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Papa Leone XIV: dialogo per la conversione del cuore

“E’ con particolare soddisfazione che vi do il benvenuto, ora che la Chiesa si avvicina alla solennità di Pentecoste, ricordando come lo Spirito Santo discese sui discepoli, trasformando la paura in coraggio e la divisione in unità, permettendo loro di parlare le lingue di tutti i popoli. Spero che una simile visione di unità possa ispirare il mondo della diplomazia, dove fioriscano relazioni costruttive tra le nazioni attraverso un’autentica apertura, la promozione del rispetto reciproco e un senso di responsabilità condiviso”: così ha esordito papa Leone XIV ricevendo i nuovi ambasciatori presso la Santa Sede di Sierra Leone, Bangladesh, Yemen, Ruanda, Namibia, Mauritius, Ciad e Sri Lanka, in occasione della presentazione delle Lettere credenziali.

Nel discorso il papa ha ripreso il proprio discorso ai diplomatici sul ruolo della diplomazia: “In un momento in cui ‘la pace viene perseguita con le armi, come condizione per affermare il proprio dominio’, è urgente tornare ad ‘una diplomazia che promuova il dialogo e cerchi il consenso’ a tutti i livelli: bilaterale, regionale e multilaterale. Questo dialogo, ‘animato da una sincera ricerca di vie che conducano alla pace’, richiede che le parole esprimano nuovamente realtà chiare, senza distorsioni né ostilità. Solo in questo modo sarà possibile superare le incomprensioni e ricostruire la fiducia nel contesto delle relazioni internazionali”.

Però il dialogo deve condurre al bene comune: “Tuttavia, un dialogo rispettoso e chiaro, per quanto essenziale, deve essere accompagnato da una più profonda conversione del cuore: la disponibilità a mettere da parte gli interessi particolari per il bene comune. Nessuna nazione, nessuna società, nessun ordine internazionale può definirsi giusto e umano se misura il proprio successo unicamente in base al potere o alla prosperità, trascurando chi vive ai margini. L’amore di Cristo per gli ultimi e i più dimenticati ci impone, infatti, di rifiutare ogni forma di egoismo che renda invisibili i poveri e i vulnerabili”.

Questo è il compito della diplomazia per cercare la soluzione dei conflitti: “E’ proprio questo spirito di solidarietà disinteressata che dovrebbe animare il servizio dei diplomatici e rafforzare le organizzazioni internazionali, per creare spazi di incontro e mediazione. Queste istituzioni restano strumenti indispensabili per la risoluzione delle controversie e la promozione della cooperazione. In un momento in cui le tensioni geopolitiche continuano a frammentare ulteriormente il nostro mondo, è necessario renderle più rappresentative, efficaci e orientate all’unità della famiglia umana”.

Eppoi nell’Aula nuova del Sinodo il papa ha incontrato i moderatori delle aggregazioni laicali con l’invito a ‘reggere il timone’: “In ogni entità sociale si avverte la necessità di avere persone e strutture adeguate che si occupino di guidare e coordinare la vita comune. Nella sua radice, il termine ‘governare’ rimanda all’azione di ‘reggere il timone’, di ‘pilotare una nave’. Si tratta, dunque, di dare una direzione sicura, in modo che la comunità sia luogo di crescita per le persone che ne fanno parte. Così, anche nella Chiesa alcuni sono preposti al governo”.

Però al contempo ‘governare’ è sperimentare la vita di Cristo: “Tuttavia, nella Chiesa il governo non nasce dalla semplice esigenza di coordinare i bisogni religiosi dei suoi membri. La Chiesa è stata istituita da Cristo come segno perenne della sua volontà salvifica universale ed è il luogo, voluto da Dio, dove tutti gli uomini, in ogni epoca, possono ricevere i frutti della Redenzione e sperimentare la vita nuova che Cristo ci ha donato. In tal senso, la natura della Chiesa è sacramentale: ha certamente una dimensione esteriore e istituzionale con le sue strutture e, nel contempo, è segno efficace della comunione attraverso cui partecipiamo alla vita stessa della Trinità”.

Quindi deriva che il ‘governare’ è un dono: “Se, come abbiamo detto, il governo è un dono particolare dello Spirito Santo, che i membri di una comunità riconoscono presente in alcuni loro fratelli nella fede, ne derivano almeno tre conseguenze”.

Ecco, allora tre conseguenze: “La prima è che deve essere per l’utilità di tutti, cioè per promuovere il bene della comunità, dell’associazione, della Chiesa intera. Il governo, dunque, non può mai essere sfruttato per interessi personali o forme mondane di prestigio e di potere. La seconda conseguenza è che non può mai essere imposto dall’alto, ma dev’essere un dono riconoscibile nella comunità e liberamente accolto, da qui l’importanza di libere elezioni per renderlo effettivo. La terza conseguenza è che, come ogni carisma, anche il governo di un’associazione è soggetto al discernimento dei Pastori, che vigilano sulla genuinità e sull’uso ordinato dei carismi”.

A questi tre elementi ha aggiunto la comunione: “Chi governa è chiamato ad avere una particolare sensibilità per la salvaguardia, la crescita e il consolidamento della comunione. Ciò vale sia per la vita interna all’associazione od al movimento, sia per la comunione con le altre realtà ecclesiali e con la Chiesa nel suo insieme. Chi esercita una missione di governo nella Chiesa deve imparare ad ascoltare e accogliere pareri diversi, orientamenti culturali e spirituali diversi, temperamenti personali diversi, cercando sempre di conservare, soprattutto nelle decisioni doverose e spesso difficili da prendere, il bene superiore della comunione”.

Un esercizio di comunione che richiede testimonianza: “Ciò richiede una testimonianza di mitezza, di distacco e di amore disinteressato ai fratelli e alla comunità, che sia di esempio per tutti. Qui vorrei sottolineare l’importanza di questa dimensione della comunione con tutta la Chiesa. A volte troviamo gruppi che si chiudono in sé stessi e pensano che la loro realtà specifica è l’unica o è la Chiesa, ma la Chiesa siamo tutti noi, è molto di più! E quindi i nostri movimenti devono veramente cercare come vivere in comunione con tutta la Chiesa, a livello diocesano”.

Quindi un carisma è necessario per un cammino insieme: “Sotto questa luce possiamo meglio comprendere il senso della fedeltà al carisma fondativo, che costituisce un riferimento imprescindibile per il governo di una realtà ecclesiale. Ogni autentico carisma include già in sé la fedeltà e l’apertura alla Chiesa. Governare in modo fedele al carisma fondativo significa pertanto trovare in esso l’ispirazione per aprirsi al cammino che la Chiesa compie nel presente, senza appiattirsi sui modelli pur positivi del passato, ma lasciandosi provocare da realtà e sfide nuove, in dialogo con tutte le altre componenti del corpo ecclesiale”.

(Foto: Santa Sede)

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