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Papa Leone XIV vorrebbe andare in Africa nei luoghi di sant’Agostino
“Innanzitutto voglio dire grazie a tutti voi che avete lavorato tanto, vorrei che trasmetteste questo messaggio anche agli altri giornalisti sia in Türkiye che in Libano, che hanno lavorato per comunicare i messaggi importanti di questo viaggio. Anche voi meritate tutti un applauso forte per questo viaggio”: così papa Leone XIV ha salutato gli 81 giornalisti presenti sul volo di ritorno da Beirut a Roma, rispondendo alle loro domande.
Di ritorno dal primo viaggio apostolico in Turchia ed in Libano papa Leone XIV ha detto ai giornalisti il proprio desiderio di recarsi in Africa sulle orme di sant’Agostino: “In quanto ai viaggi sicuro non c’è niente, spero di realizzare un viaggio in Africa. Sarebbe possibilmente il prossimo viaggio. Personalmente spero di andare in Algeria per visitare i luoghi di sant’Agostino, ma anche per poter continuare il discorso di dialogo, di costruzione di ponti fra il mondo cristiano e il mondo musulmano.
Già nel passato, in un’altra veste, ho avuto l’opportunità di parlare su questo tema. E’ interessante, la figura sant’Agostino aiuta molto come ponte perché in Algeria è molto rispettato come figlio della patria. Quello è uno. Poi qualche altro Paese ma stiamo lavorando. Evidentemente mi piacerebbe tanto visitare l’America latina, Argentina e Uruguay che stanno aspettando la visita del Papa. Perù, penso che mi riceveranno, e se vado in Perù anche tanti Paesi vicini, ma il progetto ancora non è definito”.
Ed a questo punto anche un pensiero sul rapporto con il Venezuela: “Sul Venezuela a livello di Conferenza Episcopale e con il nunzio stiamo cercando il modo di calmare la situazione, cercando soprattutto il bene del popolo perché in queste situazioni quello che soffre è il popolo, non le autorità. Le voci che vengono dagli Stati Uniti cambiano e per questo bisogna vedere…
Da un lato, sembra che ci sia stata una conversazione telefonica tra i due presidenti; dall’altro, c’è questo pericolo, questa possibilità, che ci sia un’operazione, incluso invadere i territori del Venezuela. Io di nuovo credo che è meglio cercare un dialogo in questa pressione, inclusa una pressione economica, però cercando un’altra forma per cambiare se è quello che decidono di fare gli Stati Uniti”.
L’incontro con i giornalisti era iniziato con una domanda sulla possibilità di una pace in Medio Oriente: “Prima di tutto, sì, penso che una pace sostenibile è possibile. Penso che quando parliamo di speranza, quando parliamo di pace, quando guardiamo al futuro, lo facciamo perché è possibile che la pace ancora una volta giunga nella regione e giunga nel suo Paese, in Libano.
Infatti ho già avuto alcune conversazioni con alcuni dei leaders dei Paesi che lei ha menzionato e intendo continuare a farlo, personalmente o attraverso la Santa Sede, perché il fatto è che abbiamo relazioni diplomatiche con la maggioranza dei Paesi nella regione, e sarebbe la nostra speranza certamente continuare di elevare questa chiamata alla pace di cui ho parlato alla fine della Messa di oggi”.
Un’ulteriore domanda ha riguardato la tensione tra Nato e Russia: “Questo è un tema evidentemente importante per la pace nel mondo, però la Santa Sede non ha una partecipazione diretta perché non siamo membri della Nato e di tutti i dialoghi finora. Anche se tante volte abbiamo chiesto il cessate il fuoco, dialogo e non guerra. E una guerra con tanti aspetti adesso, anche con l’aumento delle armi, tutta la produzione che c’è, cyber attacchi, l’energia. Ora che arriva l’inverno c’è un problema serio lì”.
Ed ha spiegato il ‘ruolo’ dell’Eropa e dell’Italia: “E’ evidente che, da una parte, il presidente degli Stati Uniti pensa di poter promuovere un piano di pace che vorrebbe fare e che, almeno in un primo momento, è senza Europa. Però la presenza dell’Europa era importante e quella prima proposta è stata modificata anche per quello che l’Europa stava dicendo. Specificamente penso che il ruolo dell’Italia potrebbe essere molto importante”.
E’ stato un suggerimento agli Stati di cercare una mediazione: “Culturalmente e storicamente, la capacità che ha l’Italia di essere intermediaria in mezzo a un conflitto che esiste fra diverse parti. Anche Ucraina, Russia, Stati Uniti… In questo senso io potrei suggerire che la Santa Sede possa incoraggiare questo tipo di mediazione e si cerchi e cerchiamo insieme una soluzione che veramente potrebbe offrire pace, una giusta pace, in questo caso in Ucraina”.
Un’ulteriore domanda ha riguardato il dialogo con i mussulmani in modo da costruire ‘ponti’: “So che in Europa sono presenti tante paure; il più delle volte sono generate da persone che sono contro l’immigrazione e che provano a tenere fuori le persone che possono venire da un altro Paese, di un’altra religione, un’altra razza. Ed in questo senso vorrei dire che tutti noi abbiamo bisogno di lavorare insieme. Una delle cose positive di questo viaggio è di aver attirato l’attenzione del mondo sulla possibilità che il dialogo e l’amicizia tra musulmani e cristiani è possibile”.
Ed ha citato proprio la ‘lezione’, che proviene dal ‘Paese dei cedri’: “Penso che una delle grandi lezioni che il Libano può insegnare al mondo è precisamente mostrare una terra in cui l’islam e la cristianità sono entrambi presenti e rispettati e c’è la possibilità di vivere insieme ed essere amici.
Le storie, le testimonianze che abbiamo ascoltato in questi ultimi due giorni sono di persone che si aiutano l’un l’altra. Cristiani e musulmani, entrambi hanno avuto i loro villaggi distrutti, per esempio, e ci dicevano che possiamo stare insieme e lavorare insieme. Io penso che questa sia una lezione importante da ascoltare in Europa e in Nord America. Dovremmo forse avere un po’ meno paura e guardare ai modi di promuovere un dialogo autentico e il rispetto”.
Infine una domanda sul motto che ha guidato questo viaggio in Libano: “E penso che qui ci sia un messaggio molto importante da trasmettere a tutte le persone: l’unità, l’amicizia, le relazioni umane, la comunione sono estremamente importanti ed estremamente preziose. Se non altro per l’esempio che lei ha citato di qualcuno che ha vissuto la guerra o ha sofferto e sta soffrendo, cosa può significare per lui un abbraccio. Quella espressione molto umana, reale e sana di cura personale per guarire il cuore di qualcun altro…
Con questo messaggio, certamente, il mio motto è grazie a Cristo ‘in Illo’ è ‘in Cristo che è uno siamo tutti uno’. Ma non è solo per i cristiani. In realtà è un invito a tutti noi e agli altri a dire che più riusciamo a promuovere l’autentica unità e comprensione, il rispetto e le relazioni umane di amicizia e dialogo nel mondo, maggiore è la possibilità che metteremo da parte le armi della guerra, che lasceremo da parte la sfiducia, l’odio, l’animosità che così spesso si sono sviluppate e che troveremo il modo di unirci e di promuovere l’autentica pace e giustizia in tutto il mondo”.
Mentre nell’aereo che lo portava dalla Turchia al Libano il papa aveva spiegato ai giornalisti le ragioni del viaggio in Turchia: “Come sapete, la prima ragione per andare in Türkiye era il 1700.mo anniversario del Concilio di Nicea. Abbiamo avuto una celebrazione magnifica, molto semplice, ma anche profonda, nel sito di una delle antiche basiliche di Nicea per commemorare il grande evento dell’accordo di tutta la comunità cristiana e la professione di fede, il Credo niceno-costantinopolitano. Oltre a questo, ci sono stati diversi eventi che abbiamo celebrato…
Sono stato molto felice di vivere i differenti momenti con le diverse Chiese, con le diverse comunità cristiane, con le chiese ortodosse, culminate questa mattina con la Divina liturgia con il patriarca Bartolomeo che è stata una celebrazione meravigliosa. Spero che tutti voi abbiate vissuto la stessa esperienza”.
Ed infine ha annunciato un possibile evento a Gerusalemme: “Uno sarebbe nell’anno 2033, duemila anni della Redenzione, della Resurrezione di Gesù Cristo, che evidentemente è un evento che tutti i cristiani vogliamo celebrare. E’ stata accolta l’idea, l’invito ancora non lo abbiamo fatto, ma la possibilità è di celebrare per esempio a Gerusalemme nel 2033 questo grande evento della Resurrezione. Ci sono anni per prepararlo ancora. Però è stato un incontro molto bello, perché cristiani di diverse tradizioni sono state presenti e hanno potuto anche partecipare in questo tempo”.
(Foto: Vatican News)
La canonizzazione del medico venezuelano José Gregorio Hernández, occasione di speranza per un Paese segnato dalla crisi e dalla dittatura
Domenica 19 ottobre sono stati proclamati due santi provenienti dal Venezuela: il “medico dei poveri” José Gregorio Hernández Cisneros (1864-1919) e la fondatrice della congregazione delle Serve di Gesù suor María Carmen Rendiles Martínez (1903-1977). Come deciso da Leone XIV nel suo primo Concistoro del 13 giugno due santi “in un colpo solo”, i primi del Paese oppresso da oltre 25 anni dalla dittatura militare/comunista prima di Hugo Chávez (1954-2013) e poi di Nicolás Maduro, quest’ultimo recentemente accusato anche di essere coinvolto in un traffico internazionale di stupefacenti.
Ogni canonizzazione è, in sé, un atto di pace. Nel caso del Venezuela, però, la Chiesa di Papa Prevost non solo ha proposto nuovi modelli di vita cristiana, ma ha offerto alla società latino-americana «ponti di comunione là dove la politica o il dialogo falliscono», come affermato dall’arcivescovo Edgar Peña Parra, sostituto della Segreteria di Stato, nel suo intervento al simposio “Testimonianze per un processo di pace: la sfida dei nuovi santi venezuelani” (Pontificia Università Lateranense, 17 ottobre 2025).
Nel suo intervento monsignor Peña Parra ha anche ricordato esempi di santi che hanno segnato la storia dei loro popoli: san Óscar Romero, santa Teresa di Calcutta, san Martín de Porres e san Tommaso Moro: figure che mostrano come la santità possa ispirare trasformazioni sociali. «Non si tratta di negoziare interessi, ma di rendere possibile l’incontro tra coloro che sembrano inconciliabili», ha aggiunto.
L’arcivescovo ha quindi presentato il nuovo santo José Gregorio come un esempio concreto di “diplomazia dell’incontro”: «Medico, credente, cittadino, uomo di scienza e di preghiera, seppe unire l’umano e il divino, la scienza e la fede, il servizio e la contemplazione».
Nella sua riflessione teologica e pastorale, Peña Parra ha proposto di intendere la canonizzazione del “medico dei poveri” come «un segno di Dio e un’opportunità per gli uomini, poiché invita a riconoscerci come fratelli, a sanare la sfiducia e a ricostruire la convivenza sulla verità e la giustizia». Per questo secondo il sostituto della Segreteria di Stato l’evento della canonizzazione dei primi due santi venezuelani costituisce «un momento di unità nazionale in cui tutti i venezuelani – credenti o meno – potranno riconoscersi in un simbolo condiviso».
A conclusione del suo discorso, il presule ha rimarcato il fatto che l’elevazione del “medico dei poveri” all’onore degli Altari è un messaggio universale, poiché la Chiesa sta ricordando al mondo che il Venezuela è molto più di ciò che i media mostrano: «È una terra capace di produrre frutti di santità, e annuncerà che la pace è possibile quando uomini e donne trasformano la loro vita in dono».
La vita del dottor Hernández Cisneros fu dono non solo perché nell’esercizio della sua professione privilegiò i tanti poveri che vivevano in Venezuela, dai quali non prendeva alcun compenso e anzi dava spesso i soldi per le medicine, ma essenzialmente perché alla sua azione profondamente umana unì un qualcosa che trascendeva l’attività professionale: non prescriveva solo farmaci ma, prima, indicava la preghiera e l’accettazione della volontà di Dio come parte della cura.
José Gregorio ha svolto la sua professione di medico come un sacerdozio, arrivando persino a offrire la propria vita per la pace in Europa, continente nel quale ha conseguito la specializzazione (a Parigi, per la precisione). Come detto, però, la sua intercessione è offerta principalmente al Paese sudamericano che gli ha dato i natali e che, dal 1999, sta attraversando una stagione storica difficilissima, fatta di mancanza di libertà e democrazia, crisi economiche, emigrazione di massa.
In Venezuela Hernández Cisneros si mobilitò nel più grave periodo di emergenza del secolo scorso, ovvero la diffusione dell’epidemia di “spagnola” del 1918. Per curare i malati fondò un laboratorio e fu anche insegnante, guadagnandosi la stima anche di molti colleghi non credenti (fu ad esempio componente dell’Accademia Nazionale di medicina, su invito del fondatore, Luis Razetti).
Per la Conferenza episcopale venezuelana, presente, con molti vescovi, al rito di canonizzazione, in piazza san Pietro, l’inserimento nel calendario universale dei primi santi venezuelani è un onore per l’intera nazione: «Per questo motivo, la loro canonizzazione non può ridursi a gesti esteriori di gioia e a omaggi artistici e culturali che vengono loro resi pubblicamente, ma deve favorire una profonda riflessione sul presente e sul futuro della nostra patria, alla luce delle virtù che questi santi hanno vissuto in profondità. È un forte stimolo affinché tutti i venezuelani si incontrino e si apprezzino come figli della stessa Patria e fratelli tra loro».
L’unica biografia del nuovo santo uscita in Italia è stata appena pubblicata dalla giornalista (vaticanista dell’ANSA) Manuela Tulli per le Edizioni Ares. S’intitola José Gregorio Hernández. Il primo santo del Venezuela (Milano 2025, pp. 144, euro 14) ed evidenzia come, a motivo del suo servizio per i poveri e tra i poveri, il dottor Hernández Cisneros fu conosciuto e amato al punto che alla sua morte si fermò l’intero Paese.
Morì il 29 giugno 1919 in un incidente, il giorno dopo aver detto: «Offro la mia vita per la pace nel mondo». In quelle stesse ore veniva resa pubblica l’avvenuta firma del Trattato di Versailles, che pose fine alla Prima guerra mondiale, mentre la notizia della sua morte sortì un duraturo effetto di distensione nel Venezuela del generale Juan Vicente Gómez (1857-1935), che fu presidente della Repubblica (nel suo secondo mandato) dal 1922 al 1929.




























