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Papa Francesco chiede ai movimenti l’apertura alla sinodalità

“Più volte ho ripetuto che il cammino sinodale richiede una conversione spirituale, perché senza un cambiamento interiore non si raggiungono risultati duraturi. Il mio desiderio, infatti, è che, dopo questo Sinodo, la sinodalità rimanga come modo di agire permanente nella Chiesa, a tutti i livelli, entrando nel cuore di tutti, pastori e fedeli, fino a diventare uno ‘stile ecclesiale’ condiviso. Tutto ciò, però, richiede un cambiamento che deve avvenire in ognuno di noi, una vera e propria ‘conversione’”.

Questo è stato l’invito di papa Francesco ai partecipanti all’incontro annuale con i moderatori delle associazioni di fedeli, dei movimenti ecclesiali e delle nuove comunità, promosso dal Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita sul tema ‘La sfida della sinodalità per la missione’, raccontando che è stato un lungo cammino:

“Pensate che il primo che ha visto che c’era bisogno della sinodalità nella Chiesa latina è stato San Paolo VI, quando dopo il Concilio ha creato il Segretariato per il Sinodo dei Vescovi. La Chiesa orientale aveva conservato la sinodalità, invece la Chiesa latina l’aveva persa. E’ stato san Paolo VI ad aprire questa via. Ed oggi, a quasi 60 anni, possiamo dire che la sinodalità è entrata nel modo di agire della Chiesa. La cosa più importante di questo Sinodo sulla sinodalità non è tanto trattare questo problema o quell’altro. La cosa più importante è il cammino  parrocchiale, diocesano e universale nella sinodalità”.

L’invito del papa è stato quello di pensare secondo Dio: “Dopo il primo annuncio della Passione, l’Evangelista ci riferisce che Pietro rimprovera Gesù. Proprio lui, che doveva essere di esempio e aiutare gli altri discepoli ad essere pienamente a servizio dell’opera del Maestro, si oppone ai piani di Dio, rifiutandone la passione e la morte”.

Quindi occorre effettuare il passaggio da un pensiero umano ad un pensiero di Dio: “Ecco il primo grande cambiamento interiore che ci viene chiesto: passare da un ‘pensiero solo umano’ al ‘pensiero di Dio’. Nella Chiesa, prima di prendere ogni decisione, prima di iniziare ogni programma, ogni apostolato, ogni missione, dovremmo sempre chiederci: cosa vuole Dio da me, cosa vuole Dio da noi, in questo momento, in questa situazione? Quello che io ho in mente, quello che noi come gruppo abbiamo in mente, è veramente il ‘pensiero di Dio’? Ricordiamoci che il protagonista del cammino sinodale è lo Spirito Santo, non noi. Lui solo ci insegna ad ascoltare la voce di Dio, individualmente e come Chiesa”.

Il secondo atteggiamento è l’invito a superare ogni ‘chiusura’ verso chi non è concordo con il nostro pensiero: “Stiamo attenti per favore alla tentazione del ‘cerchio chiuso’. I Dodici erano stati scelti per essere il fondamento del nuovo popolo di Dio, aperto a tutte le nazioni della terra, ma gli Apostoli non colgono questo orizzonte grande: si ripiegano su sé stessi e sembrano voler difendere i doni ricevuti dal Maestro (guarire i malati, cacciare i demoni, annunciare il Regno) come se fossero dei privilegi”.

Insomma è stato un invito a liberarsi dalle ‘appartenenze’ e di aprirsi al mondo: “State attenti: il proprio gruppo, la propria spiritualità, sono realtà per aiutare a camminare con il Popolo di Dio, ma non sono privilegi, perché c’è il pericolo di finire imprigionati in questi recinti.

La sinodalità ci chiede invece di guardare oltre gli steccati con grandezza d’animo, per vedere la presenza di Dio e la sua azione anche in persone che non conosciamo, in modalità pastorali nuove, in ambiti di missione in cui non ci eravamo mai impegnati prima; ci chiede di lasciarci colpire, anche ‘ferire’ dalla voce, dall’esperienza e dalla sofferenza degli altri: dei fratelli nella fede e di tutte le persone che ci stanno accanto. Aperti, cuore aperto”.

E la terza virtù ‘sinodale’ è quella dell’umiltà: “Comprendiamo qui che la conversione spirituale deve partire dall’umiltà, che è la porta d’ingresso di tutte le virtù… Ed anche questa tappa della conversione spirituale è fondamentale per edificare una Chiesa sinodale: solo la persona umile infatti valorizza gli altri, e ne accoglie il contributo, i consigli, la ricchezza interiore, facendo emergere non il proprio ‘io’, ma il ‘noi’ della comunità”.

Infine ha sottolineato il ruolo dei movimenti nella Chiesa: “I movimenti ecclesiali sono per il servizio, non per noi stessi. E’ triste quando si sente che ‘io appartengo a questo, all’altro, all’altro’, come se fosse una cosa superiore. I movimenti ecclesiali sono per servire la Chiesa, non sono in sé stessi un messaggio, una centralità ecclesiale. Sono per servire…

Sempre guardate questo: la mia appartenenza è al movimento ecclesiale, è all’associazione o è alla Chiesa? E’ nel mio movimento, nella mia associazione per la Chiesa, come uno ‘stadio’ per aiutare la Chiesa. Ma i movimenti chiusi vanno cancellati, non sono ecclesiali”.

(Foto: Santa Sede)

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