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Un elefante dal cuore puro: riflessioni sul film  ‘The Elephant Man’ di David Lynch

C’era una volta, in una Londra in piena epoca vittoriana, un giovanissimo ragazzo di nome Joseph Merrick, che fin dall’età di tre anni fu colpito da una rarissima malattia che rese parte del suo corpo totalmente deforme. La sua infanzia trascorse in condizioni di povertà  tra numerose difficoltà: i suoi fratelli morirono giovani e la madre, affetta anch’essa da una grave disabilità, morì molto presto, lasciandolo alle cure del padre e della sua matrigna. La nuova compagna rimase  però inorridita dal suo mostruoso aspetto e convinse il marito a cacciarlo fuori di casa.

Da allora per il giovane Merrick iniziò una vita fatta di stenti e vessazioni: deriso da chiunque,  finì per lavorare come ‘fenomeno da baraccone’ in spettacoli noti all’epoca come ‘freaks show’. Questi non erano altro che circhi dove i cosiddetti ‘freak’ venivano derisi e umiliati per via delle loro caratteristiche fisiche considerate anormali. Furono anni durissimi per Joseph, fino a quando nel Regno Unito fu istituita una legge che impose la chiusura di questi disumani spettacoli di intrattenimento. Il ragazzo si ritrovò cosi disoccupato e a vivere per strada nelle peggiori condizioni di salute.

Si ammalò presto ma l’incontro fortuito con Frederick Treves, un giovane medico del più prestigioso ospedale di Londra, cambiò le carte in tavola per lo sfortunato giovane. Frederick fu la prima persona a guardare Merrick non come un mostro da schernire in pubblica piazza, ma come un essere umano. Si prese personalmente cura di lui, tanto da procurargli un alloggio permanente in ospedale e tra i due nacque così una sincera e potente amicizia.

Lo stesso Treves raccontò in seguito di non aver conosciuto mai prima di allora una persona dalla così grande sensibilità e intelligenza emotiva: il suo talento per la scrittura e la sua passione per la prosa e la poesia fecero di Joseph Merrick non più un ‘animale da palcoscenico’ ma un ‘esponente dell’alta società’. Tutti vollero conoscerlo e incontrarlo, il terrore negli occhi delle persone fece così posto all’ammirazione. La gente intrattenendosi e disquisendo in sua compagnia rimase colpita per la sua raffinatezza e i suoi modi eleganti e gentili, per il suo linguaggio forbito e per la sua incredibile cultura. Merrick per la prima volta nella sua vita si sentiva amato e benvoluto.

Quella che potrebbe sembrare una bellissima e originale sceneggiatura, è in realtà frutto di accadimenti realmente avvenuti. Quando a fine anni settanta il produttore Mel Brooks, il Re delle commedie parodistiche americane,  lesse di questa storia, ne rimase talmente folgorato da convincersi fin da subito a realizzarne una trasposizione cinematografica. Nel frattempo un giovane David Lynch stava muovendo i primi passi nell’industria cinematografica americana: aveva già al suo attivo diversi cortometraggi, culminati nello sperimentale e avanguardistico ‘Eraserhead – La mente che cancella’ (1977), suo primo lungometraggio.

E proprio per uno strano disegno del destino lo stesso Lynch si ritrovò casualmente per le mani i libri sulla vita dell’ ‘uomo elefante’. Decise cosi di stendere una sceneggiatura adottandola al suo stile registico. Destino volle che finì sotto l’occhio della moglie di Brooks, una certa Anne Bancroft, che la girò subito al marito. Mel rimase soddisfatto del lavoro ma mostrò delle perplessità su Lynch stesso. Si convinse perciò a vedere ‘Eraserhead’ e ne rimase talmente estasiato dalla visione, che accantonò subito ogni dubbio.

Le riprese, sebbene con diverse difficoltà, partirono e il film uscì nei cinema nel 1980: fu un totale trionfo al botteghino, tanto da piazzarsi tra i migliori incassi della stagione cinematografica, sopratutto in Europa e in Giappone. Alla cerimonia di premiazione degli Oscar ottenne ben otto candidature.

Perchè consiglio questo film? E perchè i giovani dovrebbero vederlo? Perché ciò che vuole raccontare è un grosso limite che ancora oggi la nostra società si porta dietro: il pregiudizio verso ciò che non risulta conforme ai canoni estetici che la società stessa impone. Joseph Merrick è stato allontanato inizialmente perché nessuno ha guardato il suo cuore e il suo intelletto; lo hanno giudicato ancora prima di conoscerlo semplicemente perché ai loro occhi appariva come un mostro e tale doveva essere.

La grande umanità dell’uomo sta però nel non chiudersi in sé stesso e nel suo egoismo, ma al contrario, avere fiducia e speranza verso il prossimo. Non deve compiere un percorso di maturazione, non ne ha bisogno in quanto capace di amare fin dall’inizio e nonostante le derisioni e l’umiliazione, riconosce subito la lealtà del dottore e da questo si fa aiutare, dimostrandosi fin da subito riconoscente.

Ma se guardiamo alla letteratura classica, vengono in mente altre analogie. Pensiamo per esempio a Quasimodo, il gobbo campanaro protagonista del celebre ‘Notre Dame de Paris’, opera trasposta sempre da casa Topolino in un film d’animazione che si rivolge apparentemente ad un pubblico per bambini, ma che in realtà parla proprio a noi, adulti e ragazzi. Anche Quasimodo come lo stesso uomo elefante è emarginato dagli altri per la sua bruttezza esteriore ma si distingue per la purezza del suo cuore e la sua nobiltà d’animo.

Il gobbo sogna una vita di integrazione tra la gente, ma viene segregato all’interno del campanile da un giudice spietato e manipolatore, convinto di agire in nome del bene e di Dio, per ‘proteggere il mondo dalla sua mostruosità’. E’ lo stesso che capita a Merrick che passa la vita confinato in una gabbia per elefanti, sognando una vita diversa, una vita accettato veramente per quello che è realmente. Ma come dice il menestrello Clopin nel capolavoro disneyano del 1996, rompendo di fatto la famosa ‘quarta parete’ e chiamandoci in causa direttamente: “perché un uomo odia? perché un mostro ama? / chi è brutto dentro o chi è brutto a vedere?” 

Merrick risponde direttamente a questi quesiti già anni prima della Disney, in una delle scene più potenti di tutto il film, ribellandosi alla cattiveria e al razzismo in un urlo liberatorio passato ormai alla storia: “Io non sono un elefante! Non chiamatemi animale, io sono un uomo!”. Una lezione di umanità per tutti, ancora oggi.