Luigi Accattoli, testimone di speranza alla ricerca di fatti di Vangelo e storie di pandemia. Come da un male possa sempre fiorire il bene

“Per fatti di Vangelo intendo le testimonianze cristiane più radicali e disinteressate, direttamente ispirate alle beatitudini e all’esempio di Gesù: la fede pagata con la vita, ogni forma di misericordia fino alle adozioni difficili e al dono del proprio corpo nei trapianti, la povertà scelta o accolta, la sofferenza redenta dalla grazia, l’amore senza motivo e quello per i nemici, l’accettazione della morte nella speranza della risurrezione, la riscoperta della preghiera pubblica”, dice Luigi Accattoli, nel convincimento che porre fatti di Vangelo sia – oggi come sempre – la prima e fondamentale via dell’evangelizzazione. Sono storie dei nostri giorni, narrate con nomi e cognomi, date e luoghi. Racconta anche storie di giusti che non appartengono alla comunità cristiana, ma compiono in nome dell’uomo gesti simili a quelli che i credenti pongono in nome di Cristo.

Luigi Accattoli (Foto di Marco Martinelli).

Il vaticanista di lunga corsa Luigi Accattoli, mentre era in ospedale per polmonite da Covid-19, il 4 dicembre 2020 è stato assegnato il premio speciale della giuria «Giornalisti e società», nell’ambito del premio giornalistico nazionale «Natale UCSI 2020», promosso dall’Unione Cattolica Stampa Italiana (UCSI) di Verona. La motivazione ufficiale recita: «Giornalista vaticanista prima di Repubblica poi del Corriere della Sera, racconta la vita della Chiesa e del Vaticano e, inoltre, colleziona “fatti di Vangelo” (esperienze di italiani dei nostri giorni che egli definisce “direttamente ispirate alle beatitudini e all’esempio di Gesù”), raccolti in alcuni libri. In questi mesi sul suo blog Accattoli ha cominciato a raccogliere anche “storie di pandemia”, testimoniando come da un male possa sempre rifiorire il bene».

L’amico e collega Luigi Accattoli, tra altro compagno di viaggio in tanti pellegrinaggi pontifici nel mondo, è positivo al Sars-CoV-2 dal 19 novembre scorso, poi è stato colpito da polmonite ed è in ospedale dal 29 novembre. Il 19 dicembre – quando gli ho augurato pronta guarigione – mi ha confessato che è stata dura, che ha immaginato di morire ma che forse per questo giro l’ha scampata, che ancora il fiato non gli basta ma di non aver più bisogno della maschera dell’ossigeno. Quel giorno a Verona c’è stata la premiazione virtuale e con l’occasione parliamo di questa vicenda, non tanto per far conoscere l’assegnazione del Premio, ma per segnalare il lavoro di inchiesta sulle storie di pandemia che ha motivato la scelta del lavoro di Accattoli per la premiazione.

In Accattoli e negli altri premiati (Emanuele Roncalli de L’Eco di Bergamo, Anna Maria Cremonini del Tgr Rai Emilia Romagna, Cristina Carpinelli di Radio24, Felice Florio di Open e Linda Marino di F) la giuria ha riconosciuto «il coraggio di uomini che credono ancora nella giustizia; quella carezza inaspettata che infonde speranza; la generosità che trasforma il dolore in amore. Ma anche la fede ai tempi del Covid, e la voglia di aiutare l’altro che supera ogni paura».

Sul sito “Re-Blog” de “Il Regno” – di cui Luigi Accattoli è storico collaboratore – del 4 dicembre scorso si legge: “La redazione e certo anche i lettori del Regno sono doppiamente lieti di questo riconoscimento, giacché tanto il racconto che Accattoli fa della vita ecclesiale quanto la sua collezione di «fatti di Vangelo» trovano ogni mese spazio anche nelle storiche rubriche della rivista, «Agenda vaticana» e «Io non mi vergogno del Vangelo». Dal blog di Luigi Accattoli, spesso condiviso su Re-blog, sappiamo anche che le sue «storie di pandemia» si sono trasformate, da alcuni giorni a questa parte, in un diario in prima persona, prima da casa e poi dall’ospedale: così l’annuncio di questo meritatissimo riconoscimento è anche un altro modo per sperare con lui una rapida guarigione e dirgli: forza Gigi!”.

A questo aggiungo, che Accattoli, al momento del ricovero, di storie di pandemia nel suo blog ne aveva raccolte già 60, che si possono vedere nel capitolo 22 della pagina “Cerco fatti di Vangelo”. Ogni sera ci aggiorna nel blog sulla sua situazione in una specie di diario in pubblico.

In tempo Covid-19 si continua a morire anche per cause non connesse con il nuovo coronavirus di Sars-CoV-2, ma per causa naturale, per malattia diversa, per motivi violenti o per incidenti. Ricordo il caso di Daigoro – di cui ho parlato all’inizio di marzo – che è morto non per Covid-19 ma in un incidente stradale. Però, anche lui, la sua mamma, i suoi famigliari e i suoi amici sono stati colpiti “per estensione” dagli effetti laterali dell’emergenza sanitaria [Estrema solitudine, per chi è in quarantena e chi sta in casa da solo, per malati e moribondi – 18 marzo 2020].

La mattina del 18 marzo ho dato la notizia che tra le ore 09.30 e le 10.00 la salma di Daigoro Todini sarebbe passato sotto la casa di sua mamma Clara Colelli, per raggiungere il cimitero di Prima Porta di Roma [Preghiamo per Daigoro e la sua mamma Clara – 18 marzo 2020]. Ci siamo stretti in un forte abbraccio con mamma Clara, famigliari e amici di Daigoro, ho condiviso una sua supplica, rivolta alle massime autorità dello Stato, di Governo e di Roma [Il male si vince con l’amore. Supplica di mamma Clara a poter dare l’ultimo saluto al suo figlio Daigoro, almeno dall’alto – 13 marzo 2020], che quel giorno ha avuto esito “positivo”. Almeno questo. Secondo le disposizioni del Dpcm in vigore per l’emergenza Sars-CoV-2, la famiglia non era potuto andare all’obitorio né benedire la salma né celebrare il funerale. E il figlio è stato portato al cimitero da solo. Il passaggio della salma di Daigoro Todini, autorizzato dalle autorità competenti, ha avuto luogo alle ore 10.00 circa, sotto la finestra di mamma Clara Colelli, nella zona di Porta Pertusa, adiacente alle Mura vaticane. L’auto con il feretro ha proseguito fino al cimitero di Prima Porta dove Daigoro ha trovato riposo.

Poi, mi sono ricordato che un anno prima, esattamente il 20 marzo 2019 (quando non si potesse ancora immaginare quello sarebbe iniziato meno di un anno dopo e a cui ho colpevolmente dimenticato di dare seguito), Luigi Accattoli mi aveva inviato una email, con cui mi segnalava una puntata di “Fatti di Vangelo” dedicata alla Sala Stampa della Santa Sede. Il mese precedente, in quello spazio aveva raccontato qualcosa, fasti e nefasti, della Sala Stampa della Santa Sede nei decenni, cercando una retrospettiva che aiutasse a intendere dove stava andando la riforma dei media della Santa Sede. Chiuso il pezzo, si chiedeva: “Ma io in 44 anni di accredito, fatti di Vangelo là ne ho visti? E perché non li racconto, senza farla troppo pallosa?”. E ci provò in una puntata, raccontandone una manciata, partendo con un recitativo vivace riguardante la Via Crucis del 2002, quando 14 giornalisti accreditati presso la Sala Stampa della Santa Sede furono chiamati a scrivere le meditazioni della Via Crucis papale e tra i chiamati c’erano il russo Alexei Bukalov e l’americano Greg Burke. Bukalov che è morto il 26 dicembre 2018 e Burke che a fine anno 2018 ha cessato – a sorpresa – di fare il portavoce insieme alla vice.

Quella puntata di “Fatti di Vangelo” in Sala Stampa della Santa Sede faccio seguire in chiusura di questo articolo, dopo due altri testi:
– “Cerco fatti di Vangelo in pandemia”, che mi ha inviato Accattoli;
– Da Avvenire del 19 dicembre un’intervista al Cardinale Gualtiero Bassetti, Arcivescovo metropolita di Perugia-Città della Pieve e Presidente della Conferenza Episcopale Italiana, tornato al palazzo arcivescovile di Perugia, dopo un mese di ospedale per Covid-19.

Cerco fatti di Vangelo in pandemia
di Luigi Accattoli

Cerco fatti di Vangelo in pandemia: ne ho raccolti fino a oggi cinquantacinque nel mio blog e intendo continuare. L’incoraggiamento che trasmettono è il dono di questa stagione tribolata e io mi propongo di segnalarlo con l’arte del giornalista che è quella della narrazione dei fatti.

Le storie portatrici di un elemento testimoniale vivo le cerco nei quotidiani e nei periodici, nei socials, prendendo appunti quando seguo i telegiornali, tra i colleghi giornalisti e tra gli amici. Le chiedo a medici e infermieri. Le chiedo anche a voi che leggete. Trascrivo le interviste in voce e in video che trovo nella Rete.

Vado sistemando le storie in un nuovo capitolo – il 22 – della pagina del blog intitolata “Cerco fatti di Vangelo”, capitolo che ho chiamato “Storie di pandemia”.

Hanno reagito donando la propria vita

Mi interessa ogni vicenda vera e narrabile: di persone che sono morte lasciando un’ultima parola magari in una chat o affidata a un’infermiera; di guariti che hanno sofferto il morso del Covid e ne hanno dato un racconto utile a chi l’ascolta; di scelte di volontariato compiute da uomini e donne impegnate nel lavoro ospedaliero, nel soccorso a domicilio, in tante attività confinanti con le varie facce dell’emergenza.

Sono convinto che non dovremmo trascurare nessuno dei “semi di bene” che lo Spirito continua a seminare nell’umanità, come ci ha ricordato Francesco con il paragrafo 45 di “Fratelli tutti”: “La pandemia ci ha permesso di recuperare e apprezzare tanti compagni e compagne di viaggio che, nella paura, hanno reagito donando la propria vita”.

I nostri morti sono tanti: 39.764 nel momento in cui scrivo. Da marzo a oggi se ne è andata, non riuscendo a respirare, una popolazione come quella della città di Macerata, o di Rovereto. Ma poche tra così tante vicende luttuose hanno un contenuto testimoniale narrabile. Magari molte ce l’hanno per i familiari e per quanti hanno curato chi moriva: il modo di affrontare la morte e il testamento a esso affidato possono infatti essere comunicati anche con un sorriso, una lacrima, un movimento degli occhi. Qualche storia che si conclude con uno sguardo l’ho pure narrata, ma ho cercato spesso inutilmente un ultimo messaggio inviato con il telefonino, una parola di commiato.

Ci sono eccezioni e sono preziose. Di chi è guarito e poi è ricaduto, poniamo e nella fase della guarigione ha detto quello che stava passando.

Don Giuseppe Branchesi, 81 anni, parroco a Macerata, muore il 20 aprile all’ospedale di Civitanova nove giorni dopo aver inviato ai parenti, via cellulare, un testamento che si conclude con questo saluto: “Chiedo perdono a tutti, e tutti perdono”; e ancora: “Grazie a Dio. Grazie a tutti. Benedico tutti”.

Don Corrado Forest di Vittorio Veneto, 80 anni, confida al vescovo che gli telefona: “Non è male che anche qualche prete prenda questo tipo di malattia per condividere quello che vivono molte altre persone”. Un altro prete, Orlando Bartolucci di Pesaro, poi deceduto, da me interpellato in un momento che era parso di guarigione, aveva avuto parole simili di accettazione della malattia: “Anche se tutto è pesante, doloroso, non so per quale motivo, spiritualmente mi sento ‘contento’ di aver fatto questa esperienza. E’ l’aver in certo qual modo condiviso una storia con la tua gente”.

Quelle soste dei feretri davanti alle case dei parenti

Del missionario saveriano Giancarlo Anzanello (85 anni, di Treviso), morto in aprile all’ospedale San Francisco de Asís di Madrid, abbiamo saputo qualcosa dal diario di un prete spagnolo che lì assisteva i ricoverati: Ignacio Carbajosa, che ha pubblicato una forte memoria di quel suo ministero di misericordia tradotta in italiano dall’editore Itaca con il titolo “Testimone privilegiato. Diario di un sacerdote in un ospedale Covid”.

Un paio delle mie storie narrano di famiglie che accompagnano una madre e una figlia al cimitero in regime di massima chiusura, con gli altri parenti costretti a seguire il rito della tumulazione dalla finestra. Riporto le parole di un parroco vicentino che racconta d’aver concordato con le agenzie funebri “una sosta del feretro davanti alle case dei parenti”. Che tempo questo, nel quale sperimentiamo la sospensione delle messe con il popolo, l’impossibilità di accompagnare i morenti, la chiusura dei cimiteri.

Nelle terapie intensive si muore da soli e non c’è modo di mandare una parola alle famiglie. Oscar Vrtovec (Novara) infine si salva ma nel momento di maggiore spavento chiede a un’infermiera di portare quella parola a moglie e figli: “Dite loro che gli ho sempre voluto bene”. Messaggi simili hanno lasciato – morendo – altri due personaggi delle mie storie: un marito a una moglie e una moglie a un marito. Ed è senza la morte di nessuno una terza storia d’amore nella quale il marito si fa ricoverare in una casa di riposo per assistere lei smarrita nell’Alzheimer e ambedue finiscono in un reparto Covid e ne escono salvi.

Tra i guariti c’è lo scrittore napoletano Marco Perillo, 37 anni, che ha narrato la sua partita a scacchi con la morte nel profilo Facebook il 16 ottobre: “Sento il dovere di dire grazie a tutti i medici e agli infermieri del Cotugno per la loro dedizione. Grazie al Signore”.

Pastori preti e pastori medici

Perillo come tanti altri non sa dove abbia contratto il virus, Sergio Accardi invece ne è sicuro: 61 anni, medico di base a Zogno dal 1997, il suo duello di quattro mesi con la morte l’attribuisce al fatto d’aver continuato – a pandemia inoltrata – a visitare in ambulatorio e a domicilio: “Non volevo abbandonare i miei pazienti”. Ed è appunto la solidarietà che ha portato alla morte insieme ai medici degli ospedali anche tanti medici di base.

I medici italiani che hanno “donato la vita” – come dice il papa nell’enciclica – erano a fine ottobre 186. Sorprendentemente a quel numero è vicino quello dei preti che sono morti avendo contratto il Covid nell’accompagnamento del gregge: a fine ottobre i soli diocesani – secondo “Avvenire” – erano 130, aggiungendo i religiosi ci si avvicina o forse si supera il numero dei medici. Con una delle più belle intenzioni proposte nelle messe del mattino a Santa Marta, quella del tre maggio, domenica del Buon Pastore, Francesco ci invitò a contemplare congiuntamente “l’esempio di questi pastori preti e pastori medici”.

Tra i guariti i più narrano d’aver visto in faccia la morte e uno – Piero Perazzoli, di Piacenza – confessa di aver sperato di “varcare la soglia”. Invece Roberto Timpano, 50 anni, di Lecco, racconta di “non avere mai avuto percezione della terribile gravità della mia condizione: l’ho realizzata dopo e mi sono anche accorto che c’era un esercito di gente che pregava per me”.

Don Franco Amati, 70 anni, parroco milanese, si sente “vivo per miracolo” e poco dopo la Pasqua narra ai parrocchiani, per lettera, la sua discesa agli inferi e la lenta “risalita tra i vivi”.

Ho raccolto altre narrazioni simili di cinque sacerdoti, di una decina di laici, di tre vescovi: Antonio Napolioni (Cremona), Derio Olivero (Pinerolo), Calogero Peri (Caltagirone).

Il Vescovo Napolioni così parla in una lettera post mortem a un suo prete che se ne era andato poco dopo che lui – il vescovo – era uscito dall’ospedale: “Scrivo per dirti quello che l’isolamento ci impedisce di dire ai nostri cari, in questa disumana maniera di morire”. “Disumana”: detto da un vescovo.

Straordinaria stagione di male e di bene

Più numerose d’ogni altro filone sono le storie del volontariato. Michela Fanti (22 anni, di Treviso) appena laureata infermiera e già disponendo di altro lavoro si offre per assistere i malati di Covid. Marta Ribul, volontaria internazionale bloccata in partenza per il Kenya, va infermiera all’ospedale Covid di Bergamo dove compie 27 anni nel pieno dell’emergenza.

Abukar Aweis Mohamed è un infermiere somalo cittadino italiano da vent’anni: lascia a Signa, Firenze, la famiglia e va in soccorso dei colleghi della Val Camonica. Lo stesso fa un medico iraniano di 27 anni, immigrato di seconda generazione, Samin Sedghi Zadeh, che lascia la libera professione ed entra volontario nell’ospedale Covid di Cremona.

Tanti per impulso di solidarietà tornano a fare il medico o l’infermiere essendo in pensione, o avendo lasciato da tempo quel lavoro: chi era diventato scrittore, chi vignaiolo, chi si era fatto prete, o frate, o suora. Di storie così ne ho raccolte una decina.

Il volontariato ha trovato in questa straordinaria stagione di male e di bene impensate manifestazioni. Leonardo Castellazzi, 52 anni, di Codogno, medico rianimatore, fa l’esperienza della malattia e poi per due mesi, da casa, risultando positivo a 12 tamponi, passa i pomeriggi al telefono con i parenti dei malati in terapia intensiva. Accompagna in questo modo il lavoro dei colleghi e svolge – da volontario – il ruolo impagabile del collegamento tra i malati e le famiglie.

Vocazione cristiana e vocazione d’uomo

Ogni tragedia è sempre anche commedia e questa doppiezza dell’umano l’abbiamo avvertita persino nei momenti più gravi della pandemia: due delle storie narrano di pazienti in terapia intensiva che al momento del risveglio, vedendo intorno persone scafandrate, hanno creduto d’essere rapiti e uno dei due ha fatto agli infermieri imperdibili proposte di riscatto: “Vi do un milione di euro”.

Queste storie le chiamo “fatti di Vangelo” ma so bene che spesso chi li pone non lo fa in risposta alla vocazione cristiana ma alla vocazione d’uomo. C’è un insegnamento nel fatto che in profondo le due vocazioni s’incontrino. È anche cercando quell’insegnamento che accanto ai semi seminati dall’una conviene adoperarsi a onorare quelli dell’altra.

L’intervista
Il Cardinale Bassetti: io e il Covid, vi racconto la mia malattia
Parla il Presidente della CEI, dopo un mese di ospedale. «La preghiera, sostegno nella prova. La pandemia si affronta con la fraternità. E con un’azione politica senza contrapposizioni e tornaconti»
di Giacomo Gambassi
Avvenire.it, 19 dicembre 2020

«Ringrazio il buon Dio per avermi permesso di affrontare questa straordinaria e, al tempo stesso, straziante prova; ma anche di avermela fatta superare». La voce del Cardinale Gualtiero Bassetti è serena e pacata mentre racconta la malattia che lo ha colpito a 78 anni. Anche il timbro suona identico a quello di fine ottobre, prima che venisse ricoverato in ospedale a causa del coronavirus, finisse in terapia intensiva per dieci giorni, subisse un improvviso aggravamento e poi iniziasse quel lento, progressivo e per certi versi miracoloso miglioramento che si sta consolidando. È rientrato nel palazzo arcivescovile di Perugia il Presidente della CEI dopo un mese di ricovero: prima all’ospedale Santa Maria della Misericordia di Perugia dove è stato salvato dal Covid; poi al policlinico Gemelli di Roma per il primo tratto di convalescenza. E intende vivere il Natale «con la mia gente», tiene a far sapere nella lunga conversazione con Avvenire. Intanto si prepara a celebrare la Messa del giorno della Natività nella Cattedrale di Perugia: sarà la sua prima uscita pubblica.

Eminenza, che cosa dobbiamo aspettarci da questo Natale dopo un anno così difficile?
Dobbiamo aspettarci una festa meravigliosa e straordinariamente attuale. Don Divo Barsotti, tanti anni fa, ci invitava a celebrare il Natale «non come attesa dell’ultima manifestazione del Cristo e nemmeno come semplice ricordo di un avvenimento passato» ma a viverlo pienamente come un «nostro incontro con Lui» nel tempo presente. Si tratta, infatti, di un incontro che avviene oggi, nel 2020, e che ci proietta in un futuro gaudioso che non è terreno ma è in cielo. Quest’incontro con Dio si rinnova continuamente perché, diceva sempre don Divo, ogni Natale è una «novità assoluta per l’uomo» e ci esorta a tenere a mente due aspetti fondamentali. In primo luogo, Gesù nasce in una stalla a Betlemme: Dio non si è manifestato in un convegno di intellettuali o in una riunione aziendale, ma tra gli ultimi e i semplici. In secondo luogo, Gesù nasce in una famiglia con un padre e una madre che, oggi più che mai, rappresenta un modello di vita per tutti i cristiani. Papa Francesco ha indetto un anno speciale su san Giuseppe. Sarebbe molto bello che le famiglie meditassero sulla sua figura e sul ruolo del padre all’interno delle famiglie odierne. Abbiamo un grande bisogno di donne e uomini che, senza fuggire dalle responsabilità o al contrario senza trasformarsi in padroni, sappiano mettersi a disposizione del progetto di Dio con semplicità, umiltà e carità.

Molti padri e madri, però, hanno una situazione lavorativa critica o addirittura hanno perso il lavoro durante la pandemia.
La crisi sociale aperta dalla pandemia è una ferita grave per la nostra società che riguarda tutti: anche coloro che non hanno problemi lavorativi. Il lavoro è sacro, non dobbiamo dimenticarlo. Non è solo una fonte di reddito ma fornisce dignità alla persona ed è fondamentale per la vita delle famiglie. Questa crisi aggrava un tessuto sociale del mondo contemporaneo che è già da tempo lacerato e sfibrato. Una lacerazione che sta progressivamente facendo venir meno il significato profondo di fraternità, comunione e del vivere insieme. Ecco perché l’enciclica di papa Francesco Fratelli tutti ha un valore profetico. Non riusciremo mai a uscire da questa duplice crisi, economica e sanitaria, con una mentalità individualista oppure cercando nuovi untori nei presunti responsabili della crisi. La pandemia è una grande prova per tutti noi. Una prova in cui ciascuno di noi è chiamato a testimoniare la propria fede e l’amore per l’altro.

Lei ha vissuto in prima persona il contagio, l’ospedale, la terapia intensiva, il fisico che poteva cedere, poi i progressi. Che cosa è il coronavirus?
È un corpo estraneo che prende possesso della tua persona e ti svuota dal di dentro. È terribile: non soltanto ti toglie le energie fisiche ma anche quelle psicologiche e direi spirituali. Ti riduce all’improvviso a una larva.

Nella prova, come una grave malattia, c’è chi sostiene di sperimentare il silenzio di Dio. E lei?
Direi di no. Finché mi è stato possibile, ho continuano a pregare non solo per me ma anche per tutti coloro che soffrono e a invocare l’aiuto del Signore chiedendo perdono delle mie mancanze. Quando si è prossimi a rendere conto della propria vita, vengono in mente le enormi possibilità di bene che Dio ti ha prospettato e che non hai sfruttato per i tuoi limiti o le tue omissioni. È come se volessi recuperare tutto quanto non sei riuscito a fare.

Le parole di Ugo Foscolo e san Giovanni della Croce hanno accompagnato i suoi momenti più drammatici in ospedale.
Sono come tornato alle mie basi culturali e spirituali. Mentre facevo l’esame di coscienza, immaginavo la fine della mia vita così come la descrive Foscolo nelle Grazie, poema che ha visto la luce nella villa di Bellosguardo nella mia carissima e amata città di Firenze. Foscolo paragona l’esistenza umana a una danzatrice che «discende un clivo onde nessun risale». Ecco, pensavo alla mia vita come fosse quel colle. Un colle che è stato anche bello, dove ho incontrato profetici esempi di santità e di dedizione totale al Risorto, ma che in quel momento scendeva, scendeva… senza accenno di risalita. Al contempo mi sono reso conto di quanto fosse vero ciò che sosteneva san Giovanni della Croce: alla sera della vita saremo giudicati sull’amore, sulla carità. Per questo, quando ho compreso che il corpo reagiva alle cure grazie all’intervento della mano potente del Signore e alla professionalità di eccellenti operatori sanitari, ho avvertito il desiderio di spendermi ancora di più per ogni mio prossimo, a cominciare da chi è povero, fragile, debole, emarginato, dimenticato. Infatti la pandemia ci insegna che va affrontata anche con la solidarietà, con l’altruismo disinteressato, con l’attenzione agli ultimi. E aggiungerei con un’azione politica in cui tutti concorrono al bene dell’Italia, mettendo al bando le contrapposizioni, i tornaconti elettorali, gli interessi di parte. È l’ora dell’unità, non delle divisioni sterili o pretestuose.

Una mobilitazione orante ha scandito la sua malattia insieme a quella di tutti i contagiati dal Covid.
Ho sentito la forza e l’efficacia della preghiera che è conforto. Nella fase più acuta, quando ogni energia viene meno, puoi solo abbandonarti al Padre. Mentre ero sotto il casco e sembrava che la testa scoppiasse, la preghiera è stata un’offerta. Ripetevo: «Signore, tutto per te». Allora ho capito quanto è scritto nella sala grande del santuario francescano della Verna, nella diocesi di Arezzo-Cortona-Sansepolcro, dove frate Leone dice a san Francesco stimmatizzato: «Padre, vedo che hai grande sofferenza. Vuoi che ti legga un brano della Scrittura?»; e il santo risponde: «Ormai per me ciò che conta è guardare Cristo. E Cristo crocifisso».

Il Papa le è stato vicino, come testimoniano le sue ripetute telefonate.
Ho saputo che ha chiamato e ha sempre detto che stava pregando. L’ho sentito come un padre e un amico. Soprattutto ho percepito la preghiera di intercessione di Pietro che invoca Dio per un povero successore degli apostoli in difficoltà.

Papa Francesco ha definito medici e infermieri i «santi della porta accanto»; lei li ha chiamati «angeli».
Ho sperimento come in ospedale sovrabbondi l’amore. Ho incontrato medici in pensione che sono tornati in corsia per questa crisi sanitaria; dottori che non conoscono orari quando c’è un’emergenza; giovanissimi che si stanno specializzando e che ti manifestano la propria passione di donarsi; infermieri e infermiere “ragazzini” da cui dipendi in tutto e per tutto e che si fanno in quattro per te. Durante i turni di notte li ho scorti anche a pregare. Ecco il volto nobile della gioventù. Ho assaporato la bontà che Dio ha iscritto nel cuore dell’uomo. Una bontà che sorprende.

Sarà Presidente della CEI ancora per un anno e mezzo. Come affronterà l’impegno?
Dicevano i latini: motus in fine velocior. Occorre essere più veloci sul finale. E San Francesco, poco prima di morire, spiegava ai suoi: “Cominciamo a fare qualcosa…”. Se il Signore mi darà la forza, mi propongo di fare il più possibile insieme con tutti i confratelli vescovi e con le donne e gli uomini di buona volontà che lo vorranno.

“Fatti di Vangelo” in Sala Stampa della Santa Sede
di Luigi Accattoli
Marzo 2019

Bukalov e Burke alla Via Crucis
Il 23 gennaio Alexei è stato ricordato da Francesco sull’aereo per Panama: “Oggi è il primo volo nel quale manca un vostro collega a cui volevo tanto bene, Alexei Bukalov, della Tass. Era un uomo di un grande umanesimo. Un umanesimo che non ha paura dell’umano fino al più basso, e del divino fino al più alto. Un uomo capace di fare le sintesi in stile dostoevskiano”. Dopo queste parole il papa ha chiesto un silenzio per il collega e ha chiuso con il “Padre nostro”.
Alexei veniva da Leningrado e prima di fare il giornalista era stato diplomatico. Fu il primo giornalista russo ad accompagnare i papi nei viaggi. Cultore di letterature ha tradotto in russo il nostro Pinocchio. Ha narrato l’esperienza di vaticanista nel libro “Con i Pontefici intorno al mondo”. Visse come la “gioia” della sua carriera – così mi disse – l’incontro di Francesco con Kirill. E già aveva esultato quando era stato chiamato nel gruppo della “Via Crucis”.
Il cerimoniere Piero Marini ci convocò e chiese a ognuno di scegliere la sua stazione.
Quell’anno si seguiva lo schema biblico dell’andata al Calvario e Alexei scelse la seconda stazione: Gesù, tradito da Giuda, è arrestato. Il suo testo evocava le divisioni tra cristiani, “frutto del peccato”, che Alexei sentiva nella carne, da battezzato ortodosso che viveva a Roma. Faceva anche riferimento alla “prepotenza dei governanti”, che ben conosceva e ai “giorni di violenza inaudita”. Eravamo tra l’attacco alle torri e la seconda guerra del Golfo.
Gli italiani della Via Crucis eravamo due: Marina Ricci e io. Alle cinque colleghe vennero assegnate le stazioni che hanno donne come protagoniste o dirette testimoni.
Nona stazione: Gesù incontra le donne di Gerusalemme (Marina Ricci); decima: Gesù è crocifisso (Aura Miguel); dodicesima: Gesù in croce, la madre e il discepolo (Sophie de Ravinel); quattordicesima: Gesù è deposto nel sepolcro (Marie Czernin). La tredicesima stazione, Gesù muore sulla croce, toccò alla collega messicana Valentina Alazraki, che è stata chiamata ora ora a trattare del rapporto della Chiesa con i media al summit episcopale sugli abusi. È stata bravissima. Ha parlato come mamma, oltre che come donna e come giornalista. Mi ritrovavo in ogni parola.
Anche Marina Ricci ha insegnato qualcosa a noi della Sala Stampa. Nel 1996 viene mandata a Calcutta dal direttore del TG5 Enrico Mentana mentre Madre Teresa sta affrontando una grave malattia. Visita l’orfanatrofio e vede Govindo, quattro anni, grave, che nessuno vuole adottare e lo prende con sé, incamminandosi per una sentiero che cambia la sua vita, quella di suo marito e dei figli.
Marina si fa mamma di un bimbo visto per caso Gogo, come tutti lo chiamavano, soffriva di una malattia degenerativa; non camminava e non cresceva, ma questo non gli impediva di amare e di essere amato dalla nuova famiglia e di andare oltre lo scetticismo dei medici che gli avevano dato pochi anni di vita. Circondato dagli affetti, riempie di gioia mamma Marina, papà Tommaso e i fratelli e i nipoti fino al 5 novembre 2010 quando si spegne diciottenne. Quella decisione di farsi mamma di un bambino incontrato per caso, Marina l’ha raccontata nel libro “Govindo. Il dono di Madre Teresa” (San Paolo 2016), un’attestazione viva di come fosse diffusiva la carità della santa di Calcutta. Ho conosciuto Govindo in braccio a Marina mentre facevamo la fila per accreditarci a un volo papale. Anche per me quel contatto resta un dono.
L’organizzatore della Via Crucis dei giornalisti era stato Navarro-Valls e ora vorrei dire della sua pietà e di come ha affrontato la morte. Di quando mi ha invitato, a sorpresa, a un rosario con lui una sera di maggio e di quando è venuto a una mia veglia funebre e di quando andammo insieme alla tomba del santo Escrivà che chiamava “il padre”. Del suo modo riservato e combattivo d’affrontare il tumore al pancreas l’ha portato via a 80 anni nel luglio del 2017. La dottoressa Rossana Alloni che l’assisteva lo ricorda “lucido, realista, concreto e sempre elegante nell’affrontare le questioni con decisione e con humor”. “Rossana, ma tu quanto pensi che mi rimane?” le chiede a un ultimo peggioramento e vuole sapere se gli è possibile donare organi. Nell’ora del trapasso, avvertendo che qualcuno entrava nella stanza l’avvertiva che era consapevole del passo a cui si trovava: “Sono conscio”.

Ringrazio il Papa per l’aiuto a credere

Da Joaquin Navarro-Valls a Domenico Del Rio: eccomi a un altro fatto di Vangelo degno di racconto. Tante volte sono stato mediatore tra Joaquin e Domenico, io amico d’ambedue. Domenico era stato il mio vice alla “Repubblica” nascente e padrino di un mio figlio. Joaquin all’inizio del suo periodo romano, quand’era corrispondente del quotidiano di Madrid ABC, veniva da me per essere aiutato a “capire il Vaticano” e dopo la nomina a portavoce ero io che andavo da lui.
Domenico che accusava di trionfalismo i viaggi papali e Joaquin che doveva escluderlo dal volo per l’Uruguay (maggio 1988) nel quale l’aveva già inserito. Sono stato mediatore tra loro un’ultima volta quando Domenico partente mi affidò un messaggio per Papa Wojtyla e io lo passai a Joaquin.
Domenico è partito a 76 anni, il 26 gennaio 2003. «Vuoi dire qualcosa a qualcuno?» gli chiesi vedendolo l’ultima volta al Gemelli. «Al papa! Vorrei far sapere al papa che lo ringrazio per l’aiuto che mi ha dato a credere. Vedendo che credeva con tanta forza, allora anch’io un poco mi facevo forza. L’aiuto l’avevo a vederlo pregare, quando si mette in Dio e si vede che questo mettersi in Dio lo salva da tutto. Ho cercato di fare come lui. I dubbi non li ho superati, ma non li ho più considerati. Da nessuno mi è venuto tanto aiuto come dalla sua fede».
Tra i convertiti da Wojtyla voglio ricordare Marco Tosatti, che poi è stato un deciso sostenitore di Benedetto e che ora combatte con altrettanta decisione contro Francesco.

Se ti converti a vederlo pregare

Marco quand’era vaticanista della “Stampa” così descrisse la sua conversione: “L’incontro con Giovanni Paolo II ha avuto uno sviluppo molto forte per me. Mi sono trovato di fronte a una persona che ho scoperto nella sua eccezionalità umana, nel suo carisma e intelligenza. La sua persona, dunque, mi poneva un problema: come conciliare questa sua personalità eccezionale, fuori dell’ordinario, con il carattere intellettualmente problematico della sua preghiera? In altre parole mi poneva una domanda il modo in cui egli testimoniava una fede che aveva tratti quasi ‘infantili’ nella sua purezza (…). Mi sono dedicato così alla lettura di saggi e libri sulla storia dei Vangeli e sugli Atti degli Apostoli da cui ho ricavato l’impressione che, nella Palestina di allora, intorno alla persona di Gesù è successo davvero qualcosa di straordinario (…). C’è stata una componente di cuore, certamente, ma anche un’altra di studio e ricerca, se così si può dire. Tutto ciò si è tradotto in un ritorno, un riavvinamento che non è esente dal dubbio (…) però è accompagnato dalla tranquilla consapevolezza che tutto è così, semplicemente: una sensazione molto strana! Alla base di questo sentimento c’è un senso di abbandono fiducioso, per cui posso coabitare con il dubbio”. Così Marco ha narrato di sé nel libro di Lorenzo Fazzini “Nuovi cristiani d’Europa” (Lindau 2009).
“Ma che convertito e convertito, questo Tosatti: non vedi come tratta oggi il papa?” mi dice un conoscente che fu estimatore di Marco e ora non più. Io l’invito a differenziare: una cosa, alta, è l’adesione alla fede che ci affratella; un’altra, bassina, è la nostra divergenza sul papa argentino. Essa non intacca la festa che feci e sempre rinnovo per il “riavvicinamento” di Marco al Vangelo.
Lettori miei fate attenzione: sia Del Rio sia Tosatti ricevono aiuto dalla preghiera di Giovanni Paolo. Ovvero: dal vederlo pregare. Uno forse di sinistra e un altro magari di destra, ambedue convertiti dal papa orante. Qui di sicuro c’è un insegnamento.

Salvatore burlone che della Sla fa uno Slalom

Mi tornano alla mente altre storie di colleghi e colleghe che qualcosa mi hanno detto e dato negli anni. Tutte le salto e concludo con Salvatore Mazza, che ora tiene su “Avvenire” un diario della Sla che l’ha colpito, in una rubrica che da burlone qual è ha intitolato “Slalom”.
“Quando oggi Cri [Cristina con la quale è sposato da 32 anni] mi prende per le mani e, indietreggiando e ondeggiando piano piano le braccia per aiutarmi a tenere l’equilibrio, guida i miei passi incerti, i pochi che riesco ancora a fare, mi sembra per davvero di ballare. E saranno anche, i miei, i passi tardi e goffi di un orso ferito, però per me sono quelli della più meravigliosa delle danze”: così l’ottimo Salvatore nella puntata del 31 gennaio. Mando un bacio a lui, a Cristina, alle figlie Giulia e Camilla.

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