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Papa Leone XIV: con il pane c’è perdono
“Il Vangelo che abbiamo ascoltato è parola di salvezza per tutta l’umanità. In ogni luogo viene oggi proclamata questa Buona Notizia, che per la Chiesa in Camerun risuona come annuncio provvidenziale dell’amore di Dio e della nostra comunione. La testimonianza dell’apostolo Giovanni ci racconta infatti di una grande folla, come siamo noi adesso, qui. Per tutta quella gente, però, c’è pochissimo cibo: solo ‘cinque pani d’orzo e due pesci’. Osservando questa sproporzione, Gesù oggi chiede a noi, come allora chiese ai suoi discepoli: in che modo risolvete questo problema? Vedete quanta gente affamata, oppressa dalla fatica. Che cosa fate?”: ha domandato papa Leone XIV ai 120.000 fedeli radunati nello stadio a Douala.
Non ha usato tante parole per dire che il Vangelo interroga tutti: “Questa domanda è rivolta a ciascuno di noi: è rivolta ai padri e alle madri che custodiscono le loro famiglie. E’ rivolta ai pastori della Chiesa, che vegliano sul gregge del Signore. E’ rivolta a quanti hanno la responsabilità sociale e politica di guardare al popolo e al suo bene. Cristo rivolge questa domanda ai potenti e ai deboli, ai ricchi e ai poveri, ai giovani e agli anziani, perché tutti abbiamo fame allo stesso modo. Questa indigenza ci ricorda che siamo creature. Abbiamo bisogno di mangiare per vivere. Non siamo Dio: ma appunto, dov’è Dio davanti alla fame della gente?”
Domande che non attendono risposte, ma azioni come quella di Gesù, che benedice, davanti a 5.000 persone: “Un grave problema viene risolto benedicendo quel poco cibo che c’è e dividendolo per tutti quelli che hanno fame. La moltiplicazione dei pani e dei pesci accade nella condivisione: ecco il miracolo! C’è pane per tutti se a tutti lo si dona. C’è pane per tutti se viene preso non con una mano che afferra, ma con una mano che dona. Osserviamo bene il gesto di Gesù: quando il Figlio di Dio prende il pane e i pesci, anzitutto rende grazie. E’ riconoscente al Padre per un bene che diventa dono e benedizione per tutto il popolo”.
Attraverso la benedizione Gesù cambia la logica mondana: “Così facendo, il cibo abbonda: non viene razionato per emergenza, non viene rubato per contesa, non viene sprecato da chi si ingozza davanti a quanti non hanno nulla da mangiare. Passando dalle mani di Cristo a quelle dei suoi discepoli, il cibo aumenta per tutti, anzi, sovrabbonda. Ammirata per ciò che Gesù ha fatto, la gente esclama: ‘Questi è davvero il profeta!’, cioè colui che parla a nome di Dio, il Verbo dell’Onnipotente. Ed è vero, ma Gesù non usa queste parole in vista di un successo personale: non vuole diventare re, perché è venuto per servire con amore, non per dominare”.
Il miracolo consiste nel segno di cura del corpo e dell’anima: “Il miracolo che ha compiuto è segno di questo amore: ci fa vedere non solo come Dio nutre l’umanità con il pane della vita, ma come noi possiamo portare questo cibo a tutti gli uomini e le donne che hanno fame di pace, di libertà, di giustizia come noi. Ogni gesto di solidarietà e perdono, ogni iniziativa di bene è un boccone di pane per l’umanità bisognosa di cura. E tuttavia questo non basta. Al cibo che alimenta il corpo occorre infatti unire con uguale carità il nutrimento dell’anima, che alimenta la nostra coscienza, che ci sostiene nell’ora buia della paura, tra le tenebre della sofferenza. Questo cibo è Cristo, che sempre nutre in abbondanza la sua Chiesa e ci rafforza nel cammino con il suo Corpo”.
L’eucarestia trasforma il mondo, perché è un invito per tutti alla mensa: “Sorelle e fratelli, l’Eucaristia che stiamo celebrando diventa perciò sorgente di una fede rinnovata, perché Gesù è presente in mezzo a noi. Il Sacramento non ravviva un ricordo lontano nel tempo, ma realizza una ‘com-pagnia’ che ci trasforma, perché ci santifica. Beati gli invitati alla cena del Signore! Attorno all’Eucaristia, questa stessa mensa diventa annuncio di speranza nelle prove della storia e nelle ingiustizie che vediamo attorno a noi. Diventa segno della carità di Dio, che in Cristo ci invita a condividere quel che abbiamo, affinché sia moltiplicato nella fraternità ecclesiale”.
Attraverso il pane Gesù impegna ciascuno all’azione: “Il Signore abbraccia il cielo e la terra, conosce il nostro cuore e tutte le situazioni, lieti o tristi, che sperimentiamo. Facendosi uomo per salvarci, Egli ha voluto condividere i bisogni dell’umanità, a partire da quelli più semplici e quotidiani. La fame rivela allora non solo la nostra indigenza ma soprattutto il suo amore: ricordiamolo ogni volta che incrociamo lo sguardo con il fratello e la sorella che manca del necessario. Quegli occhi, infatti, ci ripetono la domanda posta da Gesù ai suoi discepoli: che fate per tutta questa gente? Certo, essere testimoni di Cristo, imitando i suoi gesti d’amore, comporta spesso difficoltà e ostacoli, sia fuori che dentro di noi, dove l’orgoglio può corrompere il cuore”.
E’ un invito speciale ai giovani: “Carissimi giovani, rivolgo soprattutto a voi questo invito, perché siete i figli amati della terra d’Africa! Come fratelli e sorelle di Gesù, moltiplicate i vostri talenti con la fede, la tenacia, l’amicizia che vi animano. Siate voi per primi i volti e le mani che portano al prossimo il pane della vita: cibo di sapienza e di riscatto da tutto ciò che non ci nutre, ma anzi confonde i nostri buoni desideri e ci ruba dignità”.
Soprattutto a non lasciare spazio alle illusioni: “Anche nel vostro Paese così fecondo, il Camerun, molti sperimentano la povertà, sia quella materiale sia quella spirituale. Non cedete alla sfiducia e allo scoraggiamento; rifiutate ogni forma di sopruso e di violenza, che illudono promettendo guadagni facili ma induriscono il cuore e lo rendono insensibile. Non dimenticate che il vostro popolo è ancora più ricco di questa terra, perché il suo tesoro sono i suoi valori: la fede, la famiglia, l’ospitalità, il lavoro. Siate dunque protagonisti del futuro, seguendo la vocazione che Dio dona a ciascuno, senza lasciarvi comprare da tentazioni che sperperano le energie e non servono al progresso della società”.
Un invito ad imitare le gesta del beato Chui: “Sì, il Signore libera dal peccato e dalla morte. Annunciare con costanza questo Vangelo è la missione di ogni cristiano: è la missione che affido specialmente a voi giovani e a tutta la Chiesa che vive in Camerun. Diventate la buona notizia per il vostro Paese, come lo è, ad esempio, il beato Floribert Bwana Chui per il popolo congolese”.
Ed ha concluso l’omelia ad annunciare la resurrezione di Gesù con gesti concreti: “Fratelli e sorelle, insegnare vuol dire lasciare il segno, come fa il contadino con l’aratro nel campo, affinché ciò che semina porti frutto. E’ così che l’annuncio cristiano cambia la nostra storia, trasformando le menti e i cuori. Annunciare Gesù Risorto significa tracciare segni di giustizia in una terra sofferente e oppressa, segni di pace tra rivalità e corruzioni, segni di fede che ci liberano dalla superstizione e dall’indifferenza. Con questo Vangelo nel cuore, tra poco condivideremo il Pane eucaristico, che ci sazia per la vita eterna. Con fede gioiosa, chiediamo al Signore di moltiplicare tra noi il suo dono, per il bene di tutti”.
(Foto: Santa Sede)
Papa Leone XIV chiede di testimoniare il perdono
“Il suo esempio di mitezza, di coraggio e di perdono accompagni quanti si impegnano nelle situazioni di conflitto per promuovere il dialogo, la riconciliazione e la pace”: questo, al termine della recita dell’Angelus odierno, è l’augurio di papa Leone XIV con l’invito per i cristiani ad essere segno di riconciliazione contro la logica del mondo, che inneggia alla guerra.
Mentre prima della recita dell’Angelus della festa del martirio di santo Stefano il papa ha sottolineato la ‘forza’ della testimonianza cristiana, incentrata sul perdono: “Oggi è il ‘natale’ di Santo Stefano, come usavano dire le prime generazioni cristiane, certe che non si nasce una volta sola. Il martirio è nascita al cielo: uno sguardo di fede, infatti, persino nella morte non vede più soltanto il buio”.
E’ un invito a non rinunciare a‘scegliere’ alla luce: “Noi veniamo al mondo senza deciderlo, ma poi passiamo attraverso molte esperienze in cui ci è chiesto sempre più consapevolmente di ‘venire alla luce’, di scegliere la luce. Il racconto degli Atti degli Apostoli testimonia che chi vide Stefano andare verso il martirio fu sorpreso dalla luce del suo volto e delle sue parole”.
Un perdono che si concretizza grazie ad un volto: “E’ il volto di chi non se ne va indifferente dalla storia, ma la affronta con amore. Tutto ciò che Stefano fa e dice ripresenta l’amore divino apparso in Gesù, la Luce brillata nelle nostre tenebre”.
La nascita di Gesù è un richiamo ad essere figli di Dio: “Carissimi, la nascita fra noi del Figlio di Dio ci chiama alla vita di figli di Dio: la rende possibile, con un movimento di attrazione sperimentato fin dalla notte di Betlemme dalle persone umili come Maria, Giuseppe e i pastori. Ma quella di Gesù e di chi vive come Lui è anche una bellezza respinta: proprio la sua forza calamitante ha suscitato, fin dall’inizio, la reazione di chi teme per il proprio potere, di chi è smascherato nella sua ingiustizia da una bontà che rivela i pensieri dei cuori”.
Ed il martire è colui che sceglie di compiere l’opera di Dio: “Nessuna potenza, però, fino ad oggi, può prevalere sull’opera di Dio. Dovunque nel mondo c’è chi sceglie la giustizia anche se costa, chi antepone la pace alle proprie paure, chi serve i poveri invece di sé stesso. Germoglia allora la speranza, e ha senso fare festa malgrado tutto”.
Quindi il papa ha avvertito che colui che compie l’opera della pace di Dio è ‘ridicolizzato’ e perseguitato: “Nelle condizioni di incertezza e di sofferenza del mondo attuale sembrerebbe impossibile la gioia. Chi oggi crede alla pace e ha scelto la via disarmata di Gesù e dei martiri è spesso ridicolizzato, spinto fuori dal discorso pubblico e non di rado accusato di favorire avversari e nemici. Il cristiano però non ha nemici, ma fratelli e sorelle, che rimangono tali anche quando non ci si comprende”.
Ecco che la gioia del Natale si realizza nel perdono: “Il Mistero del Natale ci porta questa gioia: una gioia motivata dalla tenacia di chi già vive la fraternità, di chi già riconosce attorno a sé, anche nei propri avversari, la dignità indelebile di figlie e figli di Dio. Per questo Stefano morì perdonando, come Gesù: per una forza più vera di quella delle armi.
E’ una forza gratuita, già presente nel cuore di tutti, che si riattiva e si comunica in modo irresistibile quando qualcuno incomincia a guardare diversamente il suo prossimo, a offrirgli attenzione e riconoscimento. Sì, questo è rinascere, questo è venire nuovamente alla luce, questo è il nostro Natale!”
Intanto nel pomeriggio natalizio il card. Rolandas Makrickas, arciprete della basilica di santa Maria Maggiore ha chiuso la prima Porta Santa, quella di questa basilica liberiana: “Il Giubileo della speranza, prosegue il porporato, è stato un tempo in cui la Chiesa ha annunciato, ancora una volta al mondo intero, che Dio non è lontano, che la pace è possibile, che la misericordia è più forte del peccato”.
L’anno giubilare non è “un evento da archiviare alla sua conclusione, ma un invito a restare in ascolto del Figlio, perché senza l’ascolto della Parola, la speranza si spegne”. E l’esempio da seguire è quello di Maria, Colei che “ha insegnato a tutti che la speranza nasce dall’accoglienza: accogliere Dio nella vita, accogliere l’altro, accogliere il futuro senza paura”. Solo così, cioè facendo entrare Dio nel cuore, si può aprire la “vera Porta Santa della misericordia, della riconciliazione, della fraternità”.
Per questo dalla basilica che custodisce l’icona mariana della Salus Populi Romani il card. Makrickas ha invitato i fedeli a tradurre i momenti forti del Giubileo in preghiera, attenzione concreta ai poveri, riconciliazione nelle famiglie, impegno creativo nel lavoro, presenza misericordiosa nella comunità.
Papa Leone XIV: il Verbo agisce per la pace nel mondo
“Prorompete insieme in canti di gioia, grida il messaggero di pace a chi si trova fra le rovine di una città interamente da ricostruire. Anche se impolverati e feriti, i suoi piedi sono belli, scrive il profeta, perché, attraverso strade lunghe e dissestate, hanno portato un annuncio lieto, in cui ora tutto rinasce. E’ un nuovo giorno! Anche noi partecipiamo di questa svolta, alla quale nessuno sembra credere ancora: la pace esiste ed è già in mezzo a noi”: nella prima omelia natalizia papa Leone XIV ha sottolineato che sottolinea che il Verbo fattosi carne manifesta l’inizio di una novità.
La novità consiste nella pace di Gesù: “Così Gesù disse ai discepoli, ai quali aveva da poco lavato i piedi, messaggeri di pace che da lì in poi avrebbero dovuto correre attraverso il mondo, senza stancarsi, per rivelare a tutti il ‘potere di diventare figli di Dio’. Oggi, dunque, non soltanto siamo sorpresi dalla pace che è già qui, ma celebriamo come questo dono ci è stato fatto. Nel come, infatti, brilla la differenza divina che ci fa prorompere in canti di gioia. Così, in tutto il mondo, il Natale è per eccellenza una festa di musiche e di canti”.
E nel prologo giovanneo il Verbo entra in azione: “Il ‘verbo’ è una parola che agisce. Questa è una caratteristica della Parola di Dio: non è mai senza effetto. A ben vedere, anche molte delle nostre parole producono effetti, a volte indesiderati. Sì, le parole agiscono. Ma ecco la sorpresa che la liturgia del Natale ci pone di fronte: il Verbo di Dio appare e non sa parlare, viene a noi come neonato che soltanto piange e vagisce.
‘Si fece carne’ e, sebbene crescerà e un giorno imparerà la lingua del suo popolo, ora a parlare è solo la sua semplice, fragile presenza. ‘Carne’ è la radicale nudità cui a Betlemme e sul Calvario manca anche la parola; come parola non hanno tanti fratelli e sorelle spogliati della loro dignità e ridotti al silenzio. La carne umana chiede cura, invoca accoglienza e riconoscimento, cerca mani capaci di tenerezza e menti disposte all’attenzione, desidera parole buone”.
Di conseguenza il Verbo abita nel mondo: “Ecco il modo paradossale in cui la pace è già fra noi: il dono di Dio è coinvolgente, cerca accoglienza e attiva la dedizione. Ci sorprende perché si espone al rifiuto, ci incanta perché ci strappa all’indifferenza. E’ un vero potere quello di diventare figli di Dio: un potere che rimane sepolto finché stiamo distaccati dal pianto dei bambini e dalla fragilità degli anziani, dal silenzio impotente delle vittime e dalla rassegnata malinconia di chi fa il male che non vuole”.
E ci vuole incontrare attraverso la fragilità: “Cari fratelli e sorelle, poiché il Verbo si fece carne, ora la carne parla, grida il desiderio divino di incontrarci. Il Verbo ha stabilito fra noi la sua fragile tenda. E come non pensare alle tende di Gaza, da settimane esposte alle piogge, al vento e al freddo, e a quelle di tanti altri profughi e rifugiati in ogni continente, o ai ripari di fortuna di migliaia di persone senza dimora, dentro le nostre città?
Fragile è la carne delle popolazioni inermi, provate da tante guerre in corso o concluse lasciando macerie e ferite aperte. Fragili sono le menti e le vite dei giovani costretti alle armi, che proprio al fronte avvertono l’insensatezza di ciò che è loro richiesto e la menzogna di cui sono intrisi i roboanti discorsi di chi li manda a morire”.
Dal prologo giovanneo prende inizio la visione della pace papale: “Quando la fragilità altrui ci penetra il cuore, quando il dolore altrui manda in frantumi le nostre certezze granitiche, allora già inizia la pace. La pace di Dio nasce da un vagito accolto, da un pianto ascoltato: nasce fra rovine che invocano nuove solidarietà, nasce da sogni e visioni che, come profezie, invertono il corso della storia. Sì, tutto questo esiste, perché Gesù è il Logos, il senso da cui tutto ha preso forma”.
Da qui nascono le resistenze del mondo verso la Chiesa missionaria: “Certo, il Vangelo non nasconde la resistenza delle tenebre alla luce, descrive il cammino della Parola di Dio come una strada impervia, disseminata di ostacoli. Fino a oggi gli autentici messaggeri di pace seguono il Verbo su questa via, che infine raggiunge i cuori: cuori inquieti, che spesso desiderano proprio ciò a cui resistono. Così il Natale rimotiva una Chiesa missionaria, sospingendola sui sentieri che la Parola di Dio le ha tracciato. Non serviamo una parola prepotente (ne risuonano già dappertutto) ma una presenza che suscita il bene, ne conosce l’efficacia, non se ne arroga il monopolio”.
Una visione ecclesiologica per una pace polifonica: “Ecco la strada della missione: una strada verso l’altro. In Dio ogni parola è parola rivolta, è un invito alla conversazione, parola mai uguale a sé stessa. E’ il rinnovamento che il Concilio Vaticano II ha promosso e che vedremo fiorire solo camminando insieme all’intera umanità, mai separandocene”.
Quindi una pace capace di cambiare il monologo in conversazione: “Mondano è il contrario: avere per centro sé stessi. Il movimento dell’Incarnazione è un dinamismo di conversazione. Ci sarà pace quando i nostri monologhi si interromperanno e, fecondati dall’ascolto, cadremo in ginocchio davanti alla nuda carne altrui. La Vergine Maria è proprio in questo la Madre della Chiesa, la Stella dell’evangelizzazione, la Regina della pace. In lei comprendiamo che nulla nasce dall’esibizione della forza e tutto rinasce dalla silenziosa potenza della vita accolta”.
(Foto: Santa Sede)
Re Baldovino raccontato dal giornalista Fulvi
“Il re è stato coraggioso perché, davanti a una legge di morte, lui non ha firmato e si è dimesso. Ci vuole coraggio! Ci vuole un politico ‘con pantaloni’ per fare questo, ci vuole coraggio. Questa è una situazione speciale e lui con questo ha dato anche un messaggio. E lui lo ha fatto anche perché era un santo. Quell’uomo è santo e il processo di beatificazione andrà avanti, perché mi ha dato prova di questo”: in questo modo papa Francesco aveva risposto ai giornalisti sul re Baldovino nel viaggio di ritorno in Lussemburgo ed in Belgio nello scorso settembre con l’auspicio che la sua causa di beatificazione continui.
Ed al funerale reale, avvenuto il 7 agosto 1993, il primate del Belgio, card. Godfried Danneels aveva tratteggiato nell’omelia il suo ‘profilo’: “Non si limitano a regnare, amano, fino a dare la propria vita. Tale è stato Re Baldovino. Egli amava. La sua intelligenza politica affondava le proprie radici profonde nel cuore, il suo savoir-faire gli derivava dalla sua forza d’amare. Il segreto del suo regno era il suo cuore. E’ stato un Re secondo il cuore degli uomini. Ci amava, noi l’amavamo. Quest’uomo discreto, silenzioso, sempre sorridente, infinitamente delicato, aveva un cuore largo come le spiagge lungo il mare. Vi nascondeva tutte le gioie e tutte le sofferenze del suo Paese e del suo popolo. Quest’uomo portava in sé un calore, una capacità di ascolto ed empatia difficilmente immaginabili”.
Prendendo spunto da queste ‘testimonianze’ il giornalista di Avvenire, Fulvio Fulvi, gli ha dedicato una biografia, ‘Baldovino, il re del gran rifiuto’, ripercorrendo le pagine salienti di una vita: il racconto dell’infanzia infelice, con la perdita della madre in un incidente stradale, la prigionia e la deportazione con la famiglia reale durante il nazismo, gli anni del collegio svizzero. Salito al trono poco più che ventenne, il re dovette affrontare la grave crisi in cui versava la sua nazione dopo la Seconda guerra mondiale e cercò di rimediare agli esiti nefasti del colonialismo nel Congo, voluto dallo zio Leopoldo II. In seguito, si adoperò con convinzione e da protagonista per l’ingresso del Belgio nell’Ue e nell’Alleanza Atlantica.
Figura indelebile della vita di re Baldovino è quella della regina Fabiola. Compagna inseparabile di vita e di fede e sua prima confidente, ebbe un ruolo di primo piano anche nello snodo più drammatico del regno, quando, nel 1990, il re decise di sospendere il suo incarico piuttosto che firmare la legge favorevole all’aborto votata dal Governo.
Perché un libro sul re Baldovino?
“Baldovino ha segnato la storia del suo Paese e ha contribuito al processo di unificazione dell’Europa. Oggi c’è bisogno di fare memoria anche di questo. Ma le ragioni principali del libro sono due: innanzitutto il forte richiamo di papa Francesco, durante la sua visita pastorale a Bruxelles nel settembre del 2024, a considerare la figura del re del Belgio come un politico e un capo di Stato coraggioso ‘che scelse di lasciare il suo posto da Re per non firmare una legge omicida’, quella che introduceva l’interruzione della gravidanza fino a 12 settimane di gestazione.
Fu un richiamo forte, quello di Bergoglio, davanti alla tomba del sovrano, ripetuto nella conferenza stampa sull’aereo al rientro in Vaticano.
La seconda motivazione sta nelle rivelazioni che mi fece un ex sindacalista maceratese, Giovanni Santachiara, nipote di un frate cappuccino marchigiano che è stato rettore della Basilica di Loreto: due mesi prima del ‘gran rifiuto’ di Baldovino, lo zio incontrò il Re in visita segreta alla Santa Casa con l’amata regina Fabiola per celebrare il loro anniversario di matrimonio. Fu, probabilmente, un incontro decisivo, anche se non si sa esattamente cosa i due si siano detti. Ma vista la caratura teologica e culturale del religioso e la grande sensibilità del sovrano cattolico, qualcosa di sicuro successe. Nel libro, un capitolo ricostruisce la vicenda”.
Cosa ti ha colpito di questo re?
“Il suo senso religioso, coniugato anche all’azione politica, e l’attenzione verso gli altri, i poveri, i bisognosi, i cittadini più fragili. Era sempre presente nei momenti più difficili del suo Paese e non faceva mai mancare la sua personale solidarietà. Anche con opere di beneficenza. E poi l’amore che ha dimostrato verso la moglie, fino all’ultimo giorno della sua vita”.
Come maturò la scelta di non firmare per la legge sull’aborto?
“Oltre all’incontro con padre Santachiara, Baldovino si consultò con il suo amico cardinale Suenens, con autorevoli medici, teologi e filosofi: voleva rafforzare la sua coscienza di cristiano anche con ragioni scientifiche. Ma fu determinante il fatto che, non avendo potuto avere figli (Fabiola ebbe cinque aborti spontanei) maturò una spiccata sensibilità, anche politica, verso la tutela della vita. E da piccolo fu sconvolto dalla morte della madre in un incidente stradale e perse anche il bimbo che aveva in grembo”.
Però la sua abdicazione era consentito dalla legge: può essere comunque considerato come ‘gran gesto’?
“In realtà, più che di una vera e propria abdicazione (che di per sé significa rinuncia perpetua ade essere re) si trattò di… dimissioni temporanee dalle funzioni di sovrano. Perché il decreto fu firmato dal premier e, 72 ore dopo, Baldivino ritornò ad essere Re. Fu trovato un escamotage costituzionale, d’accordo con il capo del governo Martens e i presidenti dei due rami del Parlamento. Il popolo amava Baldovino e non voleva che lui lasciasse. Inoltre, c’era un diffuso sentimento cattolico nel Paese, e la legge sull’aborto avrebbe creato, in quel momento, una grave spaccatura a livello politico-sociale. Il Belgio era anche fortemente diviso tra fiamminghi che volevano la secessione e valloni che sostenevano l’unità nazionale. Quindi un gran gesto, sì. Che sin rivelò opportuno politicamente”.
Quale ruolo ebbe la regina Fabiola, sua moglie?
“Come detto, Fabiola e Baldovino soffrirono molto per non aver potuto avere figli. E quindi anche eredi diretti al trono. I due consorti erano legatissimi tra loro, come ho potuto constatare studiandone le vite”.
Perché papa Francesco nella visita in Belgio aveva chiesto di proseguire la causa di beatificazione?
“Il primo pontefice a chiedere l’apertura del processo di beatificazione di Baldovino fu san Giovanni Paolo II nel 1995. Ma non accadde nulla. C’erano (e forse ci sono ancora oggi), resistenze nell’ambito della Chiesa belga. Ma un altro elemento ‘deterrente’ potrebbe essere stata la presunta posizione di Baldovino rispetto all’ex colonia del Congo. C’è ancora chi lo rimprovera di non aver mai condannato apertamente il comportamento del prozio Leopoldo II che, quando era il governatore del Paese africano fece massacrare il popolo per ottenere i suoi personali interessi. Però Baldovino, salito al trono, favorì in concreto l’indipendenza del Congo cercando di rimediare, per quanto possibile, alle nefandezze compiute da Leopoldo II con ‘accordi riparatori’”.
(Tratto da Aci Stampa)
XXVII Domenica del Tempo Ordinario: Signore, credo, ma Tu aumenta la nostra fede!
Il brano del Vangelo presenta l’insegnamento di Gesù sulla fede e una parabola che invita all’umiltà. La Fede è il dono mirabile di Dio all’uomo; essa può considerarsi come una finestra aperta nel castello chiuso della nostra vita. Chiusi ermeticamente nel nostro io più profondo, sperimentiamo solo la nostra debolezza; se riusciamo ad aprire una finestra, una feritoia, si riesce a scorgere la verità del creato, la verità di Dio; ecco la Fede.
Vivere di fede significa aprirsi alla verità di Dio e Gesù dirà: ‘Se avreste fede quanto un granellino di senapa…’ potreste ottenere risultati incredibili. L’uomo per natura è debole, limitato; siamo veramente uno zero; se ci uniamo a Dio, che è l’Uno per eccellenza, lo zero diventa dieci: una vera potenza. La fede ci fa superare i nostri limiti. La Fede, dono di Dio, è infatti adesione personale a Cristo e al suo Vangelo; essa si incarna nella persona di chi ascolta Cristo Gesù e lo ama ed osserva la sua parola.
La Fede ci aiuta a vivere la vita come Dio vuole; ci sprona e ci esorta all’azione, per cui Gesù dice nel Vangelo: se avrete fede quanto un granellino di senapa, otterrete risultati umanamente incredibili. Per l’uomo agire con Fede è agire con la potenza di Dio. la fede viva e sincera dei martiri ha cambiato la storia.
La Fede in Gesù ha veramente cambiato il mondo: ha vinto il mondo giudaico che si gloriava della legge ricevuta da Dio; ha vinto il mondo greco che si gloriava della sua sapienza; ha vinto il mondo romano che si credeva invincibile per la sua potenza. Cosa vede un cristiano quando guarda con fede? Vede Cristo Gesù, vero Dio e vero uomo, morto e risorto per noi.
Gesù dice: in verità vi dico: chi crede in me farà anche Egli le opere che io faccio. Credere, avere Fede, come vedi, significa abbandono ed ubbidienza solo a Dio; significa avere la stessa fede di Abramo che si abbandona a Dio; lascia tutto, sicuro che Dio non delude. Egli è Via, Verità e Vita. Avere fede dà certezza alla vita, sicurezza nell’agire perchè chi crede in Dio trova un appoggio formidabile in Lui. La Fede ci dà la speranza fondata di potere guardare con fiducia le vicende della vita, accettare anche le sconfitte e le sofferenza nella piena consapevolezza che il bene alla fine trionferà sul male.
L’uomo di Fede sa bene che i tempi di Dio non sono mai i nostri tempi; Dio non paga mai il sabato; compito dell’uomo è il ‘servire’, al resto penserà il Signore. Gesù ci insegna a vivere senza pretese di ricevere ringraziamenti, come Egli stesso ha dato l’esempio ai suoi apostoli lavando loro i piedi: “ mi chiamate Signore e Maestro e dite bene perchè lo sono; ma io vi ho lavato i piedi, un servizio assai umile, così voi dovete lavare i piedi l’uno all’altro.
La fede ci aiuta a vedere la vita come Dio la vede; la fede trascende sempre il nostro essere e ci porta a guardare al di là del nostro essere limitato e circoscritto, ci conferisce una visione nuova della vita mentre ci esorta all’azione come testimoni credibili di Cristo con la parola, con l’esempio e, se necessario, anche con il sangue. Nerone, che bruciava vivi i cristiani come fiaccole accese nel giardino del colle Vaticano, non avrebbe mai pensato che quel colle avrebbe visto il trionfo assoluto dei cristiani divenendo sede del papa.
Napoleone, che aveva tenuto prigioniero papa Pio Vi, era felice di avere seppellito l’ultimo papa; Napoleone è morto e la barca di Pietro, la Chiesa, continua la sua corsa realizzando le parole di Gesù: ‘le porte degli inferi non prevarranno’. Amico che ascolti o leggi, siamo servi inutili, ma servi di Cristo, che ha vinto il mondo. e Dio è il ‘Padre nostro che è nei cieli’. Se hai fede ricordati che lo Spirito santo non abbandona mai la sua Chiesa e la Santissima Vergine è e rimane la Regina degli Angeli e dei santi. Ti auguro: vivi nella gioia profonda la tua fede alimentata dall’amore.
Papa Leone XIV invita ad abitare la casa di Dio
“Il cuore della Chiesa è straziato per le grida che si levano dai luoghi di guerra, in particolare dall’Ucraina, dall’Iran, da Israele, da Gaza. Non dobbiamo abituarci alla guerra! Anzi, bisogna respingere come una tentazione il fascino degli armamenti potenti e sofisticati. In realtà, poiché nella guerra odierna ‘si fa uso di armi scientifiche di ogni genere, la sua atrocità minaccia di condurre i combattenti a una barbarie di gran lunga superiore a quella dei tempi passati’. Pertanto, in nome della dignità umana e del diritto internazionale, ripeto ai responsabili ciò che soleva dire papa Francesco: la guerra è sempre una sconfitta! E con Pio XII: Nulla è perduto con la pace. Tutto può esserlo con la guerra”: con richiami alla Costituzione conciliare ‘Gaudium et Spes’ ed all’appello di papa Pio XII, papa Leone XIV ha concluso l’udienza generale ha chiesto di fermare le guerre ‘in nome del diritto internazionale’.
Mentre nella catechesi dell’udienza generale papa Leone XIV ha continuato il tema giubilare della speranza con una meditazione sulla guarigione del paralitico: ‘Gesù, vedendolo giacere e sapendo che da molto tempo era così, gli disse: Vuoi guarire?’: “In modo particolare oggi vorrei invitarvi a pensare alle situazioni in cui ci sentiamo ‘bloccati’ e chiusi in vicolo cieco. A volte ci sembra infatti che sia inutile continuare a sperare; diventiamo rassegnati e non abbiamo più voglia di lottare. Questa situazione viene descritta nei Vangeli con l’immagine della paralisi. Per questo motivo vorrei fermarmi oggi sulla guarigione di un paralitico, narrata nel quinto capitolo del Vangelo di san Giovanni”.
Ed ha tratteggiato brevemente la scena in cui si svolge l’azione di Gesù: “Gesù va a Gerusalemme per una festa dei Giudei. Non si reca subito al Tempio; si ferma invece presso una porta, dove probabilmente venivano lavate le pecore che poi venivano offerte nei sacrifici. Vicino a questa porta, sostavano anche tanti malati, che, a differenza delle pecore, erano esclusi dal Tempio perché considerati impuri!
Ed allora è Gesù stesso che li raggiunge nel loro dolore. Queste persone speravano in un prodigio che potesse cambiare la loro sorte; infatti, accanto alla porta si trovava una piscina, le cui acque erano considerate taumaturgiche, capaci cioè di guarire: in alcuni momenti l’acqua si agitava e, secondo la credenza del tempo, chi si immergeva per primo veniva guarito”.
Insomma era una ‘guerra’ tra poveri: “Si veniva a creare così una sorta di ‘guerra tra poveri’: possiamo immaginare la scena triste di questi malati che si trascinavano faticosamente per entrare nella piscina. Quella piscina si chiamava Betzatà, che significa ‘casa della misericordia’: potrebbe essere un’immagine della Chiesa, dove i malati e i poveri si radunano e dove il Signore viene per guarire e donare speranza”.
Gesù quindi chiede di vincere la delusione: “Gesù si rivolge specificamente a un uomo che è paralizzato da ben trentotto anni. Ormai è rassegnato, perché non riesce mai a immergersi nella piscina, quando l’acqua si agita. In effetti, quello che ci paralizza, molte volte, è proprio la delusione. Ci sentiamo scoraggiati e rischiamo di cadere nell’accidia”.
E lo fa attraverso una domanda personale e non superflua: “E’ invece una domanda necessaria, perché, quando si è bloccati da tanti anni, può venir meno anche la volontà di guarire. A volte preferiamo rimanere nella condizione di malati, costringendo gli altri a prendersi cura di noi. E’ talvolta anche un pretesto per non decidere cosa fare della nostra vita. Gesù rimanda invece quest’uomo al suo desiderio più vero e profondo”.
A tale domanda la risposta dell’uomo appare confusa, come aveva sottolineato sant’Agostino:
“Quest’uomo infatti risponde in modo più articolato alla domanda di Gesù, rivelando la sua visione della vita. Dice anzitutto che non ha nessuno che lo immerga nella piscina: la colpa quindi non è sua, ma degli altri che non si prendono cura di lui. Questo atteggiamento diventa il pretesto per evitare di assumersi le proprie responsabilità. Ma è proprio vero che non aveva nessuno che lo aiutasse?..
Il paralitico aggiunge poi che quando prova a immergersi nella piscina c’è sempre qualcuno che arriva prima di lui. Quest’uomo sta esprimendo una visione fatalistica della vita. Pensiamo che le cose ci capitano perché non siamo fortunati, perché il destino ci è avverso. Quest’uomo è scoraggiato. Si sente sconfitto nella lotta della vita”.
Ed ecco la conclusione di Gesù che invita all’azione: “Gesù invece lo aiuta a scoprire che la sua vita è anche nelle sue mani. Lo invita ad alzarsi, a risollevarsi dalla sua situazione cronica, e a prendere la sua barella. Quel lettuccio non va lasciato o buttato via: rappresenta il suo passato di malattia, è la sua storia. Fino a quel momento il passato lo ha bloccato; lo ha costretto a giacere come un morto. Ora è lui che può prendere quella barella e portarla dove desidera: può decidere cosa fare della sua storia! Si tratta di camminare, prendendosi la responsabilità di scegliere quale strada percorrere. E questo grazie a Gesù!”
Per questo papa Leone XIV ha lanciato l’invito ad abitare la ‘casa’ di Dio: “Carissimi fratelli e sorelle, chiediamo al Signore il dono di capire dove la nostra vita si è bloccata. Proviamo a dare voce al nostro desiderio di guarire. E preghiamo per tutti coloro che si sentono paralizzati, che non vedono vie d’uscita. Chiediamo di tornare ad abitare nel Cuore di Cristo che è la vera casa della misericordia!”
(Foto: Santa Sede)
Azione contro la fame lancia ‘Hope4Gaza’ per inviare messaggi di speranza alle famiglie di Gaza
Azione Contro la Fame lancia la campagna globale Hope4Gaza con l’obiettivo di raccogliere e inviare messaggi di solidarietà e speranza presso la popolazione di Gaza, già supportata sul campo dall’organizzazione.
Nata dalla determinazione del team locale di Azione Contro la Fame, che non ha mai smesso di operare sul campo dall’inizio del conflitto, l’iniziativa prevede la traduzione dei messaggi in arabo, che saranno poi stampati e inseriti nelle migliaia di pacchi alimentari distribuiti dall’organizzazione nei primi mesi del 2025. Ogni messaggio rappresenta un filo di speranza che unisce persone di tutto il mondo alle famiglie in difficoltà.
L’iniziativa ‘Hope4Gaza’ ambisce a superare i confini del tradizionale aiuto umanitario, affiancando al sostegno materiale già fornito una significativa dimensione emotiva. ‘Hope4Gaza’ non consiste soltanto in aiuti alimentari: “E’ un’occasione per nutrire lo spirito e mostrare la nostra vicinanza alle famiglie di Gaza” dichiara Simone Garroni, Direttore Generale di ‘Azione Contro la Fame’.
Chiunque può partecipare inviando il proprio messaggio tramite il sito ufficiale della campagna e condividendo l’iniziativa sui social media con l’hashtag #Hope4Gaza. Ogni singolo contributo è prezioso e si intesse perfettamente con il mosaico globale di azioni di supporto già attive.
Ecco alcuni dei messaggi ricevuti:
‘Non perdete la speranza, la luce tornerà e i fiori sbocceranno nuovamente. Vi auguro serenità e felicità!’ – Claudia
‘La mia speranza è che tacciano le armi, si silenzi l’odio, che abbia voce solo la pace, la vita, la serenità. Ogni bambino ha diritto a un futuro di speranza’. – Luisa
‘Non siete soli, portiamo la vostra voce per le strade qui in Italia! Vi pensiamo e nel nostro piccolo cerchiamo di esservi vicino e far sì che non si smetta di parlare di voi! Un abbraccio!’ – Laura
‘Il mio piccolo contributo possa esservi di conforto e vi dia la forza per non abbandonare la speranza per la pace e per la condivisione fraterna di ciò che il mondo ci ha messo a disposizione’. – Mauro
‘Azione contro la Fame’ è un’organizzazione umanitaria internazionale impegnata a garantire a ogni persona il diritto a una vita libera dalla fame: “Specialisti da 45 anni, prevediamo fame e malnutrizione, ne curiamo gli effetti e ne preveniamo le cause. Siamo in prima linea in 56 paesi del mondo per salvare la vita dei bambini malnutriti e rafforzare la resilienza delle famiglie con cibo, acqua, salute e formazione.
Guidiamo con determinazione la lotta globale contro la fame, introducendo innovazioni che promuovono il progresso, lavorando in collaborazione con le comunità locali e mobilitando persone e governi per realizzare un cambiamento sostenibile. Ogni anno aiutiamo 21.000.000 di persone”.
Don Giovanni Merlini è beato: seppe coniugare preghiera ed azione
“Nella Basilica di San Giovanni in Laterano, stamani è stato beatificato Don Giovanni Merlini, sacerdote dei Missionari del Preziosissimo Sangue. Dedito alle missioni al popolo, fu consigliere prudente di tante anime e messaggero di pace. Invochiamo anche la sua intercessione mentre preghiamo per la pace in Ucraina, in Medio Oriente e nel mondo intero. Un applauso al nuovo Beato!”: al termine della recita dell’Angelus domenicale papa Francesco ha ricordato la beatificazione di don Giovanni Merlini, presieduta dal prefetto del dicastero delle cause dei santi, card. Marcello Semeraro, nella basilica di san Giovanni in Laterano.
Giovanni Merlini nacque a Spoleto il 28 agosto 1795. Ordinato sacerdote il 19 dicembre 1818, due anni dopo, partecipando ad un corso di esercizi spirituali predicato da San Gaspare del Bufalo (1786-1837), fondatore della Congregazione dei Missionari del Preziosissimo Sangue, colpito dal carisma del Santo, chiese di aderire alla sua opera.
Si dedicò con intensità al lavoro missionario e alla direzione spirituale di tante anime, in modo particolare quella di Santa Maria De Mattias (1805-1866), che guidò per ben 42 anni, insieme alla nascente famiglia delle Adoratrici del Preziosissimo Sangue. Svolse il suo ministero nella zona pontina e marittima, in un contesto di forte resistenza sociale allo Stato pontificio.
Nel 1847 venne eletto Moderatore Generale della Congregazione del Preziosismo Sangue, incarico che mantenne fino alla morte. Conobbe personalmente Pio IX di cui divenne consigliere spirituale. Grazie a questo legame si deve la pubblicazione, il 10 agosto 1849, del decreto ‘Redempti sumus’ con cui si istitutiva a livello universale la festa del Preziosissimo Sangue. Morì a Roma il 12 gennaio 1873 a seguito di un incidente stradale occorso nei pressi di Santa Maria in Trivio. Il decreto sull’eroicità delle virtù venne promulgato il 10 maggio 1973.
Nell’omelia il card. Semeraro ha fatto il ritratto di questo nuovo beato della Chiesa, che è stato un uomo di preghiera, che ha saputo unire nella sua vita e nel suo apostolato la dimensione attiva e quella contemplativa, che ha saputo governare con la virtù della prudenza, che ha saputo relazionarsi con amicizia verso tutti:
“Dai racconti evangelici e specialmente dal vangelo secondo Luca sappiamo che per Gesù la preghiera è un atteggiamento abituale, il luogo privilegiato in cui egli vive il mistero della sua persona e della sua missione, lo spazio vitale in cui colloca le sue relazioni con il Padre e con i discepoli. Il Padre suo Gesù lo prega sempre; da ultimo nel Getsemani e sulla croce. Per i discepoli prega quando li sceglie e quando insegna loro a pregare”.
Ed è stato un ‘ottimo’ discepolo: “In questo (oggi lo riconosciamo con gioia) il beato Giovanni Merlini è stato suo ottimo discepolo. Le testimonianze raccolte nel Processo per la sua beatificazione e canonizzazione sono unanimi nel dirci che il Signore lo aveva arricchito del dono della preghiera: una preghiera che in lui diveniva abitualmente contemplazione”.
Però la preghiera conduce all’azione: “Egli, tuttavia, fu anche uomo di azione e di apostolato, in particolare nella predicazione missionaria (cosa per la quale era molto stimato da san Gaspare), e fu pure uomo dalle ottime capacità di governo e, soprattutto, arricchito dalla virtù della prudenza. E’ questa, difatti, tra le virtù cardinali quella più necessaria in chi ha responsabilità di guida: aspetto, questo, che san Tommaso d’Aquino sottolineava in particolare giacché (diceva) è prudente chi sa decidere il da farsi concretamente e sa farlo con sapienza.
Del beato Giovanni Merlini i testimoni del processo per la beatificazione dicono che esercitava la virtù della prudenza in modo veramente straordinario: studiava le situazioni, consultava e interveniva in forme adatte e questo, specialmente in decisioni difficili per le persone, con carità”.
Infatti, come hanno riferito i testimoni, seppe coniugare insieme ‘Marta e Maria’: “Sono questi, carissimi, alcuni aspetti della vita e della spiritualità del nuovo Beato che da oggi la Chiesa ci propone per la invocazione e per la imitazione. Ce n’è, però, un altro che non voglio omettere di richiamare ed è l’amicizia con cui egli è vissuto specialmente con i confratelli nella famiglia religiosa e con le persone a lui affidate per la guida e l’accompagnamento spirituale. I nomi di san Gaspare del Bufalo e di santa Maria de Mattias sono emblematici per il loro speciale legame con il beato Giovanni Merlini”.
Da Tallin un messaggio di speranza per l’Europa
“Da molti anni la comunità ecumenica di Taizé guida il pellegrinaggio di fiducia sulla Terra, un filo ininterrotto di incontri in molti Paesi che si è fermato più volte in Francia. Così, su iniziativa dell’Arcivescovo di Parigi e su invito delle Chiese cristiane di Parigi e della sua regione, il prossimo incontro europeo dei giovani si svolgerà nella capitale francese dal 28 dicembre 2025 al 1° gennaio 2026”: questo annuncio è stato dato al termine dell’incontro europeo dei giovani, svoltosi a Tallin, in un comunicato congiunto dal metropolita Dimitrios, presidente dei vescovi ortodossi francesi, dal pastore Christian Krieger, presidente della federazione protestante francese, e da mons. Éric de Moulins-Beaufort, presidente della conferenza episcopale francese.
Nell’annuncio i co-presidenti del Consiglio delle Chiese Cristiane di Francia, hanno dato il loro ‘pieno’ sostegno a questa scelta della comunità di Taizé, che nei mesi precedenti hanno effettuato diversi incontri per pianificare l’incontro annuale, invitando i giovani nella capitale francese:
“Questo incontro sarà una grande opportunità per incontrarci in uno spirito di preghiera e di fraternità, di condivisione e di celebrazione, e per stabilire così una testimonianza cristiana di unità nel cuore di un mondo attraversato da tante tragedie e crisi. E’ a nome delle Chiese cristiane presenti in Francia che noi, leader cattolici, ortodossi e protestanti, vi invitiamo a venire a Parigi. In effetti, anche noi parliamo con una sola voce”.
Nel messaggio conclusivo hanno richiamato la lettera di frére Matthew, che è stato il filo conduttore dell’incontro appena terminato, per ‘sperare oltre ogni speranza’: “E crediamo che questo incontro a Parigi ci permetterà di sperimentare in modo molto concreto come l’ospitalità condivisa sia un segno bello e vero di speranza. Cari giovani, ne siamo convinti: sarete accolti con calore dai credenti delle nostre rispettive comunità cristiane, e anche dalle persone di buona volontà che decideranno di aprirvi le loro porte… E fino ad allora, la nostra comunione fraterna ci rafforzi reciprocamente per un migliore servizio a Dio e ai nostri fratelli e sorelle in Cristo, al servizio dell’annuncio del Vangelo in un mondo che ha tanto bisogno di speranza”.
Infatti nell’ultima meditazione frére Matthew ha ringraziato i giovani per le loro testimonianze di comunione con l’invito a condividere nei propri Paesi di origine ciò che hanno vissuto in questi giorni: “Ciò che avete condiviso insieme vi preparerà per il viaggio di ritorno, perché sebbene ciò che viviamo in questi giorni qui a Tallinn sia importante, il suo valore aumenta quando influenza la nostra vita quotidiana”.
La sfida è quella di testimoniare Dio, che è speranza, nel mondo: “La sfida per tutti noi è come discernere la presenza di Dio nel mezzo delle nostre lotte. Pur provenendo da situazioni molto diverse, come possiamo restare persone di speranza? Nella lingua kikuyu dell’Africa orientale, uno degli attributi di Dio è che Egli è ‘degno di speranza’, il Dio in cui possiamo riporre la nostra speranza”.
Tale speranza si concretizza nella resurrezione di Cristo: “Ciò si manifesta soprattutto nella vita, morte e risurrezione di Gesù. Eppure Gesù ha veramente sperimentato la durezza dell’esistenza umana e perfino la morte. Non è scappato da lei. Perché la nostra speranza cresca veramente, significa che dobbiamo affrontare la realtà così com’è, ma vederla alla luce delle promesse di Dio. Niente, nemmeno la morte, può separarci dall’amore fedele di Dio”.
Dopo essere risorto Gesù ha invitato i discepoli ad andare in Galilea, che anche oggi è inizio per testimoniare Gesù nel mondo contemporaneo: “Gesù li precede in Galilea, dove ha avuto inizio il Vangelo. Ciò suggerisce un nuovo inizio, ma anche un ritorno alle origini. Ma le donne fuggono dal sepolcro, prese dal terrore e dallo stupore. Questo è il motivo per cui, ci viene detto, non lo hanno detto a nessuno…
In questi giorni, provenienti da contesti, Paesi, Chiese ed epoche diverse, non abbiamo sperimentato un segno della speranza che ci promette la fiducia in Cristo risorto? Poiché Cristo è la nostra pace e ci dona questa pace, da pellegrini di speranza diventiamo anche pellegrini di pace”.
L’incontro è concluso con l’invito alla preghiera: “La pace senza giustizia non è vera pace, ma esiste anche una libertà interiore che deriva dalla fiducia più semplice, che chiamiamo fede. Mentre lottiamo per una pace giusta ovunque viviamo, faremo tutto ciò che è in nostro potere per rimanere liberi dentro di noi? Ogni venerdì a Taizé preghiamo in silenzio per la pace nel nostro mondo. Potremmo non avere le risposte che desideriamo, ma stare alla presenza di Dio può far sorgere in noi intuizioni. Alcune di queste intuizioni, condividendole con gli altri, ci porteranno forse ad agire”.
Un invito all’azione come ha fatto Gesù in quanto commosso dalla folla che lo seguiva: “La sua emozione si tradurrà in un’azione gentile ed efficace. Per prima cosa guarì i malati tra la folla. Ma la notte comincia a calare. I suoi amici vogliono mandare via la folla in cerca di cibo. Gesù, invece di essere d’accordo con loro, chiede ai suoi amici di guardare quello che già hanno. Trovarono cinque pani e due pesci, il che sembrò insufficiente data la grandezza del compito.
Ringrazia per quel poco che hanno trovato, spezza il pane e gli amici distribuiscono il cibo alla folla. E ciò che resta va oltre i loro bisogni. Gesù rifiuta di rassegnarsi ad una situazione che sembra impossibile. Il pasto che segue è un assaggio di ciò che avverrà in pieno nel futuro di Dio. La nostra fame e sete saranno soddisfatte ad ogni livello”.
Frère Matthew ha invitato i giovani ad avere fiducia in Gesù ed ad agire nello stesso modo: “Questa storia può plasmare la nostra speranza che, come è scritto nella Lettera, diventa ‘come l’ancora di una barca’. Ci tiene stretti quando infuria la tempesta. Ci permette di sperimentare piccoli segni della nostra fedeltà alla chiamata che abbiamo ricevuto e alle persone che ci sono state affidate”.
Ciò che è stato ascoltato e vissuto nella capitale estone è possibile vivere anche nelle proprie comunità locali: “Inizi a pensare al tuo ritorno a casa. Quanto poco avete da offrire a Gesù affinché la speranza fiorisca nelle vostre comunità locali, nelle vostre Chiese e cappellanie? I segni più piccoli significano molto. Il profeta Geremia aveva acquistato un campo nella sua città, nonostante la minaccia della sua distruzione. Segni di speranza danno coraggio a tutti, speranza per la famiglia umana, speranza per la buona creazione di Dio”.
Sono le ‘umili’ testimonianze che rendono credibile la fede: “Più che cercare la spettacolarità, non sono forse i gesti umili di ascolto reciproco, di fiducia e di amicizia che comunicano l’essenziale del Vangelo e ci aiutano a entrare sempre più profondamente nel mistero di comunione che è il Corpo di Cristo, la Chiesa?
Da molti anni la nostra comunità di Taizé vive un pellegrinaggio di fiducia. Di tanto in tanto, questo pellegrinaggio diventa visibile, come adesso durante il nostro incontro europeo a Tallin, ma anche nel villaggio di Taizé con gli incontri settimanali dei giovani. E’ un modo per incoraggiarci a vicenda nel nostro cammino quotidiano di fede, un modo per lasciare che Cristo rinnovi la nostra speranza affinché possiamo affrontare le sfide che incontriamo ovunque siamo”.
Per tale ragione all’inizio di tale ‘pellegrinaggio’ europeo il presidente dell’Estonia, Alar Karis per tale ‘raduno’ sul tema della speranza: “Il motto dell’incontro (pellegrinaggio di fiducia) si riferisce a ciò che spesso manca nel mondo di oggi, cioè la fiducia tra persone, paesi e nazioni. Voi giovani potete dare un contributo significativo affinché la fiducia nel futuro sia maggiore di quella odierna.
La fiducia è la base di tutto, quindi è importante non solo parlarne, ma agire di conseguenza, ciascuno secondo le proprie possibilità. La fiducia alimenta anche la fiducia in se stessi e il coraggio di cui hanno bisogno i bambini, i giovani e gli adulti. Confidando gli uni negli altri e lavorando insieme, possiamo anche sperare che l’Europa di domani abbia il vostro volto e sia progettata da voi. Sarà unita e forte”.
(Foto: Taizè)
Tre giovani maceratesi raccontano la loro missione nelle Filippine
Nello scorso luglio tre giovani dell’Azione Cattolica Italiana della diocesi di Camerino – San Severino Marche (Marta Antognozzi di San Severino, Maria Lucia Sargolini e Lorenzo Lucarelli, entrambi di Sarnano), guidati dall’assistente diocesana dell’Azione Cattolica, suor Cinzia Fiorini, appartenente all’ordine delle Sorelle Missionarie dell’Amore di Cristo (S.M.A.C.) hanno trascorso un periodo missionario nella Casa ‘Providence home of Saint Joseph’ di Davao, nelle Filippine, che accoglie bambini disabili od abbandonati.
Alcuni giorni precedenti la ‘missione il card. Edoardo Menichelli ha affidato i ‘missionari’ alla protezione della Madonna dei Lumi, chiedendo loro di vivere l’esperienza in costante atteggiamento di ringraziamento, pronti a riportare nelle proprie comunità il senso profondo di quanto vissuto in quelle terre lontane.
Le suore missionarie a Davao sono impegnate nell’aiuto ai bambini abbandonati od orfani, che vivono nelle strade di quella città, popolata da oltre 1.500.000 di abitanti per un’estensione di più di 2.400 chilometri quadrati. Quest’opera è rivolta a migliorare la qualità della vita di questi minorenni attraverso l’istruzione, ridandogli la loro dignità di esseri umani e offrendogli un tetto sotto il quale vivere sentendo amore e cura. I bambini ricevono anche una formazione spirituale e valoriale che possa rafforzare il loro sviluppo personale.
A questi giovani abbiamo chiesto di raccontarci la ‘nascita’ di questa ‘missione’: “Dobbiamo sicuramente ringraziare suor Cinzia Fiorini, della Congregazione delle Sorelle Missionarie dell’amore di Cristo. Lei è la nostra assistente spirituale in Azione Cattolica dei Ragazzi, nella Diocesi di Camerino. La loro congregazione gestisce due missioni, una in Filippine ed una in Burundi. E’ sempre stata testimone di grande gioia e fede. Dopo nostre numerose domande e curiosità, ha detto che sarebbe ripartita per le Filippine, nell’orfanotrofio ‘Providence Home of Saint Joseph’ a Davao; noi non abbiamo potuto che accettare”.
Lorenzo Lucarelli ha rivelato il suo stato d’animo prima della partenza: “Non so quanta consapevolezza ci fosse. Sicuramente c’era tanta gioia e tanta curiosità, tanta voglia di scoprire un mondo così diverso da quello a cui eravamo abituati. Mi sono interrogato molto prima di partire per il viaggio, su me stesso, sulle mie speranze, aspettative e paure; non sono però mai riuscito ad andare troppo nel profondo, avendo pensieri vaghi e approssimativi. Ora, con il senno del poi, sono contento di non essere partito con preconcetti, perché anche quel poco che avevo ragionato è stato completamente stravolto, ma stravolto in positivo.
Invece Maria Lucia Sargolini ha raccontato la ‘giornata tipo’ a Davao: “Non è facile trovare un aggettivo per la vita dei ragazzi là. Alle difficili condizioni in cui versano i ragazzi non si può non contrapporre l’amore e la devozione delle sorelle che stanno nella struttura.
La vita in Filippine comincia molto presto, alle ore 5 della mattina suona la campana della sveglia. Tempo per prepararsi e poi si va a messa nella vicina chiesa dell’Ordine dei Carmelitani, dove i ragazzi animano con canti diverse volte a settimana. Si torna poi in struttura per fare colazione e si parte poi per andare a scuola. I 29 ragazzi della struttura frequentano quasi tutti la scuola posta nelle vicinanze alla casa, qualcuno è ancora troppo piccolo per andare scuola, qualcun altro sta frequentando già il college in città per fare il lavoro dei loro sogni. Dopo gli impegni quotidiani, nel tardo pomeriggio in struttura tutti i ragazzi pregano insieme un rosario, nelle cui intenzioni non dimenticano i benefattori della struttura.
Nonostante le condizioni di povertà in cui vivono, le suore non fanno mancare nulla a nessun bambino. Secondo le diete filippine, riso e frutta a volontà; un letto dove dormire e quella quota di affetto che purtroppo molti di loro non hanno mai provato. Sicuramente loro ci hanno insegnato a vivere di semplicità e a riderne. Ci hanno trasmesso una gioia rara, una gioia che viene dall’apprezzare le poche cose che si hanno, ma di esserne profondamente grati”.
Ed ha descritto la struttura della Casa: “La struttura ha ormai più di 25 anni e servono dei lavori per costruire il secondo piano, fino ad allora i ragazzi dormono in posti di fortuna, chi in cucina, chi sotto il terrazzo, molti in poche piccole stanze. Abbiamo deciso di far partire una raccolta fondi per velocizzare la fine dei lavori, affinché questi ragazzi possano avere uno spazio tutto loro sicuramente migliore di quello che avevano prima”.
Inoltre Marta Antognozzi ha riflettuto sulle parole ‘consegnate’ dal card. Menichelli (prendere, benedire, dare): “Prima di partire, il Cardinale Edoardo Menichelli ci ha consegnato tre verbi da custodire per il viaggio. Ci ha chiesto di prendere, rendere grazie e dare. Sicuramente abbiamo preso molto, relazioni, approccio alla vita, fede; sicuramente abbiamo reso grazie nella preghiera e nei gesti; ora stiamo cercando di dare qualcosa indietro”.
Ed ha descritto la Casa, che ospita ragazze e ragazzi, con il ‘lancio’ di una raccolta ‘fondi’: “La struttura ha ormai più di 25 anni e servono dei lavori per costruire il secondo piano, fino ad allora i ragazzi dormono in posti di fortuna, chi in cucina, chi sotto il terrazzo, molti in poche piccole stanze. Abbiamo deciso di far partire una raccolta fondi per velocizzare la fine dei lavori, affinché questi ragazzi possano avere uno spazio tutto loro sicuramente migliore di quello che avevano prima”
Nel messaggio per la Giornata missionaria di quest’anno papa Francesco ha invitato tutti al ‘banchetto’: cosa significa per Lorenzo?
“Penso che il papa abbia trovato le parole per spiegare la bellezza dell’andare in missione. Sento di essere un ragazzo che si è regalato una vacanza, che ha partecipato ad un banchetto, per tutto il cibo, non solo materiale, che ho ricevuto. Penso che sia nostro compito dover testimoniare con la nostra vita quello che abbiamo vissuto e dimostrare a tutti il bello del servire, del donarsi per il prossimo. Dobbiamo invitare più persone possibili a questo banchetto, affinché più persone possibili possano provare la gioia e la gratitudine che abbiamo provato noi”.
Maria Lucia: cosa vi ha lasciato questo viaggio?
“Questa esperienza è tra le migliori della nostra vita. Un insieme di meraviglia e gratitudine che ci portiamo nel cuore. Non possiamo non testimoniare la semplicità delle persone che abbiamo incontrato. Una semplicità che si fa accoglienza e condivisione, quando siamo andati nelle comunità in montagna. Lì le persone, pur non avendo nulla, hanno fatto il cibo da festa; molto diverso da noi, che a volte ci facciamo problemi nell’accogliere qualcuno in casa. Una semplicità che si fa genuinità nello stupore dei bambini, che si fa anche risata, e che si fa affidarsi a Dio”.
Marta: cosa avete fatto in quelle settimane?
“La prima settimana abbiamo organizzato attività e giochi che solitamente organizziamo ai campi scuola Acr, per iniziare a conoscere i bambini, e per lasciare che loro conoscessero noi. Abbiamo avuto la bellissima occasione di portarli al mare, un gesto che sembrerebbe scontato, ma a causa della difficoltà di raggiungere il posto con i mezzi e di quelle economiche per loro è un evento raro, ed è impressa nelle nostre menti la loro profonda felicità.
Durante la seconda settimana i bambini sono tornati a scuola, così noi abbiamo fatto visita alle diverse comunità base aiutate dalle Sorelle Smac in montagna nelle quali abbiamo portato i materiali della raccolta fondi effettuata a San Severino Marche prima della nostra partenza. Nella terza settimana siamo stati nella casa-famiglia, trascorrendo la maggior parte del tempo con le Sorelle ed i ragazzi, vivendo giornate tipiche filippine. L’ultima domenica abbiamo partecipato ai sacramenti di battesimo e comunione dei bambini”.
Ora siete nelle vostre città: come pensate di ‘agire’ per aiutare quei bambini?
“Per provare a ricambiare almeno una parte di tutto il bene ricevuto, abbiamo organizzato una raccolta fondi su GoFundMe (link: https://www.gofundme.com/f/providence-home-of-saint-joseph) per finanziare la costruzione della casa dove dormono i 30 ragazzi, ora sistemati in letti di fortuna. Per questo ci appelliamo alla comunità, chiedendo un contributo, che seppur piccolo, può fare una grande differenza”.
(Tratto da Aci Stampa)




























