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Al Meeting di Rimini la grande avventura di san Francesco di Assisi
Al Meeting per l’Amicizia fra i popoli in programma alla fiera di Rimini fino al 27agosto è esposta la mostra ‘Io, Frate Francesco. 800 anni di una grande avventura’, primo progetto espositivo curato dalla Provincia Serafica di San Francesco d’Assisi, inserita nel programma dei Centenari Francescani 2023-2026 e patrocinata dal Comitato Nazionale per le celebrazioni dell’Ottavo Centenario: essa si propone come un incontro autentico con il Santo, attraverso un percorso narrativo basato sul suo testamento, documento fondativo dell’Ordine.
L’allestimento, concepito come un’esperienza immersiva, sarà guidato da frati francescani e volontari del Meeting. Tra le opere esposte spicca l’effige di san Francesco dipinta da Cimabue, custodita nel museo della Porziuncola e mai prestata prima in un contesto simile. Inoltre, sarà presente anche un’opera di Sidival Fila, frate francescano ed artista di fama internazionale.
La mostra è stata presentata ad Assisi a fine luglio alla presenza del patriarca di Gerusalemme dei Latini, card. Pierbattista Pizzaballa, che ha raccontato le sofferenze e le speranze della comunità cristiana di Gaza: “Viviamo un tempo drammaticamente complesso: guerre, squilibri sociali, crisi delle istituzioni internazionali e la violenza che sembra l’unica via per affermare potere. In questo contesto san Francesco rimane un riferimento universale, amato da tutti pur non avendo costruito nulla né risolto problemi concreti. Eppure, ha lasciato un segno profondo perché ha vissuto il Vangelo con radicalità e mitezza.
Torno ora da Gaza, e vi dico che ciò che ho visto è indescrivibile. Distruzione totale, fame, mancanza di cure, bambini senza scuola, ospedali distrutti. Ma in mezzo a questo inferno, ho visto gli uomini miti di oggi: gente che rischia la vita per aiutare, bambini che raccontano di essere stati salvati da Gesù nonostante le ferite, persone che condividono il poco che hanno. Anche in Israele ci sono miti che aiutano, e non dobbiamo generalizzare. La pace non nascerà dalle bombe o dalle decisioni dei governi, ma dalla capacità di guardarci negli occhi, di riconoscerci fratelli. Il nostro compito è non lasciare che il dolore occupi tutto il cuore, ma tenere viva la speranza attraverso gesti concreti di umanità. Questo è ciò che conta davvero, ed è questo che ci salverà”.
Fra Francesco Piloni, ministro provinciale di Umbria e Sardegna e curatore della mostra riminese, insieme al prof. Stefano Brufani, presidente della Società Internazionale Studi Francescani e componente del Comitato Nazionale ‘800 anni’, frate Luca Di Pasquale, frate Giuseppe Gioia, frate Gianpaolo Masotti, prof. Grado Giovanni Merlo, presidente onorario della Società Internazionale Studi Francescani e componente del Comitato Nazionale ‘800 anni’, suor Cristiana Mondonico, presidente della Federazione delle Clarisse di Santa Chiara e Sant’Agnese, ha sottolineato l’esperienza vissuta da san Francesco:
“Francesco non ha lasciato ricchezze, ma parole, esperienze e gesti che interrogano ancora oggi. La mostra nasce dal suo Testamento, dove troviamo parole chiave per leggere la vita di oggi con occhi evangelici. Quando uno scrive il testamento, va sulle cose fondamentali, non gira intorno alle parole, non chiacchiera, non dice parole vuote: l’eredità è precisa. Ecco, noi nella mostra abbiamo delle parole chiave che vogliamo consegnare, e sarà Francesco attraverso il suo Testamento a farci scoprire come queste parole siano contemporanee per l’uomo d’oggi”.
Cosa mette in risalto la mostra su san Francesco?
“Decisamente gli 800 anni di storia, ma soprattutto l’eredità, quanto mai attuale, della grande ‘avventura’ di questo uomo ‘figlio’ di Assisi. La mostra, intitolata ‘Io, frate Francesco’, ha la pretesa di lasciare al Santo assisate la parola. Infatti, soprattutto il testamento ed altri scritti, è Francesco stesso che ci consegna quei tesori eterni, che sono senza data di scadenza ed ancora così capaci di toccare l’uomo e la donna e di orientarli. Già come si entra la mostra racconta l’intenzione di immergere il visitatore nella vita di Francesco, nel suo saio, ma soprattutto nella sua esperienza di Dio, vissuta negli ultimi anni. Infatti, accanto agli scritti di Francesco, ci sono poche parole di commento; saranno le guide ad attualizzare quelle (chiamiamole) password, che Francesco ci ha consegnato nel testamento come eredità.
Accanto agli scritti ed alle poche parole di corredo ci sono le immagini di fra Sidival Fila, frate minore che vive a Roma, ed un’artista, che prende le stoffe scartate, cuce i tessuti con diversi materiali e li armonizza in opere d’arte di un significato vibrante, quasi a dire che c’è Francesco che nel testamento ci consegna la sua esperienza, ma già entrando nel suo abito ci si immerge nella sua vita, perché le pareti sono rivestite del tessuto del suo saio. Lui, figlio di mercanti di stoffe che faceva cucire pezzi di tessuti pregiati con altri eccentrici, incontra Cristo povero e nudo,scegliendo di vestirsi con abiti di poco conto.
Questa è la prima pro-vocazione, cioè a favore della nostra vocazione: una sveglia a chi guarda troppo alla vita ‘defora’, come scrive san Francesco a santa Chiara, e non sa più che quella di ‘dentro’ è ‘migliora’, cioè la vita interiore vale molto di più di una vita di apparenze. Lasciando parlare le ‘inquietudini’ di Francesco, la mostra è una grande occasione per ‘disturbare’ la nostra falsa quiete ed accendere le domande e la ricerca di ciò che è vero e bello, cioè eterno. Nel finale della mostra ci sono due interessanti sorprese per continuare a restare nelle profondità”.
Quale esperienza di Dio ha vissuto san Francesco?
“Ha vissuto tante esperienze di Dio, quanti sono i passaggi della vita. Uno dei suoi biografi, Tommaso da Celano, narra che a volte si intratteneva con il Signore, parlandoGli come un amico; altre volte parlava a Dio come ad uno sposo (penso al grido emesso a La Verna: ‘mio Dio e mio Tutto’); altre volte come ad un giudice con la responsabilità di essere amministratori della vita donata da Dio. Comunque certamente l’esperienza di san Francesco è quella di un Dio vicino ed incarnato, che è appassionato dell’umanità ed entra nella storia. Questo piace molto a Francesco; è la sua esperienza.
Al vertice dell’esperienza cristiana abbiamo nel 1223 il presepe di Greggio, dove vuole vedere con i suoi occhi Dio, Bambino di Betlemme. In quel periodo, in cui è iniziato il suo grande tormento interiore, Francesco ha bisogno di consolazione, vince questi momenti cercando colui che è l’Emmanuele e viene a stare con noi. Nel 1224 a La Verna è segnato nel corpo con le stimmate, segni della Passione. Nonostante questo, resta umano: questo convince Francesco, perché egli è e resta un amico vicino e continua ad affascinare, ma soprattutto a convincere, perché incarna la nostalgia che abbiamo di un mondo fraterno e riconciliato”.
In quale modo è possibile ri-conoscere san Francesco d’Assisi?
“Quando una persona che lo avvicina abbandona tutte le immagini distorte, che il mondo offre anche nei confronti di Francesco per addomesticare secondo i propri gusti quello che ci viene offerto. Quindi fare addomesticare Francesco ‘secondo me’, scegliere quello che mi aggrada di più. Quante volte abbiamo ascoltato di un Francesco ridotto ad ecologista, animalista, pacifista… Questi sono riduzioni che non aiutano.
La mostra, che fa parlare il santo assisate, racconta le sue inquietudini (la mostra inizio con il buio), che lo ha fatto gridare davanti al Crocifisso a san Damiano. Come pure vibra la nostalgia di un mondo fraterno e capace di misericordia. Credo che il regalo più grande, per chi ha la pazienza di frequentare Francesco per non ridurlo alla superficie, per ri-conoscerlo è quando ci consegna la sua ‘perla’, che è ‘senza nulla di proprio. Quando facciamo la professione parliamo proprio di questo; questo ‘senza nulla di proprio’ è fondamentale per ogni uomo ed ogni donna, perché il contrario dell’amore è il possesso.
Francesco è capace di restituire la verità di questa parola, l’Amore, che è libero ed è liberante; un Amore, che riceve e dona; un Amore che è esattamente il contrario del possesso. Il ‘sine proprio’ è l’antidoto al possesso, che squalifica e crea tensioni nel microcosmo di ogni persona, come nel mondo. Tutto ciò che possiedi, ti possiede e ti fa perdere il cuore rivolto a Dio (donatore).
Questo è molto importante, perché la pretesa della mostra non è che tu esca conoscendo qualcosa in più di san Francesco (non sarebbe questo il nostro desiderio), ma di uscire dalla mostra dicendo ‘ma io questo Francesco non lo conoscevo, ma parla a me’. Non voler possedere Francesco, ma lasciarsi inquietare da Francesco, che ha costantemente il dito rivolto verso Gesù.
Credo che se riusciamo a trasmettere questo è un dono prezioso per riconoscere san Francesco d’Assisi. Lui negli scritti più volte scrive che è fondamentale che l’uomo cerchi di piacere a Dio, perché un uomo vale quanto vale davanti a Dio e nulla più, seguendo le orme di Gesù. Il cuore per riconoscere l’insegnamento di san Francesco è vivere questo ‘senza nulla di proprio’: non vivere più per possedere ma per amare”.
Quale rapporto esiste tra il titolo della mostra e quello del Meeting?
“Nella Bibbia il deserto è il luogo, dove si viene messi alla prova; è il luogo della tentazione, ma è anche il luogo dove si va con poco; si viene spogliati; c’è l’essenziale nel deserto. Ma il deserto è anche il luogo dove Dio parla e provvede. Il deserto è il nostro quotidiano, che cerchiamo di farlo diventare il nostro paradiso; ma resta sempre un paradiso artificiale, perché finché abitiamo il deserto fatto di cose abitudinarie, è difficile che riusciamo a cogliere la verità del cosmo. Nel deserto della quotidianità c’è la possibilità di non subire quello che viviamo, ma di scegliere come viverlo. Ed ecco la seconda parte (‘Nei luoghi deserti costruiremo con mattoni nuovi’): scegliere con quali mattoni costruire.
Mi sembra che il santo di Assisi rappresenti un testimone, perché è colui che ha saputo rispondere a quanto Dio gli ha detto a san Damiano. A san Damiano Dio gli apre gli occhi: Francesco và e ripara la mia casa, che (come vedi) va in rovina. Prima di tutto, questa apertura degli occhi (come vedi), cioè la nostra vocazione missionaria è quella di riparare e di restaurare. Per fare un lavoro di restauro occorrono mattoni nuovi. Pensandoci credo che i mattoni nuovi siano le otto beatitudini del capitolo 5 del Vangelo di san Matteo, dove occorre ritornare a vivere ed a diventare muratori di comunità, perché questi mattoni nuovi servono a costruire una comunità rinnovata, più libera dagli stereotipi e più matura; poi una comunità ‘calda’, cioè capace di leggere ciò che accade negli eventi con l’intelletto d’amore.
Non basta solo la testa, occorre anche il cuore. Eppoi comunità più povere di pretese e di attese per accogliere le sorprese di Dio. Mi piace il plurale (‘costruiamo’) e credo che san Francesco (lo dico in punta di piedi) avrebbe sottolineato molto questo plurale, questa fraternità. Forse noi siamo più attratti da questi mattoni nuovi.
Da ragazzo cercavo sempre la novità, ma diventando adulto vedo che la novità è già vecchia. Non cerco più la novità, ma cerco la Verità. Mi piace molto questo ‘costruiamo’. Sottolineerei che san Francesco dentro questo verbo sceglie veramente di rispondere ancora oggi a quel mandato di Dio a riparare la Sua casa, che ‘come vedi va in rovina’; ed oggi non possiamo non vedere le rovine di questo mondo. Ma noi ci siamo ed insieme possiamo costruire!”
(Foto: Meeting dell’Amicizia tra i Popoli)
Silvia Serventi racconta ‘la purità del cuore’ di santa Camilla Battista da Varano
‘La modernità di una mistica del Rinascimento italiano: Santa Camilla Battista da Varano’: questo è stato il titolo del convegno svoltosi al monastero ‘Santa Chiara’ di Camerino, in provincia di Macerata, moderato da fra Lorenzo Turchi, docente della Pontificia Università Antonianum di Roma, con quattro relazioni: ‘Le opere latine di santa Battista da Varano, clarissa e umanista’ a cura della dott.ssa Silvia Serventi, ricercatrice indipendente; ‘II profilo e l’avventura di sora Battista tra le clarisse e i monasteri di I Regola’ a cura della prof.ssa Letizia Pellegrini, docente di Storia del Cristianesimo all’Università di Macerata; ‘Immagini e visioni da un monastero’, proposta dal prof. Giuseppe Capriotti, docente di Storia delle Religioni all’Università di Macerata; infine il prof. Pierluigi Feliciati, docente di Scienze documentarie all’Università di Macerata, ha incentrato la relazione sul tema ‘L’archivio del monastero di Santa Chiara di Camerino: progetto di recupero e valore’. La giornata è stata conclusa dalla celebrazione eucaristica officiata da mons. Francesco Massara, arcivescovo di Camerino-San Severino Marche e vescovo di Fabriano-Matelica; mentre nella serata è stato proposto lo spettacolo teatrale ‘Come una carezza – Il viaggio di Camilla Battista Varano’ del ‘Gruppo Teatro in bilico’.
Nella giornata di studio è stato presentato il volume di santa Camilla Battista da Varano, ‘La purità del cuore ed altri scritti’, a cura di Silvia Serventi, dottoressa di ricerca in italianistica e docente di storia dell’arte: “Diversamente dall’autobiografia o dai ‘Dolori mentali’, il ‘Trattato della purità del cuore’ non ha avuto un’ampia diffusione e, sino all’ultima ripresa degli studi, erano noti solo tre manoscritti tardivi legati all’ambiente oratoriano, nei quali compariva sempre collocata tra i ‘Dolori mentali’ ed un compendio delle ‘Istruzioni al discepolo’. I due codici, entrambi del XVI secolo, permettono una revisione del testo su una base più sicura e consentono di leggerlo in una versione più completa e vicina all’originale”.
A lei chiediamo di raccontare l’occasione per questa pubblicazione: “In quest’anno cade il quinto centenario dalla morte di Battista da Varano, al secolo Camilla, figura significativa di monaca umanista passata dalla corte di Camerino al monastero per lei edificato dal padre. Con la nuova edizione incentrata sul ‘Trattato della purità del cuore’ si mette a frutto il ritrovamento di versioni diverse dell’opera e la si rilegge alla luce dell’intera produzione della clarissa marchigiana pubblicata in appendice. Nel 2009 infatti, quando gli studi intorno alla sua figura fiorirono in vista della canonizzazione avvenuta nel 2010, furono rinvenuti a Padova e a Genova due importanti manoscritti che presentano un testo più ampio di quello che si conosceva, il primo in latino e il secondo in volgare”.
Ma chi era questa santa?
“Camilla Battista da Varano, beata dal 1843 e santa dal 2010, è stata un personaggio unico nel panorama italiano della seconda metà del Quattrocento: figlia di aristocratici, educata agli studi umanistici, diviene poi clarissa e mistica. Ed altrettanto unica è l’unione di umanesimo e misticismo. Leggere il ‘De puritate cordis’ in un latino che potrebbe essere quello di Marsilio Ficino è già un’esperienza del tutto fuori del comune”.
Cosa era la purità del cuore per santa Camilla da Varano?
“La purità del cuore è distinta da Battista in tre parti: verso Dio, verso il prossimo e verso sé stessi. La purità verso Dio consiste nel pensare rettamente di Dio, ovvero credere con semplicità, senza voler indagare con sottigliezza tutto ciò che si legge o si ascolta su Dio. Quella verso il prossimo si manifesta nel non giudicarlo, non mormorare contro di lui ma anzi onorarlo. La purità verso sé stessi è avere di sé una pessima opinione e riconoscere la propria incapacità di fare il bene e sopportare le avversità senza l’aiuto divino”.
In quale modo la purità del cuore conduce a Dio?
“Il raggiungimento della purità è considerata la prima tappa dell’itinerario spirituale poiché è solo grazie ad essa che è possibile arrivare all’amorosa crocifissione e all’offerta di sé. La purità corrisponde alla fede, la propria crocifissione alla speranza e l’offerta volontaria di sé alla carità”.
Quale rapporto c’è tra purità e Sapienza per santa Camilla?
“In alcuni passi del trattato Battista applica alla purità quanto nella Bibbia viene detto della sapienza: esorta il destinatario a cercarla fin dalla sua giovinezza, a prenderla come sposa lasciandosi istruire da lei sulla via delle virtù. La sapienza illumina, mentre chi non la possiede cammina nelle tenebre. Allo stesso modo solo chi ha la purità del cuore e della mente può progredire nella via che conduce a Dio e sopportare con pazienza le avversità”.
Esiste un rapporto tra la purità del cuore di santa Camilla e la ‘Terza delle considerazioni sulle stimmate’ di san Francesco?
“L’autrice ricorda espressamente le domande di san Francesco: ‘O Dio, chi sei tu? E chi sono io?’, riportate nella ‘Terza considerazione sulle stimmate’. La conoscenza di Dio e di sé corrispondono in un certo senso al primo e al terzo tipo di purità e sono come due lumi che, facendo cogliere il contrasto tra l’abisso della bontà di Dio e quello della propria viltà, portano all’umiltà”.
La purità del cuore è una riflessione valida anche oggi?
“Soprattutto la riflessione sulla purità verso il prossimo è particolarmente attuale, se si pensa alle numerose esortazioni di papa Francesco ad evitare le mormorazioni. Invece di giudicare gli altri santa Camilla Battista insegna a guardare sé stessi: scrive di aver ricevuto il dono di essere cieca di fronte ai difetti dei fratelli e di avere impresso così in profondità la verità della sua nullità e miseria che questa consapevolezza non le verrebbe strappata se anche tutto il mondo la lodasse. Questa constatazione non porta però alla tristezza ma alla gioia di riconoscersi creatura sommamente amata da Dio”.
(Tratto da Aci Stampa)
Al festival francescano di Bologna le stimmate di san Francesco come cura delle ferite
Relazione, rabbia, esclusione, perdita, padre; sono queste le parole scelte per rappresentare ‘ferite’ da alcune persone che conoscono il Festival Francescano e vi partecipano: un bambino, una giovane donna, due volontari, una suora e un frate, in rappresentanza del pubblico della manifestazione organizzata dal Movimento francescano dell’Emilia-Romagna che lo scorso anno ha contato 50.000 presenze.
Quest’anno il Festival si sta interrogando sulla cura, sul dolore e su come affrontarli, insieme agli ospiti in 150 iniziative; ed infatti sono diverse le esperienze personali di sofferenza raccontate a cuore aperto nel video, ferite riassunte da ciascun protagonista in una sola parola chiave scritta a pennarello su un grande foglio bianco. Infatti, condividere il dolore, trovare insieme una cura possibile è ciò che si farà in piazza Maggiore a Bologna fino a domenica 29 settembre, attraversando ferite interiori o globali, come le guerre o quelle inferte all’ambiente.
Tre i percorsi proposti in questi giorni: il primo, caratterizzato dal colore blu, è la via della sapienza ed attraverso lectio magistralis, convegni, incontri con studiosi, permette di approfondire il pensiero francescano che sta alla base di questa edizione del festival. Il secondo è la via della speranza, e come tale, non poteva che essere connotato dal colore verde.
In questo caso le diverse proposte presenti all’interno del programma vengono viste con gli occhi del futuro, ovvero quello dei tanti ragazzi e delle tante ragazze che si avvicinano con curiosità a questo spazio di spiritualità. Infine il terzo è la via della via meraviglia. In questo caso, invece, il colore scelto è quello magenta e questo cammino racchiude una serie di concerti, di opere teatrali, spettacoli e incontri per riflettere su tema in modo un po’ più semplice ma non per questo semplicistico.
I protagonisti spaziano da Carota e Bebo, due dei cinque cantanti del complesso bolognese ‘Lo Stato Sociale’, al patriarca latino di Gerusalemme, card. Pierbattista Pizzaballa, al poeta Davide Rondoni e al teologo p. Paolo Benanti. Tutti gli eventi saranno gratuiti, anche se per alcuni appuntamenti è necessaria la prenotazione. Inoltre quest’anno il festival ha avuto tre anteprime: la prima si è svolta online giovedì 19 settembre con il card. Matteo Zuppi ed il prof. Benanti sul tema ‘Umanesimo digitale’; poi a Parma con i racconti di Christopher Chukwuebuka Gentle, un migrante che a soli 17 anni è fuggito dalla Nigeria ed ha attraversato il deserto del Sahara per settimane, di Carlo Romani, ingegnere gestionale, presidente e Ceo di Selip Spa, e della fotoreporter Annalisa Vandelli in dialogo sul tema ‘Lampada o scoglio?’ Infine mercoledì 25 settembre all’oratorio ‘San Filippo Neri’ di Bologna lo spettacolo ‘Joseph & Bross’, prodotto da Casavuota.
Per comprendere meglio il festival abbiamo chiesto a fra Dino Dozzi, direttore scientifico del Festival Francescano, di spiegarci il titolo ‘Attraverso le ferite’: “Prendiamo spunto dall’ottavo centenario delle stimmate di san Francesco sul monte de La Verna (1224). Ma al termine ‘stimmate’ abbiamo sostituito quello più comprensibile di ‘ferite’. Perché ci occuperemo di storia, del passato, ma ancor più del presente, del nostro oggi, caratterizzato da tante ferite, con le quali bisogna spesso imparare a convivere, ma che bisogna anche tentare di curare”.
Allora in quale modo è possibile curare le ferite?
“Psichiatri, psicologi, psicoterapeuti, ma anche sociologi, filosofi, teologi, saggisti, romanzieri, artisti ci offriranno analisi e suggerimenti utili a curare le ferite. Che a volte si rivelano strumenti di crescita umana e spirituale, facendoci prendere coscienza della nostra finitezza e creaturalità e affinando la nostra capacità di empatia e di solidarietà. Pare che uno dei modi più efficaci di curare le proprie ferite sia quello di curare quelle degli altri”.
Per quale motivo il festival propone il percorso di tre vie?
“Nei quattro giorni del Festival vengono presentati circa 150 eventi, tra conferenze, spettacoli, presentazione libri, fast conference: sono inevitabili alcune sovrapposizioni. Per aiutare nella scelta, proponiamo tre vie: la via della sapienza, per approfondire il tema dal punto di vista francescano, teologico e sociologico; la via della speranza, rivolta soprattutto ai ragazzi e alle ragazze che si avvicinano al Festival per la prima volta; la via della meraviglia, per segnalare gli eventi che si svolgono in piazza Maggiore e che vedono coinvolti personaggi noti al grande pubblico. Ovviamente resta la libertà di crearsi il proprio percorso, ma le tre vie possono costituire un suggerimento utile”.
Quanto sono importanti le stimmate di san Francesco per la cura?
“Le stimmate di san Francesco sono un esempio straordinario di ferite che curano. Le stimmate richiamano lo stigma. Francesco toglie lo stigma dell’emarginazione al lebbroso, abbracciandolo; toglie lo stigma della negatività alla natura (in quel tempo giudicata cattiva) cantandone le lodi e riconoscendola sorella nella creaturalità; toglie lo stigma della negatività al corpo, ritenuto fonte di peccato, chiamandolo fratello, chiedendogli scusa e offrendogli in punto di morte quei dolcetti di donna Jacopa; toglie lo stigma di un giudizio negativo che l’orgoglio vorrebbe suggerirgli per quei suoi fratelli che non condividono il suo radicalismo evangelico, non separandosi da loro, ma restando in gruppo, preferendo la fraternità alla fuga in avanti e all’eroismo personale.
Ecco il cammino dallo stigma alle stimmate, che acquistano così il significato di una bolla di approvazione divina ad un uomo che nei suoi scritti e nella sua vita ha tolto lo stigma della negatività ad ogni realtà, riconoscendo ovunque attorno a sé i doni belli e santi dell’Altissimo bon Signore”.
In quale modo avviene il passaggio dalle cicatrici alle stimmate?
“La risposta a questa domanda l’avremo al termine del convegno che aprirà il Festival Francescano di quest’anno nella prestigiosa Cappella Farnese. Quattro studiosi (Jacques Dalarun, Pierluigi Licciardello, Rosa Giorgi e Pietro Delcorno), fonti letterarie e artistiche alla mano, ci spiegheranno questo passaggio che ci coglie un po’ di sorpresa: non, come ci si aspetterebbe, dalle stimmate alle cicatrici, ma, appunto, dalle cicatrici alle stimmate. Evidentemente, anche la storia ha le sue ferite ed i suoi miracoli”.
(Foto: Festival Francescano)
Ad Assisi ‘CorporalMente’ per riflettere su corpo ed anima
Dal 12 al 15 settembre (con un’anteprima domenica 8 settembre ‘Sull’infinito’ di Alessandro Baricco) si è svolto il ‘Cortile di Francesco’, giunto alla decima edizione, l’appuntamento culturale annuale nel segno della fraternità promosso dai frati minori conventuali della basilica di San Francesco in Assisi, intitolato ‘CorporalMente’: “Se infatti le stimmate di san Francesco sono la manifestazione visibile, nel corpo, della profondità della sua unione con Cristo, è bello poter riflettere insieme, confrontarsi e intrattenersi (come è tradizione del Cortile, a partire da diverse prospettive) sulla relazione imprescindibile, ma non per questo scontata, tra il nostro mondo interiore personale e la sua manifestazione all’esterno nel corpo”, ha precisato fra Giulio Cesareo, direttore dell’Ufficio comunicazione del Sacro Convento di Assisi.
Molti i temi affrontati: dalla medicina e psicologia alla disabilità e integrazione; dai social media e ambiente all’intelligenza artificiale; dall’arte in Basilica alla spiritualità francescana con il ministro per le disabilità, Alessandra Locatelli, il direttore della Galleria Nazionale dell’Umbria, Costantino D’Orazio, il giornalista Luca Sommi ed il medico nutrizionista ‘mangiologo’ e divulgatore televisivo, Mauro Mario Mariani.
E naturalmente visite guidate al Museo del Tesoro della Basilica e, nella fantastica cornice artistica e simbolica della piazza superiore di san Francesco; concerti e spettacoli serali, tra cui ‘Il sogno’ dei ragazzi ospiti all’Istituto Serafico di Assisi, e la prima esecuzione assoluta del ‘Requiem per il Sociale’ del Maestro Andrea Di Cesare, opera musicale pop moderna per violino elettrico, looper, campionatori, computer synth e due attori (rivisitazione moderna del Requiem KV 626 di W. A. Mozart, arricchita da elementi pop, rock ed elettronici).
L’evento, ideato da Maria Cristina Lalli e prodotto in collaborazione con Angi (Associazione Nazionale Giovani Innovatori), Opera Morlacchi e Associazione Mozart Italia, ha visto la partecipazione straordinaria degli attori Lidia Vitale e Mirko Frezza. Mentre martedì 17 settembre si è svolta la prima rappresentazione assoluta di un corale su san Francesco realizzato da fra Renzo Cocchi; la chiusura del ‘Cortile di Francesco’ avverrà domenica 22 settembre, alle ore 21.30, con il concerto per la pace per archi e solista diretto da fra Peter Hrdy, maestro della Cappella Musicale della Basilica papale di San Francesco.
Dal punto di vista più specificamente francescano, si è svolto un focus particolare alla ‘Chartula di Assisi’, il breve testo autografo di San Francesco custodito in Basilica, scritto dopo l’episodio delle stimmate a La Verna: in modo particolare attraverso di esso si è cercato di scoprire aspetti meno noti del Santo, quali la personalità, la sua preparazione culturale e sensibilità psicologica, facendo anche ricorso all’analisi grafologica della sua scrittura con Davide Rondoni, Femino Giacometti ed Attilio Bartoli Langeli.
Fra Giulio Cesareo ha spiegato il titolo e la relazione esistente tra corpo e mente: “L’anniversario delle stimmate di san Francesco ci fa riflettere sul loro valore culturale, oltre a quello esclusivamente religioso. Intuiamo che esse ci rinviano all’inscindibile nesso che c’è tra l’interiorità e il corpo, perché le stimmate non sono un’azione divina dall’esterno ma la trasparenza nel corpo di ciò che era accaduto nel cuore di Francesco: nel suo rapporto con Cristo, con i frati, con le persone con cui era in contatto.
Francesco, un po’ come tutti noi, era stato ferito dalla vita, in particolare da quei frati dotti e sapienti che, animati anche da tanto zelo, premevano per ‘riscrivere’ il suo ideale originario e per assimilare sempre più la fraternità del suo Ordine a quelle comunità monastiche già esistenti. Francesco vive tutto ciò come una grande sofferenza, sia sente tradito nella sua intuizione originale, gli sembra che tutto stia crollando come un castello di carte e che la Chiesa (e lo stesso Dio) non stiano facendo niente per sistemare le cose.
A La Verna Francesco intuisce però che le ferite della vita sono preziose, perché possono diventare (come e con quelle di Gesù) feritoie di un amore più grande delle incomprensioni, dei tradimenti, dei fallimenti, perché alla fine ciò che lascia il segno nella vita delle persone e del mondo non sono le belle idee, i grandi progetti, ma l’amore autentico che passa attraverso la nostra vita: il nostro corpo!
‘CorporalMente’ vuole così richiamare questa unità tra corpo e mondo interiore, nella consapevolezza che la mente è ben più delle sinapsi cerebrali: è appunto ognuno di noi, la nostra identità che entra in relazione, si manifesta, ama ed è amata sempre e solo nel corpo; esso non è allora qualcosa di aggiunto o una parte di noi, ma proprio noi stessi in quanto capaci e abilitati all’incontro e alle relazioni”.
Quanto è importante la ‘Chartula’ per la vita francescana?
“La Chartula è una tra le reliquie più preziose di san Francesco, perché è proprio opera sua: ci parla di lui, della sua relazione religiosa con Dio, ma anche del suo modo di coltivare un’amicizia, quella con Leone, ci mostra la sua grande creatività (aveva elaborato una firma anche graficamente tutta sua a partire dall’espressione ‘te benedicat’: ‘ti benedica!’); infine ci rivela, grazie all’analisi grafologica, anche qualcosa in più a proposito del temperamento e della personalità di san Francesco, che è così ricco e profondo, da rimanere sempre alla fine (un po’ come tutti noi) una grande mistero”.
Eppoi gli spettacoli, tra cui ‘Il sogno’ e ‘Requiem universalis’: in quale modo l’arte valorizza il corpo?
“Il nostro sogno, insieme ai nostri amici artisti, intellettuali e persone comuni, nonché al tesoro che sono le persone con disabilità, è proprio sottolineare la dignità immensa del corpo, perché coincide con la dignità del volto di cui è espressione e manifestazione. Altrimenti il corpo da solo, sganciato dal volto, rischia di essere percepito solo come una cosa (che piace o no, attira o no): invece proprio grazie all’arte e ai suoi linguaggi evocativi, vorremmo ri-educarci a quest’arte ovvia (eppure mai scontata) di valorizzare l’alleanza ‘both ways’ (‘entrambi i modi’, ndr.): dal corpo alla persona e dall’interiorità al corpo. Avere cura del corpo per avere cura di sé; avere cura di sé è inseparabile dalla cura per il corpo e le relazioni che sono possibili solo nel e grazie al corpo”.
Dopo 10 anni cosa è il ‘Cortile di Francesco’?
“In queste dieci edizioni si è camminato molto e il passo di oggi sarebbe stato impossibile senza tutti quelli precedenti: per questo desidero ancora una volta ringraziare fra Enzo Fortunato, gli amici dell’associazione ‘Oicos’ e tutti coloro che negli anni hanno fatto nascere, crescere e sviluppare il ‘Cortile di Francesco’. Ognuno di noi con la sua storia, le sue competenze e le sue convinzioni, è un dono per gli altri a patto che la condivisione avvenga nella verità, nel rispetto e nell’apertura all’altro.
Credo che proprio per questo il ‘Cortile di Francesco’ sia il luogo dove è possibile sperimentare la fraternità (vera eredità di san Francesco) come evento culturale, attraverso incontri che nella diversità e nel rispetto, sono fonte di vero arricchimento reciproco. E di una riscoperta della diversità come valore aggiunto nelle relazioni, credo che oggi tutti abbiamo particolarmente bisogno”.
(Foto: Cortile di Francesco)
Il Principe Alberto II di Monaco in visita a La Verna ed a Rondine Cittadella della Pace
). Si avvicina l’attesa visita di S.A.S. il Principe Alberto II di Monaco alla Cittadella della Pace di Rondine e al Santuario de La Verna. Nel pomeriggio di sabato 14 settembre, alla vigilia della festa delle Stimmate di san Francesco nell’anno centenario, il Sovrano sarà accolto al suo arrivo dal Padre Guardiano Fra Guido Fineschi. La visita consisterà in un tour del Santuario e dell’Archivio storico che custodisce la documentazione del passaggio in questi luoghi della Principessa Grace nel 1968 insieme alla figlia Caroline, allora undicenne, al termine del campeggio estivo nel Casentino.
Domenica 15 settembre dalle ore 10.00 giungerà poi a Rondine per l’incontro con i giovani della World House, promotori della campagna Leaders for Peace, che ha visto il Principato di Monaco tra i sostenitori.
Il Sovrano sarà accompagnato da Anne Eastwood, Ambasciatrice di Monaco a Roma assieme al Console Onorario del Principato di Monaco a Firenze, Alessandro Antonio Giusti e accolto dal Presidente di Rondine, Franco Vaccari e da una delegazione dell’associazione visiterà il borgo attraverso alcune tappe simboliche: dal Monumento delle rondini che racconta le radici spirituali e culturali della Cittadella fondate sui massi di La Verna, Camaldoli e dell’Arno, fino all’Arena di Janine, al Centro di Formazione e la parte alta con la Chiesa e le residenze dello Studentato internazionale.
Dalle ore 11.20 l’incontro di con i giovani futuri leader e gli studenti delle scuole. A dare il benvenuto a Sua Altezza Serenissima a nome dello Studentato Internazionale Adeline, studentessa kosovara di Rondine e Georges Théodore Dougnon, ex studente maliano di Rondine che nel suo paese ha sviluppato un progetto per educazione alla pace e per evitare la dispersione scolastica.
Sarà quindi il Principe Alberto a tenere un intervento sul tema della costruzione della pace di fronte ai giovani che arrivano a Rondine da tutto il mondo per formarsi come leader e impegnarsi su scala globale nella riduzione dei conflitti armati e nella promozione della pace.
Con la sottoscrizione della campagna Leaders for Peace, lanciata alle Nazioni Unite di New York nel 2018, anche il Principato si è impegnato nel sostegno alla formazione di nuovi leader globali in grado di intervenire nei principali contesti di guerra del mondo, per promuovere lo sviluppo di relazioni sociali e politiche pacificate.
Un aspetto da sempre fortemente attenzionato dalle istituzioni monegasche, anche tramite la Coopération monégasque au développement, e che ha portato al riconoscimento del valore del Metodo Rondine per la trasformazione creativa dei conflitti in particolare nei sistemi d’istruzione nazionali e laddove il conflitto costituisce un ostacolo allo sviluppo umano integrale e ai diritti umani universali.
Card. Parolin: santa Chiara ha scelto la spoliazione di sé
“Da Assisi, in occasione di questa festa, voglio lanciare una forte preghiera ed appello per la pace in tutto il mondo. Come più volte ha ribadito il Santo Padre, la guerra è una sconfitta per tutti e non porta benefici a nessuno”: lo ha detto domenica scorsa ad Assisi, celebrando la festa di santa Chiara, il segretario di stato vaticano, card. Pietro Parolin, che ha posto l’accento sulla scelta di povertà da parte dell’assisate “che si pone come scelta di vita nella nostra società, contrassegnata dal consumismo, ossia dalla sfrenata ricerca di soddisfare i bisogni indotti dalla pressione della pubblicità e da fenomeni d’imitazione sociale, con gli inevitabili sprechi economici e l’inquinamento e l’edonismo, che considera il piacere come bene sommo dell’uomo ed il fine esclusivo della vita”.
Prima dell’inizio della cerimonia, il card. Parolin aveva ribadito la necessità di “spogliarsi di sé, come avevano fatto Chiara e Francesco: e non tanto dei beni materiali ma degli egoismi, delle proprie posizioni e pretese per aprirsi agli altri con un approccio fraterno e di pace”.
Mentre il ministro generale, p. Massimo Fusarelli, nella lettera inviata alle clarisse, aveva sottolineato il rapporto di san Francesco e di santa Chiara con Gesù: “Il fulcro è la relazione con il Signore Gesù. Se per Francesco l’incontro misterioso della Verna ha segnato un nucleo di fuoco che lo ha preparato a diventare conforme alla morte e risurrezione di Gesù Cristo nell’incontro con ‘sorella morte’, per Chiara l’incontro con il ‘suo’ Signore è stata la ragion d’essere di tutta la sua esistenza di donna, vissuta nel segno dell’appartenenza totale a Lui”.
Ed ha raccontato il silenzio sperimentato da san Francesco nel momento delle stimmate: “E’ proprio in questo contesto di silenzio e di orazione che riceve una visita misteriosa. Sulla Verna, il desiderio profondo del Poverello di seguire Cristo e di essere conformato totalmente a Lui, si compie nell’incontro con il Crocifisso. ‘Seguire le orme’ di Cristo giunge qui al culmine, sotto la spinta del ‘fervore di carità’ che infiammava ‘l’amico dello Sposo’… L’incontro con l’Amato diventa un canto di lode; perciò, Francesco, dopo l’incontro con il Crocifisso, compone le Lodi di Dio Altissimo, preghiera che sgorga da un cuore innamorato, interamente centrato nel Tu divino”.
Mentre santa Chiara ha vissuto il silenzio di Gesù nell’intimità della clausura: “Il silenzio ha avvolto la vita di Chiara con le sue sorelle e ne ha custodito la sequela di Cristo, da lei riconosciuto come il ‘Crocifisso povero’ da servire ‘con ardente desiderio’. La preghiera di Chiara si è nutrita di questa ‘visione’ interiore, maturando nella lode e nella gioia della contemplazione di Cristo, Sposo di chi ha scelto di seguirlo”.
Tali silenzi hanno creato una sintonia: “Possiamo dire allora che Chiara ha vissuto lungo tutta la sua vita il cammino di sequela che ha mosso il Poverello a ricevere il dono delle Stigmate nell’incontro di dolore e di amore con il Cristo povero e glorioso. E’ qui, credo, che lei ha potuto sperimentare una sintonia unica con il vissuto di Francesco. Certo, resta misteriosa questa corrispondenza e possiamo solo intuire qualcosa dai loro scritti”.
Di questa unione spirituale ha raccontato il ministro generale, prendendo spunto da una vetrata in una chiesa di Hong Kong: “Nella nostra chiesa parrocchiale di Hong Kong ho potuto vedere una vetrata che rappresenta Chiara mentre sorregge Francesco stimmatizzato, quasi come Maria riceve il corpo di Cristo crocifisso nella ‘Pietà’. Questa immagine mi ha interrogato sull’eco di questo evento della vita di Francesco in quella di Chiara e nella sua esperienza spirituale”.
E’ un sostegno reciproco che apre alla comunione: “Mi piace pensare che Chiara ha vissuto questa dimensione con Francesco, reso così debole dai segni misteriosi impressi nel suo fragile corpo. Oso pensare che la sorella ha sostenuto il fratello nello Spirito, anzitutto nel portare il carico di una comunione tanto unica con il Cristo crocifisso.
Che cosa avrà chiesto a Francesco e alla sua relazione di fede con il Signore un simile segno? Come sarà maturata di conseguenza la sua preghiera? Le Lodi e il Cantico ci fanno percepire qualcosa. Quale sofferenza ha vissuto per partecipare con Cristo alla riconciliazione e alla pace di tutte le creature? Come non pensare che Chiara, da parte sua, abbia sostenuto Francesco con la sua presenza discreta e la sua preghiera?”
In questo modo santa Chiara ha sostenuto san Francesco nel cammino di santità: “Credo che Chiara abbia intuito il travaglio pasquale di Francesco e vi abbia partecipato. Non a caso la sua malattia segue proprio questi eventi. Sarà stato anche questo il suo modo di sostenere Francesco e i frutti del dono di amore ricevuto? Care sorelle, vi saluto in questa memoria delle Stigmate, che ho cercato di leggere brevemente con voi sin nel cuore del vissuto di Chiara”.
(Foto: Vatican News)
Da Loreto giovani europei sulle orme delle stimmate di san Francesco d’Assisi
Dal 28 luglio al 3 agosto a Loreto si svolgerà il XIV Campo ecumenico dei giovani europei, come ha raccontato don Francesco Pierpaoli, parroco della diocesi di Fano-Fossombrone- Cagli-Pergola, ideatore dei Campi ecumenici dei giovani di Loreto: “Tutto nasce dal desiderio di incontrare Gesù nei propri fratelli e di imparare a chinarsi su quelli più bisognosi. Da qui il segnale che il mondo può cambiare veramente anche davanti all’impossibile, come la guerra che sta dilaniando ormai da più di due anni la nostra Europa”.
Quest’anno questo campo ecumenico sarà l’occasione per riflettere sugli 800 anni a La Verna delle stimmate di san Francesco d’Assisi, con le sollecitazioni di p. Damiano Angelucci, un frate minore cappuccino delle Marche, basandosi sul libro di Antonio Rosmini, ‘Delle cinque piaghe della Santa Chiesa’: la paura, l’attrazione del piacere, la fatica di capirsi con il Signore, l’incomprensione con i fratelli e Sorella Morte.
Al campo parteciperanno luterani dalla Svezia, ortodossi dalla Romania e dall’Ungheria, greco cattolici dall’Ucraina e cattolici dall’Italia: “Avviene come per il soffione che spinto dal vento porta il seme lontano dalla propria terra, magari non ci accorgiamo ma quel seme prima o poi germoglia e fiorisce in maniera inattesa. Quel seme è Gesù e il vento lo Spirito Santo”.
Per quale motivo sono sorti i campi ecumenici dei giovani europei?
“Questa esperienza nasce a Loreto, dove san Giovanni Paolo II nel 1995 convocò i giovani per pregare per la pace nell’ex Yugoslavia, che indicò la città mariana come ‘capitale’ spirituale dei giovani d’Europa e la casa di Maria come la casa del ‘sì’ e quindi la casa in cui vivono in pace uomini e donne. Da quell’esperienza è nata la volontà, partendo dai giovani, di ricomporre l’unità e la comunione, non solo dal punto di vista ecumenico (sono presenti alcune confessioni europee), ma anche da un punto di vista sociale e culturale, perché abbiamo cercato di vivere con i giovani soprattutto la diversità come opportunità. La diversità non è divisione, ma è ricchezza, in quanto quello che non conosco non mi deve mettere paura, ma al contrario devo ascoltarlo. L’idea dei campi ecumenici parte da qui, dove i giovani sono il soggetto di questo cammino di unità, che è la preghiera di Gesù: ‘che tutti siano uno’. Il nome che abbiamo dato al progetto è quello che all’epoca ci indicò il papa: ‘Eurhome’ (‘Europa casa’) che derivava da ‘Eurhope (‘Europa speranza’) con la speranza che l’Europa sia la casa in cui tutti possano vivere in pace”.
‘Da Loreto questa sera abbiamo compiuto un singolare pellegrinaggio dall’Atlantico agli Urali, in ogni angolo del Continente, dovunque si trovano giovani in cerca di una ‘casa comune’. A tutti dico: ecco la vostra Casa, la Casa di Cristo e di Maria, la Casa di Dio e dell’uomo! Giovani dell’Europa in marcia verso il 2000, entrate in questa casa per costruire insieme un mondo diverso, un mondo in cui regni la civiltà dell’amore!’: così diceva nel 1995 san Giovanni Paolo II proprio da Loreto. Tale messaggio è ancora attuale?
“E’ ancora attuale e lo sarà finché esiste l’umanità sulla terra, perché basta poco per riaccendere quella divisione (purtroppo con l’invasione della Russia in Ucraina l’Europa lo sta sperimentando): basta poco affinchè la fraternità lasci lo spazio agli interessi economici. Quindi occorre che i giovani diventino l’oggi di questo mondo nuovo. Ascoltiamoli, perché nel loro cuore c’è questo desiderio profondo di pace e di fraternità”.
Quali percorsi ecumenici si possono aprire?
“Intanto è necessaria un’esperienza ecumenica che parta dal ‘basso’, dall’amicizia. Ma i giovani stanno bene insieme? A Loreto viviamo insieme per una settimana da quasi 15 anni (anglicani, luterani, ortodossi, cattolici), allora perché siamo divisi? E’ chiaro che sorgono le domande, però le strade sono innanzitutto quelle dell’amicizia e della fraternità. Quindi credo che anche i principi teologici e dottrinali possano essere liberati da ‘questioni’ che non hanno niente a cosa fare con il Vangelo, ma sono semplicemente il frutto, purtroppo, di una divisione che abbiamo nel cuore. Il Vangelo e l’Eucarestia non possono dividerci; Gesù lava i piedi a tutti i suoi apostoli; Gesù offre la prima Eucarestia proprio a Giuda. In questo senso dobbiamo vedere come nella fraternità il sentiero dell’ecumenismo si apre davanti a noi. Tutto questo non riguarda solamente le confessioni religiose, ma soprattutto l’accoglienza di culture e modi di vivere diversi, vivendole come arricchimento personale”.
Per preparare quest’appuntamento una delegazione ecumenica nello scorso maggio si è recata nella diocesi greco cattolica di Samir-Drohobich in Ucraina, in cui esiste una comunità capace di prendersi cura delle persone in difficoltà, grazie ai giovani volontari della Caritas per far fronte al gran numero di bisognosi, che può ospitare fino a 2.800 persone gratuitamente: quale è la situazione?
“La situazione è quella di un popolo in guerra, cosa che, essendo nato nel 1961, non ho mai vissuto. Vivere in un clima di guerra è come vivere sapendo che hai un tumore: tutto quello che fai sembra normale, ma ha una malattia. Abbiamo incontrato una popolazione provata, sapendo che un uomo tra 18 e 60 anni può essere chiamato per ‘andare’ in prima linea, sapendo che 200 ucraini al giorno possono morire al fronte. Però davanti a questi segni di morte la comunità cristiana sta avendo una creatività nella cura ai bambini orfani, alle famiglie senza tetto ed ai mutilati: là dove esiste questo ‘peccato’ abbonda questo amore straordinario. Ho vissuto questo in Ucraina. I giovani dell’Ucraina verranno al campo ecumenico e parteciperanno con questa ‘ricchezza’ spirituale. Nello stesso tempo sono grati, perché siamo andati a trovarli e siamo stati con loro. Mi auguro che la pace possa arrivare per questo popolo che ha una fede profonda ed autentica”.
La riflessione del campo sarà incentrata sulle stimmate di san Francesco nella ricorrenza dell’ottavo centenario: cosa sarà proposto ai giovani?
“Quest’anno sono 800 anni che la Chiesa ricorda (26 settembre 1224) il momento in cui san Francesco d’Assisi a La Verna ricevette queste ‘ferite’, che fecero di lui un ‘alter Christi’, una persona che aveva vissuto Gesù sulla terra, in quanto il santo è l’attualizzazione di Gesù sulla terra. Con p. Damiano Angelucci, frate cappuccino delle Marche, abbiamo pensato di prendere queste ‘ferite’ di Gesù e di dire non solo quali sono le ferite, ma anche in quale modo san Francesco le ha curate nella sua vita. P. Damiano nominerà le cinque piaghe: piaga della paura verso il ‘diverso’; piaga della gratificazione personale; piaga della ‘fatica’ di comprendere la Parola di Dio; piaga dell’incomprensione con i fratelli; piaga di ‘sorella’ morte. Davanti ad ogni ferita san Francesco si pone come colui che si prende cura per rimarginare le ferite. Le cicatrici rimangono, però le ferite sono curate e conducono alla vita”.
(Tratto da Aci Stampa)
Papa Francesco: le stimmate di san Francesco siano segno di perdono e di pace
“San Francesco, uomo piagato dall’amore Crocifisso nel corpo e nello spirito, guardiamo a te, decorato delle sacre stimmate, per imparare ad amare il Signore Gesù, i fratelli e le sorelle con il tuo amore, con la tua passione. Con te è più facile contemplare e seguire Cristo povero e Crocifisso. Donaci, Francesco, la freschezza della tua fede, la certezza della tua speranza, la dolcezza della tua carità. Intercedi per noi, perché ci sia dolce portare i pesi della vita e nelle prove possiamo sperimentare la tenerezza del Padre e il balsamo dello Spirito. Le nostre ferite siano sanate dal Cuore di Cristo, per diventare, come te, testimoni della sua misericordia, che continua a guarire e a rinnovare la vita di quanti lo cercano con cuore sincero. O Francesco, reso somigliante al Crocifisso, fa’ che le tue stimmate siano per noi e per il mondo segni splendenti di vita e di risurrezione, che indichino vie nuove di pace e di riconciliazione. Amen”.
Con questa preghiera e con la benedizione con la reliquia di san Francesco papa Francesco ha concluso l’udienza ai i frati minori del santuario di La Verna e della provincia toscana in occasione dell’VIII centenario del dono delle stimmate ricevute dal santo di Assisi nel 1224, con una riflessione sul significato dei segni che ricordano il dolore sofferto da Gesù:
“E proprio di questa conformazione le stimmate sono uno dei segni più eloquenti che il Signore abbia concesso, lungo il corso dei secoli, a fratelli e sorelle nella fede di varia condizione, stato e provenienza. A tutti, nel Popolo santo di Dio, ricordano il dolore sofferto per nostro amore e per la nostra salvezza da Gesù nella sua carne; ma sono anche un segno della vittoria pasquale: è proprio attraverso le piaghe che la misericordia del Crocifisso Risorto, come attraverso dei canali, scorre verso di noi. Fermiamoci a riflettere sul significato delle stimmate, dapprima nella vita del cristiano e poi nella vita del francescano”.
Il papa ha ricordato il valore delle stimmate nella vita di ogni cristiano: “Il discepolo di Gesù trova in san Francesco stimmatizzato uno specchio della sua identità. Il credente, infatti, non appartiene a un gruppo di pensiero o di azione tenuto insieme dalle sole forze umane, ma ad un Corpo vivente, il Corpo di Cristo che è la Chiesa.
E questa appartenenza non è nominale, ma reale: è stata impressa nel cristiano dal Battesimo, che ci ha segnati con la Pasqua del Signore. Così, nella comunione d’amore della Chiesa, ciascuno di noi riscopre chi è: un figlio amato, benedetto, e riconciliato, inviato per testimoniare i prodigi della grazia ed essere artigiano di fraternità”.
Per questo il cristiano è chiamato a fare attenzione a tutti coloro che incontra: “Perciò il cristiano è chiamato a rivolgersi in modo speciale agli ‘stimmatizzati’ che incontra: ai ‘segnati’ dalla vita, che portano le cicatrici di sofferenze e ingiustizie subite o di errori commessi. E in questa missione il Santo della Verna è un compagno di cammino, che sostiene e aiuta a non lasciarsi schiacciare da difficoltà, paure e contraddizioni, proprie e altrui”.
Seguendo le orme di san Francesco il cristiano deve testimoniare la povertà evangelica: “E’ ciò che Francesco ha fatto ogni giorno, dall’incontro con il lebbroso in poi, dimenticando sé stesso nel dono e nel servizio, arrivando perfino, negli ultimi anni, a ‘disappropriarsi’ (questa parola è chiave) in un certo senso di ciò a cui aveva dato inizio, aprendosi con coraggio e umiltà a vie nuove, docile al Signore e ai fratelli. Nella sua povertà di spirito (sottolineiamo questo: Francesco, la povertà di spirito) e nel suo affidamento al Padre ha lasciato a tutti una testimonianza sempre attuale del Vangelo. Se vuoi conoscere bene il Cristo addolorato, cerca un francescano. E voi, pensate se siete testimoni di questo”.
Eppoi anche nella vita di ogni francescano le stimmate sono importanti: “Il vostro Santo fondatore vi offre un potente richiamo a fare unità in voi stessi e nella vostra storia. Infatti, il Crocifisso che gli appare alla Verna, segnando il suo corpo, è lo stesso che gli si era impresso nel cuore all’inizio della sua “conversione” e che gli aveva indicato la missione di ‘riparare la sua casa’. In questo punto del ‘riparare’, vorrei inserire la capacità di perdono. Voi siete bravi confessori: il francescano ha fama di questo. Perdonate tutto, perdonate sempre!”
Le stimmate sono un ammonimento ad un ritorno all’essenzialità del messaggio francescano: “In Francesco, uomo pacificato nel segno della croce, con il quale benediceva i fratelli, le stimmate rappresentano il sigillo dell’essenziale. Ciò richiama anche voi a tornare all’essenziale nei vari aspetti del vostro vissuto: nei percorsi formativi, nelle attività apostoliche e nella presenza in mezzo alla gente; ad essere perdonati portatori di perdono, guariti portatori di guarigione, lieti e semplici nella fraternità; con la forza dell’amore che sgorga dal costato di Cristo e che si alimenta nel vostro personale incontro con Lui, da rinnovare ogni giorno con un serafico ardore che bruci il cuore”.
Il messaggio del papa è un invito ad essere testimoni del Regno di Dio: “Sentitevi chiamati a portare nelle vostre comunità e fraternità, nella Chiesa e nel mondo, un po’ di quell’amore immenso che spinse Gesù a morire in croce per noi. L’intimità con Lui, come avvenne per Francesco, vi renda sempre più umili, più uniti, più gioiosi ed essenziali, amanti della croce e attenti ai poveri, testimoni di pace e profeti di speranza in questo nostro tempo che tanto fatica a riconoscere la presenza del Signore. Possiate essere sempre più segno e testimonianza, con la vostra vita consacrata, del Regno di Dio che vive e cresce in mezzo agli uomini”.
(Foto: Santa Sede)




























