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Da Roma una Chiesa che parla al popolo del web

“E’ la missione che la Chiesa oggi affida anche a voi; che siete qui a Roma per il vostro Giubileo; venuti a rinnovare l’impegno a nutrire di speranza cristiana le reti sociali e gli ambienti digitali. La pace ha bisogno di essere cercata, annunciata, condivisa in ogni luogo; sia nei drammatici luoghi di guerra, sia nei cuori svuotati di chi ha perso il senso dell’esistenza e il gusto dell’interiorità, il gusto della vita spirituale.

Ed oggi, forse più che mai, abbiamo bisogno di discepoli missionari che portino nel mondo il dono del Risorto; che diano voce alla speranza che ci dà Gesù Vivo, fino agli estremi confini della terra; che arrivino dovunque ci sia un cuore che aspetta, un cuore che cerca, un cuore che ha bisogno. Sì, fino ai confini della terra, ai confini esistenziali dove non c’è speranza”: con queste parole papa Leone XIV ha salutato i missionari digitali e gli influencer al primo giubileo svoltosi a Roma dal 28 al 29 luglio, che ha visto la partecipazione di quasi 1800 persone provenienti  da 75 nazioni.

L’evento è stato aperto dal segretario di Stato, card. Pietro Parolin, con una lettura teologica e pastorale: “Cari giovani, cari comunicatori, mi pare un’esperienza molto arricchente e bella vedere voi che solitamente vi incontrate nelle reti sociali venire qui, insieme, per celebrare il Giubileo della speranza. Ciò che caratterizza l’umano è la capacità di farsi delle domande, la domanda di oggi è: come il mondo digitale, che sta trasformando rapidamente le dinamiche sociali, può comunicare la fede?”.

Lo stile cristiano della missione digitale deve partire dalla sapienza della Chiesa che “ci propone alcune strade: essere nel mondo ma non del mondo, essere nel tempo ma non essere del tempo… Più che di strategie dobbiamo parlare di una presenza intrisa di umanità, una testimonianza di vita evangelica e una disponibilità all’ascolto”.

Infine ha richiamato l’urgenza di uno sguardo personale e sacro sull’altro con una missione da compiere: “Ogni persona è un volto, non un profilo e la sua storia è sacra, non un insieme di dati… La missione digitale presuppone uno stile cristiano. Fare nuovo l’ambiente digitale è la sfida che attende tutti voi, sentitela come la vostra missione, consapevoli che ciò che viviamo non è solo un’evoluzione tecnica ma un cambiamento d’epoca, che influisce anche sulla percezione del tempo, delle relazioni”.

Mentre mons. Rino Fisichella, pro-prefetto del Dicastero per l’evangelizzazione, aveva evidenziato il legame profondo tra questo Giubileo e quello dei giovani: “Non è un caso che abbiamo scelto l’inizio del Giubileo dei giovani per dare vita al primo Giubileo degli influencer: a voi la grande responsabilità di raccontare ciò che in questi giorni avviene. Questo incontro vuole essere un impegno a coniugare i contenuti con le persone, non si può fare evangelizzazione senza gli evangelizzatori, né gli evangelizzatori possono essere tali se non sentono l’urgenza di evangelizzare e di essere evangelizzati a loro volta”.

Salutando i presenti mons. Lucio Ruiz, segretario del Dicastero della comunicazione ha offerto le giornate a Dio: “Bisogna essere coscienti che chi ci ha chiamato alla missione digitale è il Signore, fonte di tutti i doni che abbiamo…. La missione digitale è importante per la Chiesa e il fondamento della missione anche sui mezzi digitali è la testimonianza della nostra vita”.

A dare profondità spirituale alle giornate è stato il gesuita p. David McCallum, direttore esecutivo del Discerning Leadership Program, con l’intervento, dal titolo ‘Connessi alla Parola’, ha proposto una lettura spirituale della connessione digitale, riportando il focus sull’unica vera connessione che dà senso a tutte le altre: quella con il Signore.

P. Antonio Spadaro, sottosegretario del Dicastero per la Cultura e l’Educazione, ha rotto ogni ansia da fenomeni del web: “Non sei un algoritmo. Sei un’anima. L’algoritmo sa tutto di te. Sa dove clicchi, quanto resti su un video, cosa ti attrae, cosa ti ferma. Ma l’algoritmo non sa chi sei, chi tu sei veramente. Non conosce la tua verità. Non sa cosa ti muove, cosa ti ferisce, cosa ti salva. Solo tu lo sai. Solo Dio lo sa. Nel back-end di ogni piattaforma ci sono dati, metriche, analytics. Ogni click è tracciabile, ogni interazione misurabile. Il sistema digitale ci vuole sempre più prevedibili, analizzabili, misurabili. Ma l’anima non si misura. L’amore non si misura. La grazia non si può calcolare…

Essere influencer oggi significa resistere alla tentazione di diventare una macchina che produce contenuti. Voi non siete una macchina. Siete vite. Siete persone. Siete presenze. Ogni volta che create, pubblicate, rispondete, non dimenticatevi che siete molto di più di quello che il feed racconta. Il vostro valore non è nel numero di like, ma nella verità che riuscite a portare”.

Durante le giornate ci sono stati vari interventi, tra cui quello di Father Sandesh Manuel, che ha cantato la sua canzone ‘Carlo Acutis pray for us’ creando un’atmosfera di festa unica; è toccato poi a Jonathan Roumie, il protagonista della serie ‘The Chosen’ ed il sacerdote influencer statunitense don Michael Schmitz, seguiti dalle testimonianze di chi ha raccontato i beati ‘influencer’: Piergiorgio Frassati, Carlo Acutis e Chiara Luce Badano.

Nel saluto di benvenuto Rosy Russo, coordinatrice del Gruppo italiano di ‘La Chiesa ti ascolta’, ha sottolineato il valore della ‘rete’: “Noi missionari digitali siamo quindi una rete nella Rete. La Rete, da luogo potenzialmente fertile di dialogo, si è spesso trasformata in un’arena dove le parole feriscono, escludono, gridano. Per questo servono persone che abitino i social con uno spirito diverso. Sono, siamo, donne e uomini, laici e suore, preti, frati, che ogni giorno scelgono di stare online con lo stile evangelico dell’ascolto, del rispetto, della cura delle parole, per costruire una esperienza concreta di comunicazione attenta, responsabile, vera. Senza urlare, senza dividere, scegliendo il silenzio prima di rispondere con rabbia, cercando le parole giuste prima di postare. Vuol dire guardare anche nel commento più aggressivo una domanda inascoltata”.

A conclusione di queste giornate abbiamo chiesto a mons. Lucio Ruiz di tracciare un resoconto: “Innanzitutto una grandissima gioia di vedere nei partecipanti un amore per Gesù e per la Chiesa pazzesco con un’interiorità molto profonda. Abbiamo dedicato tempo alla preghiera ed alla riflessione: è stato molto importante: questo mi ha colpito moltissimo. I  momenti di silenzio e di confronto sono stati molto importanti: questo indica quale è la missione degli influencer ‘cattolici’, che non è semplicemente postare in internet, ma trasmettere la fede vissuta oggi”.

‘Reti dove si possa ricucire ciò che si è spezzato, dove si possa guarire dalla solitudine, non contando il numero dei follower, ma sperimentando in ogni incontro la grandezza infinita dell’Amore… Reti che liberano, reti che salvano. Reti che ci fanno riscoprire la bellezza di guardarci negli occhi. Reti di verità’. Papa Leone XIV ha chiesto di abitare la rete: in quale modo?

“Siete voi che ci avete insegnato in quale modo si abita la rete attraverso la presenza e la testimonianza cristiana, aiutando a chi è nel bisogno. Avete uno stile importante e questo non è banale. Dobbiamo certamente imparare ad usare meglio la rete attraverso una migliore formazione; però non è un cammino che non inizia certamente da zero”.

‘La fede, in quanto relazione viva, non si lascia ridurre a un sistema di indicatori di performance. Il contenuto realmente evangelico non nasce da un calendario editoriale, ma da un’esperienza di senso che brucia dentro e non può essere taciuta. E’ il fuoco, non la visibilità, il vero criterio. Un post, un video, un gesto comunicativo diventano significativi non perché virali, ma perché abitati da una verità che interroga”. Con queste parole p. Antonio Spadaro ha fornito alcune tracce direzionali: quale cammino si prospetta?

“P. Spadaro è stato brillante con una conferenza magistrale interessante. C’è molto materiale per studiare come proseguire questo cammino da un punto di partenza diverso per ciascuno, ma che conduce sempre verso Gesù”.

Inoltre abbiamo raccolto la testimonianza di don Alberto Ravagnani, founder di ‘Fraternità’ e di ‘Laboratorium’ che ci ha spiegato quanto sono influencer i cattolici: “Sono influencer nel momento in cui riescono ad ‘influenzare’ la vita delle persone accanto a loro. Quindi essere un influencer cattolico non vuol dire essere famoso, ma essere capaci di ‘influenzare’ gli altri’ con il Vangelo. In ogni modo tutti possono essere ‘influenti’, come ha detto il card. Tagle nella celebrazione eucaristica, se lasciano un seme nel mondo”.

Il papa ha ribadito la necessità di essere rete: è possibile?

“Come Chiesa siamo chiamati ad essere una ‘rete’ di reti. La Chiesa è una comunione di molteplici individualità e può vivere nel mondo come un ‘intreccio’ di relazioni: la Chiesa è relazione. Quindi nella misura in cui le nostre relazioni riescono ad  accogliere ed a coinvolgere altre persone la rete si amplia e la Chiesa compie la Parola di Dio: essere pescatori di uomini, come Gesù ha detto a Pietro. Essere rete tra persone di tutti i tempi in ogni luogo”.

Molti giovani di tutti i continenti: la Chiesa come risponde alle esigenze dei giovani?

“Oggi il mondo giovanile va ascoltato, perché i ragazzi e le ragazze sono diversi rispetto agli adulti. Hanno cervello diverso da quello degli adulti per porre domande; quindi se non c’è un ascolto profondo ed una considerazione reale di quello che vivono è difficile dare loro ciò che hanno bisogno per crescere bene e per approfondire la fede. Questo raduno di giovani a Roma non debba essere la possibilità per la Chiesa di parlare a tanti, ma soprattutto la possibilità di ascoltare fino in fondo le loro esigenze. Questa è la conversione a cui siamo chiamati: passare da una Chiesa che parla ai giovani, ad una Chiesa che li lascia parlare ”.

In conclusione la testimonianza di Nicola Camporiondo, 160.000 persone che lo seguono, giovane studente in teologia, fornisce la qualità dei partecipanti: “Parlare di fede sui social è abbastanza impegnativo. Nella rete c’è molta curiosità, perché un conto è sentire parlare di fede un sacerdote, altro conto un giovane laico. I ragazzi percepiscono la Chiesa come un linguaggio non loro. Quindi come Gesù che parlava un linguaggio accessibile a tutti, così per parlare ai giovani oggi sono necessari ‘piccoli’ linguaggi capaci di far capire l’universalità e l’importanza del messaggio evangelico”.

Quindi in quale modo parlare di fede ai giovani?

“E’ bene calare il Vangelo nella quotidianità giornaliera, che per un ragazzo non è per niente scontato. Tanti ragazzi, che mi seguono nella rete, mi ringraziano in quanto si sentono meno soli. Questo avrei voluto provare anche io, quando anni fa nella mia parrocchia ero solo in mezzo a persone di età ‘elevata’. Quindi se riesco regolarmente a far sentire meno solo un ragazzo od una ragazza che vive nella sua parrocchia è un obiettivo raggiunto”.

Cuore o cuoricini? Relazioni reali o virtuali dai Millennials ai giorni nostri

La persona umana è da mettere sempre al centro di un rapporto, per secoli è stato così e non era difficile perché tutte le possibili distrazioni, prima o poi, coinvolgevano un essere umano. I rapporti esistevano ed era difficile estraniarsi. A un certo punto, tra esclusione di chi non veniva socialmente accettato anche per ragioni ingiuste e bullismo, si è trovata una scappatoia. Si tratta di un mondo dove tutti potrebbero essere più facilmente socialmente accettabili, un mondo dove gli apprezzamenti si raggiungono facilmente, ma sarà davvero così? Qual è il vero valore umano, il rapporto da coltivare? Quali sono i veri segnali che dimostrano affetto da parte qualcuno? Come sempre, Sanremo ci aiuta a capire qualcosa in più.

‘Cuoricini’ dei Coma_ cose tratta ‘le dinamiche di coppia, parlando d’amore, ma in una versione un po’ agrodolce: quella della convivenza quotidiana. Potremmo definirla una sorta di favola distopica della contemporaneità. Se dovessimo tradurla in un’immagine, vedremmo due cuori”, se invece fosse un cibo, i cantanti  vedrebbero ‘delle caramelle alla fragola, profumate e dolcissime!’ Ma come i funghi più belli e velenosi, anche ‘Cuoricini’ nasconde un segreto dietro la sua apparente vitalità da tormentone.

‘Cuoricini’ scherza sull’abuso dei social e dei like. Gli ‘stramaledetti cuoricini che mi tolgono il gusto di sbagliare tutto’ sono un’arma altrettanto tagliente degli occhi dell’altro che sono ‘due fucili che sparano sui cuoricini’. Andiamo quindi alla ricerca dei  motivi per cui i cuoricini rendono difficile  sentirsi liberi di sbagliare, di fare, provare e, tante volte, per distruggerli con un bel fucile. La riflessione sui social deve essere molto complessa e non si può solo basare sul rapporto di coppia perché questi, ormai, hanno invaso la nostra società modificando i rapporti fra chiunque.

Cerchiamo di incominciare dall’inizio riassumendo. Tante volte si cerca l’approvazione dell’altro e non la si ottiene. Si vuole aver attenzione da chi ci circonda, ma non si può averne e allora? Per un pò si continua a cercare, ma se proprio non si riesce a fare nulla si finisce nel virtuale. Via coi like. Molti influencer, per assurdo,  sono i primi a fare parodie sul peso di questa vita social, sempre attaccata ai like, ai selfie  perfetti ecc., come Chiara di @ChiaraAnicitoOfficialchannel che, nella sua parodia di ‘Sesso e samba’ci racconta proprio questo insieme al resto della famiglia.

Ma nella vita reale cosa possono provocare i Cuoricini? I like sono importanti segni di approvazione sui social e possono venire da chiunque, anche da persone importanti per noi. Finché esisteva solo il like, la vita era facile. Poi sono arrivati i dislike e qui le cose si sono complicate  abbastanza. Ci sono dei social, infatti, che non ti permettono di sapere chi ha messo quella ‘reazione’. Alcune persone, per farlo sapere, i fan commentano col numero del like. Il dislike, non lo scrivono quasi mai. Se uno trova un commento negativo può immaginare che quella persona lo abbia messo, ma non si può averne la certezza.

Veniamo ai simboli. Quelli scelti sono molto potenti: cuori, pollici alzati o abbassati, abbracci, faccia stupita, con la ridarella  e arrabbiata. Già  ci sono problemi nell’utilizzo della faccia Wow: ci sono quelli che la usano per dire che sono a bocca aperta per lo shock e non perché apprezzano il contenuto. Il cuore, però, è un simbolo di amore, affetto e tanti lo vogliono ricevere. I più piccoli, alla ricerca di attenzione, chiedono con insistenza ai creators che seguono un cuore al commento, a un loro post ( perché a loro volta hanno un social) eccetera. Per persone sole e fragili è molto importante ricevere un cuore in quanto le fa sentire importanti.

Avere followers significa essere apprezzati e importanti. Se non arrivano loro dei like, cuoricini eccetera si sentono ko: cosa ho sbagliato, perché  non mi guardano più, non piacciono più i miei contenuti, perché quel creator mette i cuori a tutti e non a me? Le relazioni con le persone reali, quindi diventano più sottovaluta te rispetto a quelle virtuali che nascondono un certo mistero perché non si sa davvero chi sia l’altro. Questo, però impoverisce i rapporti perché si sta ore ed ore sul social solo per ottenere consensi senza capire se li abbiamo già nella realtà o come aggiustare le cose con chi ci sta accanto.

Così i rapporti diventano più freddi e si deteriorano. Quando si arriva ad un certo punto, per non perdere chi ci sta davvero accanto, cerchiamo di andarcene lontano da ‘tutta la modernità’, ma se abbiamo ancora un cellulare capace di andare su internet, alla prima notifica siamo costretti a trascurare di nuovo chi ci è vicino perché ‘schiavi’ di quella approvazione popolare che, prima o poi, si scopre essere fasulla. Quando hai bisogno scopri che il like era un ‘incoraggiamento’(citato dal web da commenti di follower).

Ma se uno chiede un aiuto e organizza, come fanno tanti, un evento/raccolta fondi che prevede consenso  tramite like, perché mettere incoraggiamenti? Perché non ignorare? Allora si dice di non mettere like a questo argomento, se non interessati. La risposta qual è? Sparizione  di ogni contatto coi follower. Zero like e commenti anche al resto. Magari passano, ma non lo sai perché non si fanno vivi. Già negli ultimi anni di scuola  dei Millennials c’era qualcuno che diceva: ‘Quanti dei vostri ‘amici’ di Facebook (social che andava per la maggiore all’epoca n.d.r.) verrebbero a trovarvi  all’ospedale se state male?”

Bella domanda. Nessuno o pochi. E l’interesse? Dipende dal tipo di relazione tra te e gli amici di penna. Alcuni saranno curiosi, altri se ne fregheranno e cadranno dal però o si faranno vivi in ritardo solo per fare vedere che si interessano e non essere da meno degli altri. Poi c’è una piccola parte che si interessa davvero a te e si farà viva solo perché vede il vostro rapporto nella stessa maniera in cui l’hai pensato tu. Ma sono davvero poche persone. E quando si scopre che i followers spariscono nel momento del bisogno?

Crolla tutto. Pochi riescono ad essere così famosi da convincere i fan a fare tutto per loro. ‘Cuoricini’ invita a pensare di più ad uscire dalla modernità  per passare quel ‘sabato qualunque’ con chi davvero ti sta accanto senza perdersi sui social, o a vivere una relazione solo tramite questi, anche se l’altro è lì vicino. Invece di dare o meno cuoricini alla persona amata sul web, diamoglieli dal vivo con gesti concreti. Non diventiamo i follower della persona che amiamo. Restiamo il loro amore e basta. Amiamola con semplicità e complimentiamoci per quello che fa fuori e sui social.

A volte è bello cantare, ballare e altre attività che spopolano sui siti di rete sociale solo per il gusto, essendo liberi di sbagliare, senza pensare che non si otterranno cuoricini dalla persona amata, dagli amici eccetera perché si è stati meno precisi. L’uomo sbaglia, perché è umano, il web, invece, vuole persone perfette e infallibili. Da lì trucchi che solo chi ha competenze conosce, strumenti per realizzare questi che costano più della quanto una persona possa permettersi (a meno che non sia miliardario). Il mondo del web esclude più di quello reale.

Nato come luogo di fuga per  i soli, oltre che per una ricerca di informazioni e contatto col mondo, è finito per essere una trappola dove la dipendenza, la violenza, la maleducazione e altre cose negative proliferano. Un luogo dove si seleziona di nuovo chi può stare e chi no. Anche tra gli esclusi dal mondo reale c’è una cernita, perché siamo sempre portati a trovate ‘il migliore’.

Ma siamo davvero sicuri che sia così? Si cerca l’amore a distanza, si incontra qualcuno con un bel carattere, ma al momento delle foto… Non si va bene per qualche motivo. ‘Hai le sopracciglia da Argentina’ (citato da un commento ad una foto scambiata sul web). Cioè, davvero siamo qui a giudicare se la persona  che ti piaceva fino a un secondo prima ha le sopracciglia folte come le argentine?

‘Stai bene coi capelli biondi, resta così’. Ma se erano dei colpi di sole che poi l’altro non vuole più ripetere? Sul web, per mantenere una relazione via social devi trasformarti in quello che non sei. E, spesso, dall’altra parte non c’è la consapevolezza dei propri ‘difetti’. L’altro crede che tu debba accettarlo così e che tu debba cambiare. Attenzione, anche se un certo tipo di foto può fare avere cuoricini  abbracci… lasciamo perdere. Meglio averli reali da chi ci ama davvero che virtuali da chi ci vuole cambiare. Certo, è più facile modificare la realtà per accontentare chi ci dà approvazione online.

Basta qualche app di ritocco ed ecco fatto, ma poi si cade e ci si fa male al ‘risveglio dal sogno’, quando ci ritroviamo di nuovo con i nostri ‘difetti’. Cerchiamo la verità e viviamo in modo semplice la nostra vita con chi ci sta accanto, cercando relazioni vere. Se si ha qualche amico di penna fidato va bene, non deve essere  eliminato. È un bel rapporto che può trasformarsi ed essere importante, ma cerchiamo di non diventare schiavi di chi non conoscessimo davvero.

Diamo la giusta importanza  alle cose e alle persone. Spegniamo i social per un pò e godiamoci una bella giornata insieme. E, se proprio si muore  dalla voglia di conoscere quell’amico di penna con cui si è a contatto da anni e che accetta sia il fisico che il carattere, permettiamogli di partecipare a questo incontro, così da conoscerlo meglio e farlo entrare davvero nella nostra realtà.

Terre des Hommes mette in guardia dai rischi del web

Il 58% dei giovani sotto i 26 anni individua nel revenge porn il rischio maggiore che si corre sul web. Seguono l’alienazione dalla vita reale (49%), le molestie (47%) e il cyberbullismo (46%). Con l’abbassarsi dell’età è però proprio il cyberbullismo che diventa il rischio più temuto: indicato dal 52% degli under 20.

E’ quanto emerge dall’indagine dell’Osservatorio ‘Indifesa’ realizzato da Terre des Hommes, insieme a Scomodo, che ha coinvolto oltre 2.700 ragazzi e ragazze sotto i 26 anni ed è stato lanciato in occasione del Safer Internet Day per testimoniare il punto di vista dei più giovani sul tema della sicurezza in rete.

Ciò che chiedono i ragazzi è una maggior regolamentazione del web: il 70% ritiene, infatti, che regole più severe potrebbero essere utili nel limitare la violenza online. Il 13% rimane comunque scettico, sostenendo che una regolamentazione non servirebbe a niente; solo il 6% ritiene che ciò potrebbe limitare la libertà.

Se il revenge porn è il fenomeno più temuto, è perché i ragazzi si rendono conto dei rischi di condividere materiale intimo, come foto e video, con altri, con il partner o con gli amici: l’86% riconosce questa pratica come pericolosa. Percentuale che si alza tra le donne e si abbassa leggermente col crescere dell’età.

I ragazzi sono inoltre consapevoli di poter denunciare la condivisione di materiali a contenuto intimo e chiederne la rimozione, anche se il 12,5% non sa cosa fare o pensa di non poter fare niente. Nonostante la consapevolezza dei rischi per la privacy oltre la metà degli intervistati dichiara di aver condiviso la password del proprio telefono o dei propri social media.

A proposito di condivisione, il 75,6% considera una forma di controllo inaccettabile che il/la proprio/a partner acceda al cellulare per controllare quello che fa, solo il 2,5% al contrario pensa che sia una forma di rispetto, ma a più di 1 persona su 5 (22%) questo gesto non crea problemi. E il dato sale se si guardano le fasce di età più basse (32% per la fascia 15-19, 36% per gli under 14).

Dall’Osservatorio emerge anche una generazione che ha esperienze di violenza e che la sa riconoscere, anche nelle sue forme più sottili. La metà dei ragazzi intervistati (48%) dichiara di aver subito un episodio di violenza. Le forme più comuni risultano: violenza verbale e psicologica (59,5%), catcalling (52%), bullismo (43%), molestie sessuali (38,5%).

Mentre la violenza verbale e psicologica viene subita in egual misura da maschi e femmine e in percentuale più alta (78%) dalle persone non binarie, le altre forme hanno una rilevante connotazione di genere, con catcalling (F 67%, M 6%) e molestie sessuali (F 45%, M 18%) subite in larga maggioranza dalle ragazze e, al contrario, bullismo (F 35%, M 66%) dai maschi.

Sale moltissimo la percentuale di maschi under 14 che ha subito bullismo (89%) dimostrando che questa forma di violenza è particolarmente sentita nei contesti scolastici o tra gruppi di coetanei. Le persone non binarie sono, invece, vittime di tutte e tre le tipologie: al 50% di bullismo e cat calling e al 42% di molestie sessuali. L’incidenza di catcalling e molestie sessuali, inoltre, aumenta con l’età, mentre gli atti di bullismo sono più frequenti nelle fasce d’età più basse.

Sebbene tra la GenZ sia forte la consapevolezza dei pericoli della rete, resta la scuola, trasversalmente per ogni età, il luogo dove, per la maggior parte degli adolescenti, è più probabile che avvengano episodi di violenza, è così per il 56,5% dei ragazzi e delle ragazze. Sono percepiti come pericolosi anche la strada (48%) e i luoghi di divertimento (47%) ed il web si posiziona al 39%.

Mentre maschi, femmine e persone non binarie sono ugualmente capaci di riconoscere la violenza verbale (dichiara di avervi assistito il 90% degli intervistati), donne e adolescenti non binari sono più in grado, rispetto ai maschi, di riconoscere quella psicologica. Dichiara, infatti, di avervi assistito il 76% delle persone non binarie, il 75% delle femmine e il 64% dei maschi. La percentuale di chi ha assistito a episodi di violenza psicologica cresce, inoltre, con l’età.

Le forme di violenza verbale più frequenti sono: insulti e offese (95%), pettegolezzi e dicerie (63%), offese ad amici e parenti (41%), minacce (39%). Quelle di violenza psicologica: umiliazione ed emarginazione (78%), discriminazione (52%), messaggi in chat o sui social (33,5%). Meno frequenti sono gli episodi di violenza fisica, ai quali comunque dichiara di aver assistito un importante 48% dei ragazzi. Percentuale che aumenta tra le persone non binarie e i maschi (NB 64%, M 57%, F 43%) e con il crescere dell’età. Le forme più diffuse risultano essere le aggressioni (75%), gli scherzi pesanti (51%) e abusi e sopraffazioni (26,5%).

La perdita di autostima, sicurezza e fiducia negli altri è la principale conseguenza dell’essere vittima di violenza, è stata, infatti, dichiarata dal 63% degli intervistati. Seguono: ansia sociale e attacchi di panico (36%), isolamento (25,5%), depressione (21%), disturbi alimentari (16%), difficoltà di concentrazione e basso rendimento scolastico (12%), autolesionismo (10%), assenteismo (6%).

Anche in questo caso ci sono delle differenze di genere, con l’isolamento che, nei maschi, è più frequente rispetto all’ansia sociale e agli attacchi di panico, più comuni tra le donne. I ragazzi non binari hanno percentuali più alte della media in quasi tutte le voci.

A conclusione dell’indagine Paolo Ferrara, direttore generale di Terre des Hommes Italia ha evidenziato: “Dall’Osservatorio indifesa di quest’anno emerge quanto i ragazzi e le ragazze siano consapevoli di ciò che accade sul web e dei rischi che corrono, purtroppo questa consapevolezza non basta a proteggerli. E’, però, un punto di partenza importante su cui costruire, ad esempio, una regolamentazione che possa tutelarli, limitando e prevenendo la violenza online”.

Ed ha sottolineato la necessità di collaborazione con le Istituzioni: “La proposta di riforma legislativa, elaborata dai nostri esperti, mira proprio a una tutela più effettiva ai minori vittime di reati online. Con l’Osservatorio e tutte le iniziative della Campagna indifesa, ascoltiamo i giovanissimi, diamo loro uno strumento di confronto e li aiutiamo a leggere il mondo in cui vivono e riconoscere le diverse forme di violenza, discriminazione, bullismo.

Siamo orgogliosi di avere al nostro fianco un partner consolidato come la Polizia Postale, con cui abbiamo siglato un protocollo di intesa proprio sul contrasto alla violenza online e siamo felicissimi che da quest’anno si siano uniti a noi gli amici di Scomodo, la comunità reale di under30 con cui intendiamo avviare nuovi percorsi di partecipazione giovanile, per noi la chiave del cambiamento”.

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