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Papa Francesco: fare la volontà di Dio
“Con queste parole l’autore della Lettera agli Ebrei manifesta la piena adesione di Gesù al progetto del Padre. Oggi le leggiamo nella festa della Presentazione del Signore, Giornata mondiale della Vita Consacrata, durante il Giubileo della speranza, in un contesto liturgico caratterizzato dal simbolo della luce. E tutti voi, sorelle e fratelli che avete scelto la via dei consigli evangelici, vi siete consacrati, come ‘Sposa davanti allo Sposo… avvolta dalla sua luce’; vi siete consacrati a quello stesso disegno luminoso del Padre che risale alle origini del mondo… Riflettiamo allora su come, per mezzo dei voti di povertà, castità e obbedienza, che avete professato, anche voi potete essere portatori di luce per le donne e gli uomini del nostro tempo”.
Prendendo spunto dalla lettera agli Ebrei di san Paolo (‘Ecco io vengo… per fare, o Dio, la tua volontà’) papa Francesco nel pomeriggio ha celebrato la XXIX Giornata Mondiale della Vita Consacrata, che ricorre ogni anno nella festa della Presentazione di Gesù al tempio, in cui ha invitato sui tre voti, di cui il primo è la povertà: “Essa ha le sue radici nella vita stessa di Dio, eterno e totale dono reciproco del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.
Esercitando così la povertà, la persona consacrata, con un uso libero e generoso di tutte le cose, si fa per esse portatrice di benedizione: manifesta la loro bontà nell’ordine dell’amore, respinge tutto ciò che può offuscarne la bellezza (egoismo, cupidigia, dipendenza, l’uso violento e a scopi di morte) ed abbraccia invece tutto ciò che la può esaltare: sobrietà, la generosità, la condivisione, la solidarietà. E Paolo lo dice: ‘Tutto è vostro! Ma voi siete di Cristo e Cristo è di Dio’. Questo è la povertà”.
La seconda ‘luce’ riguarda la castità, che ha origine anche essa nella Trinità: “La sua professione, nella rinuncia all’amore coniugale e nella via della continenza, ribadisce il primato assoluto, per l’essere umano, dell’amore di Dio, accolto con cuore indiviso e sponsale, e lo indica come fonte e modello di ogni altro amore. Lo sappiamo, noi stiamo vivendo in un mondo spesso segnato da forme distorte di affettività, in cui il principio del ‘ciò che piace a me’ spinge a cercare nell’altro più la soddisfazione dei propri bisogni che la gioia di un incontro fecondo”.
La ‘castità’ consacrata è una ‘medicina’ che libera dal male: “Che medicina per l’anima è incontrare religiose e religiosi capaci di una relazionalità matura e gioiosa di questo tipo! Sono un riflesso dell’amore divino. A tal fine, però, è importante, nelle nostre comunità, prendersi cura della crescita spirituale e affettiva delle persone, già dalla formazione iniziale, anche in quella permanente, perché la castità mostri davvero la bellezza dell’amore che si dona, e non prendano piede fenomeni deleteri come l’inacidimento del cuore o l’ambiguità delle scelte, fonte di tristezza, insoddisfazione e causa, a volte, in soggetti più fragili, dello svilupparsi di vere e proprie ‘doppie vite’. La lotta contro la tentazione della doppia vita è quotidiana”.
Infine il papa ha offerto la ‘luce’ dell’obbedienza: “E’ proprio la luce della Parola che si fa dono e risposta d’amore, segno per la nostra società, in cui si tende a parlare tanto ma ascoltare poco: in famiglia, al lavoro e specialmente sui social, dove ci si possono scambiare fiumi di parole e di immagini senza mai incontrarsi davvero, perché non ci si mette veramente in gioco l’uno per l’altro”.
E’ stato un invito al dialogo: “Tante volte, nel dialogo quotidiano, prima che uno finisca di parlare, già esce la risposta. Non si ascolta. Ascoltarci prima di rispondere. Accogliere la parola dell’altro come un messaggio, come un tesoro, anche come un aiuto per me. L’obbedienza consacrata è un antidoto a tale individualismo solitario, promuovendo in alternativa un modello di relazione improntato all’ascolto fattivo… Solo così la persona può sperimentare fino in fondo la gioia del dono, sconfiggendo la solitudine e scoprendo il senso della propria esistenza nel grande progetto di Dio”.
E’ stato anche un invito a ritornare alle origini, cioè all’adorazione: “Ritorno proprio all’origine della nostra vita. In proposito, la Parola di Dio che abbiamo ascoltato ci ricorda che il primo e più importante ‘ritorno alle origini’ di ogni consacrazione è, per tutti noi, quello a Cristo ed al suo ‘sì’ al Padre. Ci ricorda che il rinnovamento, prima che con le riunioni e le ‘tavole rotonde’ (si devono fare, sono utili) si fa davanti al Tabernacolo, in adorazione. Sorelle, fratelli, noi abbiamo perso un po’ il senso dell’adorazione. Siamo troppo pratici, vogliamo fare le cose, ma … Adorare. Adorare. La capacità di adorazione nel silenzio”.
Sempre nel pomeriggio il papa ha avuto un incontro online con alcuni giovani ucraini a Kyiv e in altre città dell’Europa e dell’America, secondo un comunicato della Sala Stampa della Santa Sede, in cui il papa ha ricordato la vita di Oleksandr, giovane combattente di cui conserva il libretto del Vangelo e dei Salmi e il rosario ‘come reliquie’ sulla scrivania, ma ha anche domandato loro di avere sogni, esprimendo il suo desiderio di pace per l’Ucraina: ‘la pace si costruisce col dialogo, non stancatevi di dialogare’ ed anche se a volte è difficile, fare sempre lo sforzo di cercare il dialogo.
(Santa Sede)
XXVI Domenica del Tempo Ordinario: la vera obbedienza voluta da Dio
‘Che ve ne pare…?’ Gesù inizia così questa parabola nella quale introduce due figli diversi che incarnano altrettanti atteggiamenti nei confronti del Regno di Dio: da una parte l’ipocrisia, che, in fondo, è solo disobbedienza e finisce con il colpire l’agire dei farisei; d’altra parte l’apparente ribellione del figlio, che finisce, in fondo, con accogliere il desiderio del Padre.
Card. Zuppi: obbedienza, collegialità e sinodalità
Il neo presidente della Cei, card. Matteo Maria Zuppi, nella conferenza stampa di presentazione ha ringraziato il papa per la scelta tracciando le tre caratteristiche che lo guideranno: “Vivere in obbedienza del primato, nella collegialità e nella sinodalità. Sono queste le tre dinamiche che mi accompagnano e di cui mi sento tanto responsabile”.
Mons. Salvucci è arcivescovo di Pesaro: maior est caritas
Dal 1^ Maggio l’arcidiocesi di Pesaro ha ufficialmente il nuovo arcivescovo: mons. Sandro Salvucci, ordinato vescovo da mons. Piero Coccia (Amministratore Apostolico di Pesaro), alla presenza dei vescovi ordinanti: Rocco Pennacchio (Arcivescovo di Fermo) e Armando Trasarti (Vescovo di Fano-Fossombrone-Cagli-Pergola).
La Chiesa ha due nuove beate
“Non è mia questa vita che sta evolvendosi ritmata da un regolare respiro che non è mio, allietata da una serena giornata che non è mia. Non c’è nulla a questo mondo che sia tuo. Sandra, renditene conto! E’ tutto un dono su cui il Donatore’ può intervenire quando e come vuole. Abbi cura del regalo fattoti, rendilo più bello e pieno per quando sarà l’ora”.
La Chiesa ha ricordato san Giovanni XXIII
Lunedì 11 ottobre, giorno di apertura del Concilio Vaticano II, presso l’altare ove sono custodite le reliquie di san Giovanni XXIII nella Basilica Vaticana, il card. Leonardo Sandri, prefetto della Congregazione per le Chiese Orientali, ha presieduto la concelebrazione eucaristica nella memoria liturgica del papa santo, insieme ai Vescovi Procuratori delle Chiese Patriarcali di Antiochia dei Maroniti, mons. R. Rafic Warcha, e di Antiochia dei Siri, mons. Flaviano Rami Al Kabalan, p. Giuseppe Maggioni, presidente del Pontificio Comitato per i Congressi Eucaristici Internazionali, insieme a diversi Officiali della Segreteria di Stato e altri sacerdoti maroniti.
Papa Francesco invita i seminaristi a stare nel mondo
Nell’anno dedicato a San Giuseppe, papa Francesco ha ricevuto in udienza la comunità del Seminario Regionale Marchigiano ‘Pio XI’, condividendo alcuni spunti per maturare la vocazione sacerdotale, alla luce delle figure che hanno accompagnato la crescita umana e spirituale di Gesù, ricordando che la vita del seminario non riguarda estraniarsi della realtà:
A Bologna p. Marella beatificato: amore per Dio e per gli uomini
“Padre Marella si legò ai poveri e affrancò tanti ragazzi dalla schiavitù della povertà e della fame, sorelle della pandemia della guerra e che è inutile e impossibile distinguere tra loro. Voleva che nessuno rimanesse nell’inferno dell’abbandono e della disperazione e ai tanti orfani non donava soltanto un tetto, ma una famiglia e un futuro. Sono nostri e la sua paternità ci invita ad adottare chi è senza protezione. A noi, che in questi tempi ci confrontiamo con la pandemia e con le tante sofferenze fisiche e psichiche che provoca, Padre Marella insegna a non abituarci mai al male e a cercare risposte concrete e per tutti”.


























