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La Chiesa chiede di salvaguardare le aree interne

“Nella difficile fase in cui siamo immersi è indubbio che nel Paese si stia allargando la forbice delle disuguaglianze e dei divari, mentre le differenze non riescono a diventare risorse, tanto da lasciare le società locali (ed in particolare i piccoli centri periferici) alle prese con nuove solitudini e dolorosi abbandoni. Sullo sfondo, assistiamo alla più grave eclissi partecipativa mai vissuta.

S’impone, dunque, una diversa narrazione della realtà, capace nel contempo di manifestare una chiara volontà di collaborazione e di sostegno autentico ed equilibrato, al fine di favorire le resistenze virtuose in atto nelle cosiddette Aree Interne, dove purtroppo anche il senso di comunità è messo a rischio dalle continue emergenze, dalla scarsa consapevolezza e dalla rassegnazione”: al termine del convegno, svoltosi a fine dello scorso mese a Benevento, sulle aree interne, la lettera firmata dai presuli ha invitato governo e Parlamento a non rassegnarsi allo spopolamento dei piccoli centri, ma a valorizzarne le potenzialità con politiche coraggiose e durature, sottolineando anche il ruolo della Chiesa come presidio sociale, con l’auspicio di un dialogo costruttivo per costruire speranza e coesione.

Nella lettera i vescovi hanno analizzato il Piano Strategico Nazionale delle Aree Interne, sottolineando la drammatica situazione demografica: “Nel testo, vengono a un certo punto indicati alcuni obiettivi che, però, per la stragrande maggioranza delle aree interne, risultano irraggiungibili per mancanza di ‘combinazione tra attrattività verso le nuove generazioni e condizioni favorevoli alle scelte di genitorialità’…

In definitiva, un invito a mettersi al servizio di un ‘suicidio assistito’ di questi territori. Si parla, infatti, di struttura demografica ormai compromessa, ‘con basse prospettive di sviluppo economico e deboli condizioni di attrattività. Queste aree non possono porsi alcun obiettivo di inversione di tendenza ma non possono nemmeno essere abbandonate a sé stesse’. In sintesi, il sostegno per una morte felice”.

In questo abbandono delle Aree interne la Chiesa ha sempre ‘difeso’ chi ha deciso di restare, fornendo strumenti di sviluppo: “Come vescovi e pastori di moltissime comunità fragili e abbandonate, quindi, non possiamo e non vogliamo rassegnarci alla prospettiva adombrata dal Piano Strategico Nazionale delle Aree Interne; risuonano anzi ancor più forti, dentro di noi, le parole del profeta: ‘Figlio dell’uomo, ti ho posto come sentinella per la casa d’Israele’.

Non possiamo del resto non considerare come, nel corso degli anni, documenti e decreti governativi e regionali siano finiti in un ingorgo di dispositivi legislativi per lo più inapplicati, non di rado utili soltanto a consolidare la distribuzione di finanziamenti secondo logiche politico-elettorali, mettendo spesso le piccole realtà in contrasto tra loro e finendo per considerare come progetti strutturali piccoli interventi stagionali”.

Per questo i vescovi firmatari del documento hanno chiesto che si favoriscano esperienze di rigenerazione di quei luoghi attraverso le tecnologie: “Riteniamo, inoltre, che si debba ribaltare la definizione delle aree interne, passando da un’esclusiva visione quantitativa dello spazio e del tempo (in cui è ancora il concetto di lontananza centro-periferia a creare subalternità) a una narrazione che lasci emergere una visione qualitativa delle storie, della cultura e della vita di certi luoghi:

si favoriscano esperienze di rigenerazione coerenti con le originalità locali e in grado di rilanciare l’identità rispetto alla frammentazione sociale; s’incoraggi il controesodo con incentivi economici e riduzione delle imposte, soluzioni di smart working e co working, innovazione agricola, turismo sostenibile, valorizzazione dei beni culturali e paesaggistici, piani specifici di trasporto, recupero dei borghi abbandonati, co-housing, estensione della banda larga, servizi sanitari di comunità, telemedicina”.

Ciò significa pensare ad una nuova generazione del territorio: “In questi luoghi in cui la vita rischia di finire, essa può invece assumere una qualità superiore: guardarli con lo stesso spirito con cui ci si pone al capezzale di un morente sarebbe (oltre che segno di grave miopia politica) un torto fatto alla Nazione intera, poiché un territorio non presidiato dall’uomo è sottoposto a una pressione maggiore delle forze della natura, con il rischio per nulla ipotetico) di favorire nuovi e sempre più vasti disastri ambientali, senza contare il rischio della perdita di parte di quell’immenso patrimonio artistico-architettonico che fa dell’Italia intera un museo a cielo aperto”.

Ecco quindi il motivo per cui l’arcivescovo di Benevento, mons. Felice Accrocca, ha invitato a non rassegnarsi: “La lettera è un contributo che offriamo al Governo e al Parlamento, perché non possiamo e non dobbiamo rassegnarci a sancire la morte di una parte significativa della Nazione. Ne sortirebbe un danno per tutti. Noi crediamo che, accanto alle criticità, che pure ci sono, le Aree interne possono vantare grosse potenzialità, che devono però essere valorizzate in un progetto organico che richiede tempi anche lunghi. Una sfida che la politica deve saper cogliere se non vuole assistere al proprio fallimento. Noi siamo già presenti sul campo e siamo disponibili a offrire il nostro contributo”.

(Foto: Arcidiocesi di Benevento)

Aldo Moro e la visione di una nuova Europa

“Per quanto riguarda l’Europa il Governo si propone di continuare la propria azione diretta ad assicurare la piena ripresa dell’attività comunitaria nel rispetto dei Trattati al fine di realizzare l’integrazione economica quale premessa dell’unità politica dell’Europa. Tale azione si svolgerà in tutte le sedi comunitarie, economiche e politiche, continuando ad interessare ad essa il Parlamento ed il Paese e portando avanti il progetto di elezione a suffragio universale di un Parlamento europeo”: questo inciso è parte del discorso di Aldo Moro alla Camera dei Deputati ed al Senato in occasione del suo insediamento da presidente del Consiglio dei ministri.

Una ricorrenza, quella del ritrovamento del corpo di Aldo Moro, che coincide con la festa dell’Europa, che a ben vedere non è proprio casuale, in quanto ricorda la dichiarazione di Robert Schuman per ‘creare’ l’Unione Europea come unità degli Stati e dei popoli, come ha sottolineato il presidente della Repubblica Italiana, Sergio Mattarella: “Dal 1985 si celebra la Festa dell’Europa e i valori che ad essa sono intrinsecamente legati: pace, democrazia, tutela dei diritti delle persone e dei popoli.

Il 9 maggio segna l’anniversario della dichiarazione con la quale nel 1950 Robert Schuman proponeva la creazione di una comunità di Stati i cui membri avrebbero messo in comune le produzioni di carbone e acciaio, convinto che ‘la pace mondiale non potrebbe essere salvaguardata se non con sforzi creativi, proporzionali ai pericoli che la minacciano’. Parole che risuonano, oggi, in tutta la loro straordinaria forza e drammatica attualità”.

Nel messaggio il presidente Mattarella ha ricordato che l’Unione Europea ha garantito ai suoi Stati, fino a qualche anno fa, la pace: “L’Unione Europea, nella sua vita, ha saputo affrontare con successo sfide e crisi, confermando la sua capacità di assicurare il futuro dell’Europa e dell’Italia in un contesto di convivenza pacifica, di crescita economica, di sviluppo sociale, di garanzia di libertà”.

Ed ha garantito alle persone il diritto democratico del voto: “Con la partecipazione al voto potremo plasmare il governo di un’Unione Europea unita, in pace, dinamica, capace di armonizzare secondo principi di solidarietà i diversi punti di vista dei suoi popoli. Presidio della nostra sicurezza.

Con lo stesso coraggio e la medesima determinazione di cui diedero prova i Padri fondatori dell’Europa unita dobbiamo prendere nelle nostre mani il destino della civiltà europea, per contribuire a rendere più giusto il mondo in cui viviamo”.

Negli anni ’60 Aldo Moro fu un protagonista fondamentale per il consolidamento dell’Unione Europea e nell’intervento da Presidente del Consiglio il 12 dicembre 1963 mise in luce la novità parlamentare della svolta politica verso l’alleanza atlantica e la solidarietà europea: “La politica di solidarietà europea, che sarà perseguita nella forma dell’integrazione democratica, economica e politica, fuori di ogni particolarismo, offre al nostro Paese uno spazio ed un ambiente adatti per la sua espansione economica e per una significativa partecipazione alla politica internazionale in proporzione alle sue forze, alla sua tradizione e cultura, al suo peso economico e sociale. Il governo si propone una azione coerente per superare le remore opposte, con iniziative estranee alla finalità dei trattati di Roma, alla creazione dell’unità democratica dell’Europa.”.

Mentre durante i lavori della X Assemblea ordinaria dei parlamentari dell’UEO (Unione Europea Occidentale) nel giugno 1964 Aldo Moro rese omaggio ad Alcide De Gasperi ed ai Padri fondatori per aver dato vita ad un’Europa democratica e plurale: “L’Europa che noi ci sforziamo di costruire è una Europa intesa in senso democratico: è questo uno dei cardini fondamentali della nostra concezione associativa. Democrazia, come noi la intendiamo, significa anche e necessariamente una prospettiva di sviluppi sociali e di giustizia da attuarsi nella libertà”.

Quindi l’Europa disegnata da Aldo Moro era un’Europa aperta ad una visione mondiale per la libertà di tutti i popoli: “Se noi negassimo e sottovalutassimo queste nuove profonde esigenze, ci chiuderemmo nel passato, anziché rivolgerci all’avvenire: e l’Europa è l’avvenire. A questo riguardo non abbiamo alcun dubbio.

Anche avendo riguardo alle presenti difficoltà nel dare rapido sviluppo al processo europeo, siamo ottimisti nel risultato finale, proprio perché crediamo che l’Europa sia un mezzo per rispondere efficacemente a quegli aneliti di democrazia e di libertà che sono propri dell’uomo e quindi permanentemente radicati nelle aspirazioni dei popoli in una concezione umana, cristiana della realtà sociale e politica.

In secondo luogo vogliamo un’Europa aperta a tutti i Paesi capaci di assumere gli impegni che ne derivano. In un mondo che si muove nell’ambito dei grandi spazi, in una situazione internazionale nella quale si profilano un’unità africana, un’integrazione latino-americana, strumenti di collaborazione afro-asiatica…, sarebbe un controsenso che rimanessero attaccati a gretti egoismi nazionali gli europei che si sono così spesso posti all’avanguardia dei grandi movimenti di rinnovamento umano”.

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