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Papa Francesco: una teologia aperta per tutti
“Sono contento di vedervi e di sapere che un numero così grande di docenti, ricercatori e decani, provenienti da ogni parte del mondo, si sono radunati per riflettere su come ereditare il grande patrimonio teologico delle generazioni passate e per immaginarne il futuro. Ringrazio il Dicastero per la Cultura e l’Educazione per questa iniziativa. E grazie di cuore a voi, care teologhe e cari teologi, per il lavoro che fate, spesso nascosto ma tanto necessario. Spero che il Congresso segni il primo passo di un fecondo cammino comune… Avanti, insieme!”
Con queste parole papa Francesco oggi ha salutato i partecipanti al Congresso Internazionale sul futuro della teologia a tema su ‘Eredità e immaginazione’ (promosso dal Dicastero per la Cultura e l’Educazione, che si svolge oggi e domani presso la Pontificia Università Lateranense), il quale ha parlato di luce:
“Vorrei anzitutto dirvi che quando penso alla teologia mi viene in mente la luce. Infatti, grazie alla luce le cose emergono dall’oscurità, i volti rivelano i propri contorni, le forme e i colori del mondo finalmente appaiono. La luce è bella perché fa sì che le cose appaiano ma senza mettere in mostra sé stessa. Qualcuno di voi ha visto la luce? Ma vediamo ciò che fa la luce: fa apparire le cose”.
E la luce è grazia con l’invito a cercare la grazia di Cristo: “Adesso, qui, noi ammiriamo questa sala, vediamo i nostri volti, ma non scorgiamo la luce, perché essa è discreta, è gentile, umile e, perciò, rimane invisibile. E’gentile la luce. Così è anche la teologia: fa un lavoro nascosto e umile, perché emerga la luce di Cristo e del suo Vangelo.
Da questa osservazione deriva per voi una strada: cercare la grazia e restare nella grazia dell’amicizia con Cristo, luce vera venuta in questo mondo. Ogni teologia nasce dall’amicizia con Cristo e dall’amore per i suoi fratelli, le sue sorelle, il suo mondo; questo mondo, drammatico e magnifico insieme, pieno di dolore ma anche di commovente bellezza”.
Una serie di domanda per comprendere il ruolo della teologia nel mondo contemporaneo con un ‘rimando’ al Secondo libro dei Re: “E’ un cammino che siete chiamati a fare insieme, teologhe e teologi. Mi ricordo di quanto racconta il Secondo Libro dei Re. Durante il restauro del Tempio di Gerusalemme, viene ritrovato un testo; forse è la prima edizione del Deuteronomio, andata perduta.
Un sacerdote e alcuni studiosi lo leggono; anche il re lo studia; intuiscono qualcosa, ma non lo capiscono. Allora il re decide di consegnarlo a una donna, Culda, che immediatamente lo comprende e aiuta il gruppo di studiosi (tutti uomini) a intenderlo. Ci sono cose che solo le donne intuiscono e la teologia ha bisogno del loro contributo. Una teologia di soli uomini è una teologia a metà. Su questo c’è ancora parecchia strada da fare”.
Ecco il compito della teologia è fornire un nuovo modo di pensare: “La prima cosa da fare, per ripensare il pensiero, è guarire dalla semplificazione. Infatti, la realtà è complessa, le sfide sono variegate, la storia è abitata dalla bellezza e allo stesso tempo ferita dal male, e quando non si riesce o non si vuole reggere il dramma di questa complessità, allora si tende facilmente a semplificare. Ma la semplificazione vuole mutilare la realtà, partorisce pensieri sterili, pensieri univoci, genera polarizzazioni e frammentazioni. E così fanno, ad esempio, le ideologie. L’ideologia è una semplificazione che uccide: uccide la realtà, uccide il pensiero, uccide la comunità. Le ideologie appiattiscono tutto a una sola idea, che poi ripetono in modo ossessivo e strumentale, superficiale, come i pappagalli”.
Il desiderio del papa è quello di una teologia del fermento: “Si tratta di far ‘fermentare’ insieme la forma del pensiero teologico con quella degli altri saperi: la filosofia, la letteratura, le arti, la matematica, la fisica, la storia, le scienze giuridiche, politiche ed economiche. Far fermentare i saperi, perché essi sono come i sensi del corpo: ciascuno ha una sua specificità, ma hanno bisogno l’uno dell’altro, secondo quanto dice anche l’apostolo Paolo: Se tutto il corpo fosse occhio, dove sarebbe l’udito? Se tutto fosse udito, dove sarebbe l’odorato?”
Ed ha ricordato due ‘grandi’ teologi: “Quest’anno celebriamo il 750° anniversario della morte di due grandi teologi: Tommaso d’Aquino e Bonaventura. Tommaso ricorda che non abbiamo un senso solo, ma sensi molteplici e differenti, affinché non ci sfugga la realtà (De Anima, lib. 2, lect. 25). E Bonaventura afferma che nella misura in cui si ‘crede, spera e ama Gesù Cristo’ si ‘riacquista l’udito e la vista […], l’odorato, […] il gusto e il tatto’ (Itinerarium mentis in Deum, IV, 3). Contribuendo a ripensare il pensiero, la teologia ritornerà a brillare come merita, nella Chiesa e nelle culture, aiutando tutti e ciascuno nella ricerca della verità”.
Infine l’invito a rendere una teologia ‘accessibile’ a tutti: “Da qualche anno, in molte parti del mondo si segnala l’interesse degli adulti per la ripresa della propria formazione, anche accademica. Uomini e donne, soprattutto di mezza età, magari già laureati, desiderano approfondire la fede, vogliono fare un cammino, spesso si iscrivono a una facoltà universitaria…
! Per favore, se qualcuna di queste persone bussa alla porta della teologia, delle scuole di teologia, la trovi aperta. Fate in modo che queste donne e questi uomini trovino nella teologia una casa aperta, un luogo dove poter riprendere un cammino, dove poter cercare, trovare e cercare ancora. Preparatevi a questo. Immaginate cose nuove nei programmi di studio perché la teologia sia accessibile a tutti”.
(Foto: Santa Sede)
Papa Francesco: Maria Immacolata è una bellezza per noi
“In questa solennità dell’Immacolata Concezione di Maria, sono vicino in modo particolare ai nicaraguensi. Vi invito ad unirvi in preghiera per la Chiesa e il popolo del Nicaragua, che celebra la Purissima, come Madre e Patrona, e innalza a Lei un grido di fede e di speranza. Che la Madre celeste sia per loro di consolazione nelle difficoltà e nelle incertezze, e apra i cuori di tutti, affinché si cerchi sempre la via di un dialogo rispettoso e costruttivo al fine di promuovere la pace, la fraternità e l’armonia nel Paese. E continuiamo a pregare per la pace, nella martoriata Ucraina, in Medio Oriente (Palestina, Israele, Libano, adesso la Siria), in Myanmar, Sudan e dovunque si soffre per la guerra e le violenze. Faccio appello ai Governanti e alla Comunità internazionale, perché si possa arrivare alla festa del Natale con un cessate-il-fuoco su tutti i fronti di guerra… Oggi, mi viene al cuore chiedere a tutti voi di pregare per i detenuti che negli Stati Uniti sono nel corridoio della morte. Credo che sono 13 o 15. Preghiamo perché la loro pena sia commutata, cambiata. Pensiamo a questi fratelli e sorelle nostri e chiediamo al Signore la grazia di salvarli dalla morte”.
Sono gli appelli di papa Francesco al termine della recita dell’Angelus della festività dell’Immacolata Concezione, che ha concluso la celebrazione eucaristica con i nuovi cardinali, soffermandosi a contemplarLa in tre aspetti: “Maria figlia, Maria sposa e Maria madre. Prima di tutto guardiamo all’Immacolata come figlia. Della sua infanzia i Testi sacri non parlano. Il Vangelo ce la presenta invece, al suo ingresso sulla scena della storia, come una giovane ragazza ricca di fede, umile e semplice. E’ la ‘vergine’, nel cui sguardo si riflette l’amore del Padre e nel cui Cuore puro la gratuità e la riconoscenza sono il colore e il profumo della santità. Qui la Madonna ci appare bella come un fiore cresciuto inosservato e finalmente pronto a sbocciare nel dono di sé. Perché la vita di Maria è un continuo dono di sé”.
Essendo figlia è potuta diventare sposa, come è stata definita dalla costituzione dogmatica ‘Lumen Gentium’: “Il che ci porta alla seconda dimensione della sua bellezza: quella di sposa, cioè di colei che Dio ha scelto come compagna per il suo progetto di salvezza. ‘Serva’ non nel senso di ‘asservita’ e ‘umiliata’, ma di persona ‘fidata’, ‘stimata’, a cui il Signore affida i tesori più cari e le missioni più importanti. La sua bellezza allora, poliedrica come quella di un diamante, rivela una faccia nuova: quella della fedeltà, della lealtà e della premura che caratterizzano l’amore reciproco degli sposi”.
Mentre la terza dimensione è la bellezza della Madre: “Qual è questa terza dimensione della bellezza di Maria? Quella di madre. E’ il modo più comune in cui la raffiguriamo: con in braccio il Bambino Gesù, oppure nel presepe, chinata sul Figlio di Dio che giace nella mangiatoia. Sempre presente accanto a suo Figlio in tutte le circostanze della vita: vicina nella cura e nascosta nell’umiltà; come a Cana, dove intercede per gli sposi, o a Cafarnao, dove è lodata per il suo ascolto della Parola di Dio o infine ai piedi della croce (la mamma di un condannato), dove Gesù stesso ce la consegna come madre. Qui l’Immacolata è bella nella sua fecondità, cioè nel suo saper morire per dare la vita, nel suo dimenticare sé stessa per prendersi cura di chi, piccolo e indifeso, si stringe a Lei”.
Per il papa tale bellezza non è irraggiungibile: “Il rischio, però, sarebbe di pensare che si tratti di una bellezza lontana, una bellezza troppo alta, irraggiungibile. Non è così. Anche noi infatti la riceviamo in dono, nel Battesimo, quando veniamo liberati dal peccato e fatti figli di Dio. E con essa ci è affidata la chiamata a coltivarla, come la Vergine, con amore filiale, sponsale e materno, grati nel ricevere e generosi nel donare, uomini e donne del ‘grazie’ e del ‘sì’, detti con le parole, ma soprattutto con la vita (è bello trovare uomini e donne che con la vita dicono grazie e dicono ‘sì’); pronti a far posto al Signore nei nostri progetti e ad accogliere con tenerezza materna tutti i fratelli e le sorelle che incontriamo sul nostro cammino”.
Per questo la Madre di Dio è una donna che è a ‘portata’ di tutti: “L’Immacolata allora non è un mito, una dottrina astratta o un ideale impossibile: è la proposta di un progetto bello e concreto, il modello pienamente realizzato della nostra umanità, attraverso cui, per grazia di Dio, possiamo tutti contribuire a cambiare in meglio il nostro mondo. Vediamo purtroppo, attorno a noi, come la pretesa del primo peccato, di voler essere ‘come Dio’, continui a ferire l’umanità, e come questa presunzione di autosufficienza non generi né amore, né felicità.
Chi esalta come conquista il rifiuto di ogni legame stabile e duraturo, infatti, non dona libertà. Chi toglie il rispetto al padre e alla madre, chi non vuole i figli, chi considera gli altri come un oggetto o come un fastidio, chi ritiene la condivisione una perdita e la solidarietà un impoverimento, non diffonde gioia né futuro”.
(Foto: Santa Sede)
8 Dicembre: solennità dell’Immacolata concezione di Maria
La liturgia oggi ci fa guardare l’uomo così come fu creato da Dio: l’uomo prima del peccato originale. Deturpati dal peccato, oggi siamo invitati a riscoprire la nostra vera identità di esseri, creati ad immagine e somiglianza di Dio: veri capolavori. Solo in Maria Santissima Immacolata c’è la prova chiara di ciò che eravamo e cosa oggi siamo destinati ad essere, grazie all’opera salvatrice di Gesù.
Nella pienezza dei tempi l’arcangelo Gabriele fu inviato da Dio ad una vergine, promessa sposa di Giuseppe, chiamata Maria, da qui il saluto singolare: ‘Rallegrati, piena di grazia, il Signore è con te’. Un saluto che rivela il grandioso progetto di amore di Dio verso l’uomo: Dio mantiene la promessa e risponde attuando la redenzione. Ma chi era Maria? La donna mirabile che Dio volle preparare per essere liberamente la madre di Gesù, il Salvatore, il messia promesso subito dopo il peccato originale: la nuova Eva dell’umanità redenta da Cristo Gesù.
Dio prepara Maria preservandola dal peccato originale, cioè Immacolata in vista della missione a lei riservata: fa di Maria ‘la piena di grazia’. Il peccato rompe, separa, divide; la grazia viceversa è amore, è gioia, è fratellanza. Accettata la missione, Maria diventa la nuova Eva uscita dalla mani di Dio. Il peccato è orgoglio e rifiuto della grazia; l’essere riservata anche dal peccato originale fa di Maria una donna eccelsa sulla quale si riversa tutto l’amore di Dio. Sublime la sua missione: da lei doveva venire al mondo la vita vera: Cristo Gesù: Via, Verità e Vita.
Il dogma cristiano definisce Maria ‘Immacolata’ (senza macchia), così concepita sin dal primo istante della sua esistenza. Il Pontefice Pio IX, prima di definire e proclamare questo dogma mariano volle ascoltare il senso della fede del popolo cristiano, il magistero della Chiesa lungo i secoli, la soluzione dei nodi dottrinali dei teologi lungo i secoli e, dopo l’enciclica ‘Ubi primum’ del 1844 emerse una convergenza plebiscitaria a favore della proclamazione del dogma che spinse il Pontefice alla proclamazione del dogma mariano così espresso l’8 dicembre 1854:
“A gloria della SS. Trinità, con l’autorità di Vicario di Cristo, dichiariamo, decretiamo, definiamo come verità rivelata che la beatissima vergine Maria per singolare privilegio e grazia di Dio, in riguardo dei meriti di Gesù Cristo redentore del genere umano, sin dal primo istante della sua concezione fu preservata immune da ogni macchia di colpa originale”.
Nel mondo cristiano tale verità ha ricevuto un impulso ulteriore nell’apparizione della Santissima Vergine a Lourdes, alla grotta di Massabielle, a Bernadette Soubirous, dove Maria si autopresentò dicendo: ‘Io sono l’Immacolata concezione’. La Liturgia canta: ‘Tota pulchra es Maria, et macula non est in te’. Nell’Archivio Storico Diocesano si conserva ancora oggi un volume dal quale si evince la volontà espressa in forma plebiscitaria dal popolo della Diocesi riguardo a questa verità di fede professata da tutto il popolo con il giuramento di difendere la verità del concepimento immacolato di Maria ‘usque ad effusionem sanguinis’.
Maria è stata preservata immune dal peccato originale per la specifica missione che era chiamata a svolgere sulla terra: ‘il Figlio di Dio ( il verbo eterno) infatti per noi uomini, per la nostra salvezza si è incarnato nel seno della Vergine Maria e si è fatto uomo’. La festa di Maria è la festa nostra, di ogni cristiano che crede in Dio ed invoca Maria con i versi del poeta Dante: ‘Termine fisso d’eterno consiglio! Qui sei a noi meridiana face// di caritate, e giuso, intra i mortali,// sei di speranza fontana vivace’ (Paradiso XXXIII, 12).
Se il culto alla santa Madre di Dio ebbe come culla l’Oriente cristiano, la Sicilia detiene il primato del culto all’Immacolata Concezione di Maria perchè la Sicilia, l’intera isola, è stata consacrata all’Immacolata dal Senato palermitano e dal popolo siciliano sin dal 1624. Noi oggi ci rivolgiamo fiduciosi a Maria: ‘rivolgi a noi, Madre, i tuoi occhi misericordios
Lorenzo Zardi: narrare le esperienze della cultura del ‘noi’
“Siamo qui per rinnovare la nostra fedeltà al Vangelo in questo cambiamento di epoca che ci chiede una creativa e lungimirante lettura dei segni dei tempi… I punti di riferimento essenziali per l’Ac si riscontrano nel magistero della Chiesa, nella storia e nell’oggi associativo, nella rinnovata capacità di ‘leggere i segni dei tempi’. Consapevoli che il momento storico presente mostra elementi di forte complessità. Quando pensiamo alla pace, alla democrazia, allo sviluppo integrale della persona e alla cura della casa comune, ai diritti umani e alle disuguaglianze: abbiamo però innanzi, allo stesso tempo, un periodo favorevole a costruire nuovi cammini di fede e nuovi percorsi di santità popolare”: così il presidente nazionale Ac, Giuseppe Notarstefano, ha chiuso i lavori del Convegno dei presidenti e assistenti unitari diocesani e delle delegazioni regionali di Azione Cattolica Italiana svoltosi nel penultimo fine settimana di ottobre a Sacrofano, vicino Roma.
A questo invito alla lettura dei ‘segni dei tempi’ ha risposto con convinzione il vicepresidente nazionale dell’Azione Cattolica Italiana, Lorenzo Sardi, che ha ribadito l’impegno dei giovani nella custodia della vita democratica: “Vogliamo impegnarci a custodire la democrazia nella bellezza di un confronto paziente e a promuovere la partecipazione in ogni sua forma. Come Azione Cattolica siamo convinti della bellezza che può nascere dal contribuire a realizzare un Paese che vive nelle braccia aperte del confronto e dell’approfondimento, della discussione e della ricerca comune del bene.
Ci impegniamo a custodire la democrazia perché siamo profondamente convinti che il bene comune non sia altro che la ricerca comune del bene e che l’esperienza della democrazia, che noi sperimentiamo ed esercitiamo in associazione, scoprendone la fatica e la bellezza fin da adolescenti, insegna costantemente che non è vero che nessuno è indispensabile. Semmai è vero il contrario: tutti siamo indispensabili ma nessuno è la soluzione”.
In quale modo è possibile vivere da protagonisti nella complessità di questo tempo?
“Non con ricette preconfezionate, ma nella disponibilità a un cambio di rotta che parta dall’ascolto della vita e dalla fedeltà al Vangelo… Farsi coinvolgere vuol dire sicuramente farsi cambiare. E cambiare non è snaturare, ma servire meglio. Il nostro compito, come diceva Bachelet, è aiutare tutti i giovani ‘ad amare Dio e ad amare i fratelli’ mettendo al centro l’ascolto della vita. Farsi prossimi significa assumersi la responsabilità di non lasciare soli i giovani nel cammino verso il diventare adulti”.
Quali conseguenze ha la parola ‘noi’ nella società?
“In questo tempo su questa parola c’è bisogno di un investimento, che non significa porlo in contrapposizione con la parola ‘io’. Investire sul ‘noi’ significa, da un lato, dedicarsi ad un tempo di riflessione personale ed all’approfondimento culturale, sapendo fare un passo indietro nel confronto con la comunità. Tenendo insieme l’approfondimento culturale ed il confronto comunitario si può costruire una società, che vada oltre le polarizzazioni e riesca a riconoscere che la costruzione del bene comune è la ricerca comune del bene”.
Quali implicazioni ha nella cultura e nella fede questo pronome di prima persona plurale?
“Sempre più abbiamo bisogno di vivere esperienze comunitarie di fede, nelle quali possiamo condividere non solo dubbi ma anche esperienze di festa. Il cammino di fede non è un cammino per solitari, ma è sempre un cammino condiviso, che passa attraverso il convertirsi tramite le persone che ci pone accanto. Quindi in una società sempre più liberalista è liberante che nessuno ha verità ‘in tasca’ per risolvere i problemi del nostro tempo ed occorre, da un lato, l’approfondimento personale ed un riposo ‘contemplativo’; dall’altro, occorre far risuonare il riposo ‘contemplativo’ nella cassa di risonanza della comunità, che aiuta a trovare le armonie giuste attraverso suoni differenti, in modo da rendere il ‘mosaico’ della società interessante”.
Oggi la parola ‘comunità’ è stata sostituita dalla parola ‘comunity’: in quale modo è possibile non confondere il significato delle due parole?
“Abbiamo bisogno di comunità incarnate e non solo quelle digitali, oppure comunità all’interno delle quali abbiamo un solo pensiero. Questa è la comunity, un gruppo di persone tra uguali. La comunità, invece, permette l’ascolto delle voci differenti ed è fatta di volti e di relazioni”.
L’Azione Cattolica Italiana ha capacità di narrare la comunità?
“L’Azione Cattolica Italiana è una grande palestra di comunità, all’interno della quale si trova tante esperienze differenti e tanti cammini diversi, ma condivisi. Da sempre l’Azione Cattolica Italiana è attraente. Tutti dobbiamo crescere nella capacità di narrare meglio la bellezza di vivere in comunità. Nello stesso tempo ognuno di noi è nella comunità cristiana, perché ha incontrato una narrazione bella ed entusiasmante della comunità. Quindi l’Azione Cattolica ha la capacità di narrare”.
(Foto: Azione Cattolica Italiana)
Papa Francesco ai giovani: la speranza non delude mai
“Sono felice di incontrarvi in occasione del ventesimo anniversario di questo organismo: un traguardo che diventa occasione per continuare a impegnarsi con fiducia, prima che la gioventù se ne vada”: con queste parole oggi papa Francesco ha incontrato i membri del Consiglio Nazionale dei giovani, invitandoli a non perdere la capacità di sognare, in occasione del ventennale della fondazione.
In occasione della prossima Giornata mondiale della Gioventù diocesana il papa ha sottolineato che le parole con le quali ha indetto il Giubileo aderiscono alle rilevazioni del Consiglio, in quanto la speranza non delude: “Sentite bene questo: la speranza non delude. Mai. Con queste parole ho indetto il Giubileo Ordinario del 2025. Mi ha fatto piacere leggere dalla vostra ‘Quarta Rilevazione dell’Indice di Fiducia’ che la speranza è l’atteggiamento interiore in cui i giovani italiani oggi si riconoscono di più. Incontriamo spesso persone sfiduciate perché guardano al futuro con scetticismo e pessimismo”.
E’ stato un invito ad essere artigiani di speranza e non ‘pessimisti’: “Quelle persone dalla faccia lunga, così… il pessimismo. E’ importante dunque sapere che i giovani italiani sanno essere artigiani di speranza perché sono capaci di sognare. Per favore, non perdere la capacità di sognare: quando un giovane perde questa capacità, non dico che diventa vecchio, no, perché i vecchi sognano. Diventa un ‘pensionato della vita’. E’ molto brutto. Per favore, giovani, non siate ‘pensionati della vita’, e non lasciatevi rubare la speranza! Mai! La speranza non delude mai!”
E’ stato un invito ad affrontare le sfide della vita senza smettere di sognare: “Come sappiamo (anche dalla cronaca di questi giorni) le sfide che vi riguardano sono tante: la dignità del lavoro, la famiglia, l’istruzione, l’impegno civico, la cura del creato e le nuove tecnologie. L’aumento di atti di violenza e di autolesionismo, fino al gesto più estremo di togliersi la vita, sono segni di un disagio preoccupante e complesso. Voi sapete che, nel mondo, i suicidi giovanili non si pubblicano tutti, si nascondono. E’ un cambiamento d’epoca, una metamorfosi non solo culturale ma anche antropologica. Per questo è fondamentale un cammino educativo che coinvolga tutti”.
Ecco l’invito ad essere testimoni della vita: “C’è una bellezza che va al di là dell’apparenza: è quella di ogni uomo e ogni donna che vivono con amore la loro vocazione personale, nel servizio disinteressato alla comunità, nel lavoro generoso per la felicità della famiglia, nell’impegno gratuito per far crescere l’amicizia sociale.
Scoprire, mostrare e mettere in risalto questa bellezza significa porre le basi della solidarietà sociale e della cultura dell’incontro. Il vostro servizio disinteressato per la verità e la libertà, per la giustizia e la pace, per la famiglia e la politica è il contributo più bello e più necessario che potete offrire alle istituzioni per la costruzione di una società nuova”.
Infine il papa ha invitato loro a non temere le difficoltà della vita: “Di fronte alle sfide e alle difficoltà che potrete incontrare nel vostro lavoro, non temete! Non abbiate paura di attraversare anche i conflitti. I conflitti ci fanno crescere. Ma non dimenticate che il conflitto è come un labirinto: dal labirinto non si può uscire da soli, si esce in compagnia di un altro che ci aiuti. Primo. E dal labirinto si esce dall’alto. Lasciatevi aiutare dagli altri”.
Quindi per il papa occorre guardare in alto: “E sempre guardare in alto perché la vita non sia un giro labirintico, che uccide la gioventù. Invecchiare in un labirinto è invecchiare nei valori superficiali. E’ triste vedere un uomo o una donna, giovane, che vive la sua vita nella superficialità… Serve, nella vostra vita (anche per attraversare i conflitti) serve la pazienza di trasformarli in capacità di ascolto, di riconoscimento dell’altro, di crescita reciproca.
Provare a superare i conflitti è il segno che abbiamo puntato più in alto, più in alto dei nostri interessi particolari, per uscire dalle sabbie mobili dell’inimicizia sociale. Andate avanti nel vostro servizio: cercare, custodire e portare la voce e la speranza dei giovani italiani nelle sedi istituzionali per partecipare insieme al bene comune”.
E li ha affidati al beato Pier Giorgio Frassati: “Vi affido al Beato Pier Giorgio Frassati. Lo conoscete? Io da bambino avevo sentito parlare di lui, perché il mio papà era membro dell’Azione Cattolica. E’ un giovane come voi, che ha testimoniato con la vita la gioia del Vangelo. Vi invito a conoscerlo e imitare la sua coerenza e il suo coraggio, la sua gioia”.
Mentre ai rappresentanti delle principali istituzioni di settore nel mondo, che partecipano ad un incontro internazionale promosso dalla Biblioteca Apostolica Vaticana papa Francesco ha chiesto la cura della cultura: “Molte istituzioni culturali si trovano così indifese davanti alla violenza delle guerre e della depredazione. Quante volte è già successo in passato! Impegniamoci perché non succeda più: allo scontro di civiltà, al colonialismo ideologico e alla cancellazione della memoria rispondiamo con la cura della cultura.
Sarebbe grave che, oltre alle tante barriere tra gli Stati, si innalzassero anche muri virtuali. A tale riguardo, voi bibliotecari avete un ruolo importante, oltre che per la difesa del patrimonio storico, anche per la promozione della conoscenza. Vi incoraggio a continuare a lavorare affinché le vostre istituzioni siano luoghi di pace, oasi di incontro e di libera discussione”.
Ed ecco i quattro criteri consegnati dal papa: “Il primo criterio: che il tempo sia superiore allo spazio. Voi custodite giacimenti immensi di sapere: possano diventare luoghi in cui sia dato il tempo di riflettere, aprendosi alla dimensione spirituale e trascendente. E così possiate favorire studi a lunga scadenza, senza l’ossessione dei risultati immediati, favorendo nel silenzio e nella meditazione la crescita di un nuovo umanesimo.
Secondo criterio: l’unità prevalga sul conflitto. La ricerca accademica suscita inevitabilmente momenti di controversia, che vanno svolti all’interno di un dibattito serio, per non giungere alla prevaricazione. Le biblioteche devono essere aperte a tutti gli ambiti di conoscenza, testimoniando una comunione d’intenti tra differenti prospettive.
Terzo criterio: che la realtà sia più importante dell’idea. E’ bene che la concretezza delle scelte e l’attenzione alla realtà crescano a stretto contatto con l’approccio critico e speculativo, per evitare ogni falsa opposizione tra pensiero ed esperienza, tra fatti e principi, tra prassi e teoria. C’è un primato della realtà che la riflessione deve sempre onorare, se vuole cercare sinceramente la verità.
E quarto criterio: che il tutto sia superiore alla parte. Siamo chiamati ad armonizzare la tensione tra locale e globale, ricordando che nessuno è un individuo isolato, ma ognuno è una persona che vive di legami e reti sociali, cui partecipare con responsabilità”.
Mentre nell’incontro con i seminaristi di Pamplona e San Sebastian il papa ha sottolineato che “il seminario non è una prigione, è un luogo dove imparare che un sacerdote è un uomo, un essere umano che vuole redimere, come il vostro arcivescovo mercedario, un redentore di prigionieri; perché un sacerdote non può essere altro che un’immagine viva di Gesù, il Redentore con la R maiuscola”.
E’ stato un invito ad andare nelle carceri: “Questo significa molte cose, ma una molto precisa è che dobbiamo scendere nelle carceri; certamente nelle carceri governative, per offrire a quanti vi sono reclusi l’olio della consolazione e il vino della speranza, ma anche in tutte quelle carceri che rinchiudono uomini e donne della nostra società: le prigioni ideologiche, quelle morali, quelle che creano lo sfruttamento, lo sconforto, l’ignoranza e la dimenticanza di Dio”.
(Foto: Santa Sede)
Papa Francesco agli artigiani: il bene ha bisogno di talenti
Ricevendo oggi in udienza circa 300 rappresentanti della Confederazione Nazionale dell’Artigianato e della piccola e media impresa italiana, papa Francesco ha sottolineato il valore del lavoro artigianali, esortandoli a mettere a disposizione per la promozione del bene comune la loro creatività:
“L’artigianato mi è molto caro perché esprime bene il valore del lavoro umano. Quando creiamo con le nostre mani, nello stesso tempo attiviamo la testa e i piedi: il fare è sempre frutto di un pensiero e di un movimento verso gli altri. L’artigianato è un elogio alla creatività; infatti, l’artigiano deve saper scorgere nella materia inerte una forma particolare che altri non sanno riconoscere. E questo vi rende collaboratori dell’opera creatrice di Dio. Abbiamo bisogno del vostro talento per ridare senso all’attività umana e per metterla al servizio di progetti di promozione del bene comune”.
E’ stato un esplicito riferimento alla parabola evangelica dei talenti: “Un padrone consegna a tre servi dei talenti da far fruttare. Quello che ne ha ricevuti cinque si dimostra intraprendente e ne guadagna altri cinque. Quello che ne ha ricevuti due fa altrettanto e ne procura altri due. Entrambi vengono lodati dal padrone allo stesso modo. Non conta la quantità, ma l’impegno di far fruttare i doni ricevuti. Proprio ciò che manca al terzo servo, che per paura e per pigrizia nasconde il suo talento sottoterra. Ha rinunciato all’intraprendenza perché non ha coltivato un rapporto di fiducia verso il suo padrone, verso la vita e verso gli altri, un rapporto di fiducia con gli altri”.
Tale parabola è un invito ad abbandonare il timore di non essere capace e di avere fiducia: “Questa parabola è un inno alla fiducia in Dio, e un invito a una sana, positiva ‘complicità’ con Dio, che ci rende partecipi dei suoi beni e conta su di noi, conta sulla nostra responsabilità. Se nella vita si vuole crescere occorre abbandonare la paura e avere fiducia. A volte, specialmente quando aumentano le difficoltà, siamo tentati di pensare che il Signore sia un arbitro o un controllore implacabile più che Colui che ci incoraggia a prendere in mano la vita”.
Però tale fiducia ha necessità di uno sguardo di fede, che si concretizza nella storia di ciascuno: “Ma il Vangelo ci chiama sempre ad avere uno sguardo di fede; a non pensare che ciò che realizziamo sia frutto solo delle nostre capacità o dei nostri meriti. E’ frutto anche della storia di ognuno di noi, è frutto di tanta gente che ci ha insegnato ad andare avanti nella vita, incominciando dai genitori.
Il lavoro che faccio è frutto di una storia, che ci ha resi capaci di fare questo. Anche voi, se vi appassionate al vostro lavoro, e se qualche volta giustamente vi lamentate perché non è adeguatamente riconosciuto, è perché siete consapevoli del valore di ciò che Dio ha posto nelle vostre mani, non solo per voi ma per tutti”.
E la paura si esorcizza attraverso la partecipazione ad un progetto: “Tutti abbiamo bisogno di mettere da parte la paura che paralizza e distrugge la creatività. Possiamo farlo anche nel modo di vivere il lavoro quotidiano, sentendoci partecipi di un grande progetto di Dio, capace di sorprenderci con i suoi doni. Dietro alle nostre ricchezze non c’è solo bravura, ma anche una Provvidenza che ci prende per mano e ci conduce. Il lavoro artigianale può esprimere bene tutto questo, se è accompagnato giorno per giorno dalla consapevolezza che Dio non ci abbandona mai, che siamo capolavori delle sue mani, e per questo siamo capaci di realizzare opere originali”.
Da qui l’invito del papa ad ‘abbellire’ il mondo per costruire la pace: “Vorrei elogiare il vostro lavoro anche perché abbellisce il mondo. Noi viviamo tempi di guerra, di violenze; dappertutto le notizie sono così e sembrano farci perdere la fiducia nelle capacità dell’essere umano, lo sguardo alle vostre attività ci consola e ci dà speranza. Abbellire il mondo è costruire pace. Mi ha detto un economista che gli investimenti che danno più reddito oggi, in Italia, sono le fabbriche delle armi”. Quindi il papa ha incoraggiato gli artigiani ad essere costruttori di pace, come ha scritto nell’enciclica ‘Fratelli tutti’: “Questo non abbellisce il mondo, è brutto. Se tu vuoi guadagnare di più devi investire per uccidere. Pensiamo a questo. Non dimenticate: abbellire il mondo è costruire pace. L’enciclica, ‘Fratelli tutti’, ha definito i costruttori di pace come artigiani capaci di avviare processi di ripresa e di incontro con ingegno e audacia. Lo stesso ingegno e la stessa audacia che voi usate per realizzare le tante opere destinate ad arricchire il mondo”.
Ha concluso l’incontro esortandoli a mettere i loro ‘talenti’ a servizio del bene comune: “E Dio chiama tutti gli uomini e le donne a lavorare in modo artigianale, come Lui, lavorare a quel progetto di pace che Lui ha. Per questo Egli distribuisce in abbondanza i suoi talenti, perché siano messi al servizio della vita e non sotterrati nella sterilità della morte e della distruzione, come fanno le guerre, fomentate dal nemico di Dio.
Cari amici, grazie per quello che sapete realizzare attraverso il vostro lavoro; e grazie anche per l’impegno sociale: anche questo è un lavoro che richiede pazienza e progettualità! San Giuseppe artigiano vi ispiri sempre a vivere il lavoro con creatività e passione”.
(Foto: Santa Sede)
La visita dei Missionari del Preziosissimo Sangue e delle Adoratrici del Sangue di Cristo nelle Parrocchie San Gaspare del Bufalo e SS. Corpo e Sangue di Cristo a Roma
In occasione della prossima beatificazione di don Giovanni Merlini, Missionario del Preziosissimo Sangue e III Moderatore Generale dell’Istituto, che avrà luogo il 12 gennaio 2025 alle ore 11:00 presso l’Arcibasilica Papale San Giovanni in Laterano, a Roma, il Centro per l’Evangelizzazione e l’Ufficio di Pastorale Giovanile e Vocazionale stanno visitando le molteplici comunità dei Missionari, sparse sul territorio nazionale, per incontrare i tanti fedeli e sensibilizzarli a questo grande evento.
Don Giovanni Francilia, vice provinciale della Congregazione dei Missionari del Preziosissimo Sangue e Presidente della Commissione per la Beatificazione, afferma che «la beatificazione di don Giovanni Merlini è senza dubbio un grande dono per la Chiesa e, in modo particolare, per noi che viviamo la spiritualità del Preziosissimo Sangue. Merlini diventa per la Chiesa un nuovo intercessore, un punto di riferimento nel nostro cammino di fede, un modello di imitazione di Cristo che ci aiuta a percorrere la via del Vangelo sulle orme di coloro che hanno compiuto lo stesso itinerario prima di noi.
Per la nostra Congregazione, questo è un momento di crescita: avere un nuovo beato rafforza la testimonianza di un carisma che il Signore ha suscitato nella Chiesa attraverso San Gaspare del Bufalo e che è stato poi sostenuto da Santa Maria De Mattias, con l’ausilio appunto del suo padre spirituale, don Giovanni Merlini.
Queste figure ci ricordano che il traguardo della santità è possibile; sapere che loro lo hanno raggiunto ci incoraggia a seguirne l’esempio. Merlini è stato un uomo che si è lasciato trasformare in uno strumento nelle mani di Dio, dispensando riconciliazione, misericordia e pace, non solo nella profondità dell’anima umana, ma anche tra le persone e i popoli.
Con la sua saggezza lungimirante, è stato capace di scorgere la bellezza e la grandezza della volontà di Dio nell’altro. Conoscere Merlini e apprezzarne il carisma, ci sprona a imitarne la disponibilità a fare sempre e soltanto la volontà di Dio, ci insegna a essere osservatori attenti e scrupolosi, capaci di discernere, al momento opportuno, le decisioni da prendere sotto la guida dello Spirito».
Sr. Nicla Spezzati, Adoratrice del Sangue di Cristo e Postulatrice della Causa, evidenzia che «fedeli all’unica carismaticità delle origini che li vede segnati in modo speciale dalla contemplazione e dall’annuncio del Mistero della Redenzione, nel segno del Sangue della Nuova ed eterna Alleanza, i Missionari del Preziosissimo Sangue e le Adoratrici del Sangue di Cristo hanno iniziato insieme il cammino dell’Annunzio di Grazia, in cui rendono partecipe i Pastori della Chiesa e il popolo di Dio della Beatificazione di don Giovanni Merlini. Questo itinerario li vedrà pellegrini per le strade d’Italia e, in modo in particolare, da venerdì 15 a domenica 17 novembre presso le Parrocchie San Gaspare del Bufalo e SS. Corpo e Sangue di Cristo a Roma».
Nella Parrocchia San Gaspare del Bufalo, venerdì 15 novembre, dalle ore 9:30 alle ore 18:30, si terrà l’Adorazione eucaristica al Corpo e Sangue di Cristo, con possibilità di colloqui e confessioni. Alle ore 18:30 seguirà la Santa Messa e alle 19:30, nella stessa chiesa, è previsto un incontro aperto a tutti, intitolato: «Don Giovanni Merlini…una vita riuscita».
Sabato 16 novembre ci sarà la visita agli ammalati, dalle ore 9:00 alle ore 12:30 e dalle ore 16:30 alle ore 18:00. Alle ore 10:00 sarà celebrata una messa presso la clinica “Nuova Latina”, rivolta ai pazienti e agli operatori sanitari. Domenica 17 novembre, alle ore 19:00, si terrà la Santa Messa, seguita da una Veglia Eucaristica. Nella Parrocchia SS. Corpo e Sangue di Cristo, invece, venerdì 15 novembre alle ore 21:00 è previsto un incontro in chiesa aperto a tutti, dal titolo «Don Giovanni Merlini…una vita riuscita».
Sabato 16 novembre, la mattinata, dalle ore 9:00 alle ore 12:30, sarà dedicata alla visita agli ammalati. Nel pomeriggio, alle ore 16:00, si terrà un incontro con i ragazzi del catechismo della prima comunione, mentre alle ore 17:00 sarà il turno dei ragazzi della cresima. Alle ore 18:00 seguirà la Santa Messa prefestiva, e alle ore 21:00 la giornata si concluderà con una Veglia Eucaristica. Domenica 17 novembre, infine, la celebrazione della Santa Messa avrà luogo alle ore 11:00.
Papa Francesco: i martiri sono i testimoni della bellezza di Dio
Sono state tante le storie di martiri emerse nel convegno organizzato dal Dicastero delle Cause dei Santi sul tema ‘Non c’è amore più grande. Martirio e offerta della vita’, che, iniziato lunedì 11 novembre, all’Istituto Patristico Augustinianum a Roma, si è concluso oggi con l’udienza da papa Francesco. Le conclusioni, ieri pomeriggio, del prefetto del dicastero, il card. Marcello Semeraro, hanno evidenziato che ‘i martiri non sono stati e non sono degli eroi insensibili alla paura, all’angoscia, al panico, al terrore, al dolore fisico e psichico’. Infine il cardinale ha sottolineato che dalle relazioni è emerso che “il numero dei martiri cristiani non corrisponde affatto a quelli beatificati o canonizzati, ma c’è, al contrario, un intero, grande popolo di martiri”.
Nell’udienza papa Francesco ha evidenziato il tema del seminario di studio: “Esso aveva come Parola-guida quella di Gesù nel Vangelo di Giovanni: ‘Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici’. E per beatificare un martire non ci vuole il miracolo. Il martirio è sufficiente… così risparmiamo un po’ tempo… e carte e soldi. E questo dare la vita per i propri amici, è una Parola che infonde sempre conforto e speranza. Infatti, nella sera dell’Ultima Cena il Signore parla del dono di sé che si sarebbe consumato sulla croce. Soltanto l’amore può dare ragione della croce: un amore così grande che si è fatto carico di ogni peccato e lo perdona, entra nella nostra sofferenza e ci dà la forza di sopportarla, entra anche nella morte per vincerla e salvarci. Nella Croce di Cristo c’è tutto l’amore di Dio, c’è la sua immensa misericordia”.
Quindi la santità ha bisogno dell’amore di Dio, come è sottolineato nella Costituzione dogmatica ‘Lumen gentium): “Per essere santi non occorre soltanto lo sforzo umano o l’impegno personale di sacrificio e di rinuncia. Prima di tutto bisogna lasciarsi trasformare dalla potenza dell’amore di Dio, che è più grande di noi e ci rende capaci di amare anche al di là di quanto pensavamo di essere capaci di fare.
Non a caso il Vaticano II, a proposito della vocazione universale alla santità, parla di ‘pienezza della vita cristiana’ e di ‘perfezione della carità’, in grado di promuovere ‘nella stessa società terrena un tenore di vita più umano’. Questa prospettiva illumina anche il vostro lavoro per le cause dei santi, un servizio prezioso che offre la Chiesa, affinché non le venga mai meno il segno della santità vissuta e sempre attuale”.
Ed ha sottolineato alcuni temi emersi dal convegno: “Durante il Convegno avete riflettuto su due forme della santità canonizzata: quella del martirio e quella dell’offerta della vita. Fin dall’antichità i credenti in Gesù hanno tenuto in grande considerazione coloro che avevano pagato di persona, con la vita stessa, il loro amore a Cristo e alla Chiesa. Facevano dei loro sepolcri dei luoghi di culto e di preghiera. Si trovavano insieme, nel giorno della loro nascita al cielo, per rinsaldare i legami di una fraternità che in Cristo Risorto oltrepassa i limiti della morte, per quanto cruenta e sofferta”.
Il martire è colui che segue Gesù, che va bel aldilà della propria confessione religiosa: “Nel martire si trovano i lineamenti del perfetto discepolo, che ha imitato Cristo nel rinnegare sé stesso e prendere la propria croce e, trasformato dalla sua carità, ha mostrato a tutti la potenza salvifica della sua Croce. Mi viene in mente il martirio di quei bravi libici ortodossi: morivano dicendo: ‘Gesù’. ‘Ma padre, erano ortodossi!’ Erano cristiani. Sono martiri e la Chiesa li venera come propri martire… Con il martirio c’è uguaglianza. Lo stesso succede in Uganda con i martiri anglicani. Sono martiri! E la Chiesa li prende come martiri”.
Ed ecco gli elementi che determinano il martirio: “Nell’ambito delle cause dei santi, il sentire comune della Chiesa ha definito tre elementi fondamentali del martirio, che restano sempre validi. Il martire è un cristiano che (primo) pur di non rinnegare la propria fede, subisce consapevolmente una morte violenta e prematura. Anche un cristiano non battezzato, che è cristiano nel cuore, confessa Gesù Cristo con il Battesimo del sangue. Secondo: l’uccisione è perpetrata da un persecutore, mosso dall’odio contro la fede o un’altra virtù ad essa connessa; e terzo: la vittima assume un atteggiamento inatteso di carità, pazienza, mitezza, a imitazione di Gesù crocifisso. Ciò che cambia, nelle diverse epoche, non è il concetto di martirio, ma le modalità concrete con cui, in un determinato contesto storico, esso avviene”.
Infine ha ribadito della commissione ‘Nuovi Martiri – Testimoni della Fede’ in occasione dell’anno giubilare: “Poiché si trattava di definire una nuova via per le cause di beatificazione e canonizzazione, stabilivo che dovesse esserci un nesso fra l’offerta della vita e la morte prematura, che il Servo di Dio avesse esercitato almeno in grado ordinario le virtù cristiane e che, soprattutto dopo la sua morte, fosse circondato da fama di santità e fama di segni.
Ciò che contraddistingue l’offerta della vita, nella quale manca la figura del persecutore, è l’esistenza di una condizione esterna, oggettivamente valutabile, nella quale il discepolo di Cristo si è posto liberamente e che porta alla morte. Anche nella straordinaria testimonianza di questa tipologia di santità risplende la bellezza della vita cristiana, che sa farsi dono senza misura, come Gesù sulla croce”.
(Foto: Santa Sede)
Il priore della Provincia d’Italia degli Agostiniani: il Perdono è un ‘giubileo’
Nel mese di settembre a Tolentino si è festeggiato san Nicola ed il sabato successivo alla festa del Santo chi si reca nel Cappellone del Santuario può ‘prendere’ l’indulgenza plenaria concessa da papa Bonifacio IX con la Bolla papale ‘Splendor paternae gloriae’ del 1 gennaio 1390, come è riportato dalle cronache di Gaetano Moroni nel ‘Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica: da S. Pietro sino ai nostri giorni’, edito nel 1856:
“Bonifacio IX con una bolla, concesse l’indulgenza plenaria nella domenica dentro l’ottava della festa del santo (dunque si celebrava prima della canonizzazione di Eugenio IV), indulgenza che veniva anche accordata a chi visitava la Porziuncola, onore confermato anche da altri Papi”.
Ad ‘aprire’ questa ‘festa’ del Perdono è stato il priore della Provincia d’Italia degli Agostiniani (comprendente anche la comunità di ‘Bratia Augustiniani’ a Košice in Slovacchia, ed il Vicariato di Apurìmac in Perù con la parrocchia di santa Rita a Cusco, la parrocchia del Señor de la Exaltación a Chuquibambilla e la parrocchia Virgen Asunta a Tambobamba), p. Gabriele Pedicino, già tesoriere e priore della Basilica di san Nicola da Tolentino, che ha raccontato il perdono come un ‘giubileo’:
“Il perdono è una festa, perché è un incontro con la vita e con la Grazia,che profondamente ci rinnova. Ci rendiamo conto che quando viviamo nella condizione del peccato, cioè quando il peccato prende la nostra vita, ci troviamo anche in una situazione di morte, cioè di rottura dei nostri rapporti con Dio, ma anche con i fratelli.
Allora il perdono di Dio interviene a restituire la vita, cioè a restituire un rapporto di comunione tra noi, Dio ed i fratelli. San Nicola da Tolentino è proprio questo apostolo del perdono; colui che ha fatto della riconciliazione del sacramento della misericordia il segno della vita che vince la morte”.
P. Pedicino ha descritto il motivo per cui san Nicola ha ottenuto dal papa la facoltà di dare il perdono: “La ragione è dovuta all’apparizione che san Nicola ebbe nel convento di Valmanente, situato tra Fano e Pesaro, dove assistette alla visione del Purgatorio, che è una valle con le anime sofferenti, in cui un frate agostiniano, frà Pellegrino, gli chiede preghiere per le anime che soffrono nel Purgatorio.
San Nicola rimane così colpito da tanta sofferenza, che decide per sette giorni di alzarsi nella notte in preghiera, di digiunare e di offrire la Santa Messa per queste anime del Purgatorio. Al settimo giorno, come è raccontato in basilica nel quadro si vede che, celebrando la messa, san Nicola osserva che un Angelo porta l’anima di frà Pellegrino in Paradiso”.
Per sant’Agostino in cosa consisteva la remissione dei peccati?
“Per sant’Agostino la remissione dei peccati è proprio l’incontro con la Grazia di Dio, che ci viene data attraverso la croce di Gesù Cristo. Sant’Agostino ha vissuto per un lungo periodo della sua giovinezza proprio in una condizione di miseria, come dice lui, a causa del rifiuto di Dio. Ma la sua miseria, ad un certo punto, è toccata e raggiunta dalla misericordia di Dio. Noi possiamo pensare così la festa del perdono, anche questo di san Nicola, con questo insegnamento di sant’Agostino: un incontro tra la misericordia di Dio e la miseria dell’uomo. Queste due parole (misericordia e miseria) sono ‘imparentate’: l’uomo riconosce che ha bisogno di Dio nella sua vita e Dio interviene a colmare questo vuoto, donandogli la vita ed un’occasione di riscatto”
Quale messaggio di sant’Agostino può essere valido per la vita di oggi?
“Tanto della vita del nostro santo padre Agostino e dei suoi insegnamenti parla all’uomo contemporaneo. L’inquietudine e l’essere mendicanti della verità, l’amore per la comunione, ma soprattutto l’esortazione ad essere innamorati della Bellezza spirituale, credo che possa essere l’antidoto dall’edonismo, dalla superficialità e la mancanza di senso che albergano nel cuore dell’uomo e dalle quali può essere liberato solo dall’incontro con questa Bellezza sempre antica e sempre nuova”.
In quale modo è possibile attrarre i giovani a Cristo?
“Attrarre a Cristo è il compito di ogni cristiano e di ogni comunità, quindi per noi deve essere un cruccio costante quello di rendere attraente, vero, puro il vangelo e bella la nostra vita di fraternità perché chi ci incontra trovi uomini e donne risolti. Attrarre i giovani oggi alla vita ecclesiale e all’incontro con Gesù è possibile se riusciamo come singoli e come Chiesa a far sorgere la domanda: qual è l’amore che li rende gioiosi, che li sostiene, che gli da questa vitalità? E dopo la domanda preoccuparci di far trovare comunità ecclesiali pronte a dare ragione della speranza che è in noi!”
Come viveva la città san Nicola?
“San Nicola, un uomo di Dio e del prossimo, ha speso la sua esistenza nella preghiera e nella penitenza che poi si traducevano in attenzione ai malati, che visitava ogni giorno, ed ai poveri che in lui trovavano sempre un rifugio sicuro. ‘Angelo del conforto’, passava molte ore al confessionale ed a placare conflitti e contrasti tra le famiglie, conosciuto dalla Chiesa universale anche come intercessore per le Anime del Purgatorio”.
Allora, san Nicola può essere un insegnamento per la nostra vita?
“San Nicola è rappresentato con un sole che arde, posto sul petto: è un astro che brucia o che splende per la carità. La carità di Nicola è ciò che lo proietta continuamente verso i più deboli, diffonde l’amore che Dio ha riversato nel suo cuore, diventa esempio di santità e di grazia, ‘insegna al popolo a vincere i vizi e il peccato’.
Suor Botindari: a Roma la ‘Notte dei Santi’ con il beato Acutis
Oggi al Santuario del Divino Amore di Roma si svolgerà la prima edizione della ‘Notte dei Santi’, un’iniziativa serale e notturna proposta ai ragazzi e i giovani della diocesi di Roma con l’obiettivo di stare bene insieme, non solo divertendosi, ma riflettendo sulla bellezza della santità. La celebrazione eucaristica sarà presieduta dal card. Enrico Feroci, rettore del Santuario del Divino Amore, e da mons. Dario Gervasi, vescovo ausiliare del Settore Sud della diocesi di Roma.
A suor Vincenzina Botindari, francescana missionaria del Cuore Immacolato di Maria, chiediamo il motivo, per cui la Chiesa festeggia tutti i Santi: “La festa di tutti i santi viene celebrata perché i fedeli abbiano dei forti punti di riferimento per ridare senso al cammino di fede, che verte verso la vita eterna. I santi sono testimoni di un incontro fatto, vissuto e portato a compimento. Sono l’immagine di quello che Dio realizza per la sua Chiesa: l’alpha e l’omega (inizio e fine)
Loro stessi, i santi, hanno camminato come noi sulle strade di questo mondo, spesso li scopriamo uomini fragili capaci di ridere o piangere, ma sempre orientati verso l’unico bene: Dio, il paradiso e tutto ciò che richiama la vita eterna. In questo caso possiamo pensare a san Filippo Neri, che spingeva i giovani attraverso la loro innocenza verso Dio. Sicuramente in lui non c’era nulla di costruito o programmato, ma aveva una piena fiducia nella provvidenza intesa come nutrimento dell’anima e del corpo. Fra poco inizia il Giubileo; ecco i santi ci mostrano questa lampada della speranza: non abbiate paura, continuate a camminare”.
Perché il beato Carlo Acutis è al centro di questo momento di preghiera?
“L’evento della ‘notte dei santi’ che si terra al Santuario del Divino Amore, che per i romani ha un significato particolare, grazie all’invito del rettore mons. Enrico Feroci: giovedì 31 ottobre alle ore 21.00 propone un altro testimone molto più recente, che è il beato Carlo Acutis. Un testimone della fede molto più vicino ai giovani e alla loro quotidianità. Cosa testimonia oggi Carlo Acutis ai giovani? Sicuramente che Dio e in quel quotidiano semplice fatto di scuola, studio, sport o attività digitali come tanti dei nostri ragazzi. Penserai e dov’è la straordinarietà di questo ragazzo? Aver fatto spazio a Dio, si è fidato di Lui a tal punto da far diventare Gesù il suo punto fermo. La straordinarietà di Carlo la vedremo solo dopo la sua morte, e non sono i miracoli che sta concedendo a molti, ma aver riportato molti allo Straordinario”.
In quale modo è possibile raccontare la santità ai giovani?
“La Chiesa cattolica oggi ha avviato diversi processi di trasmissione della fede vogliamo parlarne di alcuni. Abbiamo già detto che i santi ci indicano da sé la via da seguire con la loro stessa vita, sono in effetti testimoni credibili, che smuovono anche le coscienze, pensiamo al beato Pino Puglisi, ma andiamo avanti.
Una delle nuove vie di comunicazione della fede è sicuramente la musica, che conserva da sempre nella storia un grande potere educativo per comunicare non solo la poesia dell’amore, ma già da qualche decennio essa è uno dei canali per veicolare la fede e il messaggio della Chiesa Cattolica”.
Perché parlare dei santi ai giovani?
“Parlare dei santi è una necessità, in quanto è un racconto della vita eterna. Parlare dei santi è un ‘servizio’, che racconta l’annuncio di una santità nel quotidiano. Avremo una ‘presenza’ del beato Carlo Acutis, perché la diocesi di Assisi ci ha concesso le reliquie del cuore del beato. Questo sarà un momento speciale, perché in un momento in cui sembra quasi che la fede abbia un momento di ‘calo’, in realtà ci sono i giovani che diventano santi. Sembra un’utopia raggiungere la santità, ma il beato Acutis lo ha fatto senza grandi manifestazioni esteriori; semplicemente ha incontrato Dio ed ha compreso che la sua quotidianità doveva essere intessuta di questa presenza”.
Come si svolge questa serata?
La notte dei santi che si svolge giovedì 31 ottobre al Divino Amore utilizzerà questi canali: la catechesi di don Fabio Rosini sulla Santità; la testimonianza portata da p. Marco Gaballo parroco del Santuario della Spoliazione in Assisi; la christian music delle band del Kantiere Kairos e di Lorenzo Belluscio/music&faith e Marco Mammoli, che per anni ci ha fatto cantare l’inno della giornata mondiale della gioventù del 2000 tenutasi a Roma; l’arte degli artisti per Dio nella persona di Erika Fossati che donerà alla notte dei santi i volti della santità. Con collaborazioniimportanti per testimoniare come comunità la fede ai nostri ragazzi: il Vicariato di Roma attraverso l’ufficio di pastorale giovanile nella persona di don Alfredo Tedesco direttore dello stesso ufficio; Centro Diocesano missionario nella persona del direttore, p. Giulio Albanese affinchè i giovani possano riconoscersi missionari in cammino verso la santità; OFS LAZIO ed infine i canti del maestro Ambrogio Sparagna. Non possiamo dimenticare la preziosa collaborazione dei Francesclaun, giullari di Dio, che animeranno la notte dei santi dei più piccoli per far conoscere e sperimentare anche a loro la gioia dei santi”.
Ed Halloween?
“Ce ne siamo completamente disinteressati, abbiamo l’urgenza di comunicare la fede ai nostri ragazzi!”
(Tratto da Aci Stampa)




























