Artsakh: la distruzione della memoria. La demolizione della Cattedrale della Santa Madre di Dio a Stepanakert e il silenzio assordante
[Korazym.org/Blog dell’Editore, 22.04.2026 – Vik van Brantegem] – La distruzione della Cattedrale della Santa Madre di Dio a Stepanakert, la capitale della Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh, oggi occupata dall’Azerbaigian, rappresenta uno degli episodi più gravi e simbolici della crescente cancellazione del patrimonio culturale armeno nel territorio. Secondo fonti ufficiali e osservatori indipendenti, l’atto non è isolato, ma parte di una strategia più ampia volta a eliminare le tracce storiche, religiose e identitarie della presenza armena nella regione.
I media azeri non hanno agito in modo plateale, come nel caso del palazzo del parlamento, quando tutti i media azeri hanno riportato la demolizione di prove di quello che definivano il regime separatista. Nel caso della chiesa, gli armeni del Karabakh più attenti, che conoscono tutti gli edifici della zona, hanno notato che i video diffusi dagli Azeri non includono l’imponente cattedrale, che si ergeva maestosa nel centro della città ed era visibile da ogni dove.
Un simbolo abbattuto
La cattedrale, consacrata il 7 aprile 2019 da Sua Santità Karekin II, Patriarca Supremo e Catholicos di tutti gli Armeni, era molto più di un edificio religioso. Costruita tra il 2000 e il 2019 e progettata dall’architetto Gagik Yeranosyan, rappresentava la rinascita spirituale di Stepanakert dopo decenni di repressione religiosa durante l’era sovietica.
Alta 35 metri, con un campanile di 24 metri, dominava il paesaggio urbano della capitale della Repubblica di Artsakh. Sorgeva in un luogo storicamente legato al culto Cristiano, dove una chiesa attiva sin dal XIX secolo era stata chiusa e riconvertita durante il periodo sovietico.
Per la comunità armena, la cattedrale era diventata un simbolo vivo di Fede, memoria e continuità identitaria.
Una distruzione dal forte valore simbolico
La demolizione, alla vigilia del 111° anniversario del genocidio armeno, è stata interpretata da molti come un gesto deliberato e altamente simbolico.
Secondo Hovik Avanesov, Difensore Civico per il Patrimonio Culturale dell’Artsakh, non si tratta di un episodio isolato ma di un modello ricorrente. Negli ultimi anni sarebbero stati registrati oltre 1.000 casi di vandalismo e distruzione di siti culturali armeni nella regione.
Pochi giorni prima, infatti, era stata demolita anche la chiesa di San Hakob, insieme alle aree circostanti e ai khachkar (le tradizionali croci di pietra armene), suggerendo un’azione sistematica.
“Genocidio culturale”: le accuse
L’Agenzia per lo Sviluppo del Turismo e della Cultura dell’Artsakh, in un dichiarazione del 21 aprile 2026, ha definito la distruzione come parte di un “genocidio culturale”: “Non vengono distrutti solo edifici, ma anche l’identità di un popolo, il suo passato e il suo diritto al futuro”.
L’agenzia collega esplicitamente queste azioni a una continuità storica con il genocidio armeno di inizio Novecento, sostenendo che oggi la stessa logica si manifesti attraverso la cancellazione della memoria e dei simboli.
Il silenzio sotto accusa
Uno degli aspetti più controversi della vicenda è il silenzio denunciato sia a livello nazionale che internazionale. L’agenzia ha criticato duramente le autorità della Repubblica di Armenia, accusate di una reazione insufficiente; la comunità internazionale; e le organizzazioni preposte alla tutela del patrimonio culturale.
Secondo la dichiarazione, “il silenzio non è più neutralità, ma diventa complicità”. Questo silenzio, sostiene l’agenzia, rischia di creare un clima di impunità che incoraggia ulteriori distruzioni.
Identità, memoria e diritto al ritorno
La distruzione dei luoghi sacri nell’Artsakh non riguarda soltanto il patrimonio materiale. Secondo gli esperti, essa colpisce direttamente la possibilità per la popolazione armena sfollata di rivendicare il proprio diritto al ritorno.
Eliminare chiese, monumenti e simboli significa cancellare le prove storiche della presenza armena, minando le basi culturali e morali per un eventuale ritorno nella regione. In questo senso, la demolizione della cattedrale assume una dimensione politica oltre che culturale: “Va chiaramente affermato che il diritto della popolazione armena dell’Artsakh a tornare nella propria patria è inalienabile e non può essere messo in discussione. La distruzione del patrimonio culturale mira anche a negare questo diritto, ostacolando la possibilità di ritorno del popolo attraverso la cancellazione della memoria”, si legge nella dichiarazione.
Un contesto internazionale contraddittorio
La vicenda assume contorni ancora più complessi alla luce degli sviluppi internazionali imminenti.
Nei prossimi giorni, il Vaticano ospiterà un convegno organizzato con l’Ambasciata dell’Azerbaigian presso la Santa Sede per la presentazione del libro Pontes culturae (Ponti di cultura), mentre il 5 maggio la Presidente del Consiglio dei Ministri Giorgia Meloni incontrerà l’autocrate azero Ilham Aliyev.
Questi eventi sollevano interrogativi inevitabili: verrà affrontato il tema della distruzione delle chiese armene nell’Artsakh occupata dall’Azerbaigian? O prevarranno considerazioni diplomatiche ed economiche?
La voce della diaspora
La reazione emotiva degli Armeni dell’Artsakh, sfollati con la forza dalle loro terre ancestrali dagli Azeri, e della diaspora, è stata immediata e intensa. “Moriamo mentre viviamo”, ha scritto un ex residente di Stepanakert sui social media, esprimendo un sentimento diffuso di perdita e impotenza. Per molti, la distruzione della cattedrale di Stepanakert non è solo la fine di un edificio, ma la cancellazione di una parte della propria esistenza.
Conclusione
La demolizione della Cattedrale della Santa Madre di Dio a Stepanakert non è un episodio isolato, ma un segnale allarmante di una più ampia crisi culturale e politica. Essa solleva questioni fondamentali: la tutela del patrimonio culturale nei territori occupati dall’Azerbaigian; il ruolo della comunità internazionale; e il rapporto tra memoria storica e diritti dei popoli.
In gioco non ci sono soltanto pietre e monumenti, ma l’identità stessa di una comunità e il suo diritto a esistere nella propria terra. Il silenzio, oggi, è la forma più pericolosa di complicità.
La Santa Sede chiude un occhio
Dichiarazione del Coordinamento Associazioni e Organizzazioni Armene in Italia
Mentre la Santa Sede (tramite la Pontifica Commissione di Archeologia Sacra) è coinvolta nell’ennesimo evento allestito dall’Ambasciata dell’Azerbaigian presso la Santa Sede (presentazione del volume Pontes culturae), giunge la notizia che anche la cattedrale di Stepanakert nel Nagorno Karabakh (Artsakh) è stata demolita dalle forze di occupazione azera che nel 2023 cacciarono l’intera popolazione armena della regione.
Si tratta dell’ennesimo atto di distruzione di un manufatto armeno per cancellare la memoria storica di quella terra.
La cattedrale a Stepanakert non è la prima chiesa a cadere sotto i colpi degli Azeri; stessa sorte hanno subito altre chiese e altri edifici civili armeni. Per ciò che non può essere abbattuto è comunque sempre pronta una rivisitazione storica che attribuisca la paternità del sito agli occupanti.
Comprendiamo la necessità della Santa Sede di mantenere opportune relazioni diplomatiche con la dittatura azera e di continuare a beneficiare delle sponsorizzazioni generosamente elargite dal regime. È tuttavia incomprensibile come dal Vaticano non giunga una sola parola di condanna per la distruzione delle chiese Cristiane ma anzi si organizzino eventi che falsamente propagandano un Azerbaigian tollerante verso altre culture e religioni. Nascondere la polvere sotto il tappeto non aiuta a cancellare lo sporco, anzi il marcio, di siffatte azioni. E mentre si condannano, giustamente, gli atti di vandalismo di soldati israeliani nel Libano meridionale contro crocefissi e statue Cristiane, colpevolmente si tace su quanto sta accadendo in Artsakh.




























