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La compassione del Samaritano: presentato il messaggio per la giornata del malato
“Tutti abbiamo ascoltato e letto questo commovente testo di san Luca. A un dottore della legge che gli chiede chi sia il prossimo da amare, Gesù risponde raccontando una storia: un uomo che viaggiava da Gerusalemme a Gerico fu aggredito dai ladri e lasciato mezzo morto; un sacerdote e un levita passarono oltre, ma un samaritano ebbe compassione di lui, gli fasciò le ferite, lo portò in una locanda e pagò perché fosse curato. Ho voluto proporre la riflessione su questo passo biblico, con la chiave ermeneutica dell’Enciclica ‘Fratelli tutti’, del mio amato predecessore papa Francesco, dove la compassione e la misericordia verso il bisognoso non si riducono a un mero sforzo individuale, ma si realizzano nella relazione: con il fratello bisognoso, con quanti se ne prendono cura e, alla base, con Dio che ci dona il suo amore”.
Quindi con un riferimento a papa Francesco oggi è stato presentato il primo messaggio di papa Leone XIV per la Giornata mondiale del Malato 2026, che si celebra mercoledì 11 febbraio, sul tema ‘La compassione del Samaritano: amare portando il dolore dell’altro’, alla presenza del delegato ufficiale di papa Leone XIV per la giornata mondiale del malato, che si svolgerà a Chiclayo in Perù; p. Michel Daubanes, rettore del santuario Notre Dame di Lourdes; dott.ssa Giulia Civitelli, medico responsabile del Poliambulatorio Caritas – Roma, Marina Melone, responsabile di ‘Casa Gelsomino’, struttura che accoglie e aiuta le famiglie dei bambini ricoverati all’Ospedale Bambino Gesù e del card. Michael Czerny, prefetto del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, il quale ha sottolineato il compito della medicina:
“Curare è compito della medicina, di cui si parla sempre molto nei notiziari. Ma il Messaggio di Papa Leone XIV per la Giornata Mondiale del Malato 2026 parla di guarigione, che è qualcosa di più ampio e più profondo del semplice curare le malattie. Ci vuole coraggio per leggere questo Messaggio con attenzione e prenderlo sul serio, con mente aperta e cuore aperto. Non ti lascia come eri prima”.
Il messaggio ha l’obiettivo di mettere al centro chi ha bisogno di cura: “Come trattiamo i malati, gli anziani, i disabili, i poveri tra noi? E anche se uno appartiene a una o più di queste categorie, ci sono sempre altri intorno che soffrono e che possiamo incontrare e a cui possiamo rispondere… Ogni messaggio papale ci riporta alle basi, ma penso che questo Messaggio sia davvero per tutti. E’ per i cristiani e allo stesso modo per tutti gli altri. Sarà interessante e illuminante sentire cosa ne pensano i non cristiani”.
Ha diviso il messaggio in tre parti: “Il Messaggio è suddiviso in tre parti: la prima parla dell’incontro, che si rivela così importante non solo per i malati, ma per tutti. La seconda parla della compassione, senza la quale non c’è guarigione. E la terza parla del vero amore…
Anche se tradizionalmente rivolto agli operatori sanitari e pastorali cattolici, il Messaggio di quest’anno si rivolge a tutti, perché siamo un solo corpo, un’unica umanità di fratelli e sorelle, e quando qualcuno è malato e soffre, tutte le altre categorie, che tendono a dividere, svaniscono nella loro insignificanza”.
Mentre p. Michel Daubanes, rettore del santuario Notre Dame di Lourdes, ha raccontato la quotidianità nel santuario francese: “A Lourdes giungono i malati, le persone con disabilità, coloro che sono stati feriti nel cammino della vita. Lungi dall’evitarli, li avviciniamo, li accogliamo e, quando il loro numero diminuisce, per motivi economici o di altro tipo, li cerchiamo. Non li scegliamo. Si presentano a noi; è una gioia accoglierli, così come è per loro una gioia arrivare ai piedi della Madonna, alla roccia della grotta di Massabielle. Ovunque, con tutti i cappellani e i responsabili laici, mi assicuro che abbiano il primo posto, che occupino i primi banchi durante la Messa, che siano in testa alle processioni”.
Per questo c’è vita: “A Lourdes, le ferite sono numerose ed evidenti. Non c’è alcun tentativo di nasconderle; è inutile. Chi ne è segnato non se ne vergogna; sono autentiche. Le ferite sono fisiche, morali e spirituali. Spesso durano tutta la vita, raramente sono temporanee. Una grande ferita è comune a tutti noi: la ferita del peccato. L’unguento della misericordia è ampiamente applicato a coloro che lo riconoscono…
A Lourdes, si intreccia una grande rete di relazioni, una rete antichissima che continua ad espandersi e rinnovarsi. Giovanissimi e molti meno giovani prestano servizio, sia presso l’Hospitalité Nostra Signora di Lourdes che presso le Hospitalité diocesane. Anche i locali dell’Ufficio Cristiano per le Persone con Disabilità sono uno di questi luoghi in cui si sperimenta quotidianamente il miracolo dell’accoglienza, dell’ascolto e della fraternità autentica. A Lourdes, siamo samaritani”.
La dott.ssa Giulia Civitelli, medico responsabile del Poliambulatorio della Caritas di Roma e missionaria secolare scalabriniana, ha raccontato in cosa consiste il ‘lavoro’ nel poliambulatorio della stazione Termini: “Il nostro ambulatorio è un servizio a bassa soglia di accesso e ad alto impatto relazionale, una porta aperta sulla strada, attraversata da varia umanità, con diverse esigenze, storie, percorsi…
Il Poliambulatorio continua ad operare come un’opera segno, portando avanti l’attività di assistenza insieme a quella di advocacy, di impegno per i diritti, perché non si deve dare per carità quello che deve essere dato per giustizia, come sottolineava san Paolo VI”.
Comunque il poliambulatorio è un luogo di relazione: “Il primo e più grande bisogno che hanno tutti è quello di entrare in relazione, costitutivo di ogni essere umano1. Questo ci accomuna tutti, come ci accomuna tutti il fatto di essere vulnerabili, e di avere tutti bisogno di cura e di salvezza. Ed è vero, i primi ad essere soccorsi, accolti, portati e sempre riportati a casa siamo noi, da Gesù, il Samaritano per eccellenza”.
Ed ha anche un luogo dove, a volte, fioriscono ‘miracoli’: “A volte il Signore ci sorprende e si manifesta nel dolore che trasforma il cuore sofferente, palpitante della sua presenza. Come nel caso che vorrei condividere con voi: la storia di una signora albanese, malata di tumore ad uno stadio terminale, che negli ultimi mesi della sua vita, accompagnata dal marito peruviano conosciuto al dormitorio Caritas, ha chiesto i sacramenti dell’iniziazione cristiana e di potersi sposare in Chiesa”.
Infine Marina Melone ha raccontato ‘Casa Gelsomino’, struttura che accoglie e aiuta le famiglie dei bambini ricoverati all’Ospedale Bambino Gesù: “Nel tempo abbiamo imparato sempre più ad entrare nella casa senza avere un programma ma semplicemente liberando il nostro spazio e il nostro tempo e mettendolo a disposizione di chi in quel momento potrebbe aver bisogno.
E’ sempre accoglienza anche quando, in una giornata non buona, nessuno esce dalla sua stanza e non vuole parlare. E’ accoglienza mettersi da parte e aspettare, senza fretta e senza smania di fare qualcosa. La lunga permanenza ci porta ad entrare in contatto con la vita e le sofferenze che vivono questi genitori e i bambini /ragazzi stessi e si crea così vicinanza e fiducia”.
Quindi l’accoglienza stimola l’osservazione: “Abbiamo imparato ad essere attenti osservatori dell’altro, a scrutare lo sguardo per capire, senza dover parlare, del bisogno dell’altro. Prendersi cura è prima di tutto mettersi in ascolto anche di un gesto e rispettare la richiesta di silenzio o di ascolto che nasce. Prendersi cura per noi volontari è anche custodire con rispetto e amore la vita e i sentimenti che ci vengono consegnati da coloro che stanno attraversando un momento di fragilità e sofferenza”.
Anche se qualche volta è doloroso: “Ma non sempre è facile. Abbiamo avuto diversi casi di bambini che non ce l’hanno fatta e abbiamo raccolto anche la disperazione dei genitori, la loro rabbia, il loro dolore. E se si raccoglie vuol dire che lo tratteniamo dentro di noi perché se facciamo spazio, poi lo spazio si riempie e può essere che non si riesca più a sostenerlo”.
(Foto: Vatican Media)
Al festival francescano di Bologna le stimmate di san Francesco come cura delle ferite
Relazione, rabbia, esclusione, perdita, padre; sono queste le parole scelte per rappresentare ‘ferite’ da alcune persone che conoscono il Festival Francescano e vi partecipano: un bambino, una giovane donna, due volontari, una suora e un frate, in rappresentanza del pubblico della manifestazione organizzata dal Movimento francescano dell’Emilia-Romagna che lo scorso anno ha contato 50.000 presenze.
Quest’anno il Festival si sta interrogando sulla cura, sul dolore e su come affrontarli, insieme agli ospiti in 150 iniziative; ed infatti sono diverse le esperienze personali di sofferenza raccontate a cuore aperto nel video, ferite riassunte da ciascun protagonista in una sola parola chiave scritta a pennarello su un grande foglio bianco. Infatti, condividere il dolore, trovare insieme una cura possibile è ciò che si farà in piazza Maggiore a Bologna fino a domenica 29 settembre, attraversando ferite interiori o globali, come le guerre o quelle inferte all’ambiente.
Tre i percorsi proposti in questi giorni: il primo, caratterizzato dal colore blu, è la via della sapienza ed attraverso lectio magistralis, convegni, incontri con studiosi, permette di approfondire il pensiero francescano che sta alla base di questa edizione del festival. Il secondo è la via della speranza, e come tale, non poteva che essere connotato dal colore verde.
In questo caso le diverse proposte presenti all’interno del programma vengono viste con gli occhi del futuro, ovvero quello dei tanti ragazzi e delle tante ragazze che si avvicinano con curiosità a questo spazio di spiritualità. Infine il terzo è la via della via meraviglia. In questo caso, invece, il colore scelto è quello magenta e questo cammino racchiude una serie di concerti, di opere teatrali, spettacoli e incontri per riflettere su tema in modo un po’ più semplice ma non per questo semplicistico.
I protagonisti spaziano da Carota e Bebo, due dei cinque cantanti del complesso bolognese ‘Lo Stato Sociale’, al patriarca latino di Gerusalemme, card. Pierbattista Pizzaballa, al poeta Davide Rondoni e al teologo p. Paolo Benanti. Tutti gli eventi saranno gratuiti, anche se per alcuni appuntamenti è necessaria la prenotazione. Inoltre quest’anno il festival ha avuto tre anteprime: la prima si è svolta online giovedì 19 settembre con il card. Matteo Zuppi ed il prof. Benanti sul tema ‘Umanesimo digitale’; poi a Parma con i racconti di Christopher Chukwuebuka Gentle, un migrante che a soli 17 anni è fuggito dalla Nigeria ed ha attraversato il deserto del Sahara per settimane, di Carlo Romani, ingegnere gestionale, presidente e Ceo di Selip Spa, e della fotoreporter Annalisa Vandelli in dialogo sul tema ‘Lampada o scoglio?’ Infine mercoledì 25 settembre all’oratorio ‘San Filippo Neri’ di Bologna lo spettacolo ‘Joseph & Bross’, prodotto da Casavuota.
Per comprendere meglio il festival abbiamo chiesto a fra Dino Dozzi, direttore scientifico del Festival Francescano, di spiegarci il titolo ‘Attraverso le ferite’: “Prendiamo spunto dall’ottavo centenario delle stimmate di san Francesco sul monte de La Verna (1224). Ma al termine ‘stimmate’ abbiamo sostituito quello più comprensibile di ‘ferite’. Perché ci occuperemo di storia, del passato, ma ancor più del presente, del nostro oggi, caratterizzato da tante ferite, con le quali bisogna spesso imparare a convivere, ma che bisogna anche tentare di curare”.
Allora in quale modo è possibile curare le ferite?
“Psichiatri, psicologi, psicoterapeuti, ma anche sociologi, filosofi, teologi, saggisti, romanzieri, artisti ci offriranno analisi e suggerimenti utili a curare le ferite. Che a volte si rivelano strumenti di crescita umana e spirituale, facendoci prendere coscienza della nostra finitezza e creaturalità e affinando la nostra capacità di empatia e di solidarietà. Pare che uno dei modi più efficaci di curare le proprie ferite sia quello di curare quelle degli altri”.
Per quale motivo il festival propone il percorso di tre vie?
“Nei quattro giorni del Festival vengono presentati circa 150 eventi, tra conferenze, spettacoli, presentazione libri, fast conference: sono inevitabili alcune sovrapposizioni. Per aiutare nella scelta, proponiamo tre vie: la via della sapienza, per approfondire il tema dal punto di vista francescano, teologico e sociologico; la via della speranza, rivolta soprattutto ai ragazzi e alle ragazze che si avvicinano al Festival per la prima volta; la via della meraviglia, per segnalare gli eventi che si svolgono in piazza Maggiore e che vedono coinvolti personaggi noti al grande pubblico. Ovviamente resta la libertà di crearsi il proprio percorso, ma le tre vie possono costituire un suggerimento utile”.
Quanto sono importanti le stimmate di san Francesco per la cura?
“Le stimmate di san Francesco sono un esempio straordinario di ferite che curano. Le stimmate richiamano lo stigma. Francesco toglie lo stigma dell’emarginazione al lebbroso, abbracciandolo; toglie lo stigma della negatività alla natura (in quel tempo giudicata cattiva) cantandone le lodi e riconoscendola sorella nella creaturalità; toglie lo stigma della negatività al corpo, ritenuto fonte di peccato, chiamandolo fratello, chiedendogli scusa e offrendogli in punto di morte quei dolcetti di donna Jacopa; toglie lo stigma di un giudizio negativo che l’orgoglio vorrebbe suggerirgli per quei suoi fratelli che non condividono il suo radicalismo evangelico, non separandosi da loro, ma restando in gruppo, preferendo la fraternità alla fuga in avanti e all’eroismo personale.
Ecco il cammino dallo stigma alle stimmate, che acquistano così il significato di una bolla di approvazione divina ad un uomo che nei suoi scritti e nella sua vita ha tolto lo stigma della negatività ad ogni realtà, riconoscendo ovunque attorno a sé i doni belli e santi dell’Altissimo bon Signore”.
In quale modo avviene il passaggio dalle cicatrici alle stimmate?
“La risposta a questa domanda l’avremo al termine del convegno che aprirà il Festival Francescano di quest’anno nella prestigiosa Cappella Farnese. Quattro studiosi (Jacques Dalarun, Pierluigi Licciardello, Rosa Giorgi e Pietro Delcorno), fonti letterarie e artistiche alla mano, ci spiegheranno questo passaggio che ci coglie un po’ di sorpresa: non, come ci si aspetterebbe, dalle stimmate alle cicatrici, ma, appunto, dalle cicatrici alle stimmate. Evidentemente, anche la storia ha le sue ferite ed i suoi miracoli”.
(Foto: Festival Francescano)



























