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La beatificazione di Raymond Cayré, Gérard-Martin Cendrier, Roger Vallée, Jean Mestre e dei loro 46 compagni

Sabato 13 dicembre la Messa presieduta dal Cardinal Jean-Claude Hollerich per la beatificazione di 50 religiosi, seminaristi e fedeli laici morti nel 1944 e 1945. Con semplicità hanno dato il loro tutto al Signore: questo nel 1945 fecero dei giovani frati Minori che saranno beatificati a Parigi.

Un loro compagno di prigionia si salvò, ossia frate Éloi Leclerc, e ha trasmesso la testimonianza dei suoi confratelli in ‘La Fraternità come testamento: la mia vita con Francesco d’Assisi’, un libro da leggere per la sua profondità, che risalta anche alla sola lettura di poche pagine.

Nel momento in cui il 26 aprile 1945 frate Louis Paraire morì, ricorda Leclerc, intonarono il Cantico delle creature; infatti, ‘il cielo si era aperto, eravamo guidati da una forza invisibile: era quella a cantare in noi’. Questo ci fa scoprire che realmente vi è una grazia sovrannaturale, una presenza che genera vita nuova. Lo stesso che accadde a s. Francesco quando compose il Cantico delle creature.

Il martirio di questi frati è importantissimo per la storia francescana recente; infatti, la loro vicenda è all’origine della prima raccolta della traduzione in francese di tutte le fonti francescane. Tale pubblicazione è diventata modello per le altre lingue, comprese le Fonti Francescane in italiano.

Il Ministro generale, p. Massimo Fusarelli, dopo aver già condiviso con i frati l’importanza del riconoscimento canonico del loro martirio in una delle sue riflessioni mensili, parteciperà alla loro beatificazione e il giorno successivo, ossia domenica 14 dicembre, celebrerà una Messa di ringraziamento presso il Convento di San Francesco in Parigi.

Per ulteriori informazioni cfr. https://dioceseparis.fr/-beatification-de-raymond-cayre-.html 

Al Meeting di Rimini la grande avventura di san Francesco di Assisi

Al Meeting per l’Amicizia fra i popoli in programma alla fiera di Rimini fino al 27agosto è esposta la mostra ‘Io, Frate Francesco. 800 anni di una grande avventura’, primo progetto espositivo curato dalla Provincia Serafica di San Francesco d’Assisi, inserita nel programma dei Centenari Francescani 2023-2026 e patrocinata dal Comitato Nazionale per le celebrazioni dell’Ottavo Centenario: essa si propone come un incontro autentico con il Santo, attraverso un percorso narrativo basato sul suo testamento, documento fondativo dell’Ordine.

L’allestimento, concepito come un’esperienza immersiva, sarà guidato da frati francescani e volontari del Meeting. Tra le opere esposte spicca l’effige di san Francesco dipinta da Cimabue, custodita nel museo della Porziuncola e mai prestata prima in un contesto simile. Inoltre, sarà presente anche un’opera di Sidival Fila, frate francescano ed artista di fama internazionale.

La mostra è stata presentata ad Assisi a fine luglio alla presenza del patriarca di Gerusalemme dei Latini, card. Pierbattista Pizzaballa, che ha raccontato le sofferenze e le speranze della comunità cristiana di Gaza: “Viviamo un tempo drammaticamente complesso: guerre, squilibri sociali, crisi delle istituzioni internazionali e la violenza che sembra l’unica via per affermare potere. In questo contesto san Francesco rimane un riferimento universale, amato da tutti pur non avendo costruito nulla né risolto problemi concreti. Eppure, ha lasciato un segno profondo perché ha vissuto il Vangelo con radicalità e mitezza.

Torno ora da Gaza, e vi dico che ciò che ho visto è indescrivibile. Distruzione totale, fame, mancanza di cure, bambini senza scuola, ospedali distrutti. Ma in mezzo a questo inferno, ho visto gli uomini miti di oggi: gente che rischia la vita per aiutare, bambini che raccontano di essere stati salvati da Gesù nonostante le ferite, persone che condividono il poco che hanno. Anche in Israele ci sono miti che aiutano, e non dobbiamo generalizzare. La pace non nascerà dalle bombe o dalle decisioni dei governi, ma dalla capacità di guardarci negli occhi, di riconoscerci fratelli. Il nostro compito è non lasciare che il dolore occupi tutto il cuore, ma tenere viva la speranza attraverso gesti concreti di umanità. Questo è ciò che conta davvero, ed è questo che ci salverà”.

Fra Francesco Piloni, ministro provinciale di Umbria e Sardegna e curatore della mostra riminese, insieme al prof. Stefano Brufani, presidente della Società Internazionale Studi Francescani e componente del Comitato Nazionale ‘800 anni’, frate Luca Di Pasquale, frate Giuseppe Gioia, frate Gianpaolo Masotti, prof. Grado Giovanni Merlo, presidente onorario della Società Internazionale Studi Francescani e componente del Comitato Nazionale ‘800 anni’, suor Cristiana Mondonico, presidente della Federazione delle Clarisse di Santa Chiara e Sant’Agnese, ha sottolineato l’esperienza vissuta da san Francesco:

“Francesco non ha lasciato ricchezze, ma parole, esperienze e gesti che interrogano ancora oggi. La mostra nasce dal suo Testamento, dove troviamo parole chiave per leggere la vita di oggi con occhi evangelici. Quando uno scrive il testamento, va sulle cose fondamentali, non gira intorno alle parole, non chiacchiera, non dice parole vuote: l’eredità è precisa. Ecco, noi nella mostra abbiamo delle parole chiave che vogliamo consegnare, e sarà Francesco attraverso il suo Testamento a farci scoprire come queste parole siano contemporanee per l’uomo d’oggi”.

Cosa mette in risalto la mostra su san Francesco?

“Decisamente gli 800 anni di storia, ma soprattutto l’eredità, quanto mai attuale, della grande ‘avventura’ di questo uomo ‘figlio’ di Assisi. La mostra, intitolata ‘Io, frate Francesco’, ha la pretesa di lasciare al Santo assisate la parola. Infatti, soprattutto il testamento ed altri scritti, è Francesco stesso che ci consegna quei tesori eterni, che sono senza data di scadenza ed ancora così capaci di toccare l’uomo e la donna e di orientarli. Già come si entra la mostra racconta l’intenzione di immergere il visitatore nella vita di Francesco, nel suo saio, ma soprattutto nella sua esperienza di Dio, vissuta negli ultimi anni. Infatti, accanto agli scritti di Francesco, ci sono poche parole di commento; saranno le guide ad attualizzare quelle (chiamiamole) password, che Francesco ci ha consegnato nel testamento come eredità.

Accanto agli scritti ed alle poche parole di corredo ci sono le immagini di fra Sidival Fila, frate minore che vive a Roma, ed un’artista, che prende le stoffe scartate, cuce i tessuti con diversi materiali e li armonizza in opere d’arte di un significato vibrante, quasi a dire che c’è Francesco che nel testamento ci consegna la sua esperienza, ma già entrando nel suo abito ci si immerge nella sua vita, perché le pareti sono rivestite del tessuto del suo saio. Lui, figlio di mercanti di stoffe che faceva cucire pezzi di tessuti pregiati con altri eccentrici, incontra Cristo povero e nudo,scegliendo di vestirsi con abiti di poco conto.

Questa è la prima pro-vocazione, cioè a favore della nostra vocazione: una sveglia a chi guarda troppo alla vita ‘defora’, come scrive san Francesco a santa Chiara, e non sa più che quella di ‘dentro’ è ‘migliora’, cioè la vita interiore vale molto di più di una vita di apparenze. Lasciando parlare  le ‘inquietudini’ di Francesco, la mostra è una grande occasione per ‘disturbare’ la nostra falsa quiete ed accendere le domande e la ricerca di ciò che è vero e bello, cioè eterno. Nel finale della mostra ci sono due interessanti sorprese per continuare a restare nelle profondità”.

Quale esperienza di Dio ha vissuto san Francesco?

“Ha vissuto tante esperienze di Dio, quanti sono i passaggi della vita. Uno dei suoi biografi, Tommaso da Celano, narra che a volte si intratteneva con il Signore, parlandoGli come un amico; altre volte parlava a Dio come ad uno sposo (penso al grido emesso a La Verna: ‘mio Dio e mio Tutto’); altre volte come ad un giudice con la responsabilità di essere amministratori della vita donata da Dio. Comunque certamente l’esperienza di san Francesco è quella di un Dio vicino ed incarnato, che è appassionato dell’umanità ed entra nella storia. Questo piace molto a Francesco; è la sua esperienza.

Al vertice dell’esperienza cristiana abbiamo nel 1223 il presepe di Greggio, dove vuole vedere con i suoi occhi  Dio, Bambino di Betlemme. In quel periodo, in cui è iniziato il suo grande tormento interiore, Francesco ha bisogno di consolazione, vince questi momenti cercando colui che è l’Emmanuele e viene a stare con noi. Nel 1224 a La Verna è segnato nel corpo con le stimmate, segni della Passione. Nonostante questo, resta umano: questo convince Francesco, perché egli è e resta un amico vicino e continua ad affascinare, ma soprattutto a convincere, perché incarna la nostalgia che abbiamo di un mondo fraterno e riconciliato”.   

In quale modo è possibile ri-conoscere san Francesco d’Assisi?

“Quando una persona che lo avvicina abbandona tutte le immagini distorte, che il mondo offre anche nei confronti di Francesco per addomesticare secondo i propri gusti quello che ci viene offerto. Quindi fare addomesticare Francesco ‘secondo me’, scegliere quello che mi aggrada di più. Quante volte abbiamo ascoltato di un Francesco ridotto ad ecologista, animalista, pacifista… Questi sono riduzioni che non aiutano.

La mostra, che fa parlare il santo assisate, racconta le sue inquietudini (la mostra inizio con il buio), che lo ha fatto gridare davanti al Crocifisso a san Damiano. Come pure vibra la nostalgia di un mondo fraterno e capace di misericordia. Credo che il regalo più grande, per chi ha la pazienza di frequentare Francesco per non ridurlo alla superficie, per ri-conoscerlo è quando ci consegna la sua ‘perla’, che è ‘senza nulla di proprio. Quando facciamo la professione parliamo proprio di questo; questo ‘senza nulla di proprio’ è fondamentale per ogni uomo ed ogni donna, perché il contrario dell’amore è il possesso.

Francesco è capace di restituire la verità di questa parola, l’Amore, che è libero ed è liberante; un Amore, che riceve e dona; un Amore che è esattamente il contrario del possesso. Il ‘sine proprio’ è l’antidoto al possesso, che squalifica e crea tensioni nel microcosmo di ogni persona, come nel mondo. Tutto ciò che possiedi, ti possiede e ti fa perdere il cuore rivolto a Dio (donatore).

Questo è molto importante, perché la pretesa della mostra non è che tu esca conoscendo qualcosa in più di san Francesco (non sarebbe questo il nostro desiderio), ma di uscire dalla mostra dicendo ‘ma io questo Francesco non lo conoscevo, ma parla a me’. Non voler possedere Francesco, ma lasciarsi inquietare da Francesco, che ha costantemente il dito rivolto verso Gesù.

Credo che se riusciamo a trasmettere questo è un dono prezioso per riconoscere san Francesco d’Assisi. Lui negli scritti più volte scrive che è fondamentale che l’uomo cerchi di piacere a Dio, perché un uomo vale quanto vale davanti a Dio e nulla più, seguendo le orme di Gesù. Il cuore per riconoscere l’insegnamento di san Francesco è vivere questo ‘senza nulla di proprio’: non vivere più per possedere ma per amare”.

Quale rapporto esiste tra il titolo della mostra e quello del Meeting?

“Nella Bibbia il deserto è il luogo, dove si viene messi alla prova; è il luogo della tentazione, ma è anche il luogo dove si va con poco; si viene spogliati; c’è l’essenziale nel deserto. Ma il deserto è anche il luogo dove Dio parla e provvede. Il deserto è il nostro quotidiano, che cerchiamo di farlo diventare il nostro paradiso; ma resta sempre un paradiso artificiale, perché finché abitiamo il deserto fatto di cose abitudinarie, è difficile che riusciamo a cogliere la verità del cosmo. Nel deserto della quotidianità c’è la possibilità di non subire quello che viviamo, ma di scegliere come viverlo. Ed ecco la seconda parte (‘Nei luoghi deserti costruiremo con mattoni nuovi’): scegliere con quali mattoni costruire.

Mi sembra che il santo di Assisi rappresenti un testimone, perché è colui che ha saputo rispondere a quanto Dio gli ha detto a san Damiano. A san Damiano Dio gli apre gli occhi: Francesco và e ripara la mia casa, che (come vedi) va in rovina. Prima di tutto, questa apertura degli occhi (come vedi), cioè la nostra vocazione missionaria è quella di riparare  e di restaurare. Per fare un lavoro di restauro occorrono mattoni nuovi. Pensandoci credo che i mattoni nuovi siano le otto beatitudini del capitolo 5 del Vangelo di san Matteo, dove occorre ritornare a vivere ed a diventare muratori di comunità, perché questi mattoni nuovi servono a costruire una comunità rinnovata, più libera dagli stereotipi e più matura; poi una comunità ‘calda’, cioè capace di leggere ciò che accade negli eventi con l’intelletto d’amore.

Non basta solo la testa, occorre anche il cuore. Eppoi comunità più povere di pretese e di attese per accogliere le sorprese di Dio. Mi piace il plurale (‘costruiamo’) e credo che san Francesco (lo dico in punta di piedi) avrebbe sottolineato molto questo plurale, questa fraternità. Forse noi siamo più attratti da questi mattoni nuovi.

Da ragazzo cercavo sempre la novità, ma diventando adulto vedo che la novità è già vecchia. Non cerco più la novità, ma cerco la Verità. Mi piace molto questo ‘costruiamo’. Sottolineerei che san Francesco dentro questo verbo sceglie veramente di rispondere ancora oggi a quel mandato di Dio a riparare la Sua casa, che ‘come vedi va in rovina’; ed oggi non possiamo non vedere le rovine di questo mondo. Ma noi ci siamo ed insieme possiamo costruire!”    

(Foto: Meeting dell’Amicizia tra i Popoli)

A Modena chiusa la fase diocesana di beatificazione di Enzo Piccinini

“Ciò che oggi celebriamo, ed è la prima cosa che vorrei dire, ci rende infatti, ancora più profondamente e consapevolmente grati per il dono del carisma ricevuto attraverso don Giussani. Oggi infatti, per la prima volta, un suo figlio nella fede, un membro della Fraternità e nostro carissimo amico, compie un passo decisivo che pone il suo percorso verso la santità ancor più nelle mani della Chiesa, corpo vivo di Cristo e garante del nostro cammino. Un percorso verso la santità che oggi, come sapete, vede coinvolti anche altri appartenenti alla nostra storia, a cominciare dallo stesso don Giussani. Quanta grazia ci è accordata in questo momento storico!”

Con queste parole il presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione, Davide Prosperi, nei saluti al termine della celebrazione, ha ricordato Enzo Piccinini nella chiusura della fase diocesana della sua causa di beatificazione e canonizzazione: “La seconda cosa, che capisco essere all’origine della nostra gioia, sta nel legame profondissimo che univa in vita, e unisce tuttora, Enzo e Giussani. Enzo ci ha comunicato in modo travolgente ‘la passione per l’uomo e la passione per Cristo come compimento dell’uomo’, per usare le parole di papa Francesco su don Giussani. Passioni che in Enzo sorgevano dallo strabordare dell’avvenimento di Cristo nella sua vita, attraverso il legame con don Giussani e l’appartenenza alla compagnia sorta attorno a lui”.

Mentre mons. Erio Castellucci, arcivescovo abate di Modena-Nonantola e vescovo di Carpi, nell’omelia nel Duomo di Modena ha espresso gratitudine per la chiusura diocesana di questa causa di beatificazione: “La gratitudine che supera il ‘dovuto’ non è data automaticamente con la fede in Cristo; la si guadagna con la fede in Cristo vivo”. Molti nel movimento di Comunione e Liberazione ricordano ancora oggi Enzo per una frase, quasi un ‘testamento’ od ‘una lettera d’amore’, come l’ha descritta mons. Castellucci: “E’ una gratitudine che caratterizza la mia vita, perciò non ho paura di darla tutta’.

Quella gratitudine che era già ‘nel profondo’ della ‘passione, indomabile, debordante e talvolta esagerata’, della vita di Piccinini, come ben documentano la sua biografia: “Ho fatto tutto per essere felice e il più recente Amico carissimo. Giussani, in quell’episodio, ‘spostando l’asse del rimprovero’, riesce a fargliela riscoprire, ma con una consapevolezza forse nuova: ‘Ci credi che Cristo è vivo?’, gli aveva detto. A lui che quella gratitudine ‘per Cristo vivo e per la Sua Chiesa’ già la viveva, ‘per il Signore nella sua vita, per la sua sposa, per i suoi figli, per una compagnia in cammino, per gli eventi di ogni giorno’. E’ questa la testimonianza di Enzo che la Chiesa locale riconosce come evangelica e consegna al discernimento della Chiesa universale”.

(Foto: Fondazione Enzo Piccinini)

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