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La Terra Santa nel racconto del card. Pizzaballa
Il Premio Limes per il dialogo e la pace, consegnato dalla rivista ‘Limes’ lo scorso 29 giugno a Bergamo al card. Pierbattista Pizzaballa, patriarca di Gerusalemme dei Latini, ha voluto riconoscere una presenza: quella di chi da oltre 30 anni vive dentro il conflitto senza smettere di cercare. Prima della consegna del premio, in dialogo col direttore di Limes, Lucio Caracciolo, il card. Pizzaballa ha raccontato la Terra Santa senza cedere alla propaganda, né alla semplificazione: “Dopo il 7 ottobre, con la guerra di Gaza, sono cadute un po’ le ultime remore… Ma quella radicalizzazione veniva da anni di un linguaggio e di una narrativa molto violenta e molto escludente”.
Ed ha raccontato la distruzione di Gaza: “A Gaza ci sono stato diverse volte, anche prima e durante la guerra. E’un disastro. Intere città non esistono più, sono livellate nel senso letterale della parola. Rafah è tra queste. Non c’è più, non esiste. Quando si entra diverse cose colpiscono, ma quello che mi colpisce di più è che devi camminare e viaggiare su strade fortuite, in mezzo alle tende”.
Ma soprattutto è stata eliminata la strada del dialogo: “Un linguaggio che ha eliminato dal discorso quello slogan che andava per la maggiore solo qualche anno fa, quel ‘due popoli e due Stati’ che indicava una strada percorribile. E che oggi, invece, è soffocato da chi vuole che l’altro semplicemente non esista più. Da una parte e dall’altra”.
Ed ha continuato nel racconto della distruzione: “Quasi tutti gli edifici sono distrutti o danneggiati. La gente vive letteralmente in mezzo alle fognature. Un’altra cosa che le immagini non rendono sono gli odori. Una delle piaghe più presenti in questo momento sono i topi che mordono, soprattutto i bambini. La situazione igienica è molto degradata, come potete immaginare. È orribile vedere decine di chilometri in questo stato. Adesso entra un po’ di cibo, soprattutto per l’ambito commerciale, ma tutto il resto ancora è proibito. Tutto quello che può essere considerato dual use, cioè che Hamas potrebbe usare, viene proibito. Anche, lo dico per esperienza, i banchi di scuola, i quaderni, le matite. Tutto questo è proibito”.
Un racconto diretto che non tralascia nulla: “Mancano anche molti medicinali, non tutti, ma i medicinali particolari sono assenti. Gli ospedali ne hanno estremamente bisogno, così come del vetro delle finestre. Sono stato in un ospedale oftalmico, naturalmente distrutto, dove hanno dovuto rimettere a posto con quello che avevano a disposizione. Per esempio hanno messo della plastica al posto delle finestre”.
Però ha raccontato anche della presenza di Hamas, che ancora mantiene il controllo: “Un rapporto c’è. Hamas controlla ancora gran parte della Striscia di Gaza. E’ una galassia di gruppi, non è un gruppo ben organizzato. Adesso è indebolito, ma il controllo è ancora nelle sue mani. Girando per Gaza, ai crocicchi di strada c’era sempre gente con le armi: erano dei loro.
Quando entri dentro la Striscia arriva sempre un messaggio, una chiamata che dice ‘benvenuto’. Il controllo è ancora abbastanza evidente ed è chiaro che i quartieri generali siano ancora sotto terra. Voglio raccontare un aneddoto. Una delle scuole che c’erano a Gaza prima della guerra era quella delle Suore del Rosario.
Il quartiere è stato totalmente raso al suolo. Andando a controllare cosa restasse dell’edificio, ho constatato che in gran parte era distrutto ma un blocco della struttura era sprofondato per metà nel terreno. Evidentemente sotto c’erano tunnel, e quando sono stati fatti saltare quella parte della scuola è finita dentro”.
E di questa situazione i bambini soffrono: “Vivono per strada, sporchi, giocano in mezzo alle fogne invece di essere a scuola. Sono pochissime le scuole ancora in funzione. La stragrande maggioranza è organizzata da volontari o da organizzazioni, ma non sono riconosciute. Anche gli edifici sono distrutti o usati come rifugio dalla popolazione. ùInizialmente pensavo che dovessimo anzitutto organizzare un sostegno medico. Parlando con gli insegnanti e con gli operatori sanitari, mi hanno invece fatto notare che i medici servono ma che la priorità in questo momento sono persone preparate per gestire i traumi infantili. Il supporto psicologico ai bambini e alle mamme è prioritario in questo momento”.
Eppoi ha affrontato la situazione della Cisgiordania: “E’ diventato un territorio dove non c’è legge, e se c’è certo non per i palestinesi. E dove ai coloni viene permesso non tutto, ma quasi tutto. Aggressioni gratuite, furti, distruzioni. Spesso impediscono di coltivare la terra. Vengono creati continuamente nuovi checkpoint che interdicono il passaggio. Le aggressioni, anche molto violente, con feriti e anche con parole di disprezzo, sono le cose che feriscono di più. Questo è diventato pane quotidiano quasi ovunque in Cisgiordania. Non solo nei villaggi cristiani, ma soprattutto nei villaggi non cristiani.
E non soltanto nella zona C. Entrano anche nell’area B e nell’area A. Si coordinano tra di loro. Entrano, aggrediscono, noi chiamiamo l’esercito, però quando sanno che l’esercito sta per arrivare (si vede che li informano) spariscono. L’esercito arriva, non trova nessuno, e si arrabbia con noi perché li abbiamo chiamati. Ecco, questo avviene quotidianamente. La gente è molto stanca e la questione israelo-palestinese si decide lì. O forse è già stata decisa, non so”.
Inoltre ha risposto anche ad una domanda riguardante Gerusalemme, con le crescenti aggressioni ai cristiani: “Sta cambiando molto, e molto velocemente. Sta cambiando la demografia, stanno cambiando i confini, quelli interni e psicologici oltre che reali. Gerusalemme Est è ormai circondata da insediamenti israeliani. Io risiedo in città vecchia, nel cuore del cosiddetto Bacino Sacro, non lontano dal Santo Sepolcro. E’ la zona dove c’è la più alta concentrazione di luoghi santi del mondo. Fino a un po’ di tempo fa era a maggioranza araba, adesso non è più così. Prima era molto raro vedere ebrei, anche ebrei religiosi, passare per i nostri vicoli. Adesso è diventato sempre più normale.
Non è un problema in sé, però dice come sta cambiando anche il modo in cui la città è percepita. Anche per questo non ci sono più interazioni tra cristiani ed ebrei. Le stesse aggressioni ai cristiani di cui si è parlato sono legate a questo fatto. Ci si incontra più spesso rispetto a prima. La demografia sta cambiando. La popolazione araba non sta crescendo come prima. I cristiani sono sempre di meno. Mentre invece cresce molto di più la popolazione ebraica, soprattutto quella religiosa e quella nazionalista religiosa”.
Un ulteriore domanda ha riguardato il sionismo, anche cristiano: “Questi movimenti evangelici non hanno un dialogo con noi. Credo invece che dovremmo cominciare a dialogare, soprattutto sul modo in cui loro interpretano le Scritture. Sono molto potenti economicamente, anche un po’ divisi dopo la guerra di Gaza, ma sono ancora molto influenti negli Stati Uniti, soprattutto nell’amministrazione statunitense.
Sono anche una delle preoccupazioni principali della popolazione araba islamica della corte reale giordana ad esempio, e sono un problema per noi, per noi cattolici, e per le Chiese tradizionali. Perché poi gran parte del mondo islamico non sa distinguere gli evangelici dagli altri cristiani. Quindi creano problemi anche alle nostre comunità.
E questo allineamento dei movimenti evangelici con parte dell’amministrazione americana e di quella israeliana è per noi un grosso punto di domanda, una lacuna che dobbiamo colmare. Noi abbiamo sempre rifiutato di parlare con loro, proprio per evitare di essere considerati allineati o comunque compiacenti”.
Infine un invito al dialogo: “C’è bisogno di empatia. Cercare di comprendere, ascoltare, dialogare. Dialogare non significa condividere necessariamente. Si possono affermare anche con convinzione le proprie opinioni, ma senza erigere nuove barriere… Dovete aiutarci a uscire da quel pozzo nel quale siamo caduti, e non lasciarci dentro”.
(Foto: Limes)


























