La guerra scatenata dall’Azerbajgian (con il sostegno determinante della Turchia) contro la Repubblica di Artsakh non va dimenticata

Il 27 settembre 2021 ricorre il primo anniversario della guerra di aggressione scatenata in Nagorno Karabakh (Artsakh) dall’Azerbaigian, conclusasi 44 giorni dopo con un armistizio firmato il 9 novembre 2021. Il nostro primo articolo abbiamo pubblicato il 28 settembre 2020 [Presidente Arayik Harutyunyan: non è l’Azerbaigian, è la Turchia che combatte contro l’Artsakh. Circa 4.000 jihadisti della Syria combattendo con i turchi dalla parte azera]. Ne sono seguiti molti altri su questo Blog dell’Editore e riteniamo importante che quanto accaduto un anno or sono non venga dimenticato, soprattutto alla luce delle tensioni ancora presenti nella regione e del piano azero chiaramente mirato a un indebolimento, se non annichilimento, della nazione armena.

UN ANNO DOPO
LA GUERRA IN NAGORNO KARABAKH È L’11 SETTEMBRE DEGLI ARMENI

Il 27 settembre 2020, forze turche e azere con il supporto di mercenari jihadisti tagliagole hanno sferrato un attacco congiunto contro la repubblica armena del Nagorno Karabakh (Artsakh).

Al termine di 44 giorni di guerra e di indiscriminati bombardamenti sulla popolazione civile di Stepanakert e degli altri insediamenti civili, è stato firmato il 9 novembre un armistizio che ha sancito la vittoria militare azera e la occupazione militare di quasi tutto il territorio sia dentro i confini dell’oblast di epoca sovietica che nei territori circostanti.

Per gli Armeni di tutto il mondo, l’aggressione azera simboleggia un undici settembre di dimensioni ancor più gravi in termini di perdite umane e materiali.

Il “Consiglio per la comunità armena di Roma” nel ricordare le migliaia di vittime civili e militari causate dalla guerra azera sottolinea che:
– Il regime dell’Azerbaigian persevera in una politica di odio nei confronti dell’Armenia come ripetutamente evidenziato nei discorsi ufficiali del suo presidente Aliyev;
– La popolazione armena continua ad essere continuamente minacciata e provocata dai soldati azeri nonostante il dispiegamento di un contingente di forze di pace russo;
– Le ambizioni dell’Azerbaigian si sono progressivamente spostate sulla repubblica di Armenia nel cui territorio da oltre cinque mesi sono entrate centinaia di soldati azeri per ridisegnare i confini secondo la volontà del dittatore Aliyev.

Il “Consiglio per la comunità armena di Roma” fa appello alle istituzioni, alla politica e ai media italiani chiedendo che:
– La repubblica italiana si attivi in tutte le sedi per l’immediato rilascio delle decine di prigionieri di guerra armeni ancora trattenuti nelle carceri azere in dispregio dell’accordo di tregua del 9 novembre e delle convenzioni internazionali;
– Venga riconosciuto il diritto della popolazione armena del Nagorno Karabakh (Artsakh) a vivere in pace nella propria terra;
– Sia riconosciuto dunque il diritto all’autodeterminazione della regione entro in confini dell’oblast sovietica attesa che la convivenza entro lo Stato dell’Azerbaigian è di fatto impossibile.
– Siano attivati tutti i mezzi possibili per la preservazione del patrimonio storico, artistico e religioso armeno nei territori occupati dall’Azerbaigian favorendo in primo luogo la missione Unesco per la verifica dello stato di conservazione dei monumenti armeni molti dei quali purtroppo già distrutti o vandalizzati.

Il Consiglio per la comunità armena di Roma

Artsakh/Nagorno-Karabakh, 27 settembre 2020-27 settembre 2021. Il Male, un anno fa.

Riportiamo in modo sintetico alcune riflessioni formulate dal Consiglio per la comunità armena di Roma, seguite da un articolo dell’amico e collega Renato Farina su Tempi, nella speranza che quella dello scorso autunno non sia un’altra guerra dimenticata e con l’auspicio che le istituzioni europee, compreso lo Stato italiano, vogliano adoperarsi quanto più possibile per garantire il diritto all’autodeterminazione alla piccola Repubblica di Artsakh/Nagorno Karabakh e porre fine così a decenni di conflittualità.

LA GUERRA

1. Lo scorso 27 settembre un’operazione congiunta turco-azera con l’ausilio di mercenari jihadisti ha attaccato la Repubblica (de facto) di Artsakh/Nagorno Karabakh (di seguito Artsakh) nonostante l’invito del Segretario Generale delle Nazioni Unite affinché venissero evitate ostilità in periodo pandemico.

2. L’iniziale comunicazione mediatica (“scontri tra armeni e azeri” o addirittura “attacco armeno”) è stata successivamente smentita dalla stessa leadership azera che ha ammesso di aver attaccato la parte armena per risolvere con la forza ciò che non si riusciva a concludere a livello diplomatico.

3. È opinione condivisa da molti analisti che la Turchia abbia giocato un ruolo fondamentale nel successo dell’Azerbajgian sia per la pianificazione delle operazioni (sin dalle esercitazioni congiunte di fine luglio) sia per il supporto logistico (droni) senza il quale l’esercito di Aliyev non sarebbe riuscito a prevalere.

4. La guerra ha determinato la conquista azera sia dei territori extra oblast sovietica (Regione Autonoma del Nagorno Karabakh) che erano finiti sotto controllo armeno in occasione della prima guerra (1992-1994, anche questa scatenata dagli azeri) sia di alcune parti dell’oblast armena (in particolare la regione di Hadrut, parte di quella di Martuni e Martakert e la città di Shushi).

5. Giova ricordare che Artsakh aveva conquistato il proprio diritto all’autodeterminazione attraverso un legale percorso basato sulla legislazione sovietica all’epoca esistente (si veda in particolare la legge dell’aprile 1991 relativa alle norme in caso di distacco di una repubblica dall’URSS).

6. Nel corso del conflitto la parte azera si è macchiata di orribili crimini sia contro i soldati che contro la popolazione civile armena: i social sono purtroppo pieni di tali testimonianze. Per 44 giorni sulla popolazione civile della regione (compresi ospedali per l’infanzia) sono state sganciate bombe, anche cluster bomb e bombe al fosforo.

7. Il bilancio della guerra è per la parte armena di circa 4.000 caduti. Ancora oggi, a un anno di distanza, vengono ritrovati resti di soldati armeni nelle zone ora occupate dagli Azeri (1.670 alla scorsa settimana). Dei 150.000 abitanti di Artsakh, 25/30.000 non hanno potuto far rientro a casa perché distrutta o finita in territorio azero. Sono centinaia i soldati e i civili vittime di mutilazioni a causa della guerra voluta da Aliyev ed Erdogan.

IL DOPO GUERRA

1. Dopo la fine della guerra, l’Azerbajgian non ha cessato la propria politica di odio nei confronti della parte armena nell’Artsakh. In particolare:

a. Ha continuato a rivendicare il territorio rimasto sotto controllo armeno e ora presidiato dalle forze di pace russe.

b. Ha allestito un osceno “Parco della vittoria” a Baku dove i soldati armeni vengono rappresentati con manichini in pose degradanti come nella peggior propaganda nazista contro gli Ebrei [A Baku un “Parco dei Trofei di Guerra” con i caschi dei soldati armeni uccisi durante l’aggressione militare azera-turca contro l’Artsakh/Nagorno-Karabakh. L’abuso di una sconfitta – 16 aprile 2021].

c. Ha fatto prigionieri alcune decine di soldati armeni che si trovavano a presidiare il territorio nella regione di Hadrut in una vallata che era evidentemente sfuggita all’azione nemica; per accordo del 9 novembre, tale area sarebbe dovuta rimanere, ancorché isolata, sotto controllo armeno ma gli azeri hanno risolto il problema catturando tutti i soldati.

d. Altri tentativi di conquistare posizioni armene si sono registrati in tutti i mesi a seguire.

e. Oltre sessanta soldati armeni sono stati oggetto – in spregio all’accordo di novembre e alle convenzioni internazionali – di ridicoli processi a Baku e condannati a pene detentive tra i 15 e i 20 anni. Per alcuni le accuse si riferivano addirittura alla prima guerra degli anni Novanta.

f. Come ammesso dalle stesse autorità di Baku e documentato da testimonianze video e satellitari, tutti i manufatti architettonici civili e religiosi armeni sono stati oggetto di distruzione o manomissione. Lo stesso Aliyev ha dato ordine di rimuovere da essi tutte le iscrizioni armene [Azerbajgian ha rasato al suolo storiche chiese armene a Sushi e a Mekhakavan nell’Artsakh occupato con la guerra di aggressione del 2020 – 28 marzo 2021].

g. È accertato [come abbiamo riferito] che l’organizzazione terroristica turca de “I lupi grigi” si è insediata a Shushi facendola diventare la propria capitale simbolo della turchicità della regione.

h. È in corso una campagna di “appropriazione” storica e religiosa del patrimonio culturale armeno (si veda il monastero di Dadivank) [Due manifesti che presentavano Shushi e Dadivank come azeri rimossi dalla metropolitana di Londra perché offensivi e falsi – 23 marzo 2021].

i. L’Azerbajgian non ha mai consentito all’UNESCO di inviare una delegazione per verificare la situazione degli oltre 1600 siti culturali armeni finiti sotto controllo azero. Questa politica ricorda molto la distruzione dei diecimila katchkar armeni (croci di pietra) medioevali a Julfa in Nakhchivan [Repubblica di Artsakh. A rischio i monumenti armeni per mano azera. Il Parlamento europeo condanna aggressione azera e ingerenza turca – 26 gennaio 2021].

j. Quasi quotidianamente si registrano azioni intimidatorie verso la popolazione civile (spari contro gli insediamenti armeni, campi incendiati, sassaiole contro i veicoli in transito).

2. Dopo aver attaccato l’Artsakh, l’attenzione dell’Azerbajgian si è rivolta verso la Repubblica di Armenia. In particolare:

a. Sono state ripetute le minacce di nuova escalation bellica contro gli Armeni se Yerevan non sottostava alle pretese di Baku.

b. Dal 12 maggio alcune centinaia di soldati azeri sono entrati nel territorio della Repubblica di Armenia (Paese membro dell’Onu e facente parte di organizzazioni europee) per “ridisegnare” i confini secondo la propria volontà. Generalmente, questo significa conquistare posizioni in altura per avere il controllo delle pianure armene sottostanti.

c. Alcuni soldati armeni sono stati catturati, altri sono stati ucci in scontri a fuoco.

d. Villaggi e fattorie prossime al confine vengono presi di mira dai cecchini azeri.

e. Nel pieno dell’estate sono state lanciate bottiglie incendiarie per bruciare i pascoli armeni.

f. Azerbajgian e Turchia spingono per creare un collegamento territoriale nel sud dell’Armenia togliendo alla stessa la comunicazione con l’Iran.

g. Aliyev reclama come “storiche terre azerbajgiane” (sic!) le sponde orientali del lago Sevan e la provincia del Syunik e ha ordinato ai media azeri di usare per tutte le località dell’Armenia il toponimo in lingua azera.

h. La strada armena di collegamento con l’Iran (corridoio stradale meridionale) che, a seguito dell’armistizio, per alcuni chilometri sarebbe finita in territorio controllato dagli azeri è stata più volte bloccata. Di fatto l’Azerbajgian cerca di strozzare l’economia armena imponendo pedaggi agli autotrasportatori iraniani, minacciando i conducenti armeni, rimuovendo insegne dell’Armenia e dell’Artsakh dai veicoli. Il governo armeno sta studiando la possibilità di costruire una strada alternativa che avrà comunque un costo stimato di circa un miliardo di dollari, una cifra enorme per la debole economia del Paese.

i. Gli Azeri hanno preso inoltre il totale controllo della miniera di Sotk che si trova a cavallo del supposto confine tra i due Paesi. Per l’Armenia le mancate entrate erariali sono una perdita gravissima.

ANALISI DELL SITUAZIONE POSTBELLICA

Quanto è accaduto e sta accadendo dimostra inequivocabilmente che:

1. L’Azerbajgian non accetta alcuno strumento di risoluzione dei problemi che non sia quello della forza. È successo così nel 1992, nel 2016 e nel 2020. Il ricorso alla forza o la minaccia della stessa rientrano nella politica di Baku.

2. Permane, anzi dopo la guerra è divenuto ancora più forte, un sentimento di odio etnico verso gli Armeni foriero di ulteriori violenze.

3. Erdogan e Aliyev aspirano a una contiguità territoriale fra Turchia e Azerbajgian come nel piano dei Giovani turchi dell’impero ottomano. Verso Turkmenistan e Afghanistan.

4. Il controllo dell’Artsakh era sempre stato considerato dagli Armeni una forma di garanzia per la sicurezza della stessa Armenia; quanto sta accadendo dopo la guerra conferma appieno tale tesi. L’Armenia ha il confine occidentale chiuso dalla Turchia, quello orientale minacciato militarmente dall’Azerbajgian, quello meridionale con l’Iran sempre più difficile da raggiungere e oggetto delle mire turco-azere; rimangono solo tre valichi di montagna con la Georgia, poi il Paese sarà completamente isolato via terra.

5. Dopo l’Artsakh sarà dunque la volta dell’Armenia, poco alla volta erosa ai fianchi dai Turchi e dagli Azeri. Cadrà l’ultimo baluardo europeo (e cristiano) a favore di due dittature.

6. Gli interessi economici ed energetici spingono Europa (e Italia) a chiudere un occhio di fronte alle dittature di Turchia e Azerbajgian. Il fatto economico (non disgiunto dalla corruzione politica) prevale sui princìpi etici, l’immediato guadagno non considera gli inquietanti scenari futuri. L’Europa sta allevando dei mostri ai suoi confini orientali e quando si accorgerà dell’errore compiuto sarà troppo tardi [Armi e petrocarburi nel Caucaso. Intrecci geopolitici tengono la pace e la libertà per l’Artsakh/Nagorno-Karabakh ancora lontane – 9 maggio 2021].

“Siamo le nostre montagne” (in armeno Մենք ենք մեր սարերը, Menq enq mer sarerè), il grande monumento a Stepanakert, la capitale della Repubblica di Artsakh. Il monumento, completato nel 1967 da Sarghis Baghdasaryan, è significativamente considerato come il simbolo principale dell’Artsakh. Costruito in tufo, raffigura un uomo anziano ed una donna che emergono dalla roccia, a rappresentare la gente delle montagne del Nagorno-Karabakh. Una delle caratteristiche principali è la poca definitezza della scultura. È conosciuta anche come Tatik yev Papik (Տատիկ և Պապիկ) in lingua armena orientale e Mamig yev Babig (Մամիկ եւ Պապիկ) in lingua armena occidentale, traducibile come nonna e nonno. Il monumento appare anche nello stemma della Repubblica di Artsakh.

IL MOLOKANO
Gli incubi degli armeni del Nagorno-Karabakh
L’altra guerra perdutissima che sbagliamo a ignorare
di Renato Farina
Tempi, 1° settembre 2021


C’è un silenzioso Afghanistan che non interessa a nessuno. Si chiama Nagorno-Karabakh, o Artsakh (dicono gli armeni che lo abitano o soprattutto abitavano). Io, da molokano del lago di Sevan, sono di parte, essendo stato accolto e rifocillato e tenuto vivo nella libertà e nella mia fede da questo popolo di una terra di pietre (così la descrisse Vasilij Grossman). Ho la mia preferenza e mentre sono sicuro che Tempi vi offrirà in questo numero molte e sacrosante riflessioni e proposte su Kabul e talebani, oltre che strategie e tattiche presenti e future, mi scuserete se mi attardo dalle parti del mio Caucaso.

Quella di Kabul è in realtà la stessa guerra perduta, perdutissima e assai più vicina all’Europa che si è giocata e si gioca ancora da queste parti del mondo, con il sultano Erdogan che punta a sottomettere o meglio cacciar via l’antico popolo cristiano che i suoi predecessori ottomani e giovani turchi volevano annientare con un genocidio da un milione e mezzo di morti che non è ancora finito.

Buttati fuori «come cani»

Sono noioso? Mi piacerebbe adattare a questo 2020-2021 il meraviglioso libro di san Gregorio di Narek (951-1003), che papa Francesco ha avuto il grandioso coraggio di proclamare Dottore della Chiesa cattolica. Gregorio scrisse Il libro della lamentazione ma esso ha un valore eterno. Io sono solo una modesta Cassandra, per fortuna però non sono disperata come lei che gridava Troia-brucia-Troiabrucia. Sì, le fiamme sono alte, ma Troia non era cristiana, era disperata. Gli armeni no. Io credo che quando – come dice il Vangelo di Luca – Cristo tornerà sulla terra, se c’è la possibilità che trovi un poco di fede è qui. So che san Gregorio di Narek – non a caso l’ultimo a essere stato proclamato Dottore della Chiesa (2015) dopo altri 35 – vedeva molto più largo del Caucaso. Ma l’Armenia – come diceva Borges dell’India – «è più grande del mondo».

Vi racconto la situazione a frammenti. Ci sono due incubi in corso. Uno riguarda l’Artsakh, ed è il paese armeno – un’enclave cristiana in territorio islamico-turco -, conquistato quasi interamente in 44 giorni di guerra (autunno del 2020) dall’Azerbaigian. Aveva 150 mila abitanti. Tremila sono stati uccisi, centomila rifugiati nella Repubblica madre di Yerevan. L’altro incubo, meno cupo certo, ma incombente, riguarda proprio la Repubblica armena. Anch’essa è ormai di fatto una enclave.

Nel 2020, il Nagorno-Karabakh (o Artsakh), ormai ridotto a meno di 3.000 chilometri quadrati, cerca di ricostruirsi sotto la minaccia di un nuovo attacco. «Collegato all’Armenia da un corridoio che non controlla nemmeno, questo piccolo “paese” dimenticato dal mondo conta soprattutto sull’esercito russo per proteggersi», racconta per Le Figaro Jean-Christophe Buisson. Buisson raccoglie voci di testimoni: «Non c’è nessuno che ci protegga dai turchi. Non il nostro governo, non il governo di Yerevan, non la Francia, non gli Stati Uniti, non la Russia». I turchi sono lì. Incombono a sud. «Comandato da generali turchi, contando su 2-3 mila jihadisti venuti dalla Siria via Turchia, con una superiorità aerea — in particolare grazie ai droni assassini Bayraktar TB2, anch’essi turchi — contro la quale l’artiglieria invecchiata della difesa dell’Artsakh si è dimostrata impotente», scrive Le Figaro, l’esercito di Baku ha lasciato agli armeni spiccioli di territorio. Fa di tutto perché non resistano.

Nelle terre da cui gli azeri hanno cacciato gli armeni («come cani», ha latrato il presidente azero Ilham Aliev), le immagini parlano di edifici cristiani risalenti al Medioevo vandalizzati o distrutti, l’installazione di famiglie jihadiste in cambio dei loro buoni e leali servizi, lavori di costruzione di strade con lastre rubate dalle tombe dei cimiteri armeni, l’installazione di caserme militari…

Sulle popolazioni che vivono lungo le decine di chilometri di linea di contatto, su un altopiano che oscilla tra 1.000 e 2.000 metri di altitudine, la pressione è costante. Non è raro sentire raffiche di fucile automatico bucare il silenzio della notte o che mucche o capre che “Siamo le nostre montagne” a Stepanakert, monumento simbolo dell’Artsakh (il Nagorno-Karabakh secondo gli armeni) si avventurano un po’ troppo vicino al territorio azero siano catturate o addirittura uccise da un cecchino. Sulle strade asfaltate o sterrate che si snodano tra le montagne, lungo una frontiera che raramente è formalmente ed esplicitamente segnata, le auto armene sono talvolta oggetto di spari. Gli agricoltori ci dicono — riferisce Buisson — che ricevono telefonate minacciose, in turco. I droni turchi di sorveglianza e anche di attacco sorvolano l’Armenia. L’acqua dei fiumi locali, le cui sorgenti si trovano ora dall’altra parte della frontiera, scorre meno fluida, meno chiara.

La cattedrale smantellata

Rendere loro la vita impossibile per spopolare la regione è un modo per Aliev di assicurarsi una vittoria militare in caso di ripresa del conflitto. In ogni caso, per scoraggiare l’Armenia o i suoi alleati a intervenire: quale paese impegnerà le truppe per 50 mila poveri armeni?

Intanto a Şuşa la cupola della cattedrale è stata smantellata e il progetto è quello di costruire un’enorme moschea, così che tutto con la dolcezza sinuosa dei serpenti a sonagli ciò che resta del cristianesimo armeno cada in braccio pur di non morire a Baku e dunque ad Ankara-Istanbul, secondo il progetto di un corridoio islamico che dal Mediterraneo arrivi in Cina passando, perché no?, dall’Afghanistan.

La speranza, nella totale assenza occidentale, sta nella Russia. Non perché l’Armenia sia ricca di alcunché di prezioso sul mercato della venalità, ma perché esistono beni misteriosi che i popoli intuiscono come decisivi per l’eternità.

Ahi! Da molokano eretico per questo XXI secolo ho introdotto il concetto di eterno, anzi la realtà spirituale che si oppone alle potenze… Non si fa. Io so e vedo che questa essenza concreta, particolare e universale resiste come un resto splendente e inerme nella storia. I commercianti commerciano; gli operai lavorano; i bambini giocano; il lavash esce dai forni dove sprofondano le teste dei panettieri-acrobati (è così che fanno il pane armeno). Lentamente ma inesorabilmente, il paese si sta ricostruendo. Non lasciamo soli gli armeni, non lasciamo soli gli afghani. Non lasciamo soli i nostri fratelli.

Il Sultano Erdogan qui punta a sottomettere o meglio cacciar via l’antico popolo cristiano Armeno che i suoi predecessori ottomani e giovani turchi volevano annientare con un genocidio.

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