Ambrogio, sobria ebrezza in nobile semplicità

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Ambrogio, oltre alla formazione culturale classica e biblica, possiede anche un’eccellente qualità di scrittore, poeta e musico. La conoscenza della metrica e della musica, appresa nell’età giovanile, per il Vescovo Pastore saranno un formidabile strumento di azione pastorale. E’ stato giustamente detto che Ambrogio possiede un’anima eminentemente musicale, tanto da essere considerato il più musicale fra tutti i Padri della Chiesa. Formazione culturale, personalità artistica, sensibilità dolce e forte furono per lui mezzi efficaci per il servizio pastorale alla sua comunità. Da mistico, Ambrogio contempla il Verbo e lo incarna, da teologo si lascia plasmare dalla Luce che lo trasfigura, da pastore trasfonde la sapienza nella catechesi e nell’omelia, da poeta traduce nei suoi inni la “sobria ebbrezza” dell’esperienza mistica, da musico trasforma la parola poetica in canto.

Nei suoi inni, talvolta, risuonano i motivi delle omelie liricamente tradotte in poche e concise melodie. Pur conservando il loro fondamentale valore dogmatico, evita argomenti astratti e difficili alla comprensione dei fedeli. Mettendosi sulla scia dei grandi innografi, armonizza Santa Scrittura e arte, teologia e poesia, parola e musica, ricercando, con nobile semplicità e gusto raffinato, profondità teologica e popolarità artistica. Il Vescovo di Milano ci offre così la grande lezione di stile e di metodo del come accogliere, con amore ineffabile, la Parola incarnata, lasciarsene trasfigurare e poi tradurla in poesia e canto per celebrare il Verbo-Carne che si fa Verbo-Cibo nel suo Corpo-Chiesa. Se Ario, attraverso le sue canzoni, diffondeva eresie in mezzo al popolo, Ambrogio, col canto dei suoi inni, effondeva luce di verità ai suoi fedeli. Alla forza della catechesi e all’energia delle omelie, univa la soavità della Parola trasformata in poesia e in canto.

L’intuizione profetica, unita all’ardore pastorale, sollecitavano il Vescovo Pastore a far celebrare la Parola attraverso due forme musicali: il salmo responsoriale e l’inno.

Il canto del Salmo responsoriale, dice Ambrogio, è “ammaestramento per chi si accosta alla fede, conferma per chi l’ha già perfetta; servizio degli angeli, milizia celeste, sacrificio spirituale. Al salmo, anche i sassi rispondono; al canto del salmo anche i cuori di sasso s’inteneriscono: noi vediamo piangere i più insensibili, piegarsi anche gli spietati… Gareggia nel salmo la dottrina con la bellezza. Il salmo è cantato per diletto e insieme viene espresso come conoscenza. Infatti, i comandamenti più violenti non durano nell’animo, ma quello che si riceve con soavità, una volta penetrato nell’intimo, non conosce amnesie”. Come i grandi Padri della Chiesa, anche Ambrogio commenta i salmi nella nuova chiave di lettura inaugurata da Cristo stesso. Dall’amore al dolce libro dei salmi, fiorisce nel suo cuore il canto degli inni. Questa esperienza mistica d’amore la esprime, per esempio, attraverso l’originalissimo tema del “bacio”. Nel commento al Salmo 118, 28, così scrive: “La Chiesa, non solo trattiene la Parola nel segreto del suo cuore mediante la preghiera, ma anche la bacia con voci di coro salmodiante, come i baci del suo amore” (cf  7,13; 8,2). Lo stesso tema del bacio lo applica alla Parola che si fa Cibo di Vita nell’Eucaristia: “ Sei venuto verso l’altare, il Signore Gesù ti chiama — sia l’anima tua, sia la Chiesa — e dice: ”Mi baci coi baci della sua bocca”. Vuoi applicare queste parole a Cristo? Niente di più bello. O alla tua anima? Niente di più delizioso” (V, 5). Questa esperienza mistica di comunione d’amore col Mistero, Ambrogio la traduce e la esprime facendo omelia: “Bevi Cristo che è la vite, bevi Cristo che è la fontana di vita, bevi Cristo che è il fiume la cui corrente feconda la città di Dio, bevi Cristo che è la pace, bevi Cristo che è il grembo da cui sgorgano vene d’acqua viva, bevi Cristo per bere il sangue da cui sei stato redento, bevi Cristo per bere il suo discorso! Il suo discorso è l’Antico Testamento, il suo discorso è il Nuovo Testamento. La Scrittura divina si beve, la Scrittura divina si divora, quando il succo della Parola eterna discende nelle vene della mente e nelle energie dell’anima… Bevi dunque presto, perché ti risplenda una grande luce” (I, 33).

Ambrogio, bevendo a grandi sorsate all’inebriante e dissetante fonte della Parola, realizza quell’unione mistica transumanante dell’incontro dell’uomo con il suo Dio. La Parola, diventata poesia e canto, introduce l’assemblea liturgica nell’esperienza del Mistero:

Chistus noster sit cibus

potusque noster sit fides

laeti bibamus sobriam

ebrietam spiritus.

E’ la sesta strofa dell’inno che, da omelia, si trasforma in canto di saporosa mistagogia. L’effetto del nuovo genere di canto — antifonia e innodia — introdotto da Ambrogio, fu così forte e così incisivo che i suoi avversari lo accusarono di avere incantato il popolo con i suoi canti.

Rimane incantato anche sant’Agostino! Questa esperienza pastorale verbo-melodica la troviamo descritta in quella celebre pagina delle Confessioni: “In quei giorni [quelli che seguono la sua conversione] non mi saziavo di considerare con mirabile dolcezza i tuoi profondi disegni sulla salute del genere umano. Quante lacrime versate, ascoltando gli accenti dei tuoi inni e cantici che risuonavano dolcemente nella tua chiesa! Una commozione violenta: quegli accenti fluivano nelle mie orecchie e distillavano nel mio cuore la verità, eccitandomi un caldo sentimento di pietà. Le lacrime che scorrevano, mi facevano bene” (Cap. IX, 6-7).

Rimane incantato anche lo stesso Ambrogio! Ascoltando il canto della sua assemblea così commenta: ”E come potrei descrivere compiutamente la bellezza del mare che il Creatore vide? Cos’è il canto del mare se non l’eco dei canti dell’assemblea cristiana? Perciò è molto giusto che la Chiesa sia paragonata al mare: in principio, all’entrare della folla fedele, essa rigurgita da tutti gli ingressi delle sue onde e poi, mentre il popolo prega tutto insieme, scroscia come il flusso di onde spumeggiati, quando il canto degli uomini, delle donne, delle vergini, dei ragazzi fa eco ai responsori dei salmi come l’armonioso fragore delle onde” ( III, 23).

Ambrogio e Agostino, ciascuno a suo modo, percepiscono che, attraverso il canto della Parola, l’”io” personale” viene trasformato nel “noi” della coralità vivente che è magnifica espressione che unisce tutta quanta l’assemblea nel mistero di quel “Corpo d’amore” creato dalla Parola incarnata nel cuore e celebrata nell’in-canto della divina Liturgia.

Si, è lui, Ambrogio, il teologo del canto liturgico, il protettore e il custode di quanti credono che questo canto non è vacuo ornamento esteriore di una gestualità coreografica o ingrediente vagamente mistico-estetico di un culto religioso qualsiasi, ma “incarnazione” della Parola di Dio o delle parole dell’uomo sostanziate dalla Parola di Dio. Cristo è Immagine che si vede, Parola che si ascolta, Pane che si consuma all’interno della comunità ecclesiale che celebra, nella Divina Liturgia in canto, l’incontro salvifico tra l’uomo e il suo Dio.

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