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Papa Leone XIV: la religione è contro la guerra
“Cari fratelli e sorelle! In un tempo per molti aspetti drammatico, nel quale le persone sono sottoposte a innumerevoli minacce alla loro stessa dignità, il 1700° anniversario del Primo Concilio di Nicea è un’occasione preziosa per chiederci chi è Gesù Cristo nella vita delle donne e degli uomini di oggi, chi è per ciascuno di noi”: questa giornata si è conclusa con un incontro ecumenico di preghiera presso gli scavi archeologici della basilica di san Neofito, dove si è svolto il primo Concilio di Nicea, salutato dal patriarca Bartolomeo I, che lo ha ringraziato per la presenza: “nonostante i tanti secoli trascorsi e tutti i rivolgimenti, le difficoltà e le divisioni che essi hanno portato con sé, ci avviciniamo comunque a questa sacra commemorazione con condivisa riverenza e un comune sentimento di speranza. Perché non siamo qui riuniti semplicemente per ricordare il passato. Siamo qui per rendere testimonianza viva della stessa fede espressa dai Padri di Nicea”.
La riflessione del papa si sofferma sulla professione di fede nicena: “Questa domanda interpella in modo particolare i cristiani, che rischiano di ridurre Gesù Cristo a una sorta di leader carismatico o di superuomo, un travisamento che alla fine porta alla tristezza e alla confusione. Negando la divinità di Cristo, Ario lo ridusse a un semplice intermediario tra Dio e gli esseri umani, ignorando la realtà dell’Incarnazione, cosicché il divino e l’umano rimasero irrimediabilmente separati. Ma se Dio non si è fatto uomo, come possono i mortali partecipare alla sua vita immortale?”
A Nicea è stata riaffermata la natura divina ed umana di Gesù: “Questo era in gioco a Nicea ed è in gioco oggi: la fede nel Dio che, in Gesù Cristo, si è fatto come noi per renderci ‘partecipi della natura divina’. Questa confessione di fede cristologica è di fondamentale importanza nel cammino che i cristiani stanno percorrendo verso la piena comunione: essa infatti è condivisa da tutte le Chiese e Comunità cristiane nel mondo, comprese quelle che, per vari motivi, non utilizzano il Credo Niceno-Costantinopolitano nelle loro liturgie”.
In questo momento di preghiera il papa ha chiesto il superamento delle ‘divisioni’: “Partendo dalla consapevolezza che siamo già legati da questo profondo vincolo, attraverso un cammino di adesione sempre più totale alla Parola di Dio rivelata in Gesù Cristo e sotto la guida dello Spirito Santo, nell’amore reciproco e nel dialogo, siamo tutti invitati a superare lo scandalo delle divisioni che purtroppo ancora esistono e ad alimentare il desiderio dell’unità per la quale il Signore Gesù ha pregato e ha dato la sua vita. Quanto più siamo riconciliati, tanto più noi cristiani possiamo rendere una testimonianza credibile al Vangelo di Gesù Cristo, che è annuncio di speranza per tutti, messaggio di pace e di fraternità universale che travalica i confini delle nostre comunità e nazioni”.
Un superamento che conduce alla comunione dei credenti: “La riconciliazione è oggi un appello che proviene dall’intera umanità afflitta da conflitti e violenze. Il desiderio di piena comunione tra tutti i credenti in Gesù Cristo è sempre accompagnato dalla ricerca di fraternità tra tutti gli esseri umani. Nel Credo Niceno professiamo la nostra fede ‘in un solo Dio Padre’; tuttavia, non sarebbe possibile invocare Dio come Padre se rifiutassimo di riconoscere come fratelli e sorelle gli altri uomini e donne, anch’essi creati a immagine di Dio”.
Ed ha concluso la riflessione affermando che va respinto l’uso della religione per giustificare la guerra: “C’è una fratellanza e sorellanza universale, indipendentemente dall’etnia, dalla nazionalità, dalla religione o dall’opinione. Le religioni, per loro natura, sono depositarie di questa verità e dovrebbero incoraggiare le persone, i gruppi umani e i popoli a riconoscerla e a praticarla. L’uso della religione per giustificare la guerra e la violenza, come ogni forma di fondamentalismo e di fanatismo, va respinto con forza, mentre le vie da seguire sono quelle dell’incontro fraterno, del dialogo e della collaborazione”.
(Foto: Santa Sede)
A Catania mons. Renna proclama un anno giubilare agatino
“Al termine di questa giornata nella quale abbiamo fatto memoria e ringraziato il Signore per gli 899 anni del ritorno delle reliquie di sant’Agata a Catania, in quella memoria liturgica che viene denominata traslazione, vi annuncio con gioia che ho chiesto alla Penitenzieria Apostolica, l’organo della Santa Sede preposto dal Santo Padre per le celebrazioni giubilari, che in occasione del nono centenario della traslazione delle reliquie della nostra santa, nel 2026, sia proclamato un anno giubilare agatino per l’arcidiocesi di Catania. Ho già ricevuto risposta positiva: l’anno giubilare inizierà l’11 gennaio prossimo, festa del Battesimo del Signore e proseguirà fino al 18 agosto del 2026, giorno della Dedicazione della Cattedrale”.
Lo ha annunciato domenica scorsa l’arcivescovo di Catania, mons. Luigi Renna, dopo aver annunciato per il 2026 la celebrazione dell’Anno giubilare agatino per i 900 anni del ritorno delle reliquie di sant’Agata a Catania, fissando anche due importanti appuntamenti: “Il fulcro dei festeggiamenti saranno le due date delle festività del 4-5-6 febbraio, nelle quali interverrà sua Eminenza il cardinal Mario Grech, Segretario del Sinodo universale, di origine maltese, la grande isola a noi vicina che ha come patrona secondaria sant’Agata.
E poi, ho chiesto che il Santo Padre invii un legato pontifico con un suo personale messaggio per i festeggiamenti del 16 e 17 agosto del 2026, nei quali faremo commemorazione dell’arrivo delle reliquie di sant’Agata a Catania”.
Nell’annuncio mons. Renna ha ricordato il gesto del vescovo verso la santa: “La lettera del vescovo Maurizio, che le accolse in questa giornata nel 1126, ci dice che egli stesso andò incontro a sant’Agata a piedi nudi e con una veste bianca, con i segni cioè della penitenza e con il desiderio della vita nuova: un forte richiamo alla veste battesimale che dobbiamo tenere sempre pura e senza macchia per presentarla così al Signore, ricca solo di carità. Quel gesto del mio predecessore vescovo, che trova riscontro nell’abito che voi devoti indossate, il sobrio sacco bianco con il copricapo di colore nero, ci dice che il vero fulcro dei festeggiamenti di sant’Agata è il nostro cuore”.
Quindi il nucleo dei festeggiamenti giubilari è il cuore: “E’ il nostro cuore l’altare da cui sale l’incenso della nostra preghiera e dell’amore a Dio, di una vita impegnata nella carità, che ama il prossimo come sé stesso. L’anno giubilare agatino, come questo anno 2025, ci viene dato per cambiare i nostri cuori… Non mancherà un segno eloquente che dica che la nostra fede si traduce in carità: un’opera di carità per i bisogni della nostra Catania, che rimanga nel tempo, oltre questo anno. Durante l’anno il velo di sant’Agata, segno del suo patrocinio su tutta la Arcidiocesi, sarà pellegrino nelle varie città e paesi della nostra Chiesa locale”.
Per questo ha chiesto tre impegni: “Il primo: la cura dei ragazzi e dei piccoli nelle famiglie. Non lasciateli per strada, collaborate con le scuole e le parrocchie, cari adulti. Nel 2026, a Natale, vorrò benedire tutti i bambini e le bambine che porteranno il nome, come primo nome, di Agata o Agatino o Salvatore, in onore dello sposo di sant’Agata, Gesù Salvatore: che si torni nelle famiglie a dare nomi cristiani, non di personalità che non possono essere esempi di vita cristiana e che non possiamo invocare il giorno del battesimo dei nostri bambini. Ma nel dare un nome cristiano, cari adulti, dovete impegnarvi all’educazione cristiana e umana dei vostri figli, sottraendoli da ciò che può nuocere al loro futuro, cioè alla malavita, alle dipendenze di ogni tipo, alla superficialità”.
Il secondo impegno è un invito a fare rete: “L’altro impegno morale per tutti coloro che hanno a cuore la cosa pubblica, politici, amministratori di enti, imprenditori, uomini e donne delle istituzioni culturali: sappiate far rete perché Catania risorga nella concordia, nella cura di sé: via le lotte intestine, via gli interessi personali, via tutto ciò che ha frenato lo sviluppo di questa città e la sua pulizia morale”.
Il terzo impegno è un invito ai giovani ed agli educatori: “Prendete sant’Agata ad amica della vostra giovinezza. E voi sacerdoti, catechisti, educatori, volontari, sappiate che questi giovani hanno bisogno di chi stia loro accanto, di chi ‘perda’, anzi doni loro il proprio tempo facendoli sentire amati”.
Mentre nell’omelia l’arcivescovo di Catania ha ricordato quello che successe 899 anni prima: “Carissimi fratelli e sorelle, all’alba del 17 agosto di ottocento novantanove anni fa un grido di gioia, secondo una attestata tradizione, si diffondeva nella nostra città: le reliquie di sant’Agata tornavano a Catania; era finalmente possibile venerare la santa catanese di cui era rimasta viva la memoria nonostante per più di un secolo la vita cristiana fosse stata mortificata, ma non cancellata. Il legame tra Agata e Catania non si era interrotto, ma da quel 17 agosto del 1126 si è ravvivato. Questo legame non va vissuto mai automaticamente, ma va’ sempre purificato, rinnovato, attualizzato”.
Quindi ha spiegato il significato della divisione ‘evangelica’: “Ai tempi di sant’Agata molte famiglie vivevano una divisione al loro interno a causa della fede, perché uno sceglieva di essere cristiano, mentre i suoi parenti lo avversavano e arrivavano persino ad ucciderlo, così come accadde per santa Barbara di Nicomedia, che secondo una tradizione fu uccisa dal suo stesso padre”.
Ecco il motivo per cui ha richiamato un episodio di Piergiorgio Frassati: “Mi ha colpito un episodio della vita del beato Piergiorgio Frassati, in cui suo padre Alfredo si lamentò con il parroco perché aveva visto che Piergiorgio recitava il rosario prima di addormentarsi, e il sacerdote per tutta risposta gli disse: Cosa vuoi, che si addormenti con accanto un romanzaccio?”
Tale divisione avviene sempre: “E’ la divisione fra Quinziano, Afrodisia da una parte ed Agata dall’altra. E’ quella che vediamo quando c’è chi sceglie la strada della legalità, come la giovane eroina siciliana Rita Atria che prese le distanze dal modo di agire della sua famiglia e collaborò con il giudice Borsellino. Quante persone ripudiano un modo di fare discutibile e per questo vengono segnate a dito ed escluse: si crea una divisione, che se da alcuni viene vissuta con violenza, da chi è sempre pronto a ricorrere alla corruzione e alle armi, nei santi martiri trova risposta nella mitezza e nella giustizia”.
Ricordando chi soffre per le guerre ha invitato ad offrire una testimonianza cristiana nello stile di sant’Agata: “Sant’Agata ha saputo giudicare il tempo in cui era urgente dare testimonianza a Cristo e non si è tirata indietro. Anche noi vogliamo fare come lei! E’ tempo di una testimonianza cristiana più coerente e verace. E’ tempo di aiutare la nostra città e i nostri quartieri a risorgere. E’ tempo di dare uno sviluppo nuovo al volontariato che si prenda cura dei più fragili e di impegnarsi in una politica che abbia a cuore la concordia per affrontare i problemi.
Noi agiamo in base a ciò che sentiamo dentro, ed oggi vogliamo riascoltare le motivazioni che hanno portato sant’Agata a testimoniare Gesù Cristo. Sant’Agostino diceva che noi agiamo sempre in base a ciò che ci piace di più (delectatio victrix): che ci piaccia di più ciò che piace a Dio, ciò che ci rende graditi a lui, così come è stato sant’Agata. Così saremo anche sicuri di fare ciò che è bene per gli altri, nostri fratelli in Cristo”.



























