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A Venezia ricordata la fine delle scomuniche
“Il Patriarcato di Venezia vive con gratitudine la possibilità di accogliere questa celebrazione che segna il sessantesimo anniversario della reciproca abolizione delle scomuniche fra Roma e Costantinopoli; un gesto nato dall’incontro tra Papa san Paolo VI e il Patriarca Atenagora, una pietra miliare nel cammino ecumenico e un invito permanente a rinnovare, con fede e coraggio, la ricerca dell’unità tra le nostre Chiese sorelle. Oggi questo spirito si rinnova qui, a Venezia, città che dell’ideale ecumenico fa una sua peculiare vocazione. Il nome stesso di Venezia in latino è Venetiae, al plurale: un plurale nel quale riconosciamo, insieme alle molte isole che la compongono, anche la sua specifica natura d’incontro tra le molte culture, popoli ed esperienze religiose”.
Con queste parole, nei giorni scorsi, il patriarca di Venezia, mons. Francesco Moraglia, ha accolto il presidente della Cei, card. Matteo Zuppi, ed il metropolita d’Italia ed esarca dell’Europa Meridionale, Polykarpos, in occasione della celebrazione del 60° anniversario dell’abolizione delle scomuniche tra la Chiesa di Roma e quella di Costantinopoli, promossa dalla CEI e dalla Sacra Arcidiocesi Ortodossa d’Italia per commemorare il gesto che diede il via al dialogo tra cattolici e ortodossi.
Ed è stata la chiesa di san Zaccaria, che custodisce il corpo di sant’Atanasio di Alessandria, ad ospitare l’evento, come ha ancora sottolineato il patriarca di Venezia: “Il luogo in cui questo evento prende avvio è la chiesa di San Zaccaria che, nella sua magnificenza, offre un segno eloquente e consono alla grandezza dello stesso. Essa custodisce il corpo di Sant’Atanasio di Alessandria, padre comune nella fede e testimone luminoso dell’ortodossia.
Sant’Atanasio, che tanto contribuì alla formulazione del Simbolo di Nicea, ci ricorda che l’unità della Chiesa nasce e si fonda nella verità di Cristo, confessata insieme e vissuta nella carità. E mentre quest’anno celebriamo il 1700°anniversario del Concilio di Nicea (325–2025), questo riferimento diventa ancora più carico di significato: ci richiama a tornare alle radici comuni della nostra fede, a quel Credo che unisce cattolici e ortodossi nel riconoscimento del Figlio unigenito”.
Anche mons. Athenagoras Fasiolo, vescovo di Terme ed ausiliare della Sacra Arcidiocesi Ortodossa d’Italia, ha sottolineato l’importanza del Concilio di Nicea, con un particolare riferimento all’incontro svoltosi nel recente viaggio apostolico di papa Leone XIV: “Vorrei richiamare la vostra attenzione sul significato profondo di questo anniversario, che si illumina alla luce di un altro evento decisivo: il 1700° anniversario del Concilio di Nicea.
Come ricordava il patriarca Bartolomeo, quest’anno ci ha permesso di vivere un momento unico nella storia della Chiesa, perché a Nicea, allora come oggi, si sono incontrate le grandi famiglie cristiane. Con Papa Leone, con il patriarca Bartolomeo, con gli altri patriarchi, erano presenti le Chiese ortodosse, la Chiesa cattolica, quella armena, copta, siriaca, le Chiese dell’Occidente, la luterana, la riformata, l’anglicana. Anche molte realtà ecclesiali più recenti si sono unite a questo pellegrinaggio della memoria”.
Nella conclusione ha ricordato papa san Giovanni XXIII: “In questa città, che tanto ha dato all’incontro fra Oriente e Occidente, non possiamo dimenticare una figura che ha segnato profondamente questo cammino: il cardinale Angelo Roncalli, poi Giovanni XXIII. Egli fu un grande amante della teologia e un fine conoscitore dell’Oriente. Venezia, oggi, diventa così il luogo in cui si rende omaggio non solo alla memoria del gesto del 1965, ma anche a tutto ciò che i nostri predecessori, i padri dell’Oriente e dell’Occidente, hanno costruito lungo i secoli”.
Nel discorso il card. Zuppi ha sottolineato il significato della firma per l’estinzione delle reciproche scomuniche: “Il 7 dicembre 1965 san Paolo VI e il patriarca Atenagora firmarono congiuntamente l’estinzione delle scomuniche. Contemporaneamente, nella sessione solenne del Concilio Ecumenico Vaticano II e nella cattedrale del Fanar, a Istanbul, venne letta la Dichiarazione comune ‘per togliere dalla memoria e nel mezzo della Chiesa le sentenze di scomunica dell’anno 1054’.
Una memoria che ci riporta ai giorni nostri: il viaggio di papa Leone XIV e l’incontro con il patriarca Bartolomeo I, le parole della Dichiarazione comune che ci hanno consegnato, confermano questo nostro incontro. Non è un caso che papa Leone abbia scelto di compiere il suo primo viaggio apostolico nella terra che è legata inscindibilmente alle origini del cristianesimo e oggi richiama i figli di Abramo e l’umanità intera a una fraternità che riconosca e apprezzi le differenze”.
In questo percorso di riconciliazione verso l’unità il presidente della Cei ha dato appuntamento a Bari: “Non c’è una via diretta che non passi attraverso Dio. Diventare altro, diventare nuovo. Questa nostra memoria ci aiuti a diventare nuovi per vivere la piena riconciliazione. Una tappa di questa riconciliazione sarà il primo Simposio delle Chiese cristiane in Italia che si celebrerà il 23 e 24 gennaio 2026 a Bari”.
Anche il metropolita d’Italia ed esarca dell’Europa Meridionale, Polykarpos, ha ricordato il percorso compiuto verso la riconciliazione ed il valore giuridico e teologico di quella ‘Dichiarazione comune’: “Il documento specificava tre punti fondamentali: la revoca era atto di amore fraterno, non di dottrina; essa non comportava mutamenti nella disciplina liturgica o dogmatica; rappresentava però una condizione necessaria per il futuro ristabilimento della piena unità.
La cerimonia ebbe un’eco straordinaria: al Fanar ed a San Pietro le due delegazioni, riunite in simultanea, proclamarono la stessa formula. Tra i partecipanti alla cerimonia di Costantinopoli figurava il giovane diacono Bartolomeo Arhondonis, futuro Patriarca Ecumenico. Da quel momento, il linguaggio delle due Chiese cambiò radicalmente: non più ‘Chiesa scismatica’, ma ‘Chiesa sorella’. Era nata una ‘relazione dell’amicizia’, fondata su gesti concreti di riconciliazione e sul rispetto delle differenze”.
Ed in questi 60 anni tale cammino si è rafforzato: “Negli ultimi decenni, il cammino iniziato da Paolo VI e Atenagora ha trovato continuità nei pontificati successivi. Giovanni Paolo II rafforzò i rapporti con il Patriarcato Ecumenico, visitando il Fanar nel 1979 e nel 2004; Benedetto XVI (2005-2013) e Francesco (2013-2015) proseguirono nella stessa direzione, promuovendo la cooperazione teologica e la difesa comune dei valori cristiani.
Tale realtà non può essere considerata mera testimonianza storica né semplice espressione di rapporti di buon vicinato. Ne costituisce prova eloquente la recente visita di Sua Santità Papa Leone XIV a Costantinopoli, durante la quale, insieme con Sua Santità il Patriarca Ecumenico Bartolomeo, ha concelebrato il 1770° anniversario del Primo Concilio Ecumenico. In occasione della solennità liturgica patronale della Chiesa di Costantinopoli, i due Primati hanno manifestato pubblicamente la comune intenzione di proseguire con determinazione il cammino della Chiesa lungo le orme tracciate dai loro illustri predecessori, riaffermando in tal modo la continuità del dialogo Cattolico Ortodosso e l’impegno condiviso per la continuità della comunione tra Oriente e Occidente”.
Infine ha sottolineato che tale revoca reciproca è stato un gesto profetico: “La revoca degli anatemi del 1054 non fu soltanto un atto liturgico o simbolico: fu un gesto politico, teologico e umano di portata universale. Essa rappresentò un modello di comprensione dialogante che, pur muovendosi nel linguaggio della fede, seppe tradursi in una pedagogia del dialogo, capace di ispirare anche le relazioni internazionali.
Nel contesto nostro, l’evento del 1965 ha avuto un valore paradigmatico: ha mostrato che la Chiesa, aprendosi e accogliendo l’ ‘altro’, poteva aprirsi anche alla modernità, senza rinunciare alla propria identità. Ha contribuito a formare una generazione di teologi, intellettuali e operatori pastorali convinti che la comunione non è uniformità, ma incontro nella diversità…
A distanza di sessant’anni, l’abbraccio di Gerusalemme e la revoca degli anatemi restano un segno profetico di ciò che l’umanità intera continua a cercare: un linguaggio di riconciliazione che, pur nella pluralità delle tradizioni, possa testimoniare la forza unificante del Vangelo”.
L’incontro si è concluso nella chiesa di san Giorgio dei Greci, che è il riferimento per la comunità ortodossa veneziana e che ha, tra le sue opere d’arte, una preziosa icona del Cristo Pantocratore del XIV secolo, trasportata a Venezia da Costantinopoli prima della caduta dell’impero bizantino.
(Foto: Cei)



























