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Papa Leone XIV a Barcellona: il professore Almuzara racconta Antoni Gaudì
Quindici anni dopo papa Benedetto XVI, papa Leone XIV sarà accolto a Barcellona, dove inaugurerà la torre di Gesù Cristo della Sagrada Familia, la più alta della basilica catalana caratterizzata da una pianta a dodici facce e con un’altezza complessiva di 172,5 metri, a 100 anni dalla morte di Antoni Gaudì, ‘l’architetto di Dio’ diventato venerabile nell’aprile dello scorso anno.
Per raccontarci questa grandiosa opera architettonica abbiamo contattato l’architetto Josè Manuel Almuzara, presidente dell’Associazione per la Beatificazione di Antoni Gaudí ed ambasciatore del Progetto Gaudí per Rancagua (Cile); ambasciatore del Santuario e Punto di Vista di Nostra Signora di Vidawasi Yanahuara-Urubamba (Cusco, Perù); presidente del comitato architettonico del progetto, collaboratore dell’Istituto di Ricerca Gaudí (TGRI) situato nella Colonia Güell, nella comarca del Baix Llobregat, in Catalogna; membro onorario del Centro Gaudí di Madrid; segretario dell’Associazione Amici di Gaudí, fondata a Barcellona in occasione del centenario della nascita dell’architetto, nel maggio del 1952, di cui è stato dal 2007 al 2013 presidente e dal 2013 al 2015 vicepresidente; infine fino allo scorso anno è stato ‘Padrino degli Amici di Gaudí’ di Bellinzona in Svizzera.
Il motto del viaggio apostolico in Spagna è ‘Alzate gli occhi’: è un chiaro riferimento ad Antonì Gaudì?
“Credo di sì. Se consideriamo l’opera e la vita di Gaudí, certamente siamo portati a guardare verso l’alto. E non solo con l’inaugurazione e la benedizione della Torre di Gesù Cristo, che illuminerà l’intera città e sarà un faro per le navi in mare, ma anche nelle sue opere civili, dove la bellezza è sempre rappresentata ai livelli superiori attraverso il simbolismo: una croce, una scultura, le parole. Dobbiamo scoprire perché e per quale scopo”.
Per quale motivo Gaudì progettò la Sagrada Familia?
“Il Tempio Espiatorio della Sagrada Familia è un progetto nato da un’iniziativa di un’associazione laica di fedeli, l’Associazione dei Devoti di San Giuseppe, fondata nel 1866. Il 19 marzo 1882, posero la prima pietra di una chiesa progettata dall’architetto Francesc de Paula del Villar, che doveva essere simile alla Chiesa di Loreto.
In seguito alle dimissioni del suddetto architetto, si decise, su suggerimento dell’architetto Joan Martorell, di affidare il progetto al giovane Antoni Gaudí i Cornet, che lavorò al progetto dal 1883 fino alla sua morte, dedicandovi esclusivamente gli ultimi 12 anni. Gaudí i Cornet modificò completamente il progetto iniziale, passando da una singola torre a diciotto torri”.
Quale tipo di rapporto aveva Gaudí con la Catalogna?
“Gaudí amava la Catalogna e lo espresse in dettaglio in tutte le sue opere: nel primo mistero della Gloria del monumentale rosario di Montserrat, dove pose lo stemma catalano; negli stendardi realizzati per Reus e Sant Feliu de Codines; nella sua devozione alla Vergine di Montserrat; nell’iscrizione ‘Salvaci’ sulla roccia conosciuta come Cavall Bernat nel massiccio di Montserrat; nel Portico della Speranza della Sagrada Familia; nei ‘Jocs Florals’ (Giochi floreali); e nella sua difesa della lingua e delle tradizioni catalane”.
Alcuni mesi fa ha pubblicato il libro ‘Gaudí, l’architetto dell’anima’, dove raccoglie le testimonianze e le esperienze di persone che, attraverso l’opera di Gaudí, hanno vissuto una profonda trasformazione interiore; come era la vita spirituale di Antoni Gaudì?
“Gaudì aveva una vita religiosa molto intensa. Recitava il rosario, andava a messa tutti i giorni, riceveva spesso la comunione, leggeva il Vangelo, partecipava alle processioni. Ma ci sono aspetti meno noti. Per esempio, alla Sagrada Familia partecipava alle giornate di espiazione per chiedere perdono a Dio per le bestemmie che si sentivano nella società. Non era un fatto simbolico: partecipava personalmente a questi giorni di preghiera.
Aveva anche una grande devozione per la Vergine Maria. Nel Parco Güell ha progettato viadotti con sfere di pietra. Se le si conta, ce ne sono esattamente 150. Perché? Perché sono i 150 misteri del rosario tradizionale. Gaudí passeggiava per il parco e recitava il rosario contando queste sfere. In altre parole, la sua architettura era anche uno strumento di preghiera”.
Cosa intendeva realizzare Gaudí con la sua opera infinita ed incessante?
“Gaudí affermò che la Sagrada Familia è opera del popolo: ‘La Sagrada Familia è opera del popolo e si riflette in esso; ecco perché è ciò che è. E’ un’opera che è nelle mani di Dio e nella volontà del popolo. L’architetto, vivendo con il popolo e guardando a Dio, compie la sua opera’. La Provvidenza, secondo i suoi disegni, è colei che realizza l’opera”.
E’ stato definito un modernista di fede cattolica: in quale modo ha conciliato queste due definizioni?
“Ecco come mi piace vederla, ed ecco come papa Benedetto XVI l’ha definita nella sua omelia per la consacrazione della Sagrada Familia a Barcellona, il 7 novembre 2010, dicendo: ‘…ha compiuto qualcosa che è uno dei compiti più importanti oggi: superare la divisione tra la coscienza umana e la coscienza cristiana, tra l’esistenza in questo mondo temporale e l’apertura alla vita eterna, tra la bellezza delle cose e Dio come Bellezza’.
Gaudí è stato un uomo che ha dedicato la sua vita e la sua opera all’esaltazione della fede, che ha dato l’esempio nella sua vita quotidiana e che ha lasciato un’impronta di eternità nelle sue opere. Merita di essere presentato ai fedeli come esempio ed ai non credenti come spunto di riflessione.
Gaudí era appassionato del suo lavoro, con uno standard personale sempre più elevato che trasmetteva ai suoi collaboratori. Ricercava la perfezione, la bellezza, la collaborazione con il Creatore; in una parola, la gloria di Dio.
Dirigeva personalmente ogni lavoro, fino alle mansioni degli operai. I suoi metodi organizzativi suscitarono curiosità ed i suoi colleghi in città iniziarono a criticarlo, considerandolo ‘desideroso di mettersi in mostra’. Alcuni di questi colleghi mandarono i loro capisquadra alla Sagrada Familia a lavorare in incognito per Gaudí ed alla fine decisero di rimanere con lui; altri lasciarono le loro imprese edili e chiesero a Gaudí di lavorare per imparare, desiderosi di migliorare le proprie competenze professionali”.
E quale era il suo impegno nel sociale?
“Gaudì direbbe ‘Il lavoro è il frutto della collaborazione, e la collaborazione può basarsi solo sull’amore. L’architetto deve saper valorizzare le capacità e le competenze degli operai. Bisogna sfruttare al meglio le qualità che contraddistinguono ciascuno. Ovvero: integrare, unire gli sforzi e dare una mano quando si incontrano difficoltà; in questo modo, si lavora con serenità e con la sicurezza che deriva dalla piena fiducia nell’organizzatore. Inoltre, bisogna ricordare che nessuno è inutile; ognuno ha uno scopo (anche se non tutti con le stesse capacità); la questione è scoprire in cosa eccelle ciascuno’.
Gaudí si prendeva cura dei suoi operai, sia professionalmente che personalmente: ‘Supplicavo Raimundo: Prenditi cura di te! Ascoltami. Hai ancora tempo. Dovresti fare un po’ più di esercizio: cammina. E frena il consumo di cibo, mettiti a dieta. Ricorda, se non stai attento, esploderai!’
La sua abitudine di intervenire personalmente nel lavoro lo metteva necessariamente in contatto con tutto il personale: ‘Joseph può farlo, è paziente, diceva. Lascia fare ad Andrew, è più alto e per lui sarà più facile!’ Questo è solo un esempio della sua attenzione e del suo impegno (che è ciò che conta) verso le esigenze degli altri”.
Cosa rappresenta oggi la Sagrada Familia?
“Il 7 novembre 2010 papa Benedetto XVI diceva: ‘Gaudí, attraverso la sua opera, ci mostra che Dio è la vera misura dell’uomo. Che il segreto dell’autentica originalità risiede, come diceva lui stesso, nel ritorno all’origine, che è Dio. Egli stesso, aprendo così il suo spirito a Dio, ha saputo creare in questa città (Barcellona) uno spazio di bellezza, fede e speranza, che conduce l’uomo all’incontro con Colui che è Verità e Bellezza stessa’. Così l’architetto espresse i suoi sentimenti: ‘Un tempio è l’unica cosa degna di rappresentare il sentimento di un popolo, poiché la religione è la cosa più alta nell’uomo’”.
A 100 anni dalla sua morte cosa resta della visione del venerabile?
“Papa san Giovanni Paolo II insegnava che ‘La vera storia dell’umanità si identifica con la storia della santità…: i Santi e i Beati ci vengono presentati come testimoni, cioè come persone che, confessando Cristo, la sua persona e la sua dottrina, hanno dato origine a una manifestazione solida, concreta e credibile di uno dei segni essenziali della Chiesa, che è proprio la santità’.
Gaudí è venerabile dal 14 aprile 2025, data in cui papa Francesco ha firmato il documento di approvazione. Dopo anni di studio e preparazione della positio ‘super vita, virtutibus et fama sanctitatis’ (la ‘positio’), Gaudí è stato dichiarato venerabile. Anton Gaudí i Cornet sarà dichiarato beato da papa Leone XIV? La risoluzione del miracolo da parte del Dicastero delle Cause dei Santi è ancora in sospeso. Questo rigoroso processo scientifico e teologico mira a verificare un intervento divino, inspiegabile dalla scienza, attribuito all’intercessione di Gaudí. Tale processo si articola in due fasi principali: quella diocesana e quella romana, culminanti nell’approvazione papale. Il miracolo è oggetto di studio e si spera che possa portare alla canonizzazione di Gaudí”.
(Tratto da Aci Stampa)
Profili teologici e scientifici dello ‘sguardo dell’anima e della ragione’: da occhi di ombra ad occhi di fede
Condivido anche il commento di Enzo Bianchi per il quale ogni lettore, in determinati periodi della sua vita, può identificarsi con il cieco Bartimeo, essendo non vedente, non aveva ovviamente mai visto Gesù, né l’aveva incontrato, ma la fama di questo rabbi galileo l’aveva raggiunto (Mc 10,46-52). Deve solo prendere coscienza della propria cecità e gridare al Signore Gesù: “Abbi pietà di me!”, con piena fiducia che egli può salvarlo, cioè può strapparlo dalla tenebra ( nella duplice accezione) e fargli vedere quello che i suoi occhi non riescono a vedere, sta di fronte al figlio di David, animato dalla fiducia che il Messia avrebbe aperto gli occhi ai ciechi, compiendo anche in questo le sante Scritture (cf. Is 35,5; 42,7). Questo il primo atteggiamento necessario all’incontro con Gesù: occorre uscire dal timore, dalla sfiducia, dalla mancanza di attesa, dalla visione di se stessi come non degni di essere da lui amati. A quel punto si tratta di alzarsi – verbo egheíro, che esprime anche il risorgere (cf. Mc 5,41; 6,14.16; 12,26; 14,28; 16,6)! – dal giaciglio alla postura dell’uomo che ha speranza (homo spe erectus).
Una volta in piedi, si può ascoltare e comprendere che il Signore chiama ciascuno in modo personalissimo e pieno di affetto (“Chiama te”). La preghiera è desiderio espresso davanti a Gesù, e Bartimeo desidera vedere, ben oltre la semplice visione con gli occhi ( prima accezione): vuole vedere anche con il cuore, vuole vedere nella fede ( seconda accezione), vuole essere nella luce e non nella tenebra…Gesù, sempre attento a ogni singolo uomo o donna che incontra, sempre capace di comunicare “in situazione”, si accorge di ciò che Bartimeo sta vivendo. Per questo si rivolge a lui con un’affermazione straordinaria: “Va’, la tua fede ti ha salvato”, parole che egli ha ripetuto spesso di fronte a chi gli chiedeva salvezza (cf. Mc 5,34 e par.; Lc 7,50; 17,19; 18,42). Questo episodio è molto di più di un semplice racconto di miracolo, come il lettore di Marco può ormai capire. Gesù sta per entrare nella città santa per la sua passione e morte, ma i suoi Dodici discepoli lungo tutto quel cammino sono rimasti ciechi. Ascoltavano le sue parole ma non capivano, mostrando di essere ben lontani dal vedere gli eventi come li vedeva Gesù (https://www.ilblogdienzobianchi.it/blog-detail/post/249270/la-tua-fede-ti-ha-salvato ).
Concludo la mia disamina con la recente catechesi in materia del Vicario di Cristo, Papa Francesco (Gv 3,1-3: “Nicodemo va da Gesù di notte: un orario insolito per un incontro. Nel linguaggio di Giovanni, i riferimenti temporali hanno spesso un valore simbolico: qui la notte è probabilmente quella che c’è nel cuore di Nicodemo. È un uomo che si trova nel buio dei dubbi, in quell’oscurità che viviamo quando non capiamo più quello che sta avvenendo nella nostra vita e non vediamo bene la strada da seguire.
Se sei nel buio, ovviamente cerchi la luce. E Giovanni, all’inizio del suo Vangelo, scrive così: «Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo» -1,9- Nicodemo cerca dunque Gesù perché ha intuito che Lui può illuminare il buio del suo cuore…..Nicodemo, come tutti noi, potrà guardare il Crocifisso..” (cfr.https://www.vaticannews.va/it/papa/news/2025-03/papa-francesco-catechesi-udienza-generale-nicodemo-cambiamento.html ).
Ringrazio il mio amico Dr. Simone Baroncia (https://www.korazym.org/argomenti/bussole-per-la-fede/ : giornalista vaticanista, v. dir. Riv. Cattolica internazionale “KORAZYM”) l’oculista Dr. Giuseppe Giunchiglia ed il suo eccellente staff, mia moglie Marcella Varia, il mio amico fraterno rev.mo Padre Salvatore Lazzara (http://facebook.com/salvatore.lazzara ), i coniugi Mineo, i miei amici di facebook e di whatsapp (a cui invierò questo articolo), i miei parenti, residenti in Italia ed in varie parti del mondo, che mi hanno seguito e supportato durante la mia convalescenza in 1 chat da me creata, e tutti gli amici ed autori qui menzionati dai quali ho imparato nozioni scientifiche a me in precedenza ignote.
Profili teologici e scientifici dello ‘sguardo dell’anima e della ragione’: da occhi di ombra ad occhi di fede
In qualunque fase della vita, la salute degli occhi va tutelata con una dieta e uno stile di vita equilibrati. Assicurarsi di riposare molto, ridurre il tempo speso davanti agli schermi, fare esercizio fisico e sottoporsi regolarmente a controlli oculistici sono gli accorgimenti da avere per proteggere la vista. Inoltre, è importante essere consapevoli delle diverse condizioni che possono colpire l’occhio nell’arco dell’intera vita, partendo dalla nascita fino alla vecchiaia (https://www.google.com/url?sa=t&source=web&rct=j&opi=89978449&url=https://www.osservatoriomalattierare.it/news/attualita/16314-malattie-dell-occhio-sono-tante-e-possono-colpire-a-tutte-le-eta&ved=2ahUKEwjz1NLe9ZWMAxWY2AIHHWDyH5gQFnoECBYQAQ&usg=AOvVaw1JG__TC_7ia04nMVvmRF-u Roshni Patel si é laureata in Optometria nel 2004, presso il College degli Optometristi a Londra. La sua esperienza professionale si divide tra gli aspetti clinici e commerciali dell’optometria, dal fornire un training professionale agli optometristi pre-registrati fino a ricoprire ruoli nel settore universitario e in collaborazione con il College degli Optometristi, oltre a collaborare con esperti alla sperimentazione di nuove tecnologie nel campo dell’optometria ) :
-NASCITA E PRIMA INFANZIA
Durante il primo anno di vita la vista si sviluppa molto velocemente, ma ci vogliono diversi mesi prima che i neonati siano in grado di mettere a fuoco. Poiché la vista si sviluppa proprio in questi primi mesi critici, non è strano che lo sguardo del neonato sia perso o poco focalizzato.
-ADOLESCENZA
Un primo fattore chiave a cui prestare attenzione tra gli adolescenti è rappresentato dagli infortuni, che possono essere conseguenza di sport o di uno stile di vita particolarmente attivo e che possono causare anche traumi agli occhi.
-ETÁ ADULTA: 20-40 ANNI
Con l’età adulta termina la fase di sviluppo dell’occhio ma rimangono comunque delle misure e degli accorgimenti da adottare per proteggere la vista. Oltre a mantenere uno stile di vita sano, seguendo una dieta equilibrata e ricca di antiossidanti, evitando di fumare e facendo regolare attività fisica, ci sono alcune malattie dell’occhio a cui prestare attenzione.
-ETÁ ADULTA: 40-60 ANNI
Quando si raggiunge la mezza età, tra i cambiamenti più comuni nella vista vi è una diminuzione della capacità di vedere da vicino, che spesso risulta in una difficoltà a leggere. Questo problema prende il nome di presbiopia e progredisce con il tempo. Per coloro che già indossano occhiali o lenti a contatto sarà possibile correggere questo difetto con lenti multifocali. La presbiopia non va confusa con sintomi quali sfocatura generale, sensibilità alla luce, secchezza e infiammazione, che possono essere associati ad altre patologie come, ad esempio, cataratta e glaucoma.
Cataratta
Opacizzazione parziale o totale del cristallino che è la lente biconvessa posizionata all’interno del bulbo oculare (tra l’iride e il corpo vitreo). Il cristallino ha il compito di mettere a fuoco l’immagine e, nel momento in cui viene danneggiato, perde la propria trasparenza e si ha una riduzione della capacità visiva. Se non viene curata, può causare una cecità permanente.
Percepita come un annebbiamento delle lenti dell’occhio, questa condizione, di solito, è segno di invecchiamento ed è molto comune nei più anziani. La cataratta può anche manifestarsi prematuramente a causa di certe condizioni mediche o di alcuni medicinali, come gli steroidi. I sintomi possono includere visione offuscata, colori sfocati, sensibilità alla luce, riduzione della capacità di vedere di notte e visione doppia.
-ETÁ AVANZATA: 60 ANNI O PIÚ
Gli ultrasessantenni possono manifestare una degradazione della vista dovuta all’età. La presbiopia continua in questa fascia d’età, spingendo al bisogno di occhiali per la lettura o di lenti a contatto multifocali…..
( cfr. https://www.google.com/url?sa=t&source=web&rct=j&opi=89978449&url=https://www.polimedalab.it/2022/01/20/le-principali-patologie-oculari-come-riconoscerle/&ved=2ahUKEwjg4Pzm8pWMAxUM2AIHHRnyKLMQFnoECBQQAw&usg=AOvVaw2U-6bdVdWWOpAwBlhi7mZo )
Pertanto, ritengo utile, opportuno ed importante per tutti riportare un recente evento dell’Associazione Italiana Medici Oculisti “il riconoscimento alla carriera al Direttore della Banca degli Occhi del Veneto”
Ha all’attivo più di trent’anni di attività nel settore, ed è a tutti gli effetti uno dei principali esperti di eye banking a livello internazionale. Sperimentatore e innovatore, Diego Ponzin è stato insignito in questi giorni del Premio AIMO 2022, riconoscimento alla carriera conferito dall’Associazione italiana Medici Oculisti (AIMO).Padovano, oculista e Direttore sanitario di Fondazione Banca degli Occhi del Veneto, attualmente Presidente di SIBO (Società Italiana Banche degli Occhi), Diego Ponzin ha conosciuto e condiviso la visione pionieristica del prof. Giovanni Rama, che immaginò già negli anni ‘80, primo in Italia, la creazione di una banca che potesse conservare i tessuti oculari
(cfr. https://www.osservatoriomalattierare.it/news/attualita/19297-dall-associazione-italiana-medici-oculisti-il-riconoscimento-alla-carriera-al-direttore-della-banca-degli-occhi-del-veneto ).
Io ho avuto recentemente l’onore di apprezzare personalmente un grande professionista che, congiuntamente ad un eccellente staff, ha risolto patologie che affliggevano da alcuni mesi i miei occhi che nel momento in cui scrivo sono ancora destinatari di quasi “gocce” terapeutiche ( 750 in 3 mesi) molto efficaci da cui è anche derivata una positiva, bellissima sorpresa non programmata ( eliminazione di ogni tipo di occhiali, semplicisticamente per guardare lontano, per leggere, per usare computer, tablet e cellulare che mi ha consentito di elaborare, come speciale ringraziamento, questo articolo dedicato a tutti ed in particolare al Dott. Giuseppe Giunchiglia-Palermo, c.v. straordinario).
Proseguendo nell’ “ottica” religiosa ho apprezzato pure questo stupendo commento teologico di Padre Ermes Ronchi che con mia moglie Marcella abbiamo conosciuto quando illustrò una catechesi durante il nostro secondo corso annuale di specializzazione ( in cui il Prof. Damiano Cadar svolse un’ originale lezione su “lo sguardo di Gesù menzionato dal Vangelo”,link citato in premessa) in Teologia (dopo il Titolo conseguito dopo 3 anni di Corso ordinario al Centro accademico diocesano San Luca Evangelista-Palermo).
“Ciascuno di noi può adottare verso il campo del cuore questo sguardo positivo e vitale, liberandosi dai falsi esami di coscienza negativi. La nostra coscienza matura, chiara e sincera deve mettere a fuoco non tanto i difetti, ma il bene e il bello che è stato seminato in noi.
Una parabola leggera e potente che, accolta, può cambiare il nostro rapporto con Dio, portandoci dal negativo al positivo, dallo sguardo giudicante a quello abbracciante, da occhi d’ombra a occhi di mattino. È successo anche a me, tanti anni fa: mi ha fatto uscire dalla fede intesa come un’aula di tribunale, e mi sono felicemente perso in un campo di grano. Questione di sguardo: gli occhi dei servi si fissano sulla zizzania, sul negativo, quelli del padrone riposano sul buon grano. Questione di priorità: vuoi che andiamo a strapparla via? La risposta è netta: no, perché mettete a rischio il grano, che viene prima e vale di più. Prospettiva solare, fiduciosa, divina: il male non revoca il bene; è invece il bene che revoca il male nella tua vita”.
( cfr. https://youtu.be/_gGzqw6Nj48?si=vbxZBm3SUW2qrDG8 : Sapienza 12, 13.16-19; Salmo 85; Rom,ani 8, 26-27; Matteo 13, 24-43
https://www.google.com/url?sa=t&source=web&rct=j&opi=89978449&url=https://www.avvenire.it/rubriche/pagine/da-occhi-d-ombra-a-occhi-di-mattino&ved=2ahUKEwjqi-C10vKLAxWB-AIHHVGvOlMQFnoECCoQAQ&usg=AOvVaw13iH2muTgj6qkQlPP8PJNP).
Ubaldo Casotto: William Congdon e l’essenziale visibile agli occhi
“Cos’è essenziale per essere umani, per rimanere umani, per diventare sempre più umani di fronte alle atrocità che si presentano sulla scena globale, di fonte alle sfide del cambiamento climatico, di fronte agli sviluppi tecnologici nella scienza, nella medicina, nella vita quotidiana, di fronte ad un mondo sempre più invaso dai dati e dall’informazione e tuttavia sempre meno capace di decifrarli?”: partiamo da questa proposta di fondo che guida il tema del Meeting dell’Amicizia fra i Popoli, giunto alla 45^ edizione, in programma alla Fiera di Rimini fino al 25 agosto con il titolo ‘Se non siamo alla ricerca dell’essenziale, allora cosa cerchiamo?’, caratterizzata da tavole rotonde, mostre, spettacoli, iniziative culturali, sportive e per ragazzi e trasmessa in diretta su più canali digitali e in più lingue per incontrare il dott. Ubaldo Casotto, curatore della mostra ‘L’essenziale è visibile agli occhi. Il giro del mondo di William Congdon’, in collaborazione con ‘The William G. Congdon Foundation’:
“Quest’anno sarò al Meeting da volontario come curatore e guida della mostra su uno dei più grandi pittori del ‘900, William Congdon. E’ la sesta mostra che curo per il Meeting, tanti anni fa mi sono divertito anche facendo la prima edizione del Quotidiano Meeting. Ho letto recentemente un libro su De Gasperi intitolato ‘Il costruttore’, mi sembra che sintetizzi perfettamente il ruolo del Meeting, un luogo che costruisce rapporti, conoscenza, amicizie”.
Allora, ci spieghi da dove nasce questa mostra su uno dei pittori più geniali del secolo scorso?
“L’occasione è stata duplice: il venticinquesimo della sua morte (1988-2023) che mi è tornato in mente quando, mettendo ordine alla libreria di casa, ho ritrovato le cassette di due interviste che gli feci nel 1992 nella sua casa/studio della Cascinazza a Buccinasco (Milano). Una, breve, andò in onda su Rai2, l’altra, molto lunga, fu la base per due video trasmessi in occasione di una sua mostra al Palazzo Reale di Milano. Rivederla e proporla come percorso per una mostra al Meeting di Rimini è stato un tutt’uno. La Fondazione Congdon ha messo a disposizione 14 quadri (tra cui un inedito, un ‘Santorini’ mai visto in pubblico affidatogli da un collezionista privato) e una statua (pochi sanno di Congdon scultore) prestata dal Comune di Buccinasco”.
Perché l’essenziale è visibile agli occhi?
Arriva qui il secondo motivo della mostra, il titolo del Meeting di quest’anno, la frase di Cormac McCarthy: ‘Se non siamo alla ricerca dell’essenziale, allora cosa cerchiamo?’ C’è una famosa frase di Antoine de Saint Exupéry ne ‘Il piccolo principe’ che dice: ‘Non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi’. Riascoltando Congdon e rimettendomi davanti ai suoi quadri, mi sono sentita di rovesciarla. Per due motivi.
Il primo: perché tutta la vita e l’opera artistica di Congdon sono state la ricerca e il tentativo di rappresentare in modo visibile di questo essenziale. Il secondo: perché l’essenziale, misteriosamente celato dentro il visibile, a un certo punto ha deciso di rendersi visibile, anche nella vita personale di Congdon. Insomma, l’essenziale è visibile in quanto mistero presente che fa ciò che vediamo, che gli dà consistenza. Invito i visitatori della mostra a soffermarsi davanti al quadro intitolato ‘Giallo con sole’, e capiranno quello che sto dicendo”.
In quale modo Congdon scopre che la pittura è vocazione per la sua vita?
“Lo dico con le sue parole: ‘Io ho un’idea, l’ho sempre sospettato, che sono nato col dono. La prima espressione del dono era la mia sofferenza nell’ambiente di casa, di famiglia, e precisamente si può dire di mio padre: non è che lui non aveva l’amore per me, ma non l’aveva nel mio modo di volerlo già a tre, quattro o cinque anni, perché io ero già condizionato dal dono in me, ed esigevo una certa corrispondenza che non veniva. Questo non è un giudizio oggettivo su di lui, perché lui ovviamente mi amava come poteva, secondo la sua realtà. Quindi, per me, il mio dono già operava da tutta la mia vita’. Più avanti aggiunge: ‘Il mio occhio è munito da un dono particolare che Dio ha messo dentro di me, è un occhio trasfigurato da Dio per essere trasfigurante e trasfigurare le cose. Dio mi trasfigura l’occhio, cioè mette dentro di me il suo occhio, che io chiamo la trasfigurazione del mio occhio, in modo che io posso vedere, trasfigurare, le cose e dipingere il trasfigurato’. Il tema del dono è una costante nel suo conversare, come si potrà apprendere leggendo lo scritto del giornalista Pigi Colognesi che costituisce la seconda parte del libro edito in occasione di questa mostra”.
Per quale motivo si converte alla Chiesa cattolica?
“Congdon era un solitario, e in qualche modo lo è rimasto sino alla fine della sua vita (come dice lui stesso nell’intervista che mi ha concesso) per questo era anche difficilmente classificabile artisticamente, pure i panni dell’Action Painting a un certo punto gli stettero stretti. Come altri pittori della scuola newyorkese ebbe la tentazione del suicidio, il suo continuo viaggiare è stato la modalità di ricerca di un senso per fuggire al gesto insensato. E non pochi studiosi hanno sottolineato come la sua stessa conversione potesse apparire, in un certo modo, quasi una sorta di suicidio simbolico, di drastica rinuncia all’esistenza sin lì condotta. Il senso che cercava lo trovò, passando per Venezia e poi per Assisi (città decisive per lui) ed infine incontrando Cristo nella Chiesa cattolica attraverso la Pro Civitate Christiana di don Giovanni Rossi e alla compagnia del grande amico della sua vita, Paolo Mangini, insieme al quale poi conobbe l’esperienza di Gioventù Studentesca”.
Quale è stata l’influenza di mons. Giussani nell’ultima parte della sua vita?
“C’è stata certamente un’incidenza a livello personale e di fede nella quale non oso addentrami. Mi limito a ripetere quanto Congdon stesso dice negli ultimi anni della sua vita, rispetto al suo essere un solitario: ‘Sono solitario per non essere affatto solitario. Dove è la mia compagnia non è secondo quello che il mondo chiama compagnia. Solitario? Certo che sono solitario: uno che vive come me qui come un monaco è solitario per non essere solitario, per essere compagnia in Cristo’. Per lui non era facile accettare quella che dall’insegnamento di don Giussani aveva cominciato a chiamare la ‘dimensione comunitaria’ del cristianesimo.
Ma vi è un aspetto della sua coscienza artistica in cui questa ‘influenza’ è chiarissima. Dopo anni in cui la sua produzione artistica si è concentrata sul cosiddetto ‘soggetto religioso’, verso la fine degli anni Sessanta Congdon entra in una fase crisi creativa: ‘Nel mondo dell’arte americano, scrive il critico Rodolfo Balzarotti, si comincia a guardare alla sua pittura come a un episodio concluso negli anni Cinquanta. D’altro canto, il ripudio del soggetto religioso lo rende sempre più restio a esporre nell’ambito di quelle istituzioni religiose dove ancora avrebbe potuto trovare un proprio pubblico’.
‘Sembrava, dice Congdon, che la mia nuova famiglia, la Chiesa, avesse sepolto il mio io di artista. E’ stato un periodo buio. Ma, grazie a Dio e alla compagnia cristiana del movimento di don Giussani, non è stato un periodo inutile. Anzi, la strettoia in cui mi sono trovato a passare ha favorito una nuova nascita, anche artistica’. Basti un esempio: in ‘Sahara 12’ (uno dei quadri in mostra) c’è l’impronta del suo piede che calpesta la piccola oasi, tutt’intorno, il deserto infinito. Strano gesto quello di mettere il piede in un quadro.
Nei suoi taccuini scriveva: ‘E’ il passo sconosciuto verso il mistero della vita. E’ il passo nudo del ricominciare. E’ il passo della preghiera, della rinascita dell’innocenza’. L’edizione in arabo de ‘Il senso religioso’di don Luigi Giussani ha in copertina proprio questo quadro. Quando l’ha visto Congdon ha detto: ‘Sono stato contento, perché certamente di fronte al deserto uno si trova proprio nudo, bisognoso, carico di domande di fronte al Mistero e cerca, ecco il piede nel quadro, di entrarci nel Misero, di conoscerlo’. E’ proprio ciò di cui parla il libro di Giussani”.
(Tratto da Aci Stampa)





























