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Il prof. Savagnone racconta lo stupore dell’essere di Tommaso d’Aquino

“Il significato essenziale della cultura consiste, secondo queste parole di san Tommaso d’Aquino (‘Genus humanum arte et ratione vivit’), nel fatto che essa è una caratteristica della vita umana come tale. L’uomo vive di una vita veramente umana grazie alla cultura. La vita umana è cultura nel senso anche che l’uomo si distingue e si differenzia attraverso essa da tutto ciò che esiste per altra parte nel mondo visibile: l’uomo non può essere fuori della cultura. La cultura è un modo specifico dell’esistere e dell’essere dell’uomo. L’uomo vive sempre secondo una cultura che gli è propria, e che, a sua volta, crea fra gli uomini un legame che pure è loro proprio, determinando il carattere inter-umano e sociale dell’esistenza umana. Nell’unità della cultura, come modo proprio dell’esistenza umana, si radica nello stesso tempo la pluralità delle culture in seno alle quali l’uomo vive. In questa pluralità, L’uomo si sviluppa senza perdere tuttavia il contatto essenziale con l’unità della cultura in quanto dimensione fondamentale ed essenziale della sua esistenza e del suo essere”.

Iniziamo con questo discorso pronunciato da papa san Giovanni Paolo II alla sede Unesco di Parigi lunedì 2 giugno 1980 per presentare il libro di Giuseppe Savagnone (‘Lo stupore dell’essere. Il pensiero alternativo di Tommaso d’Aquino’), con cui invita il lettore a percorrere un cammino simile al suo, quando incontrò il pensiero dell’Aquinate in gioventù, trovandovi ‘una chiave di lettura della realtà alternativa alle mode culturali che oggi dominano la scena’, e un vivaio inesauribile di itinerari.

Il libro si compone di dodici conversazioni che concernono le questioni massime di una filosofia che si volge a tutta la realtà, senza operare esclusioni preliminari, tra cui frequente quella relativa alla trascendenza: un rapporto positivo tra ragione e fede, la scoperta dell’essere e delle sue leggi, l’esistenza di Dio, la creazione, l’identità della persona umana, il fascino del bene e le domande sull’amore. Nel percorso dell’autore si avvertono la meraviglia, la gratitudine, la responsabilità dinanzi all’essere e alla vita di cui fu testimone l’Aquinate.

Al prof. Giuseppe Savagnone chiediamo di spiegarci il titolo del libro, ‘lo stupore dell’essere’: “In questo tempo in cui la fretta e il consumismo rendono sempre più difficile fermarsi e  ‘vedere’ davvero ciò che sta  ogni giorno sotto il nostro sguardo distratto, il pensiero  di Tommaso d’Aquino è un  forte richiamo a riscoprire la meraviglia di fronte al miracolo e al mistero che ogni più piccola realtà  costituisce. E lo stupore è anche all’origine della ricerca. Questo vale già per i singoli aspetti della realtà che, se li guadiamo con occhi nuovi (come Adamo all’alba della creazione) non appaiono affatto scontati. 

Si racconta che Newton arrivò a scoprire la legge di gravitazione universale  colpito dalla vista di una mela che cadeva dal ramo. Tommaso è rimasto  stupito non dal modo in cui una cosa o l’altra sono, ma dal loro stesso essere.  La domanda che egli si è posto, perciò, non è rivolta a spiegare i singoli fenomeni, ma il fatto stesso che ci sia qualcosa e non il nulla.  Tutta la sua filosofia è una celebrazione dell’emergere dell’essere dal non essere, non una volta per tutte, in un lontanissimo inizio del cosmo, ma in ogni momento. E’ questo il prodigio a cui egli rinvia la nostra attenzione”.

Quale è stato il suo messaggio ‘alternativo’?

“Nella società della tecnica, dove gli strumenti sono ormai i veri protagonisti, siamo abituati a considerare tutto sotto il profilo dell’utile.  Perfino le persone che incontriamo spesso  sono importanti per noi nella misura in cui  possiamo  trarne dei vantaggi o del piacere.  Mezzi, non fini. In realtà ciò che è utile non è, per definizione, importante, proprio perché finalizzato a qualcos’altro e non valido di per sé. La Gioconda, come ogni grande opera d’arte, non serve a niente. Ma anche un essere umano non può essere ridotto solo ai servizi che possiamo ricavarne.

Ciò ha una ricaduta esistenziale molto forte. Se cerchiamo qualcosa perché utile a qualcos’altro, e questo qualcos’altro in funzione di altro ancora, e così via, senza che ci sia nulla che vale di per sé, che senso avrebbe tutto questo?

La filosofia di Tommaso mette in primo piano, insieme all’essere, la verità, il bene ed il bello. Ciò che è importante e per cui vale la pena di vivere. Ma, se si adottasse questa prospettiva, tutte le logiche oggi dominanti nella nostra società sarebbero sovvertite. Il primato del profitto, il consumismo selvaggio,  la riduzione delle persone ad ingranaggi della macchina sociale, si rivelerebbero per quello che sono: perversioni che, invece di renderci felici, sottopongono la nostra esistenza al continuo stress di una corsa senza meta”.

Ricerca intellettuale e ricerca spirituale: quale nesso esiste?

“Tommaso ha innanzi tutto testimoniato nella sua persona che un’autentica vita intellettuale deve radicarsi in una profonda esperienza spirituale  di amore per il vero, per il bene, per il bello.  Altrimenti c’è il rischio  del narcisismo e della  rincorsa al consenso, a cui tanti intellettuali del nostro tempo sono purtroppo esposti”.

Quindi lo stupore apre alla verità?

“Nella cultura contemporanea è frequente sentir ripetere che la verità non esiste, perché ognuno ha la sua. E si pretende di fondare su questo la reciproca tolleranza e il dialogo. Ma se davvero fosse così, non avrebbero più senso la ricerca (per definizione rivolta a cercare ciò che non si ha) ed il confronto con gli altri, perché ognuno dovrebbe già essere pago della verità che possiede e che nessuno, in nome della propria, avrebbe il diritto di criticare.

Lo stupore dell’essere implica la consapevolezza che la verità supera le nostre soggettive opinioni e che queste vanno sempre rimesse in discussione. Dove per verità non si intende altro che l’adeguazione alla realtà, che, nella sua inafferrabile ricchezza, costituisce la misura con cui incessantemente bisogna confrontarsi”.

Allora, in quale modo l’aquinate riesce a ‘tenere insieme’ fede e ragione?

“Spesso si sente affermare che chi ha fede non è più libero di fare una ricerca razionale obiettiva. Se per ‘obiettivo’ si intende privo di condizionamenti, ciò sarebbe assolutamente vero.  Solo che allora nessuno potrebbe essere ‘obiettivo’, perché non esiste essere umano  che possa guardare alla realtà senza risentire del contesto esistenziale, spirituale, culturale in cui si trova. L’ermeneutica oggi ha evidenziato che non esiste ‘uno sguardo da nessun luogo’. C’è di più.

Le grandi filosofi e scienziati hanno svolto le loro ricerche in base a un’intuizione, anteriore a tutte le possibili dimostrazioni, che li ha spinti a cercarne la verifica con argomentazioni razionali. Per Tommaso la fede è il ‘luogo’ da cui parte per guardare i diversi aspetti della realtà, ma elaborando, a partire da essa, un discorso razionale  dunque obiettivo, e di valere, perciò, anche per il non credente”.    

Perché ancora oggi si studia il suo pensiero?

“Può sembrare strano che un autore di ottocento anni fa abbia ancora oggi qualcosa di interessante da dirci e valga perciò la pena di scrivere o leggere un libro sul suo pensiero. Ma, alla luce di quanto abbiamo detto, dovrebbe essere chiaro che alcune scoperte del passato possono essere attualissime, proprio nella loro apparente inattualità, perché ci rimettono in discussione e possono essere il punto di partenza per progettare alternative agli schemi mentali oggi dominanti. Il pensiero di Tommaso che fu un rivoluzionario, rispetto alle certezze consolidate del suo tempo, può oggi insegnarci ad esserlo anche noi nel nostro”.

(Foto: Marcianumpress)

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