo deserto, la nostra o la Sua? Abbiamo trascritto il Suo richiamo in prima persona, per ricordarci che la Sua voce è sempre in noi”.
Cosa è il deserto?
“Il mio personale concetto di deserto è quello espresso qualche giorno fa alla stessa Alumera. Deserto per me è essere abitato dalla sensazione di assenza: assenza di stupore, di interesse, di gioia, in qualche modo anche assenza di sete, quasi apatia e rassegnazione. Convincermi che Dio si sia allontanato da me e che io non sia stato abbastanza in gamba per fare quello che mi aveva chiesto al primo incontro. Deserto è dubitare, è assenza di fiducia nel Signore che mi aveva promesso la sua vicinanza, sempre”.
In quale modo Dio guida alla libertà attraverso il deserto?
“Sulla base delle parole bibliche commentate da papa Francesco, sappiamo che è Dio a liberare Israele, a commuoversi, e non è Israele a chiederlo. Così anche noi, se crediamo nell’amore protettivo e sanificante del Signore, non dobbiamo temere i deserti che la vita ci chiama ad attraversare. Siamo certi che Lui provvederà e ci porterà alla libertà, se glielo permetteremo, fidandoci e affidandoci”.
In quale modo è possibile riconoscere Gesù?
“Nelle mie scelte personali, e quindi nel mio personale discernimento, riconosco Gesù nella pace, nella libertà che una determinata scelta regala al mio cuore. Rispondere semplicemente alla domanda ‘in questo caso, cosa avrebbe fatto Gesù?’ è già una strada essenziale per riconoscerLo, in modo molto pratico. ‘Nel deserto delle voci’ invece, quando regna la confusione e sono stanco e demoralizzato, mi affido al Rosario, perché Maria mi riporta amorevolmente a riconoscere Suo Figlio, sempre”.
Come è il cammino tra la polvere?
“Se parliamo di concretezza, in questo tempo quaresimale è fatto di creazione di più spazi per Dio nella mia vita. Avere più tempo per Lui, meditare la Parola, provare a non farmi distrarre troppo da ciò che fa rumore nel mondo e offrire qualche digiuno in più a pane e acqua, perché, nonostante possa sembrare arcaico per qualcuno, sono fermamente convinto che il digiuno alimentare è quello più efficace e pratico.
Oltretutto ho l’impressione che anche nell’ambito ecclesiale si tenda un po’ a raggirarlo per preferirgli altri tipi di digiuni (assolutamente leciti e sani). Ma a mio avviso toccare l’uomo nei suoi punti vitali ed essenziali è qualcosa che smuove concretamente il cammino interiore”.
(Tratto da Aci Stampa)




























